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Discussione: Siciliani

  1. #11
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    SALVATORE QUASIMODO

    Modica (Ragusa) 20.08.1901 - Amalfi (Salerno)14.06.1968




    alvatore Quasimodo nasce a Modica, in provincia di Ragusa, il 20 agosto 1901, da Gaetano e Clotilde Ragusa. La nonna paterna, Clotilde Papandreu, è figlia di profughi greci originari di Patrasso. Questa origine può avere inciso negli interessi futuri di Salvatore, così come il profondo affetto che lo lega alla Sicilia, influenzata dalla cultura ellenica.

    Nel 1908 la famiglia si trasferisce a Messina: proprio nei giorni immediatamente successivi al catastrofico terremoto. Il padre di Salvatore è capostazione ed è stato inviato in quella sede per ridare funzionalità alla rete ferroviaria. Alloggiano per lungo tempo in un carro merci sostato in un binario morto della stazione, ridotta anch’essa in macerie. Tanta desolazione, coi numerosi morti e la disperazione dei sopravvissuti, resta per lui un ricordo indelebile.
    Nella stessa città, frequenta e completa i suoi studi fino alle superiori, diplomandosi, nel 1919, all’Istituto tecnico matematico-fisico, con il titolo di geometra. In quegli anni iniziano le importanti amicizie con Giorgio La Pira e Salvatore Pugliatti — entrambi giuristi e, il primo, anche autorevolissimo uomo politico democristiano — e le prime precoci esperienze letterarie. Risalgono infatti al 1916 i primi componimenti in prosa e in poesia. Pubblica le sue prime liriche su una piccola rivista letteraria fondata assieme ad alcuni amici.
    Nel 1919, dopo il diploma, si trasferisce a Roma dove si iscrive alla facoltà di agraria, senza però mai completare gli studi, sia per le difficoltà economiche della famiglia e sia perché i suoi crescenti interessi letterari lo allontanano dagli studi tecnici. Continua però a scrivere, mantenendosi con lavori precari, prima come disegnatore poi come commesso, e prendendo nel contempo lezioni di greco e latino dal fratello del suo insegnante di italiano a Messina. Nel 1926 viene assunto come geometra al Genio Civile di Reggio Calabria, spostandosi poi in altre città. Le poesie scritte in quegli anni vanno comunque a comporre la raccolta dal titolo Notturni del re silenzioso — del quale undici testi confluiscono nel volume Acque e terre, uscito nel 1930.
    Nel 1926 si reca a Firenze ospite della sorella sposata con Elio Vittorini, e tramite questi conosce esponenti del ricco ambiente letterario dell’epoca: Eugenio Montale, Arturo Loria, Alessandro Bonsanti, Gianna Mancini. Tramite Bonsanti pubblica tre poesie sulla rivista «Solaria».
    Trasferitosi nel 1931 al Genio Civile di Imperia, ne approfitta per recarsi a Genova, dove incontra Camillo Sbarbaro, Angelo Barile e Adriano Grande. L’anno successivo pubblica con successo il suo secondo volume Oboe sommerso, libro importante non solo per gli esiti artistici, ma perché divenuto manifesto dell’Ermetismo.
    Nel 1934, dopo aver trascorso un breve periodo in Sardegna, viene trasferito al Genio Civile di Milano. Qui frequenta un ambiente culturalmente ricco, circondato da pittori e scrittori: tra gli altri, Sassu, Messina, Sinisgalli. Due anni dopo si dimette dal Genio Civile, iniziando a svolgere un’attività editoriale con Cesare Zavattini
    Pubblica la raccolta poetica dal titolo Poesie, per le Edizioni Primi Piani, accompagnata da un saggio di Oreste Macrì. Collabora inoltre con la rivista «Letteratura». Nei due anni successivi è inoltre redattore della rivista «Tempo». Traduce nel frattempo i lirici greci. Per il suo ruolo di antesignano della corrente ermetica assieme a Montale e Ungaretti, lamenta una campagna contro di lui da parte della stampa di regime.
    Con Erato e Apollion (1936) (dedicato, rispettivamente, a una delle nove muse protettrice della poesia amorosa e a una divinità medioevale) Salvatore Quasimodo si avvicina sempre di più «ad un bisogno di essenzialità e di purezza, che accosta le nuove generazioni agli esempi antichi»,
    Nel 1940 esce la sua traduzione dei lirici greci per le Edizioni di Corrente, con la prefazione di Luciano Anceschi. Il successo del libro non gli risparmia polemiche da parte degli ambienti accademici. Nel 1941, per “chiara fama”, riceve la nomina di professore di letteratura italiana presso il conservatorio musicale Giuseppe V, a Milano, dove insegnerà fino al 1968, l’anno della morte. Nel 1942 esce presso Mondatori, nella collana Lo specchio, la raccolta Ed è subito sera, che raccoglie le poesie scritte negli anni Trenta e Le nuove poesie, composte dal 1936 al 1942. [La raccolta esordisce con la poesia da cui prende il titolo: Ed è subito sera, i cui versi, nella collezione Acque e terre chiudeva la poesia numero 16, Solitudini, ndr.] Il libro ottiene un grande successo di pubblico e di critica.
    Il suo antifascismo gli procura diversi “incidenti”, compresa una denuncia. Nel periodo bellico, tra il 1943 e il 1945, traduce il Vangelo secondo Giovanni, alcuni canti di Catullo e brani dell’Odissea, che saranno pubblicati nel 1945. Nello stesso anno collabora al quotidiano «Milano-Sera».
    Nel 1946 muore la moglie Bice Donetti. Escono le poesie relative al periodo bellico dal titolo Con il piede straniero sopra il cuore, che Mondatori pubblicherà l’anno successivo, con l’aggiunta di altri testi, col titolo Giorno dopo giorno. Continuano e s’intensificano le sue traduzioni degli autori classici e moderni. A quell’anno risale anche la pubblicazione dell’Edipo re di Sofocle.
    Nel 1948 si risposa con Maria Cumani, una danzatrice dalla cui relazione era nato, nel 1939, il figlio Alessandro. Diviene titolare, sul settimanale «Omnibus», di una rubrica teatrale. L’anno seguente viene pubblicata la raccolta La vita non è sogno.
    Gli viene assegnato nel 1950 il premio San Babila. Cessa la sua attività di critico teatrale con «Omnibus» per cominciarla col «Tempo». Riceve nel 1953 il premio Etna-Taormina, assieme al poeta Dylan Thomas. Esce nel 1956, per Mondatori, l’edizione di Il falso e vero verde. Due anni dopo escono La terra impareggiabile (Premio Viareggio) e l’antologia Poesia italiana del dopoguerra. A fine anno, viene colpito da un infarto mentre è in visita in Unione Sovietica, dove si trattiene a lungo, in ospedale, prima di rientrare in Italia, nel 1959.
    Il 1959 è anche l’anno in cui gli viene assegnato il premio Nobel per la letteratura. La sua candidatura al prestigioso premio è stata sostenuta da due personalità autorevoli come Carlo Bo e Francesco Flora. L’attribuzione del Nobel scatena polemiche accesissime negli ambienti letterari italiani.
    Dal 1960 al 1968, anno della sua morte, viaggia molto sia in Europa che in America, per conferenze e letture di poesia. La sua opera, tradotta in diverse lingue, si diffonde sempre più, ottenendo consensi crescenti di critica. Anche le sue traduzioni proseguono: Shakespeare, Euripide etc. Nel 1960 esce Il poeta e il politico e altri saggi, raccolta di saggi e scritti di letteratura, di arte e d’altro. Il poeta e il politico è il titolo del discorso che Salvatore Quasimodo ha pronunciato a Stoccolma in occasione del Nobel. Nello stesso anno, riceve la laurea honoris causa dall’Università di Messina, nel 1967, invece, la riceve dall’Università di Oxford.
    Nel 1966 esce la sua ultima raccolta di poesie, Dare e avere.
    Il poeta muore nel 1968 a seguito di un’emorragia cerebrale, mentre presiede ad Amalfi un premio di poesia. Da Napoli, dove era stato trasportato, viene trasferito a Milano, e seppellito nel Cimitero Monumentale.

