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  1. #1
    laico progressista
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    Predefinito Essere repubblicani oggi

    Amici, vi chiedo un po' di pazienza e di perdonare la dimensione del lunghissimo documento che sto per pubblicare.
    Istituisco questo thread per aprire una riflessione sul nostro essere repubblicani, e per accogliere qualunque contributo programmatico e ideale, anche in vista del nostro incontro settembrino.
    Lo faccio, cominciando a proporre questo mio documento.

    E' stato il mio lavoro vacanziero, maturato tra le colline toscane e il rientro.
    Capisco la difficoltà di una lettura così lunga, specie su internet, e me ne scuso. Ma ho ritenuto necessario un lavoro di approfondimento ad ampio raggio. Se qualcuno lo volesse via mail, sono a disposizione, contattatemi pure privatamente.
    In ogni caso, per facilitarne la lettura, l'ho diviso in vari paragrafi, che forse possono consentire pause e riprese.

    Vi ringrazio molto per l'attenzione che vorrete dedicargli.
    Un caro saluto

  2. #2
    laico progressista
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    ESSERE REPUBBLICANI OGGI


    «Quasi tutte le guerre più distruttive sono state guerre di religione o ideologiche,
    con l’importante eccezione, forse, di quelle di Gengis Khan,
    sostenitore esemplare della tolleranza religiosa. (…)
    Ci sono state anche troppe guerre aggressive di religione, sia prima che dopo le Crociate,
    ma non mi risulta che si sia combattuta una sola guerra per scopi scientifici o ispirata da scienziati.»

    Karl Popper


    «I Greci cominciarono per noi una delle più profonde rivoluzioni
    attraverso cui è passato il genere umano e che, a quanto pare, è ancora ai suoi inizi:
    il passaggio dalla società chiusa alla società aperta. (…)
    Con l’espressione di “società aperta” designo non tanto un tipo di Stato o una forma di governo,
    quanto un modo di convivenza umana, in cui la libertà degli individui, la non-violenza,
    la protezione delle minoranze, la difesa dei deboli, sono valori importanti.»
    Karl Popper


    «Noi crediamo nella libertà, nell’uguaglianza, nella fratellanza, nell’associazione delle nazioni.
    La nazionalità, indicata a un tempo dalla tradizione, dalla lingua, dai segni d’una attitudine
    o missione speciale, deve mettersi in armonia con l’insieme
    e operare pel miglioramento di tutti, pel progresso dell’umanità.
    La carta e l’ordinamento d’Europa devono rifarsi secondo questi principii.»
    Giuseppe Mazzini



    Il mondo contemporaneo è cambiato molto e molto in fretta. I suoi mutamenti politici, economici e di rapporti socio-culturali sono stati scanditi anzitutto da due eventi ben precisi: il 9 novembre del 1989, con la caduta del Muro di Berlino e l’11 settembre 2001, con l’attentato alle Twin Towers.
    La prima data ha segnato il definitivo scongelamento del bipolarismo internazionale, che contrapponeva le democrazie occidentali al blocco sovietico, aprendo così al libero mercato un vasto mondo rimasto per decenni succube delle dittature e delle privazioni del socialismo reale.
    La seconda data ha fatto esplodere agli occhi del mondo un conflitto religioso e culturale rimasto latente negli anni, tra l’occidente e l’Islam più e meno radicale, che da quel giorno domina incessantemente la scena mondiale su piani e su fronti diversi, ma tra loro connessi.
    A queste date se ne deve aggiungere una terza, il 1° novembre 1997, giorno della riconsegna inglese alla Cina della colonia di Hong-Kong, che possiamo prendere in prestito per simboleggiare lo sviluppo esponenziale nel Lontano Oriente di un capitalismo dilagante, tale da introdurre nei rapporti di forza dell’economia e del mercato globale, una nuova dirompente variabile.
    E a tutto bisogna poi affiancare la lenta e progressiva costruzione dell’Unione Europea, che dal Trattato di Maastricht del ’93 è finalmente giunta nel 2004 a produrre una prima nuova carta costituzionale, sebbene il suo cammino sia oggetto ancora di controversie all’interno dei suoi Stati membri, e vittima di complicate battute d’arresto.
    Dunque appare chiaro che questi soli quattro eventi capitali, con tutte le implicazioni e le vicende collaterali che ne sono derivate, dimostrano come il mondo che abbiamo davanti sia profondamente diverso da quello di appena vent’anni fa.

    A fronte di questo, le forze politiche in Italia sembrano tutt’oggi nel complesso impreparate a gestire le evoluzioni della storia, rimanendo ancora in parte schiave di schematismi, residui ideologici, faziosità. Approcci che risultano non solo datati e sfasati, ma troppo spesso inadeguati a individuare strade nuove che possano reggere la sfida con il futuro.
    Nel nostro Paese, ad esempio, permane una cultura comunista, incapace di ridiscutersi alla radice e di liberarsi dalle suggestioni delle ideologie e dei propri idoli; permane una custodia del particolare, che a fronte della globalizzazione e di un’Europa senza più frontiere, difende il dialetto, i confini di casa, brandelli di carta geografica nazionale; permane una politica clericale incapace di emanciparsi, pronta a rivendicare e ad imporre dogmi e dottrine, e a rimettere indietro le lancette del progresso; permane infine un conformismo filoamericano, che accanto a esempi di sincera ammirazione, si tinge di bieca partigianeria, quando non di miope opportunismo o di comodo e acritico vassallaggio.
    Perfino la ricerca di uno strumento politico-operativo innovativo e semplificato, quale la creazione di un grande partito unitario della sinistra (e della destra) e l’abbraccio di un sistema bipolare, prescindono dall’individuazione di tematiche e contenuti qualificanti, in grado di riassumere la congenita pluralità ideale e culturale delle coalizioni. Tanto che ci si domanda se la strada intrapresa sia davvero quella giusta, essendo scollegata da basi di partenza chiare e propriamente definite.

