



Da: http://www.corriere.it/solferino/sev...7-09-12/09.spm
Caro Beppe, Italians tutti,
ricordando con nostalgia (secondo me) la migliore stagione di “Italians”, quella della poca politica e dei molti “10 motivi per vivere a...”. provo a tracciare un sintetico bilancio del primo anno trascorso nella capitale giuliana, Trieste.
1. I dati ufficiali dicono che è seconda in Italia per qualità della vita, ma a Siena non c’è il mare. E qui trovi il mare più bello, senza uscire dalla città. Lo sanno bene quelle migliaia di triestini già perfettamente abbronzati a metà giugno
2. Se a piazza San Pietro togliete San Pietro e a piazza San Marco togliete San Marco, scoprirete facilmente che Trieste ha la piazza più bella d’Europa, l’unica che ha come quarto lato il mare. Di sera poi…
3. I caffeè austro-ungarici e l’espresso migliore d’Italia
4. A luglio e agosto, almeno tre eventi culturali di livello per sera: non sai cosa scegliere
5. Città dominata da gatti e vecchi: i primi non prendono l’autobus, i secondi recriminano se ha un solo minuto di ritardo. Fantastico
6. Si lamentano di criminalità e prostituzione: io, bresciano, sorrido bonariamente
7. Gli italiani vanno in vacanza in Croazia, i triestini ci vanno nei fine settimana
8. San Daniele del Friuli è più vicina di quanto si possa pensare (n.d.r. non siamo perfetti)
9. Tutti vanno a vedere Postumia, ma Trieste possiede la cavità turistica più profonda del mondo. Quanti lo sanno?
10. Ebrei, protestanti, greci e serbo-ortodossi, anglicani, cattolici: ognuno ha la sua chiesa, ognuno celebra le sue ricorrenze, un modello di convivenza pacifica senz’altro da imitare.
Che volete di più?




Veri triestini...
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Trieste: la bora, l'Università, le rive e il dialetto Triestino (paiono tutti manifestanti del Gay Pride).
Gorizia: il Castello, il Corso.
Udine: ci lavoro ma l'ho girata poco. Diciamo le friulane e la disciplina delle persone.
Pordenone: ci sono stato pochissimo. Però mi è sembrata "economicamente più attiva" di tutte le altre province.


UNA CAPITALE E I SUOI DOVERI
di Roberto Morelli (dal Piccolo)
E sia, non è possibile altrimenti. Ci vogliono due capi di governo a ricordarci che potremmo essere quel che non vogliamo diventare, a riconoscerci un rango di capitale effettiva, a designare Trieste quale sede naturale dei vertici tra Italia e Germania (lo fu con Schroeder, lo sarà con la Merkel). Ci vorrà il summit di novembre a dire che siamo una proiezione d'Italia verso l'Europa, e che sfilando in Piazza Unità la Cancelliera respirerà un'aria non diversa che a Monaco e a Berlino, e Berlusconi farà un bagno di tricolori più autenticamente patriottico e meno messianico di quelli a cui è abituato.
A noi servono queste scosse esterne a farci pensare in grande, come lo fu il premio Nobel piovuto su un ignoto scienziato di Miramare, o lo è ogni anno la stupita e per noi lacerante ammirazione del gotha della finanza europea all'Assemblea delle Generali: «Ma non vi accorgete di che città avete?». Davvero no, non ce ne accorgiamo. Siamo troppo impegnati a far volare gli stracci per la gestione di un piazzale a Fernetti, a discutere per decenni di progetti che poi muoiono d'inedia, senza un sì o un no, a ingaglioffarci in tiri mancini e misere ripicchette nei Consigli comunali, a infilarci in discussioni surreali sulla necessità di cambiare il Trattato di pace e riconvocare l'Unione sovietica per spostare una barriera portuale da cui non transita anima viva.
