L’Anima – dicevo in un precedente intervento – avverte in sé, nel suo intimo, nelle sue profondità, le trafitture del Male, le sperimenta, le paventa, le pre-sente, senza che il loro irrompere sia annunciato da un “perché”. Forse non v’è un perché proprio per via del fatto che il Male è preesistente alla Creazione. Ma la domanda da dove spunti e quale sia l’attimo in cui il Male faccia udire il suo pesante incedere nel Creato, come un eccedere o un trabocco, si è sempre imposta ed appare inevitabile.
Sempre sulla base dei testi sacri, rileviamo una labile traccia del suo apparire primigenio. E’ noto l’episodio della caduta degli angeli. La Genesi non lo racconta; è marginalmente trattato in altre sezioni dell’Antico Testamento (Isaia 14,12-15). Questo primo Libro parla però dell’esistenza del Tentatore che in foggia di serpente induce Adamo ed Eva alla trasgressione, dannando loro e l’intero Creato. Se il Male fosse da ricondurre alla presenza del serpente, sarebbe chiara la sua diretta derivazione da Dio stesso, per atto creativo volontario, poiché anche il serpente è creatura di Dio. Ma sappiamo che la figura del serpente è solo una mimetizzazione del demonio. Nella cultura ebraica antica, Satan non era identificabile con il diavolo che fa il suo apparire in epoca più recente. Satan, anche nel Libro di Giobbe, non è esterno a Dio, costituendone, invece, l’elemento o l’articolazione della sua essenza posta a presidio dell’azione o attività inquisitrice di Dio.
Abbiamo due evidenze:
l’esistere del Male ante-origine mundi, cioè prima che Dio compisse la sua opera;
l’esistere del Tentatore – il Male – anch’esso precedente alla Creazione. Il loro esistere è in entrambi i casi da porre prima della locuzione <<In principio…>>, che è l’incipit dell’intera Bibbia. La tradizione racconta che Satana e la schiera degli angeli caduti avevano già patito e subito la condanna di Dio. La maledizione che li ha colpiti, che precedette la Creazione, sappiamo essere irredimibile e definitiva: semper et pro semper, senza che sia necessario un ulteriore pronunciamento che la rinnovi. E’ stata pronunciata in origine ab aeternum. Ma nel libro della Genesi, al Capitolo III, è narrato un episodio che, alla luce di quanto appena detto, appare subito alquanto singolare e di per sé significativo.
A seguito della disubbidienza, Dio maledisse la Creazione scacciando l’uomo dall’Eden. La narrazione di questo episodio è quanto mai significativa rappresentando, infatti, la cifra della particolare disposizione di Dio nei confronti della discendenza di Adamo ed Eva. Dio provvide ad entrambi le vesti necessarie per coprirsi, affinché non provassero vergogna per causa della propria nudità. Evidenza – la vergogna - dell’insorgere di una coscienza autonoma. Il gesto del Creatore è segno dell’attenzione rivolta alla creatura, ritenuta pur sempre <<cosa molto buona>>, e ciò malgrado la ribellione. La singolarità di quest’episodio è rilevabile nel fatto che Dio maledisse anche il serpente, cioè Satana, il Tentatore, il principe della schiera degli angeli ribelli, e, qui sta la singolarità, già maledetti prima che la Creazione fosse anche solo iniziata.
E’ possibile che Dio avvertisse la necessità di rinnovare una maledizione che la tradizione biblica ritiene fosse irrevocabile ed irredimibile, o, evenienza assai più verosimile, il III capitolo della Genesi ci racconta in chiave allegorica il momento preciso in cui Dio compì l’atto deliberativo di definire e marcare il territorio di competenza del Male, fornendo di contenuto e di concreta apparenza ad un qualcosa – una forza – che era costitutiva del suo essere, ipostatizzandola nella figura e persona dell’angelo decaduto: il demonio?
Egli punì l’uomo scacciandolo dall’Eden e maledisse la terra e quel qualcosa che era parte della sua Numinosa divinità. La Creazione è un atto compiuto solo se si tiene conto anche di questo particolare evento. Dio confinò sulla terra il Male, costitutivo del suo essere, identificandolo e facendolo coincidere con il demonio – rendendolo in forma e persona di diavolo -. Cioè, in definitiva, dal Male si divise (diaballo - colui che separa), se ne separò (facendo sì che divenisse immanente alla Creazione). Delimitò il confine che separa il Bene – cioè il suo volere, le sue prescrizioni (<<Di tutti gli alberi del giardino tu puoi mangiare; ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu te ne ciberai, dovrai certamente morire>>) -, dal Male. Il Bene in questo racconto coincide con l’abbandono mansueto alla volontà di Dio - <<sia fatta la tua, non la mia volontà>>; anche il figlio dell’uomo si abbandona alla volontà del Padre -; il Male è il progressivo o improvviso discostarsi, il suo separarsi, dividersi (diaballo) da questa volontà, per precipitare dentro le spire del peccato e del demonio.





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