    In questo contesto, la natura del movimento repubblicano e mazziniano appare, guardata nel suo piccolo attraverso il filtro della storia, come una vera corrente d’avanguardia. Essa ha cioè saputo incarnare, costruire e assecondare tutti i passaggi essenziali che hanno punteggiato, dai primi sussulti risorgimentali agli anni Novanta del secolo scorso, la nascita di un Paese unitario, democratico, repubblicano, occidentale, evoluto, produttivo e, almeno virtualmente, laico nei propri intenti costituzionali.
    Oggi che questo movimento ha perduto smalto e spessore (in origine nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, poi nelle vicende disgregative che hanno accompagnato l’ultimo decennio) ci si chiede quale ruolo esso possa ancora giocare nel futuro riassetto politico italiano, ma prima ancora, in che modo possa tornare a rappresentare quella bussola progressista che ha sempre definito la sua ragion d’essere, e che ha saputo renderlo un punto di riferimento ben più rilevante del proprio peso specifico.
    Molto delle idee, dello stile, delle battaglie, del rigore e della sensibilità democratico-liberale e al contempo democratico-sociale che hanno qualificato i repubblicani d’Italia sono tutt’oggi da recuperare. Si pensi al richiamo allo Stato di diritto, alla difesa della Costituzione, al patriottismo unitario, alla scrupolosa attenzione al bilancio dei conti, alle liberalizzazioni in campo economico e professionale, alla politica energetica, al rilancio delle nuove infrastrutture, all’etica morale e civile, alla legalità, alla laicità dello Stato, alla difesa della scuola pubblica, all’uguaglianza civile, al sostegno della ricerca e del progresso scientifico e tecnologico.
    Ma alla luce dei quattro eventi che hanno rivoluzionato il mondo, di fronte ai problemi e alle prospettive che la società odierna manifesta, occorre interrogarsi più a fondo sul proprio ruolo. Occorre cioè capire se tutto ciò che la nostra storia ha prodotto e rappresentato debba essere interamente riproponibile o se, fatti salvi i princìpi di fondo e le figure di riferimento, non sia il caso di rileggere alcuni aspetti anche importanti della nostra politica.
    D’altronde non si avverte solo la viva e pressante aspettativa dei giovani verso nuovi contenuti, ma c’è soprattutto la constatazione che quando il messaggio repubblicano si riduce oggi ad essere solo un reiterato richiamo al bel tempo che fu, e pretende di ripresentarsi solo in virtù delle proprie credenziali pregresse, significa che il tempo del rinnovamento è suonato e che occorre scrivere una pagina nuova.

    Su questo sentiero, appare necessario rimettere in discussione alcuni aspetti che dal dopoguerra in poi hanno qualificato due tradizionali tematiche repubblicane: il concetto di laicità e la politica estera.
    Se vogliamo tornare a rivestire un ruolo utile e attuale dobbiamo partire da qui, nella consapevolezza che gli strumenti per farlo sono già contenuti nel nostro retroterra ideale, che ha il pregio e il privilegio di afferire in larga parte da uno dei pensatori politici più moderni e lungimiranti che la storia del nostro Paese possa vantare: Giuseppe Mazzini.


    1. Quale laicità nel mondo globale.

    Una laicità aperta al confronto interculturale

    In Italia, come in altri Paesi d’Europa, siamo abituati a definire il confine che divide il mondo laico da quello cattolico, in base al mero crinale dell’anticlericalismo. Si tende cioè a qualificare i laici unicamente come coloro che predicano una netta separazione tra Stato e Chiesa, e che in virtù di questo principio combattono ogni ingerenza confessionale nella vita politica. Esiste un sostantivo declinato ad arte in senso dispregiativo dal mondo clericale, per additare questa tendenza: “laicismo”, in contrapposizione capziosa ad una più addomesticata “laicità”. D’altra parte è innegabile che molti laici riconoscano in quest’approccio anticlericale la vera essenza della propria identità.

    Oggi però tale istanza, pur sempre valida e necessaria, non è più sufficiente a individuare una politica laica efficace e al passo coi tempi.
    La società contemporanea si configura sempre più come una miscela di culture, di etnie e religioni diverse. Mondi che entrano spesso in conflitto tra loro, che chiedono alla politica un metodo, una via per essere integrati e armonizzati, e a cui non si può più rispondere solo con la semplice formula di “libera Chiesa in libero Stato”.
    Questa situazione si carica poi di implicazioni più profonde, provenienti dalle grandi tensioni di scala mondiale: l’egemonia economica e culturale dell’occidente; le guerre; il terrorismo internazionale; la questione mediorientale; il dislivello che separa i paesi ricchi da quelli poveri; i fenomeni migratori di massa; l’intolleranza e il razzismo come armi di autoconservazione e di difesa.

    E’ chiaro che in un mondo ormai animato da conflitti culturali, economici e religiosi così acuti e complessi, i laici siano fisiologicamente meglio attrezzati per valutare con più obiettività e per suggerire risposte costruttive. Ma per farlo efficacemente, essi devono anzitutto ampliare rispetto al passato i princìpi guida della propria laicità, e focalizzarne i contenuti. E cioè: il pieno rispetto per ogni cultura e religione; il perseguimento di un’armonica convivenza tra genti diverse; il rifiuto di dottrine e ideologie in campo politico; l’affermazione della democrazia come forma di governo; la ricerca del progresso civile dell’umanità; l’aspirazione alla pace e alla fratellanza tra i popoli.
    Solo facendo propri questi valori, che sono parte integrante della cultura occidentale ma ne rappresentano anche i più sinceri e avanzati esiti civili e democratici, il laico può entrare in gioco come interlocutore credibile e, per quanto possibile, neutrale.
    E’ in questa chiave, dunque, che bisogna ripensare una politica laica. E’ su queste basi che si può capire come affrontare, a partire dal campo sociale, la sfida basilare del XXI secolo: la diffusione del multiculturalismo e la coabitazione tra gruppi etnico-religiosi profondamente diversi.

    L’integrazione culturale in Italia e in Europa

    Ci introducono a questo discorso anche le recenti vicende che hanno riportato all’attenzione del mondo e dell’Italia la rinnovata minaccia del terrorismo e la difficile coabitazione con una comunità musulmana capace di praticare fino alle estreme conseguenze i dettami di una tradizione retriva e medievale, lontanissima dalle nostre più elementari conquiste di libertà. Eventi che dimostrano quanto il problema della convivenza interculturale sia in gran parte riconducibile al complesso rapporto tra l’occidente (inteso in tutte le sue declinazioni cristiane, ebraiche e non religiose) e l’Islam, in particolare quello derivato dal mondo arabo.

    La materia in Italia è dibattuta in modo più serio ed organico sulla carta stampata che nella sfera politica. I partiti infatti si dividono fra terzomondisti ideologici, che fanno del pacifismo e del pauperismo la nuova frontiera della solidarietà egualitaria, e i conservatori della tradizione, blindati nel recinto occidentale, pronti a combattere il diverso ovunque si annidi. In mezzo, le forze moderate, che non avendo elaborato una filosofia di fondo e una linea di condotta precisa, si barcamenano fra timide e scomposte battaglie di progresso o di reazione, prive di una politica più completa e coerente, spesso in balìa di ondate emotive e tendenze passeggere.
    Altri Stati europei invece, il tema lo hanno già da tempo preso di petto in concreto, ricercando e sperimentando modelli di integrazione diversi, con risultati contrastanti, che costituiscono importanti esperienze, utili oggi per valutare empiricamente la rotta da prendere nel nostro Paese.
    La Francia ha puntato sulla dominante dello Stato laico. Ha cioè rivendicato la neutralità delle istituzioni e la laicizzazione della società, relegando nella sfera strettamente privata le pratiche della fede e di costume, esaltando il principio della separazione rigida tra istituzioni pubbliche e religiose.
    La Gran Bretagna invece ha applicato alla lettera il multiculturalismo, sull’onda del modello americano, lasciando ampio spazio allo sviluppo e alla coabitazione di comunità diverse, libere di coltivare autonomamente le proprie tradizioni anche in terra straniera.
    Su questo crinale anche l’Olanda, che ha da tempo tentato la strada del melting pot attraverso un totale rispetto delle culture dei migranti, finanziando pubblicamente scuole di diversa lingua ed etnia e formando docenze ad hoc: un meccanismo che ha dato buoni risultati con cinesi, vietnamiti e indiani e problemi con turchi e marocchini (ricordiamo su tutto l’assassinio del regista Van Gogh).
    Infine la Spagna, patria storica del conservatorismo cattolico e clericale, ha attuato una rivoluzione laica, una vera e propria rottura col passato che ha spinto il Paese a sposare conquiste civili d’avanguardia, scontando però gli eccessi di un ostentato ateismo iconoclasta: condizioni che preparano un terreno ancora ambiguo e insidioso per un proficuo confronto interreligioso.
    Se sulla politica olandese e spagnola i giudizi restano contrastanti, per Francia e Gran Bretagna ci si affretta oggi a parlare di un vero e proprio fallimento, certificato dalla rivolta delle banlieus parigine nel primo caso e dalla ripresa del terrorismo internazionale nel secondo.