Che a Berlusconi piaccia Trieste è fuor di dubbio: lo ha dimostrato più da premier che nelle campagne elettorali, quando un'ode non si nega a nessuno. E però non è solo questione di gusti personali nell'organizzare questo o quel vertice, ma proprio d'identificazione di un ruolo, se non addirittura di un'anima della città. Il summit tra Italia e Germania è un'espressione simbolica e politica dell'idea di Euroregione, e della centralità europea a cui Trieste – se solo volesse – potrebbe aspirare per vocazione culturale e versatilità economica.
Sarebbe da provincialotti dare enfasi eccessiva a una riunione come tante altre. Eppure queste occasioni vanno preparate e gestite: i premier trascinano frotte di alti funzionari e telecamere, d'imprenditori e gente che conta. Il summit sarà una vetrina straordinaria, e starà a noi far sì che nuovi turisti e qualche buon imprenditore ne traggano spunto. La vetrina infatti non basta. Trieste ne beneficerà se saprà presentarsi con un'idea chiara di sé e con scelte assunte sulla pluralità di questioni aperte, dal porto vecchio al rigassificatore al parco del mare. L'alternativa è il consueto ventaglio di velleità non credibili, che del summit ci restituirebbe solo le cartacce.
(09 luglio 2008)


Anche la Facoltà di Biologia era una delle migliori d'Italia. In ambito scientifico Trieste si faceva rispettare (Scienze = biologia, chimica, fisica e matematica).
Purtroppo in Italia i dottori di ricerca li mandiamo a insegnare nelle scuole private recupero anni.


VINO: FVG; 1.500 MORTI ANNO E 67% BEVITORI ABITUALI
(ANSA) - UDINE, 21 LUG - Millecinquecento morti all'anno per i guasti causati dall'alcol e 67% dei cittadini definiti come bevitori abituali: sono i dati diffusi oggi da una inchiesta del quotidiano 'La Repubblica' che cita tra le fonti, fra gli altri enti, il Censis e il Cnr. L'indagine conferma elementi già noti e precisa come quello dell'alcolismo sia un problema italiano. La Repubblica definisce però il Friuli terra dove "si sta consumando una strage silenziosa" e parla dei giovani della regione 'come gioventu' allo sbando" e di "vite bevute". In Friuli Venezia Giulia gli alcolisti in trattamento nel 2007 erano 6.129, mentre i ricoveri per abuso d'alcol 43.714 in tre anni. Sotto accusa - nell'articolo firmato da Giampaolo Visetti - anche il tipo di vita dei giovani: "lo spettacolo offerto da Sistiana a Udine - è scritto tra l'altro nell'articolo - è impressionante. Finito il lavoro si vive con il cocktail in mano. Una tempesta alcolica: sagre del vino, feste della birra, cantine aperte, serate del prosecco, rave party, drive-beer pub che promuovono il 'drink as you like' o il 'paghi uno e bevi tre'". (ANSA)
(AGI) - Udine, 21 lug. - Protestano due senatori del Friuli Venezia Giulia di opposta appartenenza - Ferruccio Saro Pdl e Flavio Petoldi Pd - per l'inchiesta pubblicata su 'La Repubblica' inerente 'la strage silenziosa' che il vino sta compiendo in questa regione (67 per cento dei cittadini qualificati come bevitori, 1.500 morti per guasti causati dall'alcol). Per Ferruccio Saro "l'immagine della regione Friuli Venezia Giulia che esce dall'inchiesta di Repubblica non e' assolutamente corrispondente al vero. Nessuno nega - dice - che la gioventu' certe volte esageri ma non credo che i giovani friulani bevano di piu' dei loro colleghi emiliani, veneti o lombardi. In Friuli si beve bene - ha spiegato - e l'immagine disastrosa che esce dall'inchiesta del quotidiano rischia di danneggiare una intera classe di produttori". "Esporre poi in negativo solo una regione, quando il problema e' nazionale, significa fare una operazione scorretta". Ha invece commentato cosi' l'inchiesta del quotidiano il senatore Flavio Pertoldi.
