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Discussione: diritto penitenziario

  1. #1
    direttamente dall'Inferno
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    diritto penitenziario

    leggo in molti interventi che sarebbe possibile sostituire il sistema carcerario statale con uno privato: potreste spiegarmi come funzionerebbe e chi pagherebbe il costo della struttura? Ma soprattutto,a che titolo un privato potrebbe assumersi un incarico simile?

  2. #2
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    L'ultima frontiera
    del libertarismo: le città
    e le prigioni private.GUGLIELMO PIOMBINI
    Relazione al convegno "Stato o libertà? Un'Enclave per il libertarismo "
    Milano, 29 maggio 1999

    IL XXI SECOLO SARA' LIBERTARIO
    Qualche tempo fa, leggendo "Il Giornale", rimasi colpito dalla parte finale di un articolo riguardante le ultime elezioni politiche statunitensi, in cui Alberto Pasolini Zanelli scriveva: "Anche in queste ultime elezioni di fine millennio, il Libertarian Party non ha molte probabilità di uscire vincitore. I libertari però non se ne preoccupano, perché essi sono cittadini non di questo secolo, ma del prossimo".
    Il libertarismo, infatti, è il figlio radicale ed estremista del liberalismo classico. Portandone i principi alle estreme e logiche conseguenze, i pensatori libertari sono riusciti a delineare con notevole profondità i contorni di una società futura in cui massima sarà la libertà d'azione dell'individuo e, correlativamente, minima o nulla la presenza oppressiva dello Stato.
    Questa società libera è destinata però a rimanere un bel sogno scritto sulle pagine dei libri, o nel prossimo millennio assisteremo, almeno in parte, ad alcune sue realizzazioni? lo credo che, guardando le cose in un'ottica di medio-lungo periodo, le prospettive per la libertà non siano mai state tanto favorevoli come oggi, e questo principalmente per tre motivi:
    1) In primo luogo, perché, come hanno sostenuto Hayek, e Rothbard, alla lunga sono le idee, e non gli interessi, a giocare il ruolo decisivo. Le nuove idee impiegano parecchio tempo a radicarsi nella società, e per questa ragione spesso ogni periodo storico vede la realizzazione pratica di ideologie concepite nel secolo precedente: così è stato, nell'ottocento, per il liberalismo classico elaborato nel '700; e lo stesso è avvenuto per il XX secolo, dominato da due ideologie, il nazionalismo e il socialismo, nate nel secolo scorso. Ora, il libertarismo rappresenta probabilmente, tra tutte le dottrine sviluppatesi negli ultimi decenni del '900, quella più profonda, originale e sistematica, e quindi non dovrebbe meravigliarci se essa vedrà un'attuazione nel prossimo secolo.
    Si può obiettare che il libertarismo non è l'unica ideologia sorta in quest'ultima parte di secolo: basti pensare, per fare due esempi, all'ambientalismo o al comunitarismo. Dobbiamo però tenere conto di un altro dato fondamentale, e cioè che spesso le idee di una certa epoca nascono in opposizione dialettica alle idee dell'epoca precedente, come risposta ai problemi che esse hanno lasciato in eredità. Non ci vedrei quindi nulla di strano - anzi, mi sembrerebbe del tutto naturale - se, per ribellione e reazione agli orrori e ai guasti enormi generati dalle ideologie stataliste che hanno dominato il '900, le prossime generazioni si rivolgessero ad ideologie completamente opposte, come il libertarismo, incentrate sul valore della libertà individuale.
    2) Il secondo motivo di ottimismo è dato da una considerazione oggettiva: l'evidente crisi in cui si trova oggi lo Stato moderno, sovrano, centralizzato e gerarchizzato, assediato da richieste di autonomia, di federalismo, di secessionismo. Crisi dovuta a tutta una serie di cause ideologiche - il discredito in cui è sprofondato il collettivismo statalista dopo la caduta del Muro di Berlino - ed economiche - la globalizzazione dei mercati, il progresso delle tecnologie, la rivoluzione dell'informatica e delle telecomunicazioni, che rendono ovunque sempre più inutili gli apparati burocratici di grandi dimensioni su cui si reggono gli Stati nazionali.
    3) Il terzo motivo di ottimismo è dato dalla rivoluzione capitalista silenziosa che si sta diffondendo a macchia d'olio negli Stati Uniti, con qualche timido inizio anche in Europa. Quasi di soppiatto le forze del mercato stanno sottraendo allo Stato sempre più ambiti in cui la sua presenza era ritenuta fino a poco tempo fa indispensabile. L'immagine della Frontiera, cioè la conquista di nuovi terreni strappati a poco a poco al nemico, rende bene l'idea del processo in atto. Le Nuove Frontiere del libertarismo americano sono rappresentate dalle città interamente private, dalla privatizzazione delle carceri, e della progettata esplorazione dello spazio da parte di agenzie spaziali private. Queste applicazioni pratiche di liberismo radicale sono estremamente importanti, ancor di più forse delle teorizzazioni scritte, non solo perchè dimostrano la realizzabilità pratica delle idee libertarie, ma anche perchè abituano a poco a poco la gente a considerare non più inevitabile la presenza dello Stato in tanti momenti della propria vita. Se per assurdo questo processo continuasse fino in fondo, lo Stato scomparirebbe senza bisogno di alcun rivolgimento politico, e quasi nell'indifferenza generale: David Friedman ha denominato "capitalismo strisciante" questa strategia di transizione dallo statalismo alla società di mercato.