    Il rapporto con l’Islam

    Dunque, quale modello possono proporre i laici, per il nostro Paese?
    Una risposta credibile non può prescindere né dall’ostracismo verso l’Islam diffuso nell’opinione pubblica nostrana, né da una conoscenza più approfondita del ventaglio di idee espresso dai musulmani più illuminati, che aiuta a comprendere di quali margini di cambiamento la loro cultura potrà beneficiare in futuro.

    Dal nostro punto di vista esistono quattro ordini di problemi: uno è rappresentato dal fondamentalismo e dalle sue derive terroriste; un altro dal timore di una perdita d’identità del nostro Paese; un altro ancora dallo scetticismo verso la capacità di emancipazione della cultura islamica in generale; l’ultimo è caratterizzato dalla diffusione della clandestinità e della criminalità.

    Questa sulla delinquenza è una questione che attiene alla sfera dell’ordine pubblico, della gestione dei flussi, dell’organizzazione delle forze di polizia e delle strutture di accoglienza, nonché dalla predisposizione di idonei strumenti dissuasivi e repressivi. Un discorso pertanto che esula dal nostro, e che ci trova comunque concordi sul pieno rispetto della legalità e sulla gradualità degli ingressi, programmata secondo un criterio di reale necessità e disponibilità e non sulla base di un approccio indulgente e caritatevole, o al contrario, di una chiusura ideologica di sapore razzista.

    Sul primo punto invece occorre fare molta chiarezza. L’estremismo è un male congenito in ogni ambiente politico e religioso. In questo caso è un prodotto socio-culturale che ha origini ben radicate, ma che oggi trova linfa e pretesti ulteriori da una politica angloamericana che ha scelto di difendere la sicurezza dell’occidente aprendo un conflitto in terra irachena, viziato da interessi economici e geopolitici ben precisi, brandendo la democrazia e i valori occidentali come modello da esportare ed imporre con le armi. Se non ci si sforza di affiancare alla condanna e alla lotta al terrorismo anche una sana autocritica in questo senso, non saremo in grado di uscire dal tunnel.
    Resta da aggiungere che, essendo l’estremismo un male congenito, il modo più efficace per debellarlo è l’isolamento. Di fronte agli attentati, le voci di neutralità, le giustificazioni, le punte di compiacimento se non di chiara benevolenza che, accanto alle condanne formali, si sono levate dalle comunità musulmane rappresentano l’humus che incoraggia e alimenta il terrorismo. La società, e i laici in testa, devono invece adoperarsi per staccare le frange radicali dalle comunità di appartenenza, guadagnandosi il pieno favore di queste ultime. Un favore che non si può pretendere a parole, ma che va conquistato attraverso un concreto processo di integrazione possibile, che le faccia sentire parte attiva del nuovo Paese, di cui condividere spontaneamente gioie e dolori, conquiste e minacce.
    Solo se i fondamentalisti avvertiranno come nemici anzitutto i propri fratelli e connazionali, potrà ingenerarsi una progressiva e inesorabile frustrazione nei propri intenti. Ma perché questo avvenga, occorre impegnarsi su un serio ed efficace progetto di integrazione generale.

    Un’inquietudine diffusa, poi, risiede nella paura che il nostro Paese, a contatto con culture inedite, possa un domani snaturarsi e perdere la suggestione e la ricchezza delle proprie tradizioni.
    A parte il fatto che l’esperienza insegna che in un processo di integrazione e assimilazione i maggiori cambiamenti sono in massima parte appannaggio di chi arriva e non di chi ospita (si guardi all’americanizzazione degli italiani espatriati oltreoceano, o al carattere specifico mantenuto da città come Torino e Milano, malgrado la massiccia presenza di emigrati dal meridione), qui si tratta di scegliere su che versante stare: con la conservazione dell’esistente, che si ostina ad immaginare una realtà immobile e sempre uguale a se stessa; oppure con il progresso, che guarda oltre l’orizzonte e asseconda le evoluzioni della società, che è per sua natura dinamica e mutevole? La risposta, per chiunque si professi laico d’avanguardia, appare scontata.

    La via possibile per l’autoriforma dell’Islam

    Rimane il tema relativo alla possibilità di un’autoriforma della cultura islamica. Tema che interessa musulmani e occidentali, e che rappresenta il cuore della sfida interculturale. Su questo fronte appaiono basilari le idee liberali di svariati intellettuali musulmani che vivono in Europa e che possono rappresentare uno straordinario punto di riferimento per la nostra società, essendo praticanti e profondi conoscitori dei fondamenti della loro religione, e al tempo stesso cittadini europei, osservatori e fruitori dei costumi occidentali.