"Paragonare i rave party alle sagre del vino o ad altre manifestazioni di promozione del territorio e' a dir poco delirante". "Non contesto i dati - ha detto Pertoldi - ne' voglio sottovalutare il fenomeno che e' grave. Sono sindaco di un comune dove operano benemerite associazioni di recupero degli alcolisti, ma dipingere il Friuli come una terra di alcolisti mi ha fatto sobbalzare. Mi oppongo fortemente - ha concluso - a questa fotografia". (AGI)
Estate, molti sono in ferie, ci sono poche notizie. Bisogna pur riempire le pagine de "la Repubblica".


Hich!


Di Fabio Dalmasso - (pubblicato su Limes on-line, 02/09/2008)
Tratto da http://www.osservatoriobalcani.org
Trieste: dentro o fuori l’Italia?
Oggi Trieste vive le contraddizioni del suo passato e le incertezze del futuro, lontano dalle caratteristiche tipiche italiane mentre italiani e sloveni convivono sotto l'etichetta di una multietnicità che spesso sono avvertiti più dai visitatori che dagli abitanti. Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo pubblicato da Limes on-line
Grotta Gigante, una delle attrazioni naturalistiche più visitate del Carso Triestino. Pullman provenienti da tutta Europa e scolaresche locali affollano l’ingresso: una lunga serie di scalini li porterà in fondo a questa sala immensa creata nel corso dei millenni dallo scorrere del mitico fiume Timavo. Una giovane insegnante di Como si avvicina ad alcuni bambini che, con il naso all’insù per vedere le stalagtiti, pronunciano parole in sloveno miste a frasi italiane: «Ma voi lo capite l’italiano?» chiede curiosa. I bambini si guardano e rispondono che si, capiscono l’italiano. La professoressa lariana allora chiede: «Siete italiani quindi?». Una bambina la guarda perplessa e subito risponde: «Si, cioè… di cittadinanza italiana, ma siamo sloveni». «Di dove?». Attimi di silenzio, i bambini si guardano senza dire nulla e prima i ritornare dalla propria insegnate pronunciano sommessamente: «Trieste».
In questo breve scambio di battute è racchiusa la situazione di Trieste e della zona giuliana: italiani e sloveni convivono sotto le etichette di una multiculturalità e di una multietnicità che spesso sono avvertiti più dai visitatori che dagli abitanti. Qualsiasi guida turistica, infatti, non può esimersi dall’esaltare questa commistione di nazionalità, lingue e culture che fanno di Trieste la città mitteleuropea per eccellenza: un’eredità storica importante fa sì che questa città di confine viva oggi in una situazione schizofrenica, divisa tra un futuro fatto di scienza e tecnologie e un passato sempre presente, con i suoi miti e le sue verità.Un altro episodio curioso, di cui molti ancora oggi si ricordano, potrebbe aiutare a capire meglio questa realtà apparentemente così diversa: nel 2004, anno cruciale per Trieste in quanto cinquantenario del ritorno della città all’Italia, l’ambita corona di Miss Trieste incoronò la testa di Sara Jug, bellissima diciannovenne che però, secondo alcuni rappresentanti politici della destra locale, aveva un solo, piccolo difetto: era slovena, per la precisione di Nova Gorica. Alcuni chiesero che fosse inserita, nel regolamento per partecipare al concorso, una clausola sulla cittadinanza italiana, mentre altri già prevedevano scenari futuri in cui, partendo dalla corona di Miss Trieste, la Slovenia avrebbe conquistato l’intera città. Trieste città assediata dagli sloveni dunque? Per quanto possa sembrare assurda, o quantomeno anacronistica, la “minaccia slava” è ancora percepita da molti cittadini che mantengono un atteggiamento ambiguo nei confronti dei loro vicini di casa e verso colori che vivono a Trieste e provincia ma, come i bambini all’inizio del presente articolo, appartengono alla minoranza slovena.