  2. #12
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    VITALIANO BRANCATI

    Pachino (Siracusa) 24.07.1907 - Torino 25.09.1954



    soli 13 anni si trasferì a Catania con la famiglia. Catania fu una tappa fondamentale per la formazione culturale e umana dello scrittore. Nel 1922 aderì al Partito Nazionale Fascista e nel 1929 si laureò in Lettere, con una tesi su Federico De Roberto. Subito dopo si trasferì a Roma, dove iniziò a scrivere, come giornalista, per «Il Tevere» e, successivamente, dal ’33 in poi, per il settimanale letterario «Quadrivio». Risalgono al quel periodo alcune opere di chiara ispirazione Fascista e successivamente ripudiate: Fedor, poema drammaico del 1928, Everest, del 1931 e il dramma Piave, del 1932. Ma già dal ’30 lo scrittore cominciava ad accostarsi a una forma di scrittura a lui più congeniale: il romanzo.
    L’amico del vincitore rappresentò il primo tentativo di scrittura satirica e trasse ispirazione dalla piccola borghesia siciliana; ispirazione e tema che costituirono il leitmotiv della sua maggiore produzione. Lasciò Roma, rientrò in Sicilia e, nel ’34, scrisse Singolare avventura di viaggio, che venne sequestrato dalla cansura fascista per immoralità. Nel 1936 iniziò la sua collaborazione a «Omnibus», settimanale diretto da Leo Longanesi. Collaborazione interrotta nel ’39 a causa della soppressione della rivista da parte del regime fascista.
    Si dedicò all’insegnamento fino al ’41, anno in cui tornò a Roma e pubblicò Gli anni perduti, da lui stesso considerato il suo primo vero romanzo, già qui è chiaro l’allontanamento dall’ideologia fascista e l’amarezza verso la realtà storico-politica del suo tempo. Nel ’42 pubblicò Don Giovanni in Sicilia, romanzo di satira al gallismo siciliano (vanità sessuale del maschio del sud che cerca, attraverso la fantasia, un’evasione dal chiuso mondo bigotto della provincia). Fu in quell’anno che, al teatro dell’Università, conobbe l’attrice Anna Proclemer, se ne innamorò e 5 anni più tardi la sposò. Presso la rivista «Aretusa» pubblicò, nel ’44, il racconto Il vecchio con gli stivali affrontando per la prima volta il tema dell’uomo distrutto e sopraffatto dalla macchina inesorabile del proprio tempo. Nel ’46 Brancati si stabilì definitivamente a Roma e, nel ’49, pubblicò Il bell’Antonio, a puntate, sul settimanale «Il mondo». È una satira di costume che, attraverso l’impotenza del protagonista, fa intravedere, la crisi e il fallimento del regime. Il romanzo riscontrò il favore della critica e dei lettori e, nel ’50, vinse il Premio Bagutta.
    Separatosi dalla moglie nel 1953, morì a Torino il 25 settembre dell’anno successivo. Nel ’55 venne pubblicato, rispettando le sue ultime volontà, il romanzo incompiuto Paolo il caldo, con prefazione di Alberto Moravia.
    Brancati lavorò anche per il cinema: scrisse la sceneggiatura del film Anni difficili (1947), tratto da Il vecchio con gli stivali. Signori in carrozza (1951), L’arte di arrangiarsi (1955), di Luigi Zampa, Altri tempi (1952), di Alessandro Blasetti, Guardie e ladri (1951), di Mario Monicelli, Dov’è la libertà e Viaggio in Italia (entrambi del ’54), di Roberto Rossellini. Del 1960 è il film Il bell’Antonio, di Mauro Bolognini, con Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo e del 1973 Paolo il caldo, diretto da Marco Vicario e interpretato da Giancarlo Giannini e Ornella Muti.
    Fra le opere teatrali di Brancati ricordiamo: Le trombe di Eustachio del ’42, Don Giovanni involontario del ’43, Raffaele del ’46, La governante del ’52. Per la Saggistica: I piaceri, I fascisti invecchiano (entrambi del ’46), e Ritorno alla censura del ’52.