    Il concetto di autoriforma ruota attorno a queste due domande principali: è possibile coniugare l’Islam con la democrazia? Ed è possibile per i musulmani, scindere la sfera politica da quella religiosa?
    Su questi punti i musulmani “liberali” ci ricordano una verità che non possiamo disconoscere: la cultura cristiana è giunta alla democrazia e alla separazione tra Stato e Chiesa dopo secoli e secoli di storia, in cui barbarie, intolleranza e involuzione sono state spesso protagoniste. In Europa, poi, il concetto di democrazia moderna è relativamente recente, avendo espresso solo poco più di cinquant’anni fa la dittatura genocida del nazismo e quella fascista. La cultura islamica, dunque, è solo un passo più indietro, ha ancora bisogno di tempo, ma non è affatto incompatibile con il modello democratico.
    Come sottolinea Dalil Boubakeur, presidente del CFCM, l’organo rappresentativo dei musulmani istituito dal governo francese «la legge coranica parla di fraternità e di rispetto, anche se i musulmani non la applicano». Concetto ripreso da Abdullahi An-na’im, sudanese, professore universitario ad Atlanta: «l’Islam è profondamente democratico, perché non ha una Chiesa, ma si rivolge direttamente ad ogni singolo individuo, libero di seguire secondo propria coscienza le parole del Corano. Solo comprendendo il fatto che la shari’a è un’interpretazione umana delle parole di Allah, sarà possibile concepirne versioni in grado di rispondere alle sfide di oggi». Particolarmente illuminate e illuminanti, sono poi le parole di Soheib Bencheich, arabo-algerino, influente muftì di Marsiglia e molto conosciuto in terra francese: «Il testo coranico è sempre accompagnato da un’intelligenza creativa che lo legge e lo rilegge attraverso i problemi e le aspettative del luogo e dell’epoca. Nessuna generazione ha il diritto di interpretare il Corano per le generazioni future. Il problema è che in società a schiacciante maggioranza musulmana siamo troppo soddisfatti della nostra verità, una verità che non viene mai verificata; mentre è proprio in contesti in cui siamo una minoranza in permanente contatto con altre verità e altre tradizioni, che diventa necessario mettersi in discussione». E ancora Bencheich, sulla questione di una possibile separazione tra moschea e Stato: «L’Islam è una religione di individui, ognuno è responsabile del proprio impegno e nessuno può verificare la fede dell’altro: non abbiamo né clero, né papa, né sacerdozio. Non ci sono pertanto istituzioni da dividere. Spesso però di questo credo si è fatto un uso politico da parte di Stati e di regimi che cercano di legittimarsi agli occhi del popolo. Se c’è chi ritiene che l’interferenza tra religione e politica sia utile alla religione per realizzare il suo progetto sociale, si sbaglia: nella storia, ogni volta è sempre stata la politica a trarne beneficio, e mai la sfera religiosa, e questo lo possiamo constatare oggi in diversi paesi musulmani». Qualcuno, come lo scrittore anglo-pakistano Tariq Alì, si spinge a sostenere che un percorso di democratizzazione e di laicizzazione sia possibile proprio ad opera dei partiti: «Se possono funzionare partiti cristiano-democratici nell’Europa occidentale, non c’è ragione per cui partiti islamo-democratici non possano funzionare in Egitto, Turchia o Algeria».

    Dunque, se da un lato gli intellettuali ritengono che la democratizzazione dell’Islam, e la sua coabitazione in uno Stato laico (sia Bencheich che Boubakeur elogiano l’approccio laicista e neutrale dello Stato francese) siano possibili a partire da una rilettura del testo sacro e da un’interpretazione che ne metta in luce il carattere individuale, dall’altro le strade che essi propugnano per l’evoluzione della propria dottrina sono molto diverse.
    Diventa interessante, a questo proposito, contrapporre le due tesi estreme, che potrebbero sin d’oggi definire il punto di partenza e il punto d’arrivo di questo percorso.
    Più sensibile e permeabile alle coscienze musulmane dei migranti, il pensiero di Tariq Ramadan, egiziano e insigne professore in due università svizzere. Egli non ama definirsi “liberale”, poiché crede in un’influenza islamica sull’Europa, utile a restituirle la dimensione spirituale che ha perduto. Tuttavia ritiene assolutamente necessario che questo debba avvenire attraverso un’evoluzione democratica dello stesso Islam, con l’accettazione piena dello Stato di diritto, della cittadinanza paritaria, del suffragio universale, dell’alternanza politica. Ramadan teorizza una “terza via”, alternativa sia ai musulmani secolarizzati che vivono la religione come mera appartenenza culturale, sia alle comunità-ghetto chiuse in se stesse e refrattarie alle nuove culture: quella di una pratica religiosa e politica estroversa, all’interno di uno Stato laico e democratico, una formula che dall’Europa possa poi trasmettersi progressivamente anche nelle terre d’origine.
    Di tenore opposto e più compiacente nei confronti delle aspettative europee e occidentali, la posizione di Bassam Tibi, siriano e docente in varie università del mondo. Tibi è conosciuto come teorico dell’Euro-islam, cioè di un Islam riformato per essere compatibile con i valori portanti della cultura europea: «Se non sarà l’Islam ad europeizzarsi- ammonisce Tibi- sarà l’Europa ad essere islamizzata». In questo senso egli elogia il “pluralismo culturale”, cioè il vivere “con gli altri” e depreca il “multiculturalismo”, cioè il vivere “accanto agli altri”, in un corpo sociale frammentato e non integrato. Per vivere con gli altri, i musulmani devono farsi accettare come singoli e non come collettività, in nome della loro identità democratica, e non religiosa.
    Se la tesi di Tibi pecca di un avanguardismo troppo audace per essere accolto dalle comunità immigrate, essa però rappresenta senz’altro uno sbocco auspicabile e possibile, se non in prima istanza, certamente su tempi più lunghi.

    Le nuove proposte laiche

    Dunque, chiarito il quadro analitico, si apre il campo delle proposte che i laici di progresso possono mettere sul piatto.
    L’obiettivo è quello di una società in cui gli immigrati (musulmani e non solo) possano godere progressivamente dei pieni diritti di cittadinanza, e possano sostanziare questo loro sentirsi italiani attraverso un processo di integrazione reale e non fittizio, che arricchisca la società nel suo insieme, in termini culturali, occupazionali e di progresso civile.
    All’uopo può essere valida un’oculata miscela delle sperimentazioni già effettuate in Europa, facendo tesoro soprattutto degli aspetti positivi che le varie esperienze hanno rivelato.

    La base opportuna su cui fondare una convivenza comune è certamente uno Stato laico sia nella forma che nella sostanza. Uno Stato arbitro, che però non impedisca il gioco, ma che lasci una buona libertà d’espressione alle correnti in campo, preoccupato soltanto di armonizzare la convivenza e di verificare il pieno rispetto delle leggi.
    Per essere neutrale, lo Stato deve rappresentare tutti i cittadini in maniera credibile, laicamente, a partire dal modo in cui si manifesta: in questo senso assume una valenza non secondaria la necessità di rimpiazzare i simboli religiosi delle aule scolastiche, dei tribunali e delle sedi amministrative, con gli emblemi nazionali, quali la bandiera tricolore, l’effigie del Presidente della Repubblica o dei padri della Patria; allo stesso modo, qualunque insegnante, funzionario o rappresentante della cosa pubblica dovrebbe mantenere sul luogo di lavoro un decoro adeguato alla sobrietà religiosa che lo Stato laico prescrive.