Un argomento, quella della minoranza, che suscita sempre grandi discussioni tra i cosiddetti “triestini veraci”: «Già, la minoranza, ma perché non si fanno contare una volta per tutte che così sappiamo quanto sono effettivamente?». Sui numeri è, da sempre, battaglia aperta: secondo alcune stime del Ministero dell’Interno sarebbero circa 60.000 – 70.000 coloro che parlano sloveno o dialetti sloveni in Italia, storicamente presenti in Friuli – Venezia Giulia, raccolti nella provincia di Trieste e nelle zone orientali delle province Gorizia e Udine. Cifre sulle quali, però, non esiste alcuna certezza e creano terreno fertile per le polemiche, da una parte e dall’altra. Secondo gli italiani, infatti, la comunità slovena godrebbe di una serie eccessiva di diritti rispetto al loro effettivo numero, mentre da parte slovena si lamenta la scontrosità italiana, che a volte si traduce in aperta ostilità (1). L’uso del termine sciavo usato per indicare, indiscriminatamente, tutto coloro che abitavano l’ex Jugoslavia, fa parte delle abitudini consolidate di molti triestini che, a volte, non ne percepiscono per intero la valenza negativa. E se il linguaggio è un utile indicatore della situazione sociale, è interessante notare come per riferirsi agli abitanti della Slovenia o della Croazia non sia raro sentire dire «quei de là», cioè quelli oltre confine, con l’implicita intenzione di rimarcare le differenze, le distanze mentali (e non geografiche) tra le due realtà.
Un rapporto di vicinato, quello tra italiani e slavi, che visse nell’annessione al Regno d’Italia di Trento e Trieste un momento particolarmente difficile: se, infatti, si realizzava la tanto agognata unità d’Italia, il nuovo assetto geopolitico, per la Venezia Giulia, significava soprattutto la confluenza nell’ambito statuale italiano delle minoranze slovene e croata che davano così un carattere plurinazionale alle province annesse. Una convivenza che avrebbe avuto bisogno di una rara oculatezza amministrativa e una buona collaborazione democratica, ma che invece si trasformò in una mole di decreti e ordinanze con tanto di tribunali militari che fece scemare l’entusiasmo anche ai molti che salutarono con gioia l’annessione. In un clima così difficile e delicato il fascismo trovò immediatamente i suoi adepti, tanto che già il 3 aprile 1919, a pochi giorni di distanza dalla fondazione dei Fasci di piazza San Sepolcro a Milano, avvenuta il 23 marzo 1919, venne creata la sezione triestina. Le violenze delle squadre fasciste non tardarono a venire e gli obiettivi delle loro azioni furono essenzialmente due: la classe lavoratrice e le minoranze slave: «il loro scopo era quello di stroncare la opposizione socialista e di far apparire le loro violenze come atti di “difesa nazionale”» (2). Il 13 luglio 1920, prendendo come pretesto l’uccisione di un ufficiale della Marina Italiana a Spalato, le squadre fasciste assaltarono e diedero fuoco al simbolo della minoranza slovena triestina, il Narodmi Dom, sede delle principali attività economiche e culturali slovene, ma non solo.