  3. #13
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    ELIO VITTORINI

    Siracusa 23.07.1908 - Milano 12.02.1966



    «Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell'uomo ch'egli soltanto sa scorgere nell'uomo…»
    [Elio Vittorini, Lettera di Vittorini a Togliatti, su «Il Politecnico», 1947]


    Primo di quattro fratelli, Elio Vittorini nasce il 23 luglio 1908 a Siracusa da Lucia Sgandurra e Sebastiano Vittorini.
    Seguendo gli spostamenti del padre ferroviere, trascorre l'infanzia «in piccole stazioni ferroviarie con reti metalliche alle finestre e il deserto intorno»: e insistentemente in tutta la sua opera sarà presente il fascino del treno e del viaggio. Inquieto e ribelle, durante l'adolescenza fugge diverse volte da casa «per vedere il mondo», utilizzando i biglietti omaggio cui hanno diritto i familiari di un dipendente delle ferrovie.
    Nel 1924 entra in contatto con un gruppo di anarchici siracusani in lotta contro lo squadrismo fascista e interrompe gli studi tecnici a cui i genitori l'hanno destinato. Quindi, a diciassette anni decide di lasciare definitivamente la Sicilia e si stabilisce a Gorizia, dove troverà lavoro in un'impresa di costruzioni. Nel 1926 pubblica un articolo politico sulla rivista «La conquista dello stato», assumendo posizioni di fascismo antiborghese. E nel 1927 grazie all'amicizia con Curzio Malaparte comincia a collaborare con «La Stampa» e pubblica su «La fiera letteraria» il racconto il Ritratto di re Gianpiero con presentazione di Enrico Falqui.
    Il 10 settembre 1927, dopo la fuga architettata per potersi sposare subito, viene celebrato il matrimonio "riparatore" con Rosa Quasimodo, la sorella del celebre poeta Salvatore Quasimodo. Nell'agosto del '28 nascerà il loro primo figlio, chiamato, in omaggio a Curzio Malaparte, Giusto Curzio.
    In questo periodo intraprende la lettura di alcuni dei maggiori scrittori europei, fra cui Gide, Joyce e Kafka, e nel frattempo le sue collaborazioni si estendono a «Il Mattino», «Il Lavoro fascista» e ad altri periodici. Nel '29 suscita scandalo un suo articolo contro il provincialismo della cultura italiana. Vittorini comincia ad essere considerato «uno scrittore tendenzialmente antifascista». Quindi perde le collaborazioni «ai giornali che pagano» e comincia a collaborare con una piccola rivista fiorentina, «Solaria», su cui pubblica la maggior parte dei racconti, raccolti poi in volume nel 1931 con il titolo Piccola borghesia — il suo primo libro. Così Vittorini diviene un «solariano» e — come racconta egli stesso in Della mia vita fino ad oggi — «solariano negli ambienti letterari di allora, era parola che significava antifascista, europeista, universalista, antitradizionalista…».
    Grazie al direttore della rivista, Giansiro Ferrata, realizza il suo sogno di vivere a Firenze, dove nel 1930 si trasferisce con la famiglia. Qui lavora come segretario di redazione di «Solaria» e, per interessamento di Gianna Manzini, viene assunto come correttore di bozze al quotidiano «La Nazione». La sera frequenta il noto caffè degli ermetici «Le Giubbe Rosse», o s'incontra con gli amici in casa di Drusilla Tanzi, moglie del critico d'arte Matteo Marangoni, da tutti chiamata " Mosca" — la futura compagna di Eugenio Montale. In questi anni, sollecitato e dal desiderio di leggere i testi della letteratura anglosassone in lingua originale e dall'intento di aprirsi le porte anche come traduttore, da autodidatta e con grande zelo, inizia a studiare la lingua inglese proprio nella tipografia de «La Nazione», aiutato dal tipografo Chiari. Non parlerà mai l'inglese, ma da quella lingua tradurrà decine di libri (il Robison Crusoe e le opere di Lawrence, Poe, Saroyan, Faulkner, Powys, Steinbeck, Defoe, Caldwell ecc.). Attraverso recensioni e traduzioni — e poi in seguito anche mediante la sua attività editoriale — Vittorini, al pari di Cesare Pavese, contribuirà a diffondere in Italia la moderna letteratura anglosassone e a creare così il mito dell'America: il mito di una civiltà moderna progredita, industriale e cittadina in contrapposizione a quell'italiana, arcaica arretrata rurale e provinciale.
    Vivendo poveramente, negli anni 1931-1937 collabora al «Bargello», il settimanale della federazione fascista di Firenze, su cui esprime le sue posizioni di fascista «di sinistra». Nel 1932 vince ex aequo con Virgilio Lilli il premio per il miglior Diario del viaggio in Sardegna, bandito dal settimanale «L'Italia letteraria». Dal primo Quaderno sardo nascerà nel '36 il libro Nei Morlacchi. Viaggio in Sardegna, ristampato nel '52 col titolo Sardegna come un'infanzia. Nel '33 inizia la pubblicazione a puntate su «Solaria» del romanzo Il garofano rosso (edizione definitiva 1948). Nel '34 è costretto a lasciare il lavoro di correttore di bozze a causa di un'intossicazione da piombo. Nello stesso anno nasce il suo secondo figlio, Demetrio, tenuto a battesimo da Montale.