    Un’importanza particolare assume poi il tema dell’istruzione scolastica, essendo il mezzo con cui lo Stato forma i nuovi cittadini e mette loro a disposizione gli strumenti per crescere. Occorre anzitutto che il Paese investa nelle scuole pubbliche, ma che le renda anche lo specchio della propria laicità: non è più accettabile che sia impartita un’ora di catechismo nelle scuole, assumendo un compito che deve restare esclusivo della Chiesa cattolica. E’ molto più pertinente invece che la scuola si preoccupi di insegnare con maggior cura l’educazione civica e di garantire una formazione ad ampio raggio nel campo religioso: una disciplina come la storia delle religioni sarebbe certamente un passo fondamentale per aprire la società alla conoscenza e al rispetto tra diverse culture, specie oggi che i contatti sono frequenti e che il mondo globalizzato richiede un ventaglio più ampio di conoscenze.
    Se lo Stato garantisce neutralità, è facile sperare e ottenere che i migranti trovino stimolo ad un confronto diretto, ad una miscela nella scuola pubblica piuttosto che ad un ripiego nella tutela della propria integrità etnico-culturale.
    Qui si arriva ad un altro punto nodale del discorso. Un arbitro tollerante, che assecondi un processo di autodeterminazione sociale e non lo imponga dall’alto, deve porsi un problema di fondo: è utile costringere cristiani, ebrei, atei e musulmani (ma anche cinesi, rumeni, albanesi, polacchi etc.) alla mescolanza o è più salutare offrire loro una libera scelta sui modi, i tempi e le forme di questo processo?
    Questa seconda via appare certamente più democratica ed equilibrata.
    In questo senso, restando sul tema scolastico, si può pensare che lo Stato, oltre a credere e investire nell’istruzione pubblica, finanzi o promuova in varia maniera anche la nascita di scuole alternative con una connotazione culturale specifica (di carattere privato, pubblico o semiprivato), utili a dare seguito alla varietà identitaria dei migranti e degli stessi cittadini italiani. A due condizioni imprescindibili e ad oggi mancanti, però: da un lato che la loro diffusione sia programmata in modo equo, proporzionato e plurale, senza preferenze o discriminazioni; dall’altro che queste scuole siano parificate tra loro e mantengano tratti comuni a quelle ordinarie, cioè che includano tutte le discipline di base utili a conoscere il nostro Paese (lingua, storia e geografia italiana su tutte).
    In questo modo ogni cittadino, italiano o straniero, avrà la possibilità di decidere: o frequentare una scuola pubblica dal carattere laico e inclusivo; oppure optare per una formazione culturale più specifica, in senso etnico, filosofico o religioso, che non partorisca un ghetto isolato, ma che rappresenti un modo per conoscere l’Italia lasciando una finestra aperta anche sulla propria cultura e sulle proprie tradizioni d’appartenenza.

    Se l’istruzione costituisce un banco di prova fondamentale sul discorso integrazione, restano da sciogliere anche altri nodi importanti. Uno di questi è il conseguimento della cittadinanza e del relativo diritto di voto.
    Il governo Prodi è orientato a legiferare per una drastica riduzione a cinque anni dell’attuale periodo previsto. Si tratta di un approccio che, se condivisibile nello spirito, è però totalmente avulso da qualunque strategia generale, e quindi privo di un significato politico che vada oltre il mero calcolo elettorale.
    La cittadinanza è invece il culmine di un processo integrativo che, per essere serio, provato e credibile, richiede un suo tempo adeguato. Richiede soprattutto quella gradualità necessaria che manca alla proposta del governo, e che non toglierebbe nulla alla bontà del proposito. L’immigrato che arriva in Italia, ha anzitutto un contatto col territorio in cui vive, con la città e la provincia. Se gli si vuole riconoscere in tempi ragionevoli un ruolo attivo nella partecipazione alla vita pubblica, si deve cominciare da qui: sarebbe pertanto opportuno pensare che la residenza continuata in una città, coniugata alla certificazione di un lavoro regolare, possa consentire nell’arco di quattro-cinque anni di accedere al diritto di voto amministrativo.
    Elezioni più generali come quelle regionali, nazionali ed europee devono invece continuare ad essere subordinate al requisito della cittadinanza italiana, magari abbassando a sette-otto gli attuali dieci anni necessari per fare domanda. La stessa cittadinanza, poi, non dovrebbe essere conseguita automaticamente, ma vincolata ad una serie di requisiti, a partire da un’adeguata conoscenza della lingua italiana.

    C’è poi una proposta non ancora emersa, che può essere di effetto positivo e polivalente: incentivare, dopo diversi anni di presenza in Italia, i cittadini extracomunitari ad un rientro nella propria terra d’origine. Da un lato l’idea consentirebbe di limitare i soggiorni e quindi l’eterogeneità compositiva della nostra popolazione; rassicurerebbe i difensori dell’identità nazionale circa una più probabile provvisorietà della permanenza straniera, a salvaguardia anche di usi e costumi nostrani; ma d’altro lato, soprattutto, consentirebbe di regalare opportunità di sviluppo proprio ai Paesi poveri che subiscono oggi l’espatrio in massa dei propri abitanti: l’esperienza, la professionalità, il contributo culturale e formativo acquisito in Italia e in Europa, varrebbe molto più dei tanti finanziamenti allo sviluppo locale, spesso destinati a cadere nel vuoto per insufficienza di mezzi e di competenze.

    Esiste infine per i laici tutta una politica da ripensare e rilanciare, relativa al nucleo aggregativo di base, che abbiamo sempre conosciuto sotto forma di “famiglia”.
    La varietà culturale e sessuale che abita la società odierna (che oggi è progressivamente accettata e riconosciuta), ma anche le esigenze economiche e sociali emergenti, devono trovare uno sbocco appropriato, che non può più limitarsi né alla sola famiglia in sé, né allo stesso concetto di “unione di letto”.
    La società ha bisogno di liberalizzare la vita in comune tra le persone: coppie, gruppi, comunità. I fattori che spingono all’unione tra individui sono i più disparati: dalla costituzione di una famiglia tradizionale, alla semplice convivenza di coppia; dalla poligamia musulmana, alla condivisione di un’abitazione tra singles; dalla comunità di persone (anche per una più stringente cooperazione lavorativo-familiare), alla coabitazione tra più persone anziane. Sono tanti i motivi che inducono oggi a diversificare l’offerta aggregativa, anche a partire dalla crisi sempre più dilagante del modello familiare tradizionale. Un’offerta che richiede regole precise nel campo ereditario, in quello dei diritti e soprattutto in quello dell’educazione e delle prerogative dei figli.
    Se tutto questo può sembrare oggi traumatico e prematuro, dobbiamo capire che tale percorso sarà comunque destinato a prendere avvio, e che i laici devono pertanto sostenerlo e guidarlo in tutte le sue possibili progressioni evolutive.

    Più in generale, i laici devono adoperarsi affinché il parlamento legiferi per una società plurale, in cui la vita degli italiani sia pensata a fianco di comunità diverse e in modo più attento ai fenomeni nuovi. E devono continuare a battersi affinché la morale, l’etica e la dottrina religiosa non siano da ostacolo al progresso civile e scientifico della popolazione, ma restino nel confine delle scelte e delle sensibilità personali.
    Un concetto di laicità, dunque, più ampio rispetto al passato, e ricco di opportunità.
    I repubblicani non possono nascondersi di fronte alla sfida di comprendere le tematiche chiave del nuovo secolo, e di saper offrire risposte avanzate e coraggiose.
    Se vogliamo pertanto costruire uno Stato indipendente dalla Chiesa, che insegua il progresso, e che sia anche capace di stabilire con le nuove culture migranti un rapporto di piena accoglienza, di arricchimento reciproco e di fruttuosa integrazione, dobbiamo per primi favorire e costruire una società aperta, laica e multiculturale.