Quasi a simboleggiare l’internazionalità di Trieste, tra le mura del Narodmi Dom, inaugurato nel 1904, si parlavano più lingue, tra cui lo sloveno, il croato, l’italiano e il tedesco. Era ospitato, inoltre, un centro culturale ceco. L’incendio del Narodmi Dom fu un episodio che segnò profondamente la comunità slovena locale: nel 2004 nello stesso edificio venne inaugurato il primo Centro Informativo Sloveno, un ritorno a quella vivacità culturale ed economica che il fascismo cercò di piegare e cancellare con l’italianizzazione forzata, la chiusura delle scuole slovene e croate e la persecuzione di tutto coloro che non rientravano nei canoni della “razza italica”. La situazione che venne a crearsi nel dopoguerra risentì molto degli eventi post 8 settembre 1943 e lasciò segni tangibili sulla società triestina. L’attuale distanza avvertita tra italiani e slavi , infatti, deriva anche (ma non solo) dalla situazione geopolitica al termine del secondo conflitto mondiale: i quarantatre giorni di presenza dell’esercito jugoslavo a Trieste (dal 1° maggio al 12 giugno 1945) vengono ancora ricordati come vera e propria occupazione militare. I giornali locali, ricordando l’anniversario, scrivevano, il 13 giugno 2008, «Quel 12 giugno 1945 Trieste si liberò dall’occupazione titina», descrivendo tale periodo come «una cupa parentesi istituzionale, politica e sociale».
La valutazione dei cosiddetti «40 giorni», ovviamente, fu diversa a seconda delle posizioni ideologiche e della propria nazionalità, ma il terrore che la città potesse, alla fine, entrare a far parte della futura Jugoslavia era presente in molti cittadini italiani. Paura per il futuro che poggiava anche sul terrore provocato dalla voci sulla vendetta in atto da parte slovena e croata nei confronti degli italiani: si è scritto e detto molto (spesso a sproposito) attorno alle vicende legate alle foibe, ma occorre ricordare come esse siano da inserirsi nel contesto storico – sociale del momento e, soprattutto, non bisogna slegarle dagli eventi che le precedettero, cioè l’occupazione fascista prima e nazista poi. Una presenza, quella fascista, che non fu sicuramente delle più tenere: le violenze perpetrate alla popolazione con la scusa della lotta antipartigiana trovarono la loro approvazione nella famosa Circolare 3C del 1942, firmata dal generale Mario Roatta e distribuita fino ai comandi di battaglione e di reparto. Tale circolare, in diretta relazione con il decreto del gennaio 1942 emanato da Mussolini per regolare «i rapporti tra le autorità militari e quelle civili in materia di pubblica sicurezza e di ordine pubblico», iniziava con la frase: «il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, ma bensì da quella testa per dente».
Il piano di «normalizzazione» venne applicato scrupolosamente dal comandante dell’XI corpo d’armata Mario Robotti: dopo essersi dichiarato favorevole all’«internamento di tutti gli sloveni per rimpiazzarli con gli italiani» per «far coincidere le frontiere razziali e politiche», Robotti accennò al cosiddetto «trasferimento completo», la deportazione, cioè, di tutti gli uomini validi nel lager di Rab (Arbe), sempre senza interrompere le operazioni di «esecuzione di tutte le persone responsabili di attività comunista o sospette tali». Sua la famosa frase: «si ammazza troppo poco». Tutto questo creò, inevitabilmente, un sentimento di astio verso quegli italiani che si macchiarono di crimini orrendi e di nefande violenze: un sentimento di vendetta, dunque, andò ad aggiungersi a un evidente disegno di annessione territoriale dell’intera Venezia Giulia. I crimini commessi da entrambe le parti, dunque, formarono crearono le basi sulle quali crebbe, in seguito, la diffidenza e il reciproco sospetto che ancora oggi caratterizzano i rapporti tra triestini e sloveni o croati.