    Nel '36 interrompe la stesura di Erica e i suoi fratelli (edito incompiuto nel '54) e comincia a scrivere l'opera che costituisce il punto più alto della sua attività: Conversazione in Sicilia. Il romanzo appare a puntate su «Letteratura» tra il '38 e il '39, e poi nel '41 uscirà in volume: prima presso l'editore Parenti col titolo Nome e lagrime, e poco dopo col titolo definitivo presso la casa editrice Bompiani.
    Insieme con altri fascisti di sinistra e ex fascisti (come Bilenchi e Pratolini), Vittorini segue con drammatica partecipazione la guerra civile di Spagna, schierandosi dalla parte dei repubblicani spagnoli. E in seguito alla pubblicazione di un articolo antifranchista, divenuto sospetto al Regime, viene espulso dal partito fascista. Quindi si accosta ai gruppi comunisti clandestini. Nel '37 pubblica sul n.1 di «Letteratura» — una nuova rivista fiorentina «con la quale si cercava di sostituire […] la scomparsa «Solaria» — Giochi di ragazzi, romanzo incompiuto concepito come seguito de Il garofano rosso.
    Avendo trovato lavoro presso Bompiani, alla fine del 1938, si trasferisce con la famiglia a Milano, dove attraversa un periodo di crisi per via del suo vecchio amore per la milanese Ginetta Varisco, moglie del commediografo Cesare Vico Lodovici. Nel 1941 la censura fascista, contestando le note critiche di Vittorini, sequestra l'antologia Americana, che tuttavia l'anno successivo verrà rimessa in vendita da Bompiani, benché con l'eliminazione di quasi tutte le note critiche.
    Durante la guerra, svolge attività clandestina per il partito comunista. Nell'estate del '43 viene arrestato, ma rimane nel carcere di San Vittore fino a settembre. Tornato libero, si occupa della stampa clandestina, prende parte ad alcune azioni della Resistenza e partecipa alla fondazione del Fronte della Gioventù, lavorando a stretto contatto con Eugenio Curiel. Recatosi nel febbraio del '44 a Firenze per organizzare uno sciopero generale, rischia la cattura da parte della polizia fascista; quindi si ritira per un certo periodo in montagna, dove, tra la primavera e l'autunno, scrive Uomini e no, edito presso Bompiani nel 1945. Finita la guerra, torna a Milano con Ginetta e chiede l'annullamento del suo precedente matrimonio.
    Nel '45 dirige per alcuni mesi «L'Unità» di Milano e fonda per l'editore Einaudi la rivista «Il Politecnico». L'apertura culturale della rivista e soprattutto le posizioni assunte da Vittorini in merito alla necessità di una ricerca intellettuale autonoma dalla politica, suscitano la famosa polemica con i leader comunisti Mario Alicata e Palmiro Togliatti che portarono alla sua prematura chiusura nel '47.
    Sempre nel '47 esce Il Sempione strizza l'occhio al Frejus, mentre nel '49 escono Le donne di Messina (apparso poi, in una nuova veste, nel '64) e la traduzione americana di Conversazione in Sicilia, con prefazione di Hemingway. Nel '50 riprende la sua collaborazione a «La Stampa» e nel '51 inizia a dirigere per Einaudi la collana di narrativa I gettoni, dimostrandosi un «rabdomantico scopritore di talenti»: Beppe Fenoglio, Carlo Cassola, Italo Calvino, Lalla Romano, Mario Rigoni Stern, Ottiero Ottieri e molti altri. In quello stesso anno lascia il partito comunista, salutato polemicamente da Togliatti, (sotto lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia) con un articolo su «Rinascita», Vittorini se n'è ghiuto, e soli ci ha lasciato! (In seguito si avvicinerà a posizioni di liberalismo di sinistra, ma eletto nel '60 consigliere comunale di Milano nelle liste del Psi, si dimetterà subito dall'incarico). Nel '55 la sua vita privata è lacerata dalla morte del figlio Giusto.
    Nel '56 esce La Garibaldina e nel '57 Diario in pubblico, volume che raccoglie gran parte dei suoi scritti critici. Grande clamore suscita poi il suo rifiuto di pubblicare Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Nel '59 fonda con Calvino «Il Menabò» — rivista aperta a una narrativa che voglia essere al passo con la civiltà industriale. L'anno successivo passa alla direzione della collana di Mondadori La Medusa e nel '61 si avvicina anche al mondo del cinema, scrivendo la sceneggiatura per un film mai realizzato, Le città del mondo.
    Nel '63 si ammala gravemente e viene sottoposto a un primo intervento chirurgico. Malgrado la malattia, fittissima è la sua attività editoriale, avendo assunto nel frattempo la direzione della collana di Mondadori Nuovi scrittori stranieri, e quella di Einaudi Nuovo Politecnico.
    Il 12 febbraio 1966 muore nella sua casa milanese di via Gorizia. Postumo escono il volume critico Le due tensioni (1967) e il romanzo incompiuto scritto negli anni cinquanta, Le città del mondo (1969).