    2. Una politica estera rinnovata

    Dall’atlantismo all’europeismo

    Le riflessioni sulla laicità e sul cosmopolitismo della società odierna, si riverberano anche sui temi cardine della politica internazionale. Anche perché le condizioni di convivenza pacifica che possono maturare all’interno di un Paese, dovrebbero essere supportate, pena la vanificazione dei risultati, da una politica estera coerente e ispirata agli stessi principi.
    In ogni caso, un approfondimento su questo versante si impone da sé, in virtù dei grandi cambiamenti descritti all’inizio. Un quadro rinnovato su cui il mondo repubblicano non ha ancora saputo elaborare risposte univoche convincenti sul piano ideale, ripiegando da un lato sul consueto cliché filoamericano ormai sclerotizzato, e dall’altro su una rincorsa inerziale (e per alcuni incongruente) delle simpatie della sinistra italiana.

    E’ storicamente riconosciuto il ruolo importante dei repubblicani nel mantenere nelle braccia dell’Occidente un Paese che, all’indomani del trattato di Yalta, presentava il Partito Comunista più forte d’Europa. La scelta atlantica fu allora una scelta di campo giusta e premiante, che difese la democrazia appena riconquistata, innescò il boom economico, garantì al Paese stabilità e benessere. Fu una scelta di opportunità e fu soprattutto una scelta ideale, a sostegno della democrazia liberale e dell’economia di mercato. Una scelta che contribuì anche all’espansione economica degli Stati Uniti, unico Paese florido alla fine del conflitto mondiale, che rischiava una forte inflazione per sovrapproduzione e necessitava di aprirsi nuovi mercati che dessero sbocchi adeguati alle proprie industrie. Aspetto questo, che si tende oggi a trascurare in favore di un senso di gratitudine da più parti percepito ancora come unilaterale e debitore.

    Oggi questa posizione atlantista mostra la corda.
    L’assetto e gli equilibri del mondo sono profondamente mutati dopo il crollo dei regimi sovietici, e anche lo strapotere economico degli Stati Uniti è durato solo il tempo necessario allo sviluppo di nuove potenze mondiali. Accanto all’unipolarismo apparente si afferma un multipolarismo emergente. Il mondo è in balia di un equilibrio precario e dinamico tra diverse realtà che crescono, dando vita a geometrie scomponibili e reversibili, a seconda che si guardi l’aspetto politico, economico o etnico-religioso: gli Stati Uniti; il Lontano Oriente di Cina, India e Corea; il blocco mediorientale; la rinascita russa; l’Europa nelle sue componenti dell’ovest e dell’est; l’Onu e i Paesi in via di sviluppo, sono tutti gli insiemi che rappresentano gli attori principali del contesto attuale.
    Se prima la discriminante comunista teneva assieme tutto l’occidente democratico sulla base di valori precisi e di un rapporto di mutua protezione, e se il nemico era chiaro e individuabile, oggi amici e nemici sono sparsi, cambiano secondo la prospettiva di osservazione, e a volte coincidono. Il Medio Oriente è amico per la produzione petrolifera, ed è un nemico per la minaccia bellica e terroristica. L’India e la Cina sono concorrenti produttive in grado di indebolire le altre economie, ma vanno affrontate con politiche e metodi diversi da una parte all’altra del mondo. La Russia è amica dell’Europa, cui rifornisce energia in gran quantità, ma torna ad essere rivale strisciante degli Stati Uniti.
    Insomma la politica mondiale è oggi ben più complessa della chiara scelta di campo cui le nazioni erano costrette fino a qualche decennio fa.

    L’Europa è un elemento di questo scacchiere, sebbene necessiti ancora di connotarsi meglio e di irrobustirsi politicamente. In questo scenario rappresenta però certamente un’entità con ruoli e interessi che nel suo complesso paiono differenziarsi sempre più da quelli americani.
    L’Italia è elemento fondante e integrante della comunità europea, e non può che concorrere alla sua affermazione: l’Unione Europea deve crescere per poter focalizzare il proprio ruolo, ed evitare di essere frammentata dalla propria eterogeneità interna, perché un’Europa che non prende coscienza di sé diventa una sommatoria di tanti Stati vassalli, vulnerabili individualmente, e bisognosi di una protezione che continuerebbe a sacrificare la tutela degli interessi comuni.

    La questione irachena

    Tutto questo è emerso con chiarezza sul fronte della guerra irachena.
    Una guerra condotta sulla base di motivazioni ufficiali rivelatesi mendaci, sulla base di obiettivi reali poco chiari per i Paesi europei, e sulla base di analisi strategiche e condotte militari sbagliate. Ad oggi possiamo dire che i Paesi coinvolti al fianco dell’amministrazione americana sono stati trascinati con l’inganno, esposti ad un rischio forte di ritorsione (tangibile nel caso degli attentati di Londra e Madrid), per rispondere solo a un disegno geopolitico statunitense.
    Se queste conclusioni potevano sembrare arbitrarie fino a qualche tempo fa, oggi appare chiaro anche ai fautori della guerra preventiva che quest’aggressione non è servita a debellare il terrorismo, ma a moltiplicarne stimoli e terreni d’azione; né è riuscita sanare con la democrazia un Paese sotto dittatura, oggi in preda ad una guerra civile ormai cronica. Senza contare che il focolaio iracheno ha poi solleticato i rancori e le rivendicazioni dei Paesi più pericolosi del Medio Oriente, ed ha acutizzato le insidie per Israele, riaprendo con gli Hezbollah libanesi un fronte di scontro che sembrava ormai archiviato da anni.
    L’Iraq ha dunque dimostrato che la strategia d’oltreoceano non può essere fatta propria dall’Europa in virtù di un’aprioristica accondiscendenza o di una debolezza intrinseca, perché così facendo il Vecchio Continente continuerebbe ad offrire il fianco a facili pressioni e sottili ricatti, e ad umiliare la propria esigenza di sovranità.

    Sulla questione irachena, occorre poi approfondire la vicenda del nostro disimpegno.
    Senza nulla togliere al giudizio sull’intera questione, è pur vero che il ritiro immediato del contingente italiano da quella zona, approvato dal nostro parlamento, se era opportuno e doveroso fino a qualche tempo fa, oggi appare una scelta tardiva e intempestiva. Se esiste un interesse nazionale da difendere e una reputazione da ricostruire, allora il tema della nostra uscita non può essere affrontato, come è stato fatto, sotto un profilo puramente ideologico.
    C'è stato un tempo per il ritiro, e c’era ieri un tempo per una presa d’atto che il senso della nostra missione era cambiato.
    Fino a otto-nove mesi fa, questa guerra non aveva prodotto nulla di utile per l’Italia, e molta devastazione per gli iracheni. Fino a otto-nove mesi fa, cioè, erano ancora forti le condizioni per pretendere un ritiro immediato del contingente militare. Zapatero lo ha fatto nel momento giusto, con risolutezza e rapidità, e la sua immagine ne ha guadagnato in dignità e coerenza agli occhi del mondo.
    Ma da qualche tempo la missione aveva assunto un valore diverso: in Iraq l’Italia aveva cominciato a mandare i civili, per addestrare i locali ad una cultura istituzionale, per allacciare contatti con l’embrione di un mondo produttivo locale, per avviare le basi di una ricostruzione possibile. E il quadro generale dava qualche segnale positivo: intanto perché il neonato governo iracheno, fragile e precario quanto si vuole, era comunque un nuovo interlocutore a cui rivolgersi, con personale cui fare riferimento per dialogare in positivo. Poi perché le tensioni persistevano, ma in modo meno ossessivo e virulento rispetto a prima. Infine perché l'opinione pubblica aveva esaurito la vis polemica sui pro e sui contro, e cominciava a ragionare con più moderazione sulla vicenda.
    E’ chiaro che tutto questo avveniva in un contesto ancora macchiato dal sangue, dentro una ferita niente affatto suturata, ma il senso della presenza dei contingenti internazionali era cambiato: si cercava disperatamente, ma anche con qualche segnale e risultato positivo, da un lato di ridare un futuro a quella nazione, e dall’altro di monetizzare un impegno pluriennale, che era stato gravoso e doloroso. In poche parole, era il momento di dare un senso a tutta l’operazione, per quanto sbagliata che fosse. Affinché, oltre che sbagliata, non diventasse anche del tutto inutile (e irreversibilmente tragica per chi l'ha subita).
    Una prosecuzione delle missioni civili italiane avrebbe avuto bisogno di un apparato militare minimo di protezione, per evitare di mandare uomini allo sbaraglio e investire in carne da macello. E invece il governo, per tenere fede ad una campagna elettorale guidata dal pacifismo ideologico, è uscito da questa situazione in maniera grottesca: ci siamo stati nel momento sbagliato e quando invece il contesto avrebbe offerto in tutti i sensi buone ragioni per esserci, abbiamo deciso di andarcene.