    LE PRIGIONI PRIVATE
    Forse parlare di carceri in un convegno sul li-bertarismo può apparire strano. 19 fenomeno della privatizzazione delle carceri è però sintomatico del cambiamento di mentalità che si è verificato negli ultimi anni: chi, fino a poco tempo fa, avrebbe immaginato che in diversi paesi del mondo si sarebbero privatizzati i sim-boli della potestà punitiva dello Stato: le galere?
    Eppure negli Stati Uniti quella delle carceri è ormai un'industria multimiliardaria con le sue fiere e i suoi convegni, con pagine web, cataloghi postali, ricerche di marketing, e broker, i quali, su richiesta degli Stati, si impegnano, a ri-cercare per i detenuti i posti adatti al prezzo mi-gliore. La giustificazione delle prigioni private, costruite e gestite da società private che ricevo-no dallo Stato una retta per ogni detenuto ospi-tato, è che i monopoli pubblici, come i vecchi istituti di correzione, sono generalmente ineffi-cienti e spesso fonte di sprechi, e che il settore privato, attraverso la concorrenza degli appalti, può fornire un servizio migliore a un costo più basso. E infatti il successo delle carceri private da questo punto di vista è stato indiscutibile, dato che i costi per detenuto non solo sono ri-sultati inferiori, ma le condizioni dei detenuti sono molto superiori a quelle delle vecchie e so-vraffollate prigioni statali, dove la vita è peri-colosa e degradante. Le carceri private, invece sono spesso nuove di zecca, meno sovraffollate e hanno minori probabilità di ospitare detenuti violenti. Oggi negli Stati Uniti le prigioni pri-vate sono presenti in almeno 27 Stati, e ospitano circa 90 mila prigionieri. In Australia le carceri private sono ancora più diffuse che in America, tanto che il 20 percento di tutti i detenuti sono reclusi in prigioni costruite, gestite e possedute dalle multinazionali delle sbarre: nello Stato di Vittoria questa percentuale supera il 45 percento! Anche in Inghilterra negli ultimi dieci anni sono sorti sei carceri privati, gli ultimi due inaugurati recentemente vicino a Liverpool e nel Galles del sud.