Nel dopoguerra la città conobbe momenti difficili, di tensione (come gli scontri del 1953), con un futuro incerto: il ritorno definitivo all’Italia sancì un momento di svolta anche per la mentalità dei triestini. Alcuni lamentarono la partenza dei militari americani (soprattutto per le opportunità lavorative che la loro presenza garantiva), mentre altri festeggiarono il tricolore italiano, lamentando, però, la perdita definitiva dell’Istria e della Dalmazia, argomento tuttora molto sentito soprattutto da parte degli esuli istriano – dalmati e da parte di quella sfera nostalgico – fascista che attira un numero notevole di trestini. Non a caso uno dei gruppi più rappresentativi della scena RAC (Rock Against Communism) italiana si trova proprio a Trieste e ha scelto un nome quanto meno emblematico sotto il profilo geopolitico: Ultima Frontiera (3). Un rapporto difficile, dunque, che, però, non ha impedito la nascita di collaborazioni commerciali: sino alla dissoluzione della Jugoslavia, infatti, era una normalità vedere numerosi pullman targati SLO o HR varcare il confine e dirigersi sicuri vero il borgo Teresiano di Trieste, un insieme di isolati costellato da botteghe e negozi in cui gli jugoslavi venivano a fare incetta di tutti quei prodotti che nella terra di Tito non arrivavano.
Parlando con alcuni triestini è normale sentirsi raccontare episodi legato a questo fenomeno: le molteplici paia di jeans indossati per poter varcare la frontiera, le incette di Coca – Cola o scarpe da ginnastica che, una volta al di là del confine, diventavano merce preziosa e rara. Miha Mazzini, scrittore sloveno di cui è stato recentemente pubblicato il libro Il giradischi di Tito, ha rievocato le emozioni provate nel varcare la frontiera oggi che questa non esiste più: «Ho riprovato le stesse sensazioni di quasi trent’anni fa. Le due polizie, i documenti, i maltrattamenti dei doganieri, i trucchi per nascondere la valuta, gli italiani per cui siamo sempre stati degli “zingari”… Ancora una volta il sentimento di inferiorità. E, una volta arrivati, un’altra sensazione che avevo dimenticato: l’impulso di comprare tutto, comprare subito, perché poi non ci sarà più. Chi ha vissuto nei paesi socialisti lo sa»(4). L’atteggiamento riservato agli acquirenti d’oltre confine non era dei più gentili: molti ricordano la maleducazione e la presunzione dei venditori (e alcuni tendono a specificare che non fossero tutti triestini) e il modo con cui venivano trattati gli sciavi nei negozi. Un atteggiamento che, però, non ha impedito a molti esercenti di accumulare discrete ricchezze grazie allo shopping transfrontaliero.
Parallelo a tale fenomeno vi era quello inverso legato, cioè, agli italiani che varcavano il confine per acquistare merce a minor prezzo: dalla benzina alla carne, erano molti i triestini che raggiungevano Koper (Capodistria) o le oltre città appena oltre frontiera alla ricerca della convenienza. Inevitabili, anche qui, i racconti inerenti il controllo da parte delle guardie slovene di frontiera, tra incomprensioni e sospetti reciproci. Tali rapporti commerciali, nonostante i notevoli cambiamenti politici post – ’89, non hanno conosciuto soste: ancora oggi sloveni e croati giungono in Italia per fare shopping incrociando, alla frontiera, gli italiani che scelgono la Slovenia per fare il pieno di benzina o comprare stecche di sigarette a poco prezzo. L’unico elemento che è mutato è che, il posto dei venditori italiani di jeans e scarpe da tennis, è stato preso dai cinesi: il borgo Teresiano, ora, è una piccola Chinatown in cui le lanterne rosse fuori dai tanti negozi hanno ormai da tempo sostituito le insegne italiane.
Un elemento storico che ricopre ancora un ruolo di notevole importanza in questa città è quello legato all’Impero Austriaco e al suo ricordo: secondo molti storici, l’originalità e la diversità di Trieste vennero esaltate dagli avvenimenti del 1954: se da una parte si assistette ad una certa esaltazione per il ritorno alla “Madre Patria”, ben più consistente fu la riscoperta della propria austriacità, di quel mito asburgico che da sempre covava sotto la brace e non si era mai spento. Il ricordo dei tempi in cui Trieste era lo sbocco marino ed emporio commerciale dell’Impero rivivono accanto alla mitologia legata al periodo austriaco, in cui, come dicono molti ancora oggi, la città era più pulita, non c’era bisogno di tanta polizia perché non esisteva la delinquenza e si viveva bene, sotto tutti i punti di vista. In un piccolo bar vicino al centrale viale XX Settembre è ancora possibile notare, sul muro dietro la macchina del caffé, quadri di Francesco Giuseppe e piccoli poster con l’aquila bifronte simbolo dell’impero austro – ungarico. Un mito che non passerà mai, soprattutto nelle generazioni più anziane.