    L’Italia e la questione mediorientale

    Se sull’Iraq l’Italia ha fallito costantemente, il governo Prodi sta però ridando smalto alla nostra politica estera sul fronte dell’annosa questione mediorientale.
    L’Italia ha mantenuto su questo tema, storicamente, una posizione di equidistanza che oggi possiamo riscattare con profitto.
    Per quanto solidali col diritto di Israele ad avere una terra e una stabilità, e interessati alla tutela di uno Stato democratico all’interno del mondo arabo, non possiamo ignorare le ragioni dei palestinesi, che reagiscono a quella che ritengono un’usurpazione del proprio suolo. Purtroppo la dislocazione geografica dei territori, le reciproche arroganze, le occasioni perdute, nonché il groviglio di interessi internazionali che da sempre spalleggiano le due fazioni (che fanno di questo conflitto regionale l’ago della bilancia delle vicende mondiali), non riescono a indicare una via d’uscita. Oggi la situazione è complicata dalle provocazioni libanesi e dalla successiva virulenta risposta militare di Israele, che rischia di scatenare un nuova devastante guerra, con reazioni a catena ad ampio raggio, tali da prefigurare un punto di non ritorno.
    Come repubblicani, da sempre vicini e sensibili alla comunità ebraica e alle prerogative di Israele, dobbiamo capire che per il bene di tutte le parti in causa, uno sforzo di obiettività e di necessaria “equivicinanza” (il neologismo pare davvero molto felice) sia assolutamente necessario.
    D’altra parte il ruolo che si sta ritagliando l’Italia su questa linea è davvero encomiabile: ha salvato la missione dell’Onu, tenendola in piedi anche nei momenti critici; ha convinto la Francia a impegnarsi al comando; ha garantito un consistente impegno militare e intravede la concreta possibilità di succedere alla guida delle operazioni; ha mantenuto un dialogo con tutte le parti, guadagnandosi la piena simpatia sia del governo libanese, sia di quello israeliano (il ministro degli esteri Tzipi Livni ha definito l’operato del nostro esecutivo “un modello per tutta l’Europa”); infine si pone come interlocutore credibile anche con gli altri Paesi del golfo persico, Iran in testa.
    Questa è l’occasione per fare dell’Italia sia un punto di riferimento per la diplomazia in Medio Oriente, sia un traino per l’Europa, affinché diventi protagonista nelle vicende mondiali.
    Questa strada va applaudita e incoraggiata, e ridona slancio anche al nostro orgoglio nazionale.

    Quale Europa per il futuro

    La prospettiva di un inedito ruolo del Vecchio Continente sulla scena internazionale, ci riporta al nostro tema cardine: la costruzione di un’Europa unita, solidale, coesa.
    Esattamente come predicato da Giuseppe Mazzini, quest’obiettivo deve tornare ad essere anche la nuova frontiera dell’attuale politica repubblicana.

    Ma quale Europa dobbiamo costruire?
    Il mondo cattolico ha spesso lamentato, specie in fase di stesura della Carta Costituzionale, la costruzione di un’Europa senz'anima. Viene imputato all'Unione di non voler riconoscere le proprie radici cristiane e quindi di non accettare la propria reale identità. Motivo questo, si continua a dire, della poca chiarezza sulle prospettive future.
    Certamente è innegabile che le radici culturali della nostra comunità affondino in gran parte nella cristianità. Sarebbe un errore di arroganza e di ignoranza non riconoscerlo. Ma l'Europa che sta nascendo è un'entità nuova, diversa dal passato. E' un progetto che guarda avanti, alla società odierna, complessa, composita e multiculturale. Guarda al progresso in tutte le sue declinazioni. L'Europa che si vuole costituire è un modello capace di fare fronte alle sfide del nuovo millennio globalizzato.
    Per questo, accanto alle contraddizioni politiche dei singoli Stati, si sta costruendo un'Europa avanzata in termini di diritti civili e sociali, ben espressa dalla Costituzione approvata, pur con tutti i limiti che contiene, e con i freni che incontra.
    Per promuovere questo processo, la nuova Europa non può evitare di guardare al proprio passato, ma nella varietà di esperienze secolari, deve operare una scelta: preferisce attingere dal secolo dei lumi più che dalla tradizione religiosa.
    E si tratta di una scelta felice e pienamente condivisibile, perché lungimirante.
    L’Europa deve porre le basi per una società della convivenza culturale, del dialogo, della parità dei diritti e dei doveri, anche tra diversi. E su questo terreno può rappresentare un banco di prova significativo, che se fruttuoso, potrà essere germoglio di pace, di dialogo e di progresso nel mondo.

    I laici devono guardare con simpatia e con favore a questo processo, che va sorretto e rafforzato sia a livello interno, che transnazionale. Devono vincere la sfida contro chi vuole ingabbiare l’Europa nel recinto del suo passato, contro chi la concepisce come il baluardo dell'Occidente cristiano, schiavo di valori e di tradizioni che il progresso ci impone di superare.
    Ci ritroveremo così, parte di una comunità preparata a fronteggiare le sfide future col metro della democrazia e della laicità. Un’Europa capace di svolgere un ruolo di pacificazione e di mediazione negli equilibri mondiali, e allo stesso tempo in grado di generare e difendere interessi comuni al proprio insieme.
    Un’Europa vicina agli Stati Uniti, ma diversa e distinta.

    Due punti da cui ripartire: esercito unico e strategia di Lisbona

    Un primo punto essenziale per favorire una condotta univoca in campo internazionale, è la creazione di un esercito unico europeo. Ciascun Paese dovrebbe arrivare a cedere parte delle proprie milizie e dei propri armamenti ad una struttura militare comune.
    Questo rappresenterebbe un segnale forte e un punto di partenza, o di arrivo, per una condivisione degli obiettivi, delle strategie d’intervento e di difesa, tra tutti gli Stati membri.

