Prove tecniche di scissione
Se il Pdl non sarà rifondato, il presidente della Camera romperà gli indugi: prima nuovi gruppi parlamentari poi nuovo partito. Parole d'ordine: coesione nazionale, regole, legalità. Poi l'apertura a Bersani sulla legge elettorale tedesca.
di Alessandro De Angelis da il Riformista
Toni bassi, per ora. Perché per Gianfranco Fini «la priorità è trovare una soluzione equilibrata» sul pasticcio delle liste. Per questo il presidente della Camera ha seguito in progress la formulazione del cosiddetto decreto interpretativo, con l'obiettivo di cercare una soluzione gradita a Napolitano. Tuttavia il «chiarimento» con Berlusconi è già in agenda dopo il voto. Comunque vadano le elezioni sarà una verifica vera: «O sarà rifondato il Pdl - spiegano nella cerchia ristretta - sulla base di un rinnovato tra i cofondatori, oppure le strade sono destinate a separarsi».
Non si tratta più di siglare l'ennesima tregua. Per presidente della Camera ormai i motivi di dissenso col premier sono strutturali: «Ma come si fa - si chiedeva un fedelissimo che ha parlato con lui - a presentarsi al Colle scortato da due o tre ministri e dire: quale decreto firmi? Anche questa storia del decreto Berlusconi l'ha impostata come uno schiaffo a Fini». È per questo che l'ex leader di An ha messo in conto una rottura. Anche se non farà lui il primo passo dal momento che - dicono nella cerchia ristretta - «è proprio quello che vogliono Berlusconi e quelli come Feltri che provocano quotidianamente». Ma il ragionamento è che così non si può andare avanti. Lo spiega Fabio Granata: «Si sbagliano le firme, si mettono candidati discutibili e si vuol sostenere che è sempre colpa di Fini? Spero che Berlusconi sia più avanti delle truppe che lo sostengono, ma per ora l'impressione è che la linea la danno le truppe». Ecco il punto: sia Fini sia Berlusconi non ne possono più delle nomenklature del Pdl. Tuttavia i ripetuti annunci dei berlusconiani puri di un predellino bis lasciano molto scettico Fini sul fatto che sulla rifondazione del Pdl possa essere d'accordo col premier: «Noi - questo il ragionamento dei suoi - crediamo che il Pdl debba diventare un partito vero ma se, come pare, Berlusconi vuole fare un comitato elettorale del presidente non ci siamo. E non ci siamo se Berlusconi non riesce a vedere che, sul piano del progetto politico complessivo, in due anni di governo si è parlato solo di giustizia rimanendo fermi sull'annunciata modernizzazione».
Di qui Fini ha deciso di rompere gli indugi. E di pensare a un diverso scenario: nuovi gruppi parlamentari alla Camera e al Senato, alleati del Pdl ma autonomi, come embrione di un nuovo partito. Tra i parlamentari circola già qualche nome come «partito della nazione» o «partito dei cittadini». Del resto il presidente della Camera a più di un fedelissimo ha consegnato parole amare sulla possibilità che il Pdl possa trasformarsi da «destra populista a destra delle regole perché troppo legato ai destini personali di Berlusconi». Ed è proprio la «destra delle regole» il nuovo orizzonte su cui Fini sta accelerando, facendone il leitmotiv dei suoi interventi pubblici. Come è accaduto ieri a Napoli in un incontro promosso da FareFuturo e da MezzogiomoEuropa, la fondazione - guarda caso - di cui Napolitano è presidente. Fini ha scelto quella sede per scandire parole che suonano come i nuovi capisaldi del partito della nazione. Primo, coesione nazionale: «Penso non sia a rischio l'unità nazionale, ma che sia pesantemente a rischio la coesione nazionale. Dobbiamo rilanciare l'idea che la politica è interesse generale». Secondo, legalità: «Sancire la non candidabilità dei condannati è un principio a tutela dello Stato e dei cittadini». Terzo, rispetto delle regole e delle istituzioni: «Non si può dire legalità come precondizione e poi limitarla alla brevità dei processi, alla presenza della polizia e alla magistratura sul territorio. La legalità è una serie di politiche che presuppongono, inevitabilmente, la qualità della classe dirigente».
E non è poi un caso che negli ultimi tempi i contatti di Casini, ma anche con Pisanu e pezzi non berlusconiani del Pdl si sono intensificati. Sono gli interlocutori naturali del nuovo soggetto. Ma c'è di più. Nel caso di una rottura il presidente della Camera si prepara a un nuovo schema di gioco. Senza mettere in discussione il governo - i numeri dei gruppi sarebbero sufficienti a far rientrate l'eventuale suggestione berlusconiana di urne anticipate - Fini nei tre anni senza elezioni che mancano alla fine della legislatura ha messo in conto di aprire «una fase costituente» per archiviare il berlusconismo. Come? A partire dalla legge elettorale. Una fonte vicina al presidente della Camera a microfoni spenti rivela che le uscite finiane sul ritorno al Mattarellum valgono all'interno di questo assetto. Ma se dovesse saltare il Pdl pronta una apertura a Bersani sulla legge elettorale tedesca. Con l'obiettivo di diventare il kingmaker del nuovo assetto.
Dietro l'attivismo finiano c'è la convinzione che non solo il Pdl ma un'intera fase politica sia arrivata al capolinea. E l'ex leader di An sta preparando la nuova stagione anche sul terreno delle relazioni che contano. Col Vaticano con cui ha iniziato, anche attraverso la legge sull'immigrazione, un nuovo dialogo dopo il periodo della battaglia sulla laicità. E soprattutto con la nuova amministrazione americana. Dopo la visita negli Stati Uniti di febbraio è in agenda, forse per maggio, un viaggio in Israele, dove il presidente della Camera ha stretti rapporti con il ministro degli Esteri Lieberman. Se quello del 2003 faceva parte dell'operazione sdoganamento, questa serve a proporsi - come il recente viaggio negli Usa - come interprete di una politica estera alternativa al berlusconismo e alla diplomazia delle «amicizie», da Gheddafi a Putin: atlantismo, sicurezza di Israele, europeismo. Anche così si prepara il dopo.
8 marzo 2010
Prove tecniche di scissione




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