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    FILIPPO JUVARA (o JUVARRA)

    Messina 07.03.1678 - Madrid 31.01.1736


    Filippo Juvara nacque a Messina nel 1678 da una famiglia di argentieri, padre e fratelli orafi; manifestò sin da piccolo un'inclinazione "speciale" per il disegno e sviluppò con estrema facilità la sua straordinaria capacità di espressione grafica oltre a doti non comuni per le belle arti. Seguì contemporaneamente gli studi di teologia e architettura e, dopo avere eseguito alcuni lavori a Messina, fu ordinato sacerdote a venticinque anni. In quel periodo Messina, dopo la ribellione alla corona spagnola, versava in condizioni di estrema difficoltà politica ed economica e molti suoi figli d'ingegno dovettero prendere la via dell'esilio. Tra questi Filippo Juvara che si trasferì a Roma alla scuola di Carlo Fontana (1703), nel 1705 conseguì il primo premio al concorso clementino con un progetto di villa, fu operoso a Napoli nel 1706, è suo il disegno della Cappella Antamori in San Girolamo della Carità a Roma.
    Nel 1714 fu chiamato a Torino da Amedeo II di Savoia su raccomandazione del cardinale Pietro Ottoboni per il quale Filippo aveva svolto attività di scenografo; subito dopo il grande architetto messinese inizia il progetto per la Basilica di Superga.
    L'impostazione della chiesa, assolutamente geniale, è a pianta centrale su un alto basamento che impone la veduta dal basso in su, trasfigura i motivi stilistici attinti al barocco berniano e borrominiano e conferisce al complesso architettonico uno slancio spaziale.
    La tendenza alla pianta centrale sarà il motivo dominante delle opere del periodo piemontese, durato circa un ventennio, come la Cappella della Venaria (1716) a croce greca con cappelline angolari. Nelle piante longitudinali, di solito a navata unica, con cappelle laterali, come nella chiesa torinese di San Filippo dell'architetto Guarini, crollata nel 1714 e ricostruita nel 1716, la vena artistica dell'architetto messinese trova accenti di autentica grazia. Suo il progetto del 1716 della facciata della chiesa di Santa Cristina oltre a numerose altre opere di rinnovamento di edifici preesistenti, sono da menzionare: la Villa di caccia della Venaria (1714-1716) con la già citata Cappella e la stupenda scuderia, il castello di Rivoli (1715-1725) per il quale Juvara ideò uno spettacolare effetto scenico: la facciata a terrazze e scalinate (incompiuta).
    Nel 1718 Juvara iniziò la parte ovest di Palazzo Madama a Torino, certamente la più monumentale e solenne facciata di tutto il Settecento europeo. La facciata appare fastosa ed austera allo stesso tempo e si adegua perfettamente alla Piazza che lo ospita; l'interno, in particolare l'atrio e l'elegante scalone, dalle lucide strutture, sono concepiti per l'effetto scenografico, peculiarità sempre presente in tutte le sue opere. Nel 1720-1721 l'architetto messinese eseguì lavori al Palazzo Reale di Torino, tra questi la "scala delle forbici" con l'ardita rampa a ponte e il vano decorato di stucchi bianchi. Sempre a Torino, dal 1716 al 1728, progettò e costruì "i quartieri militari" in corso Valdocco, edifici austeri e aggraziati nello stesso tempo.
    La sua parentesi piemontese si esaurì con alcuni viaggi che lo portarono prima a Lisbona nel 1719, a Londra nel 1721 dove ebbe contatti con Christopher Wren, quindi a Parigi sino al 1722 quando riprese la parentesi torinese col progetto della ricostruzione (non attuata) del Duomo, a pianta centrale ovviamente.

    Costruisce la Palazzina di caccia di Stupinigi nel 1729,
    dal padiglione centrale leggero e luminoso e dalle quattro ali a croce di Sant'Andrea concepite ad abbracciare il vasto paesaggio. Dopo aver ultimato la Chiesa del Carmine nel 1735, riprende il tema di Stupinigi. La fantasia inesauribile dell'artista messinese traspare anche dalle "prospettive ideali" dedicate al re Augusto di Polonia e dai numerosi disegni di monumenti funebri. Dopo aver progettato nel 1734 la Chiesa della Trinità (Santa Maria Maggiore) a Vercelli, si recò in Spagna nel 1735, richiesto da quella corte per il nuovo Palazzo Reale. Sicuramente l'opera spagnola più significativa del grande architetto messinese è la Granja presso Segovia con una facciata che richiama e sviluppa lo stile di Palazzo Madama. Con Filippo Juvara l'architettura settecentesca piemontese assunse un ruolo di livello europeo.

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    ALESSANDRO SCARLATTI

    Palermo 12.05.1660 - Napoli 22.10.1725



    Contribuì in modo determinante a stabilire lo stile e le forme della scuola operistica napoletana che avrebbe dominato la musica del Settecento.

    Nato a Palermo nel 1660, studiò a Roma probabilmente sotto la guida del compositore Giacomo Carissimi. Una delle sue prime opere, "L'errore innocente", fu prodotta a Roma nel 1679. Nel 1684 un lavoro ancora più importante, "Pompeo", fu presentato a Napoli ed in seguito a ciò Scarlatti fu nominato direttore musicale della corte di Napoli, città dove nacque, tra i suoi numerosi figli, Domenico, destinato anch’egli a diventare un insigne compositore. Nel 1702-3 visse a Firenze protetto da Ferdinando de’ Medici. Tra il 1703 ed il 1713 Scarlatti fu nominato assistente maestro di cappella presso la chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma. Si ha anche traccia di un suo periodo veneziano. Tornò a Napoli nel 1713 con la carica di direttore musicale del Vicerè d’Austria e come direttore del conservatorio di Sant’Onofrio.
    Dal 1719 al 1723 lavorò nuovamente a Roma tornando definitivamente a Napoli dove visse fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1725.