    L'ESPLORAZIONE PRIVATA
    DELLO SPAZIO
    Fra due anni avrà inizio una delle più straordinarie epopee capitalistiche del XX secolo, in cui lo slogan libertario "spazio ai privati!" verrà preso assolutamente alla lettera. Nell'aprile 2001, infatti, la SpaceDev di San Diego, la prima compagnia nel mondo per l'esplorazione commerciale dello spazio, lancerà in orbita una nave spaziale senza equipaggio, che dopo 13 mesi, con due milioni e mezzo di miglia di volo alle spalle, atterrerà su un asteroide chiamato Nereo. Gli economisti libertari avevano già da decenni dimostrato che l'esplorazione privata dello spazio non solo avrebbe fatto risparmiare ai contribuenti americani un mucchio di soldi rispetto a quella statale, ma sarebbe stata molto profittevole dal punto di vista economico. Jim Benson, l'imprenditore cinquantaduenne fondatore di SpaceDev, pur non avendo probabilmente letto le analisi degli anarco-capitalisti, conta infatti di diventare ricchissimo con questa impresa. Alla compagnia costerà meno di 50 milioni di dollari spedire la nave sull'asteroide, ma il viaggio potrebbe produrre entrate per almeno 120 di dollari, grazie: 1) agli introiti pubblicitari derivanti dalla vendita dei diritti televisivi, e dalle sponsorizzazioni: tutto lo scafo infatti dovrebbe essere ricoperto da marchi pubblicitari; 2) alla vendita dei risultati delle ricerche scientifiche alle università e ai centri di ricerca: la nave, infatti, oltre a eseguire esperimenti per conto di scienziati che hanno sistemato attrezzature a bordo dietro pagamento, depositerà strumenti sull'asteroide stesso, in un'operazione che non ha eguali nella storia; 3) allo sfruttamento delle risorse minerarie spaziali: alcuni asteroidi si portano dentro infatti montagne di acciaio inossidabile e metalli preziosi, come l'oro e il platino. Quest'ultimo aspetto commerciale dell'impresa anticipa alcuni problemi che nel prossimo secolo si faranno impellenti: la determinazione dei diritti di proprietà nello spazio. Benson intende infatti dichiarare l'asteroide sua proprietà privata, e affermare il suo diritto di sfruttamento, sia mineralogico che scientifico. Le basi giuridiche a cui si appella sono le stesse dei mitici tempi della Frontiera, quando, in base alla Common Law e all'Homestead Act, i pionieri del Far West dichiaravano la loro proprietà sulle terre vergini da loro scoperte e occupate.