    Ma l’Europa non si dovrà limitare ad essere solo un’entità politica sulla scena internazionale. Occorrerà riprendere anche il percorso di unità economica, produttiva e di sviluppo, che è stato alla base dell’afflato comunitario, e che ha propiziato l’euro.
    Oggi esiste punto di riferimento essenziale, in questo senso, che va rilanciato con forza: la strategia di Lisbona.
    Il Consiglio Europeo, riunito nel 2000 nella capitale portoghese, elaborò un ambizioso programma per rendere l’Europa, nell’arco di dieci anni, “l’economia più competitiva e dinamica del mondo”.
    L’iniziativa prese avvio sulla scia di un’espansione economica ininterrotta per tutti gli anni ’90 (sia in Europa che negli Usa) legata al boom delle nuove tecnologie. Essendo stabile il quadro macroeconomico, il programma che fu elaborato a Lisbona si rivolse in particolare al mercato interno dei vari Paesi, con una serie di prescrizioni volte a creare comuni condizioni di sviluppo: completa libertà di movimento a merci e servizi, capitali e persone; lotta alle rendite di posizione economiche; aumento della produttività con le nuove tecnologie; lotta alla disoccupazione attraverso una riqualificazione della forza lavoro; rilancio della ricerca scientifica.
    Purtroppo il progetto non ha finora dato i risultati sperati, a causa sia di fattori congiunturali (l’aumento del petrolio, l’apprezzamento dell’euro, i nuovi mercati cinesi), sia della politica governativa di alcuni Stati membri: difficoltà di crescita, di occupazione e di innovazione sono registrabili, infatti, in Francia, Germania e Italia.
    E’ molto probabile che il mancato successo economico dell’operazione sia anche alla base dell’insoddisfazione che ha portato Francia e Olanda a bocciare il referendum confermativo sulla Costituzione Europea, e a rallentare il processo di integrazione politica dell’Unione.
    Occorre pertanto riprendere questa strada. Nel marzo 2005 i capi di Stato e di governo hanno deciso di rinnovare gli sforzi e il coordinamento tra istituzioni comunitarie e nazionali, per rilanciare questo percorso.
    Come repubblicani, nostro compito è quello di vigilare e stimolare affinché non ci si perda per strada un’altra volta.

    ****
    I repubblicani di oggi si trovano di fronte a molte incognite e a una sfida che sembra ben al di sopra dei piccoli mezzi di cui dispongono e della diversità di vedute che li ha smembrati.
    Eppure l’idea di Europa che vogliamo può ridarci quel ruolo di utile pungolo e di partito di rigore che ci è connaturato. E una rinnovata politica laica ci può offrire invece l’opportunità di parlare ad un’altra Italia: quella che guarda al progresso.
    Ripartire da qui può essere un modo per riscoprire argomenti, stimoli, carattere e impegno.

    Paolo Arsena
    Roma, agosto 2006

  3. #3
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Ma no!
    Non è possibile, non si va da nessuna parte così.

    Modestia, semplicità, forza di principii.

    E su questi costruire progressivamente delle condivisioni e dei consensi.

  4. #4
    McFly
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    Citazione Originariamente Scritto da Paolo Arsena
    ESSERE REPUBBLICANI OGGI
    Eccellente Paolo. Analisi raffinatissima!!!
    I miei complimenti.

  5. #5
    repubblicano nella sinistra
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    Citazione Originariamente Scritto da McFly
    Eccellente Paolo. Analisi raffinatissima!!!
    I miei complimenti.
    anch' io l' ho apprezzata molto, mi chiedo se non sia possibile incominciare ad elaborare a più mani contributi di alcuni di noi più interessati ai vari argomenti.

    Io mi dichiaro disponibile per lavorare su rapporto con l' islam e questione mediorientale.
    Magari chiederò a Paolo le citazioni precise dell' interessante documentazione che ha postato, insieme ad alcune cosine che ho io e al contributo di altri amici , credo che potrebbe venir fuori una riflessione con analisi documentale spendible anche al di fuori dei nostri circuiti.

  6. #6
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    Vi consiglio alcune letture mirate. Sul genere ce ne sono svariate, ma occorre scegliere. Queste sono quelle che mi hanno alquanto aperto la mente sulla questione Islam:

    - Bassam Tibi "Euro-Islam", Ed. Marsilio
    - Renzo Guolo "L'Islam è compatibile con la democrazia?" Ed. Laterza
    - Nina zu Furstemberg "Lumi dell'Islam" Ed. Marsilio
    - Tariq Ramadan "Possiamo vivere con l'Islam?", scaricato da internet al sito www.arab.it/islam tradotto in italiano (credo esista solo la versione francese del libro).

  7. #7
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    Predefinito

    Beh, leggo ora le riflessioni di Paolo, ma purtroppo l'ora è tarda e devo rimandare. Però, parlando di relazioni internazionali, credo che non si possa prescindere, quale che sia il giudizio di merito sulle conclusioni, dalla straordinaria trattazione di S. Huntington (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, ed. Mondadori, se non erro), che è e rimane uno degli apparati interpretativi del presente più interessanti ed è una trattazione che è stata capace, a rileggerla, di prevedere le linee tendenziali degli ultimi anni.
    Sempre a livello generale, ma non per questo meno importante, consiglio di Ian Clark, Globalizzazione e frammentazione, ed. Il Mulino. Anche qui, una trattazione generale, ma non priva di risvolti molto utili a comprendere l'oggi.

    Ripeto: sono testi onnicomprensivi, ma importanti e interessanti (oltre che scorrevoli, affascinani e ben scritti).

    saluti

  8. #8
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    Predefinito E del "femminismo" della Fallaci?

    Citazione Originariamente Scritto da Alberich
    Beh, leggo ora le riflessioni di Paolo, ma purtroppo l'ora è tarda e devo rimandare. Però, parlando di relazioni internazionali, credo che non si possa prescindere, quale che sia il giudizio di merito sulle conclusioni, dalla straordinaria trattazione di S. Huntington (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, ed. Mondadori, se non erro), che è e rimane uno degli apparati interpretativi del presente più interessanti ed è una trattazione che è stata capace, a rileggerla, di prevedere le linee tendenziali degli ultimi anni.
    Sempre a livello generale, ma non per questo meno importante, consiglio di Ian Clark, Globalizzazione e frammentazione, ed. Il Mulino. Anche qui, una trattazione generale, ma non priva di risvolti molto utili a comprendere l'oggi.

    Ripeto: sono testi onnicomprensivi, ma importanti e interessanti (oltre che scorrevoli, affascinani e ben scritti).

    saluti

    NON NE DOBBIAMO PARLARE?
    Ciceruacchio

  9. #9
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    Fallaci, Fallaci...dove ho già sentito questo nome?

  10. #10
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    E' una parola un po' antiquata: significa Ingannevoli, Illusorii, Indegni di fiducia.

 

 
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