Diciamoci la verità: queste elezioni che abbiamo di fronte hanno un valore ben diverso da quello che dovrebbero avere. Infatti la partita che si va a giocare non riguarda la Polverini, Caldoro o Cota, ma più in generale il PDL. Ogni elezione locale ormai da tempo acquista rilevanza nazionale. Ma questa volta di più, perchè il PDL è in crisi, la leadership di Berlusconi offuscata, e si fa largo la volontà di una svolta che superi quella che è ormai passata alla storia come "era berlusconiana".
Se il PDL perderà queste elezioni, come appare probabile, si dice che qualcosa accadrà. Secondo Giampaolo Pansa Fini andrà via e il PDL si spezzetterà. Tuttavia Sofia Ventura, che pure non esclude quest'ipotesi, consiglia a Fini di non prestarsi ad un'alleanza "reazionaria" con i centristi di Casini e Rutelli. Sarebbe infatti un mettere in discussione le linea laico-repubblicana che il Presidente della Camera ha portato avanti finora.
La verità, come ammette sempre la Ventura, è che siamo tutti prigionieri di una situazione che in un modo e nell'altro fa comodo ai berlusconiani e agli antiberlusconiani. Berlusconi sembra essere diventato una sorta di "tappo indispensabile" che permette alla destra, al centro e alla sinistra di mantenersi ancora in vita come tali. Ma se salta il tappo, saltano tutti gli schemi che ci hanno accompagnato da 15 anni a questa parte. Finisce il berlusconismo come l'antiberlusconismo, crollano le attuali coalizioni raccogliticce, il sistema tendenzialmente bipartitico si frantuma col rischio dell'ingovernabilità. Ecco perchè un intellettuale acuto come Domenico Fisichella, che pure si augura il superamento di questa fase e guarda interessato alle mosse di Fini, spera che a sinistra il PD si rafforzi per assicurare il principio dell'alternanza. In quanto alla situazione attuale Berlusconi è funzionale anche a coprire la voragine che si è aperta a sinistra dopo l'abbandono di Romano Prodi.
Ad ogni modo è sinceramente augurabile che la fine del berlusconismo si porti via anche gli assetti innaturali degli attuali partiti. Sarebbe inaccettabile lasciare un partito "di plastica" per costituire un partito "di vetro", quale finirebbe con l'essere un'improbabile coalizione finiziana composta da laicisti e democristiani. E' lecito sperare che la nuova fase porti ad una ricomposizione dei partiti su basi ideali e di programma e non sull'ostilità ad una determinata leadership.
E' un dato di fatto che se nel 1994 il centrodestra si raccolse dietro una visione politica "americana", il reaganismo, oggi quel tipo di messaggio è improponibile: perchè è cambiata l'America, perchè si è allargato il solco tra le due sponde dell'Occidente, perchè la Chiesa cattolica è fortemente in crisi, perchè è tornato di moda un diverso modello di liberalismo "alla francese". Fini ha compreso che la società italiana, come in generale quella europea, non è per nulla simile a quella americana e che sarebbe sciocco tentare di conformarvisi. Per questo ha preso quale suo modello non Bush, ma Sarkozy. Questo ha comportato uno strappo con le frange più teocratiche del PDL che sono riuscite ad imporre finora la "linea Ruini" senza tener conto di quanto fossero diversi i sentimenti della maggioranza degli italiani, anche di quelli che votano centrodestra. Cosicchè si è creato un vulnus tra partito ed elettorato al quale è finora stato possibile ovviare solo grazie il carisma di Berlusconi. Ma che succederà una volta che questo carisma perderà la sua forza? Il rischio è una disintegrazione di un centrodestra costruito ad immagine e somiglianza del suo leader.
Tuttavia Fini dovrà prendersi prima o poi le sue responsabilità, fuoriuscendo dall'ombra e accettando i rischi che ogni decisione autonoma comporta. Deve mettere nel conto anche un eventuale fallimento della sua linea politica, ma ciò che non può fare è eludere quanto da tempo ci si aspetta da lui, ovvero di dare finalmente sostanza a quello che rischia di essere unicamente un tatticismo fine a se stesso.




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