    LE CITTA', PRIVATE
    Stando agli ultimi dati disponibili, in America sta avvenendo una rivoluzione urbanistica che finirà con il coinvolgere anche la politica, o meglio la filosofia della politica e il concetto stesso di Stato. Già da diversi anni, infatti, un numero crescente di cittadini americani., stanchi per l'insicurezza, il degrado urbano e la pessima qualità dei servizi forniti dalle amministrazioni municipali, hanno iniziato a fare da soli, organizzando la propria vita collettiva in maniera del tutto indipendente: riunendosi in associazioni, creando aree cittadine inaccessibili agli estranei indesiderati, stabilendo liberamente le proprie regole di convivenza, provvedendo a tutte le loro necessità (compresi il rifornimento idrico, la pulizia delle strade, le scuole, la sicurezza), e arrivando a spingere la loro richiesta di autonomia fino a pretendere di essere esentati dal pagamento delle imposte comunali.
    Queste Enclaves private sembrano aver risolto perfettamente tutti i problemi che assillano gli inferni urbani delle città statalizzate: grazie ai controlli all'entrata la criminalità è quasi scomparsa, l'inquinamento è inesistente, tutto è perfettamente pulito e in ordine. Non è quindi un caso che queste siano il tipo di agglomerato residenziale che, in tutti gli Stati Uniti, sta registrando la crescita più alta. Negli ultimi 30 anni sono stati costruiti negli Usa 150mila città private, in cui vivono 30 milioni di persone, un americano su otto! Cifre, secondo alcuni, desti' nate a raddoppiare nei prossimi dieci anni: Evan McKenzie, uno studioso che ha scritto un libro intitolato Privatopia - su questo argomento, sostiene che tali quartieri ospiteranno nel prossimo secolo il 30 per cento della popolazione americana. Alcune di queste città private contano decine di migliaia di abitanti: Sun City, in Arizona, ha 46mila residenti, dieci centri commerciali, piscine, parcheggi, pompieri, polizia, ospedali; la cittadina di Reston, nel Nord Virginia, ne ha 56mila; Disneyworld da Orlando, in Florida, è una città (estesa più o meno come San Franci-sco) interamente di proprietà della Walt Disney, che gode della più completa autonomia fiscale ed urbanistica, ed è visitata ogni anno da 150mila visitatori. Molte di queste città private sono mega-ospizi di lusso per gli anziani, situati per lo più nei caldi Stati della Florida, della Ca-lifornia, del Texas e dell'Arizona. Per compren-dere il modo in cui queste privatopie sono orga-nizzate, basti pensare ad un enorme condominio allargato fino a comprendere tutte le strade cir-costanti, le zone pedonali, i giardini, i parchi, i parcheggi, e così via. Queste città sono private nello stesso senso in cui lo sono gli apparta-menti o gli edifici: così come senza il permesso del proprietario non si può entrare, allo stesso modo non si può penetrare liberamente in una città privata. E come il condomino deve rispetta-re il regolamento condominiale, così il residente
    deve rispettare le leggi condominiali. Nella città privata il parlamento è dunque costituito dall'assemblea condominiale dei proprietari. In altri casi la città è in proprietà di un unico sog-getto, il quale sarà incentivato, al fine di attirare
    il massimo numero di abitanti e di poter alzare i canoni d'affitto, a governarla nel miglior modo possibile, e ad emanare le regole interne più in sintonia con le esigenze dei residenti.
    I regolamenti interni delle privatopie sono talvolta molto rigorosi: alcune città private, infatti, non accettano bambini, animali, oppure possono imporre di colorare la casa in un certo colore, o di tagliare l'erba del giardino in determinato modo, e così via. In tutto questo non vi è nulla di illiberale o autoritario, perché, a differenza delle città statalizzate, le cui regole sono imposte dai politici e dai burocrati, le città private sono abitate da persone che unanimamente hanno scelto di viverci proprio perché gradiscono le sue regole interne, e volontariamente hanno deciso di sottoporsi alla giurisdizione di questi governi contrattuali. Sottoscrivendo il contratto d'acquisto dell'appartamento, infatti, il residente aderisce contestualmente ad un pacchetto di clausole che lo obbligano a rispettare determinati obblighi e a versare le somme necessarie per il mantenimento dei servizi di comune utilità. Se le privatopie continuano a diffondersi a questa velocità, le conseguenze politiche potrebbero essere dirompenti, fino a sconvolgere i tradizionali canoni della filosofia politica e del diritto pubblico. Le città private, infatti, da un lato fanno diventare realtà i sogni dei fautori dello Stato minimo o della scomparsa dello Stato, e confutano la dominante teoria dei beni pubblici, secondo cui solo lo Stato sarebbe in grado di fornire i beni d'utilità generale. Le città private dimostrano invece che non vi sono limiti a quello che la società civile è in grado di creare attraverso l'associazionismo volontario e la libera contrattazione. Vengono così meno gran parte delle motivazioni con cui gli Stati pretendono di giustificare le loro richieste di tassare e regolamentare i comportamenti dei propri cittadini, le cui richieste di autonomia rappresentano allora la risposta a problemi d'insicurezza e di degrado del territorio ai quali lo Stato, a causa delle manchevolezze e delle inefficienze insite nella proprietà pubblica e nell'azione burocratica, non è in grado di porre rimedio, e che hanno origine nell'impossibilità per le popolazioni residenti, prive di diritti di proprietà sulle aree pubbliche, di controllare i propri spazi di vita.
    Dall'altro lato, le città private rappresentano qualcosa di molto vicino ad un reale contratto sociale. Qui non siamo infatti in presenza, come nelle nostre attuali democrazie, di un truffaldino contratto sociale alla Rousseau, che nessuno in realtà si è mai sognato di stipulare, se non nelle fantasie di tutti i redivivi giacobini di destra e di sinistra.
    Al contrario, nelle privatopie il contratto sociale trova per la prima volta attuazione non come fasulla "volontà generale", ma come insieme di reali e liberi atti di consenso prestati da individui in carne ed ossa.
    Alla fine di questo processo, oggi appena ai suoi inizi, il modello uniformante di Stato che conosciamo potrebbe uscirne completamente modificato, per lasciare il posto ad un ordine pluralista, fondato su relazioni non verticali e gerarchiche ma orizzontali e paritarie (come i patti federali e il contratto privatistico, tanto per fare due esempi lampanti), in cui i singoli individui potranno scegliere il livello di governo territoriale più idoneo alle proprie esigenze. Le città private e le comunità condominiali descritte in questo articolo possono fornire alcune prime indicazione su come la società libertaria del futuro potrebbe funzionare.