Da notare come la proclamazione di Trieste porto franco, avvenuta nel 1719, favorì non solo il passaggio da un’economia pigra a un insieme dinamico di scambi commerciali, ma mutò anche la città e suoi abitanti che si aprirono a rapporti sociali più mobili e aperti. Tale processo, però, non venne avviata «dal patriziato cittadino, che non ha né i capitali né l’intraprendenza necessari per imprimere una svolta alla vita di Trieste e che vede in ogni novità una minaccia per i privilegi dei quali gode all’interno del Comune, ma è invece promossa dall’esterno, dai vertici statali […] è quindi il prodotto più di una cesura che di una evoluzione interna nella storia del proto adriatico» (5).
A guardare oggi questa città dell’estremo Nord Est italiano non può non ritornare alla mente la medesima atmosfera che caratterizzava Trieste sotto l’Impero austriaco: una città plurinazionale, crogiuolo e crocevia di culture, «una realtà innegabile, ma difficilmente afferrabile. Trieste è stata contemporaneamente un amalgama di gruppi etnici e culturali diversi […] e un arcipelago in cui questi gruppi restavano isolati e chiusi gli uni agli altri» (6). Isole culturali e nazionali, dunque, che vanno a formare un vasto e colorato arcipelago, ma che raramente si mettono in contatto tra di loro.
In questo incontro – sconto di culture e nazionalità risiede la bellezza di Trieste: il suo essere Italia, ma al confine estremo; il suo vagare lontana dal centro politico e storico del paese, ma nonostante tutto sentire dentro sé un nazionalismo forte e radicato, che non è un semplice patriottismo o esaltazione della propria nazione, ma è un sentimento che va oltre e fa sentire la città affetta da un bipolarismo notevole: italiani, si, ma diversi dagli altri. Il triestino si sente diverso dai foresti, cioè da quelli che parlano in lingua, in italiano, ma soprattutto si sente lontano dai friulani, diversi per lingua e mentalità, e dagli sloveni, o forse meglio dire, dagli slavi. Umberto Saba la definì la città più fascista d’Italia e forse lo è, ma è un fascismo sui generis che trae la sua linfa vitale proprio da quel confine, così vicino alla città, che ha creato, e forse tuttora crea, nel triestino una situazione di incomprensione sulla propria identità: «il figlio di una terra di confine sente talora incerta la propria nazionalità oppure la vive con una passione che i suoi connazionali stentano a capire, sicché egli, deluso nel suo amore che non gli sembra mai abbastanza corrisposto, finisce per considerarsi il vero e legittimo rappresentante della sua nazione, più di coloro per i quali essa è un dato pacificamente acquisito» (7).