    Scarlatti, come leader della scuola napoletana, aiutò lo stabilizzarsi delle strutture dell’opera seria perfezionando l’aria da capo e fu uno dei primi compositori operistici a differenziare fortemente lo stile vocale ed interpretativo dell’aria da quello del recitativo. Le sue overtures operistiche stabilizzarono e divennero il modello dell’overture d’opera di stile napoletano in tre movimenti: veloce, lento, veloce. Egli ha composto più di cento opere tra le quali il "Mitridate Eupatore" (1707) ed "Il Tigrane" (1715) vengono considerate tra le più rappresentative.

    Le sue cantate, più di seicento, introdussero molte procedure armoniche avanzate al vocabolario musicale del suo tempo. La sua produzione ecclesiastica include messe e mottetti ma egli scrisse anche musica profana sotto forma di serenate, canzoni e madrigali.
    Scarlatti è da ritenersi uno dei massimi compositori della scuola napoletana: la traccia profondissima che egli lasciò, condizionò la storia del melodramma dalla sua nascita, dal tempo di Monteverdi sino alle ultime opere di Rossini.
    La sua personalità condizionò non solo i compositori di opere, ma anche tutta la vasta schiera di compositori italiani che seguirono nel tempo, con particolare riferimento alla musica vocale e a quella sacra.


  6. #16
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    VINCENZO BELLINI

    Catania 03.11.1801 - Puteaux, Francia 23.09.1835




    Vincenzo Salvatore Carmelo Francesco Bellini fu un compositore italiano, tra i più celebri operisti del primo Ottocento.

    Le sue opere più famose e rappresentate sono "La sonnambula", "Norma" ed "I Puritani".

    Dotato di una prodigiosa vena melodica, Bellini dedicò la sua breve vita alla composizione.

    Il suo talento nel cesellare melodie della più limpida bellezza, conserva ancora oggi un'aura di magia, ma la sua originale personalità artistica non si lascia inquadrare entro correnti musicali o di costume.

    Legato ad una concezione musicale antica, basata sul primato del canto, sia esso vocale o strumentale, il siciliano Bellini portò prima a Milano e poi a Parigi un'eco di quella cultura mediterranea che l'Europa romantica aveva idealizzato nel mito della classicità.

    Il giovane R.Wagner ne fu tanto abbagliato, da ambientare proprio in Sicilia la sua seconda opera, "Il divieto d'amare", presentando la purezza del canto belliniano a modello per gei musicisti tedeschi e tentando di seguirlo a sua volta.

    Morì a meno di 34 anni a Puteaux, nei pressi di Parigi, fu sepolto nel cimitero Père Lachaise, vicino a F.Chopin ed a Luigi Cherubini; nel 1876 la salma di Vincenzo Bellini fu traslata nel Duomo di Catania, sua città natale.

    Opere:

    "Adelson e Salvini" (12 Febbraio 1825 Teatro del Conservatorio di San Sebastiano, Napoli)
    "Bianca e Gernando" (30 Maggio 1826 Teatro San Carlo, Napoli)
    2a versione: "Bianca e Fernando" (7 Aprile 1828 Teatro Carlo Felice, Genova)
    "Il pirata" (27 ottobre 1827 Teatro alla Scala, Milano)
    "La straniera" (14 Febbraio 1829 Teatro alla Scala, Milano)
    "Zaira" (16 Maggio 1829 Teatro Ducale, Parma)
    "I Capuleti e i Montecchi" (11 Marzo 1830 Teatro La Fenice, Venezia)
    "La sonnambula" (6 Marzo 1831 Teatro Carcano, Milano)
    "Norma" (26 Dicembre 1831 Teatro alla Scala, Milano)
    "Beatrice di Tenda" (16 Marzo 1833 Teatro La Fenice, Venezia)
    "I Puritani" (24 Gennaio 1835 Théâtre Italien, Parigi

  7. #17
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    LUIGI CAPUANA

    Mineo (Catania) 28.05.1839 - Catania 29.11.1915



    Luigi Capuana nacque nel 1839 a Mineo, in Sicilia. Studente di Legge a Catania dal 1857, cominciò ben presto ad interessarsi alla letteratura e in special modo alla poesia popolare, seguendo la sensibilità romantica, allora dominante.
    Nel '63 tornò a Mineo, dove compose dei drammi, sempre d'ispirazione romantica, poi rappresentati da una compagnia d'attori filodrammatici.
    L'anno seguente si stabilì a Firenze che, in quanto capitale d'Italia, accoglieva l'élite culturale del paese: qui il Capuana conobbe il Prati, l'Aleardi e cominciò ad interessarsi all'opera di Balzac e di altri romanzieri francesi.
    Proprio a Firenze iniziò la carriera di critico scrivendo recensioni teatrali per La Nazione, grazie alle quali si fece notare per l'acutezza e la spregiudicatezza dei giudizi. Fu in questo periodo, inoltre, che s'avvicinò al pensiero di Hegel e studiò le opere del De Sanctis, cominciando così a definire quelle che in seguito sarebbero state le basi teoriche del Verismo. Tornato a Mineo nel 1869 in qualità di ispettore scolastico, ne divenne sindaco e vi intrecciò una relazione con una popolana, dalla quale ebbe dei figli in seguito abbandonati.
    Nel '77 si trasferì a Milano e qui, nel '79, diede alle stampe il primo romanzo verista, Giacinta, che all'uscita scatenò una ridda di polemiche e di attacchi di ordine sia morale, sia stilistico. Molto successo ebbero invece le varie raccolte di fiabe per bambini, nelle quali trovava posto il suo vivissimo interesse per il folklore, incoraggiato anche dall'incontro col grande demologo Pitré, più volte introdotto nei racconti sotto le spoglie del Mago Tre Pi.
    Nell'80-82 uscirono i suoi Studi sulla letteratura contemporanea e, all'incirca nello stesso periodo, mise in atto, nel romanzo Scurpiddu, il criterio verista dell'attenta descrizione psicologica dei personaggi in relazione all'ambiente.
    Nell'85, a Milano, uscì la seconda edizione di Giacinta e la sua fama di teorico e critico cominciò ad allargarsi tanto che, nel 1902, gli fu assegnata la cattedra di lessicografia e di stilistica all'Università di Catania. Di questi anni sono i volumi di critica Per l'arte, Libri e teatro, Gli ismi contemporanei e i romanzi Profumo, La sfinge, Il marchese di Roccaverdina.
    Morì nel 1915.