  3. #3
    direttamente dall'Inferno
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    beh,vediamo se in posti come Avemaria attueranno queste idee...

  4. #4
    Alexander Iulius Parmenses
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    molto bene i quartieri residenziali privati,assolutamente contrario alle galere private... lo stato deve avere il monopolio della forza.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da perplesso666 Visualizza Messaggio
    beh,vediamo se in posti come Avemaria attueranno queste idee...
    Non hai capito un cazzo. Una porpiretà privata fa il cazzo che vuole proprio come uno stato, solo che non obbliga nessuno a starci dentro. Quindi se le città private dov'essero mettere tasse, liberi di farlo. Quei cittadini avrebbero tutte i motivi per vendere le loro case e andare in un altra città privata. Che soo...Padre Nostro....un altra città privata dove non esistono tasse o versamenti condominiali....un po' come oggi chi ha un apartamento conascensore e paga 100 euro al mese, vende tutto per comprare un apartamento più grande in un minicondominio senza ascensore dove pagherà 10 euro al mese. Piccolo è bello. Capisci???



  6. #6
    Vedo la mano invisibile
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    Citazione Originariamente Scritto da JohnPollock Visualizza Messaggio

    Piccolo è bello. Capisci???


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  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da perplesso666 Visualizza Messaggio
    leggo in molti interventi che sarebbe possibile sostituire il sistema carcerario statale con uno privato: potreste spiegarmi come funzionerebbe e chi pagherebbe il costo della struttura? Ma soprattutto,a che titolo un privato potrebbe assumersi un incarico simile?
    La struttura viene gestita da una compagnia privata, mentre lo stato si impegna a versare una quota al privato in base al numero di detenuti. Il vantaggio ipoteticamente deriva dal fatto che lo stato spende meno a far gestire un carcere da un privato ( o a inviare detenuti in una struttura completamente privata) rispetto a quello che spenderebbe con sistema carcerario completamente statale.
    La ragione d'essere delle carceri private quindi non può che essere un risparmio di denaro pubblico, nel caso questa caratteristica non sia presente non ha neanche senso parlare di carceri private.

    Il problema è che non può facilmente essere stabilito a priori se all'utilizzo di un sistema carcerario privato corrisponda un effettivo risparmio o un aumento di spesa. Va ricordato che il privato è tenuto a garantire degli standard minimi di condizioni di vita dei carcerati, fornire programmi di riabilitazione e degli standard di sicurezza. Tutto ciò costituisce una spesa per il privato, di conseguenza la stato è tenuto a effettuare forti controlli sui privati e i controlli rischiano di avere un costo che sommato a quanto viene pagato al privato per la gestione dei detenuti rappresenti una spesa superiore per lo stato rispetto a quella che effettuerebbe per un sistema carcerario statale.

