di Salvatore Cannavò
A guardare il risultato della trattativa sulle pensioni e facendo un bilancio sereno di più di un anno di governo viene da riprendere, nel campo della sinistra “radicale”, la stessa invettiva che Nanni Moretti lanciò contro il gruppo dirigente dell’Ulivo: con questi dirigenti non vinceremo mai. Ma proprio mai. Una serie inenarrabile di errori e di ipocrisie, di approssimazioni e piccinerie, di attrazione per il governo e cecità di fronte a fatti incontrovertibili ha caratterizzato questa esperienza che, al di là della sua conclusione formale, può considerarsi finita non essendoci più nulla da riformare.
A guardare il risultato della trattativa sulle pensioni e facendo un bilancio sereno di più di un anno di governo viene da riprendere, nel campo della sinistra “radicale”, la stessa invettiva che Nanni Moretti lanciò contro il gruppo dirigente dell’Ulivo: con questi dirigenti non vinceremo mai.
Ma proprio mai.
Una serie inenarrabile di errori e di ipocrisie, di approssimazioni e piccinerie, di attrazione per il governo e cecità di fronte a fatti incontrovertibili ha caratterizzato questa esperienza che, al di là della sua conclusione formale, può considerarsi finita non essendoci più nulla da riformare.
Alcuni di noi sono stati tacciati di estremismo e di non comprensione della politica in quanto tale, ancora recentemente all’ultimo comitato nazionale del Prc dove il segretario attuale si è vantato di aver ottenuto un consenso del 90%. Solo che l’autoincesatura non gli ha evitato lo schiaffo infertogli da Prodi, Padoa-Schioppa e Epifani.
Franco Turigliatto è stato espulso da Rifondazione per aver votato contro la guerra e non aver compreso la straordinaria innovazione che questo governo ha impresso alla politica estera; peccato che qualche mese dopo quella straordinaria innovazione si è arenata nella sottomissione del governo italiano al presidente Bush, nell’inesistenza della Conferenza di pace sull’Afghanistan o nelle secche in cui si trova la missione italiana – “la vittoria del movimento per la pace”, ricordate? – in Libano.
La scorsa Finanziaria fu accompagnata dagli “evviva” del sindacato e della sinistra radicale (si riguardino i discorsi alla Camera) oltre che da un magnifico manifesto di Rifondazione che diceva “anche i ricchi piangano”: mai manifesto fu così profetico sia pure all’inverso. Da allora, con la Finanziaria e le varie misure economiche di questo governo, riforma pensioni compresa, i ricchi non hanno mai riso tanto – anche se continuano a lamentarsi, ma si sa il profitto non è mai abbastanza – e gli altri non si sono mai sentiti così presi in giro.
Infine, gli strateghi della politica hanno inventato la nuova unità a sinistra resa più forte dal “fatto storico”, come lo ha definito Bertinotti, della rottura della sinistra Ds con il partito democratico. Quella formula e quel progetto politico li abbiamo visti all’opera, prima in occasione della visita di Bush in Italia e poi nei commenti successivi all’accordo del 20 luglio: “ottimo accordo” ha sentenziato Mussi; “sono deluso”, ha spiegato Diliberto; “lo scalone non va bene” ha aggiunto Giordano, senza però tralasciare “i segnali positivi”. Tre espressioni diverse – di cui la più netta è quella del Pdci, si badi bene – che difficilmente compongono un soggetto politico unitario.
Non crediamo di essere troppo faziosi se affermiamo di essere di fronte a un vero e proprio disastro. Del resto anche la Stampa di oggi dedica alla sinistra un articolo dal titolo “la disfatta”. Un disastro politico – frutto della non comprensione dei fattori in campo – un disastro culturale – accreditare il governo con forze come l’Ulivo come un passaggio positivo ai fini di un’alternativa di società – un disastro sul piano delle forze militanti e della passione politica. E’ evidente che dalla disillusione si rischia di passare alla ritirata, al ritorno nel proprio privato, e si disperdono così forze vive del cambiamento.
Ora, ci pare un po’ patetico quel chiamare “alla mobilitazione” quando si resta saldi dentro all’esecutivo Prodi e dentro la sua maggioranza; chiamare alla battaglia parlamentare mimando scompostamente una forza di opposizione mentre si è pienamente al governo. Patetico e, tutto sommato, segno di una irreversibilità di fondo. Perché sia il Prc che il Pdci cercheranno probabilmente di recuperare, faranno la voce grossa, proveranno a costruire un evento di piazza. Ma come si farà a dimenticare piazza del Popolo, le assurdità dette in quest’anno, le scelte suicide o quelle che hanno ricadute politiche pesanti come il sostegno alla guerra? Come si fa a tornare indietro da una simile débacle?
Non ci sembra possibile e probabilmente il recupero avverrà cercando di approfondire un progetto fallimentare. Si farà una manifestazione per far vedere che si è “contro”, si cercherà di ottenere qualcosa su un altro versante – un “ritocco” della legge 30? – si cercherà di recuperare l’unità a sinistra per provare ad accelerare in vista delle amministrative. Ad oggi non possiamo dirlo. Quello che possiamo dire è che avevamo ragione. Avevamo ragione a dire che non si può governare, da sinistra, un paese a capitalismo avanzato come l’Italia; avevamo ragione a dire che ci sono compromessi inaccettabili, come ad esempio la guerra, la cui approvazione costituisce il viatico per derive peggiori; avevamo ragione a dire che la sinistra o sceglie l’alternativa radicale, anticapitalista, oppure è condannata a essere una variante consunta della sinistra liberale.
Ovviamente non ci basta aver avuto ragione, perché il problema oggi è rifondare la sinistra di classe, la sinistra anticapitalista. Ed è questo il senso della nostra proposta, la Costituente della sinistra anticapitalista, che va rivolta a tutti e tutte coloro che vogliono uscire in avanti dal disastro che ci è alle spalle, che vogliono darsi ancora una speranza. Proviamo a riprendere un percorso oltre e fuori dai confini disegnati dagli attuali gruppi dirigenti della sinistra radicale, proviamo a ripartire da una dinamica di movimento per ri-costruire una sinistra davvero alternativa, sia alla destra che al centrosinistra. Una sinistra di lotta e non di governo, di opposizione sociale, di movimento. Una sinistra che ci consenta di dire che prima o poi si può tornare a vincere.
Con la sinistra di oggi non vinceremo mai.




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