  8. #18
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    Londra - National Gallery
    Presunto Autoritratto

    ANTONELLO DA MESSINA

    Messina 1430 ca - Ivi 1479




    La vicenda biografica d'Antonello da Messina è stata oggetto, nel corso dei secoli, di ricostruzioni contraddittorie e talora fantasiose, per lo più a causa della scarsità di materiale documentario.
    Nato attorno al 1430 a Messina da Giovanni de Antonio e da Garita (verosimilmente Margherita), ricevette con ogni probabilità una prima educazione in patria: del resto il padre, essendo un "mazonus" - ovvero un artigiano specializzato in lavori di scultura, intarsio, intaglio e muratura -, doveva avere una certa dimestichezza con le questioni artistiche e ciò può aver favorito l'accostamento d'Antonello alla pittura.
    L'ambiente messinese era però piuttosto stagnante e Napoli, capitale del regno, internazionale e vivacissima dal punto di vista artistico-culturale - vi si trovavano, fra l'altro, opere catalane e provenzali, nonché capolavori nordici come lo straordinario "Trittico Lomellini" di Jan Van Eyck -, era certamente la meta naturale per una giovane artista: è proprio qui, infatti, che, intorno al 1450, prende avvio la carriera di Antonello, con un apprendistato alla bottega del pittore Colantonio, quotato copista di opere fiamminghe che era solito ricevere anche importanti commissioni; come quella, risalente agli anni Quaranta, di un polittico per la chiesa francescana di San Lorenzo, nelle cui parti laterali è forse possibile rintracciare il primo intervento del giovane pittore.
    Ben presto, l'artista messinese comincia a concentrarsi su alcuni temi che diverranno caratteristici della sua produzione: le varie redazioni della "Crocifissione", le meditazioni sul busto di Cristo, l'insistenza sul tema della Madonna, l'avvio di un'attraente galleria di ritratti, tutti virili e, purtroppo, anonimi, dato che ci hanno privato di importanti informazioni sui committenti del pittore. Al 1460 circa viene fatta risalire l'esecuzione della cosiddetta "Madonna Salting", di evidente ascendenza fiamminga, e le due tavolette di Reggio Calabria raffiguranti "Abramo servito dagli angeli" e "San Girolamo penitente", esposte presso il Museo Nazionale della Magna Grecia.
    La formazione d'Antonello si completa negli anni Sessanta con un viaggio a Roma, grazie al quale entra in contatto non solo con la monumentalità dell'arte classica, ma anche con l'umanesimo prospettico di Piero della Francesca e Beato Angelico. Tra il 1465 ed il 1470 realizza il "Salvator Mundi", la sua prima opera firmata e datata, e il "Ritratto d'uomo" del Museo Mandralisca di Cefalù, in cui viene adottata la posizione a tre quarti, tipicamente fiamminga, che consente una più minuta analisi fisica e psicologica. Dopo il 1470 si segnala un ritorno in Sicilia, caratterizzato da dipinti di grandissima suggestione quali il "Polittico di San Gregorio" e l'"Annunciata" di Palermo.
    Nel 1475 Antonello raggiunge Venezia, ove viene in contatto con la pittura di Giovanni Bellini (i cui influssi sono evidenti nella "Pala di San Cassiano", realizzata tra il 1475 e il 1476), e, nel volgere di due anni, vi lascia opere fondamentali, come il "San Gerolamo nello studio", oggi conservato presso la National Gallery di Londra, l'"Ecce Homo" del Collegio Alberoni di Piacenza, la "Crocifissione" d'Anversa e il "San Sebastiano" di Dresda: dipinti assolutamente decisivi per consentire anche nella città lagunare la diffusione della "sintesi prospettica di forma e colore" che caratterizza l'Umanesimo italiano.
    Tornato nella città natale, Antonello muore pochi anni più tardi, nel 1479, due mesi dopo aver fatto testamento.

  9. #19
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    Nino Martoglio (Belpasso, Catania, 3 dicembre 1870 - Catania, 15 settembre 1921) fu giornalista, scrittore e poeta, commediografo e regista teatrale tra i più importanti degli inizi del Novecento, nonché regista e sceneggiatore cinematografico dell'epoca muta.