    In definitiva non sono contrario a priori alle carceri private, ma non ne sono neanche convinto al 100%. Si tratta di una sperimentazione che va portata avanti gradualmente valutandone accuratamente i risultati.
    Condizioni necessarie affinchè si possa pensare all'utilizzo di carceri private sono a mio avviso:
    1) costi minori
    2) rispetto di standard minimi relativi alle condizioni di vita dei carcerati fissati chiaramente e in modo trasparente; in nessun caso inferiori a quelli di carceri statale
    3) rispetto di determinati standard di sicurezza legati al tipo di detenuti ospitati
    4) esistenza di programmi di riabilitazione ( a cui dovrebbe seguire una successiva valutazione sul successo di questi programmi)

    in base a questi quattro parametri dovrebbe essere deciso a chi a assegnare l'appalto.
    Ad ogni modo mi pare ancora troppo presto per dare un giudizio definitivo sulle carceri private, tuttavia ritengo si tratti di una sperimentazione da portare avanti (più che altro da iniziare) con le dovute cautele.

    saluti
    non è bello ciò che è bellico, ma è bello ciò che è pace

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da jesusspanks Visualizza Messaggio
    molto bene i quartieri residenziali privati,assolutamente contrario alle galere private... lo stato deve avere il monopolio della forza.
    con un sistema carcerario privato lo stato non rinuncia comunque al monopolio della forza; è ovvio che gli "addetti alla sicurezza privati" si muoverebbero in base a direttive statali, non possono certo porsi al di sopra della legge. Nel caso specifico lo stato delegherebbe alcune funzioni meramente esecutive a privati, ma comunque mantiene intatto il monopolio della forza. Il problema, come detto in precedenza, riguarda lo stabilire la convenienza economica delle carceri private.

    saluti
    non è bello ciò che è bellico, ma è bello ciò che è pace

  9. #9
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    Le carceri private possono esistere anche senza stato. Se una decina di proprietari e comunità si mettono d'accordo per un tipo di regolamento, sarà loro compito trovare l'istituto carcerario migliore sul mercato per garantire la detenzione dei violenti e dei malviventi. Quesot vale anche per due proprietari o cento tra proprietari e comunità.

  10. #10
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    N°1 è banale outsourcing
    N°2 le carceri private sono fonte di lucro, o non esistono. Per verificare se hanno senso o no ci si limiti a dividere la spesa pubblica pro capite per detenuto per il totale dei detenuti e si aboliscano i limiti per la costruzione di carceri private dicendo che fin da subito ogni detenuto trasferito in carcere privato si porta un voucher pari alla quota capitaria. Se i bilanci di queste imprese sono attivi e se esse ovviamente sorgono allora piano piano le carceri statali smaltiscono sovraffollamento fino a che l'offerta di posti supera la domanda, poi sempre gradualmente si spediscono solo alle carceri private per compensare l'offerta i detenuti e si svuotano quelle pubbliche chiudendole.

    Una cosa da non fare è pensare di privatizzare le carceri attuali con vincoli di mantenimento di standard e robe simili, meglio ricominciare da capo altrimenti le imprese nascono strane... Ovviamente deve inoltre essere considerato NORMALE -salvo compenso con sconto sugli anni- l'impiego dei detenuti -quelli in salute- in lavori fisici ove semplicemente l'impresa tenutaria decida così. Questo serve a interconnettere le carceri con le manifatture locali a bassa intensità di capitale e ad evitare che servano i marocchini per raccogliere i pomodorii. Basta mettere un solo carcere in puglia e comprare un vasto stock di braccialetti, ed ecco messi al sicuro tanti soldini e lasciati a casa tanti mori. Se poi non conviene semplicemente -essendo facoltativo- non lo faranno e la perdita sarà zero.
    _
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