È ancora Italia dunque Trieste? Paolo Rumiz dice che «l’Italia, seppiatelo, finisce a Mestre. Solo che da lì non comincia l’efficienza mitteleuropea. Sul binario per Trieste cominciano i Balcani […] ti avvicini alla Jugoslavia-che-non-c’è e i vagoni già sferragliano come a Bucarest, arrivano vuoti in una Trieste che pare capolinea sul nulla» (8). Fulvio Tomizza parla di una «non intera appartenenza italiana, in nome di una diversa mentalità, di un rigore morale di origine non esclusivamente religiosa, di un differente modo di sentire il rapporto con chi ci governa e con chi ci passa accanto» (9). Un lembo d’Italia lontano dal centro, vissuto fino a ieri come estrema difesa contro un mondo apparentemente lontano, ma in realtà estremamente vicino. Trieste è cresciuta e ancora oggi vive sulle contraddizioni: nel rapporto con gli sciavi, nel rapporto con gli italiani e l’Italia stessa; nella sua vivacità culturale che però dedicata attenzione allo scrittore Boris Pahor, appartenente alla minoranza slovena, solo a molti anni di distanza dall’uscita del suo capolavoro Necropolis celebrato, nel frattempo, in tutto il mondo (10); una città che svetta sulle più alte cime della scienza e della tecnologia mondiale con laboratori di prima eccellenza, ma rimane ancorata a un mondo che non c’è più, legata a un passato di divisioni che, si spera, non esiste più. Jan Morris ne fornisce un ritratto estremamente sintetico, ma molto attento: «È un porto italiano di media grandezza e ormai in là con gli anni, etnicamente ambivalente, storicamente confuso, prospero solo a fasi alterne, appartato nell’ultimo angolo superiore del mare Adriatico e a tal punto carente delle consuete caratteristiche dell’Italia che ancora nel 1999, secondo un sondaggio, circa il settanta percento degli italiani ignorava che appartenesse al loro paese» (11).
Alla domanda se dunque Trieste sia ancora Italia si potrebbe rispondere che si, la città giuliana è ancora Italia, ma, contemporaneamente, è già qualcosa in più. Vive le contraddizioni del suo passato e le incertezze del futuro in un presente schizofrenico, particolare, lontano dalle caratteristiche tipiche italiane. Il suo isolamento, anche logistico, ha favorito la crescita di un’identità tutta sua, non descrivibile unicamente con gli schemi mentali propri della nazione. Il dialetto come lingua ufficiale, anche negli uffici pubblici, si mischia allo sloveno, al croato, al serbo e alle tante lingue che unite aumentano la sensazione di essere altrove, in un mondo a parte, in un nessun luogo, come dice Jan Morris. Un’ambivalenza che rende unica questa splendida città stretta tra il mare Mediterraneo e il Carso e che viaggia verso un futuro ricco di passato.
Note
(1) A fine giugno sono state segnalate nuove scritte offensive nei confronti della comunità slovena nei pressi di Prosecco e Borgo Grotta Gigante, paesi situati sul Carso triestino. Il Piccolo, quotidiano di Trieste, del 24 giugno 2008 riportava come «diversi segnali stradali bilingue sono stati inzaccherati e sporcati a colpa di spray […] livori e intolleranze che alcuni intendono perpetuare gravemente e a scapito dell’intera comunità locale».
(2) Dallo squadrismo fascista alle stragi della Risiera – Trieste Istria Friuli 1919 – 1945, Aned Trieste, 1974.
(3) Da notare come una delle canzoni più famose di questo gruppo si intitoli proprio Terra rossa, in omaggio all’Istria. Il ritornello recita: «Istria Fiume e Dalmazia/né Slovenia né Croazia/Terra rossa, terra istriana/Terra mia, terra italiana/Terra dalmata e giuliana/Terra mia, terra italiana» a ricordare l’importanza ancora attuale che questo settore politico attribuisce alla perita di Istria e Dalmazia.
(4) Il Piccolo, 20 giugno 2008.
(5) Angelo Ara e Claudio Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 1982.
(6) Angelo Ara e Claudio Magris, Cit.
(7) Angelo Ara e Claudio Magris, Cit.
(8) Paolo Rumiz, È oriente, Feltrinelli, Milano, 2003.
(9) Fulvio Tomizza, Alle spalle di Trieste, Bompiani, Bologna, 2000.
(10) Bisogna sottolineare come, anche da parte slovena, è stata piuttosto scarsa l’attenzione rivolta agli autori triestini: ha fatto notizia, nel giugno scorso, la traduzione di un’opera di Umberto Saba in sloveno. È la prima volta che questo accade.
(11) Jan Morris, Trieste o del nessun luogo, il Saggiatore, Milano, 2003.