    Figlio di un giornalista ex garibaldino, abbandona le sue ambizioni di diventare capitano di marina fondando nel 1899 a soli 19 anni un settimanale umoristico e satirico scritto totalmente in dialetto siciliano, il D'Artagnan, dove pubblicò tutte le sue poesie, raccolte in seguito per gran parte nella raccolta Centona, che vennero apprezzate da Giosué Carducci soprattutto per il verismo descrittivo delle bellezze del caratteristico paesaggio dell'isola.
    Di lì a poco si dedicò con maggiore attenzione al teatro: nel 1901 creò la Compagnia Drammatica Siciliana, del quale fanno già parte attori come Giovanni Grasso, Virginia Balistrieri, Giacinta Pezzana e Totò Majorana, con l'intento di rendere famoso a livello nazionale il teatro dialettale siciliano: nell'aprile 1903 giunsero ad esibirsi con successo a Milano. Dalla stagione 1907-1908 diventa direttore della formazione capitanata da Angelo Musco, con il quale instaura una proficua collaborazione artistica, sia lanciando autori nuovi (il ventunenne Rosso di San Secondo, con la sua Madre del 1908) sia con molte commedie da lui scritte, tra le quali le più famose sono San Giovanni decollato (1908) e L'aria del continente (1910). Nel 1910 fondò a Roma la struttura stabile del primo "Teatro Minimo" presso il Teatro Metastasio, curando la regìa di numerosi atti unici del repertorio italiano e straniero, e soprattutto incoraggiando e portando sulla scena le prime opere teatrali di Luigi Pirandello già famoso come novelliere e scrittore (Lumie di Sicilia e La morsa, entrambe del 1913). Diresse ancora numerose messinscene teatrali: nel dicembre 1918 fondò l'ultima sua compagine teatrale, la Compagnia del Teatro Mediterraneo, attiva fino al 1920.
    Dal 1913 e per due anni si dedicò anche al cinema, producendo (per la sua Morgana Films di Roma) e dirigendo quattro pellicole, oggi purtroppo andate tutte perdute: Il Romanzo con Carmine Gallone e Soava Gallone, l'avventuroso Capitan Blanco tratto dal suo dramma Il Palio i cui esterni vennero girati in gran parte in Libia, quindi Teresa Raquin tratto dal dramma omonimo di Émile Zola, ma soprattutto quello al quale restò legata la sua notorietà, il celebre Sperduti nel buio, dal dramma di Roberto Bracco, la prima opera realista del cinema nostrano, considerata a posteriori da molta critica come antesignana del neorealismo, che ebbe un remake sonoro nel 1947, diretto da Camillo Mastrocinque, con Vittorio De Sica.
    Tutta la sua opera è caratterizzata, oltre dal verismo e la bellezza dei paesaggi, anche da una forte contrapposizione tra ricchezza e povertà: fu il cantore dei lussuosi palazzi aristocratici e dei tuguri, dei caffè di lusso di fine Ottocento e dei vicoli affollati. La sua fama si mantenne pressoché intatta fino alla fine degli anni '30, con molte sue commedie trasposte anche sul grande schermo, nel frattempo diventato sonoro. Scomparve tragicamente, a 51 anni, precipitando misteriosamente sulla tromba delle scale di un albergo catanese. Il fratello minore Giulio Martoglio (Catania, 1882 - 27 novembre 1915) morì a soli 33 anni combattendo sul Carso durante la prima guerra mondiale. Le sue figlie, Vincenza e Angela, curarono un Fondo dove sono conservati tutti i suoi manoscritti.

  10. #20
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    GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA

    Palermo 23.12.1896 - Roma 23.07.1957


    Nasce il 23 dicembre 1896 a Palermo, da famiglia aristocratica (quella dei principi di Lampedusa, duchi di Palma e Montechiaro). Ad aprile del 1915 si iscrive presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Roma, ma nel novembre dello stesso anno viene chiamato alle armi: partecipa alla Prima Guerra Mondiale, è fatto prigioniero nel novembre del 1917 e solo dodici mesi dopo - fuggito dal campo di reclusione - riesce a rientrare in patria. Congedato dall'esercito con il grado di tenente, fa ritorno a Palermo nel 1920. Nel corso del decennio seguente, effettua numerosi viaggi in Italia ed all'estero, da solo o più spesso in compagnia della madre; durante uno di essi, nel 1925, conosce a Londra, all'ambasciata d'Italia, la principessa Licy Wolff Stomersee, studiosa di psicanalisi, che sposerà sette anni più tardi in una chiesa ortodossa, a Riga. Dopo aver dato il proprio contributo anche al secondo conflitto mondiale e veduto la casa avita devastata dai bombardamenti, Giuseppe e la consorte si trasferiscono - a seguito di varie vicissitudini - in via Butera, a Palermo. Negli anni '50, egli si lega d'amicizia coi frequentatori della casa del barone Sgadari di Lo Monaco: Francesco Agnello, Francesco Orlando, Antonio Pasqualino e soprattutto Gioacchino Lanza Tomasi.
    Alla fine del '54, comincia a scrivere "Il Gattopardo"; nel giugno dell'anno successivo, interrompe la stesura del romanzo per dedicarsi a quella dei "Ricordi d'infanzia", riprendendola infine a novembre. Dipoi, lavora ad altri testi ("La gioia e la legge", "La sirena", il primo capitolo del nuovo romanzo "I gattini ciechi"): ma nell'aprile del 1957 gli viene diagnosticato un carcinoma al polmone destro, che ne cagiona la morte il 23 luglio dello stesso anno (la salma verrà inumata, il 28 del mese, nella tomba di famiglia al cimitero dei Cappuccini). Rifiutato dalla Mondadori, "Il Gattopardo" trova la via della pubblicazione nel 1958, presso Feltrinelli, grazie all'attivo interessamento ed alla curatela di Giorgio Bassani. Accolto da un enorme successo, il libro vince il Premio Strega nel '59.

 

 
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