Leggete bene tra le righe...


Severino, l'ultimo paladino del pensiero forte
A colloquio con un filosofo "difficile,", che non rinuncia a cercare la verità e a confrontarsi con il "massimalismo". I suoi rapporti con amici e nemici
"Se fossi un politico sarei preoccupato per il fenomeno dell'immigrazione. L'Occidente è troppo fragile di fronte alle altre culture"
Pubblichiamo uno stralcio dell'intervista a Emanuele Severino dal titolo "C'è bisogno di una Grande Politica", tratta dal numero di "Ideazione" la questi giorni in edicola e libreria
Nel 1969 Emanuele Severino, docente alla Cattolica di Milano dal 1954, lascia questa università. Al cuore della decisione una questione squisitamente filosofica: il famoso "ritorno a Parmenide", la consapevolezza dell'impossibilità che l'essente non sia. Una consapevolezza teoretica che è anche etica e politica: la crisi della filosofia e della cultura occidentale hanno origine nell'interpretazione parmenidea degli essenti. All'epoca, due sue opere, La struttura originaria del 1958 e Ritornare a Parmenide del 1964, attirano su Severino un processo vero e proprio, condotto dal Sant'Uffizio. Fecero scalpore e generarono anche fraintendimenti. Affermando che gli essenti sono nulla, il sistema di Parmenide è la prima forma di nichilismo, a cui farà seguito tutta la tradizione filosofica dell'Occidente, e a ciò intende contrapporsi il pensiero dei pensatore bresciano.
Professore, parlando di Giovanni Gentile lei ha fatto riferimento all'incapacità degli Italiani dì capire i propri grandi pensatori. Stava pensando anche alla sua vicenda?
"No, non pensavo a me stesso. E non parlavo dell'incapacità di tutti gli italiani. In Italia ci sono stati anche quelli che hanno capito l'importanza di Gentile. Penso per esempio a Ugo Spirito, a Guido Calogero, a Gustavo Bontadini. Ai miei occhi Gentile appartiene a quella triade di pensatosi decisivi che hanno compreso a fondo e determinato la crisi della tradizione occidentale. La triade, costituita da Leopardi, Nietzsche e Gentile porta l'essenza del pensiero occidentale alla sua formulazione più radicale. Di Gentile sentii parlare per la prima volta a 11 ami da mio fratello che studiava alla Normale di Pisa. E da allora non l'ho più perso di vista.".
Perché non considera altrettanto decisivi Heidegger, Russell o Wittgenstein?
"Perché Leopardi, Nietzsche e Gentile mostrano, anzi dimostrano l'impossibilità di un ritorno al passato, l'impossibilità dei valori fondamentali del passato. L'affermazione di Nietzsche che Dio è morto non è la battuta di un letterato. E l'espressione di una fondazione radicale. Tutto sta nel cogliere in cosa consista la radicalità di questa fondazione. Quando ci volgiamo verso Heidegger, invece, tale radicalità non c'è. Heidegger gode di un credito così ampio in tutti i settori della cultura filosofica, e non solo filosofica, perché lascia aperte le porte. Quando il pensatore dice "solo un Dio ci può salvare" vuol dire che ancora mantiene viva la figura, seppure ripensata, del divino da cui può giungere una qualche forma di salvezza, lascia una porta aperta. Quando Nietzsche afferma che Dio è morto chiude tale porta, la spranga, e mostra la necessità del suo essere sprangata. Così anche
Gentile, sebbene in lui il linguaggio possa far pensare a una sorta di cristianesimo immanentistico. Non a caso molti dei suoi scolari (Guzzo, Sciacca, Battaglia, eccetera) sono stati esponenti del cosiddetto "spiritualismo cristiano"".
Con chi si trova in disaccordo?
"Ho del disaccordo quest'idea: che valga la pena provarlo di fronte a grandi discorsi. Il disaccordo rispetto alle cose mediocri non è un gioco, ma noia; e se fosse un gioco non varrebbe la candela. Comunque, se dovessi esprimere i miei gusti circa lo "stile" filosofico, direi che preferisco i filosofi del neopositivismo Schlick, Carnap, Neurath - rispetto ai filosofi francesi tipo Derrida o Deleuze. Il discorso di Derrida è un discorso di tutto rispetto. Mi sembra però che a volte il filosofo francese usi in maniera troppo disinvolta il linguaggio".
In Italia lei ha molti seguaci?
"Ho molti discepoli di grande valore e ai vertici della carriera accademica. Ritengono ancora oggi che non si possa prescindere dal mio discorso filosofico. Certo, anche altri, che non la pensano come me, ritengono che non si possa prescindere dal mio pensiero. Direi quindi che i miei allievi si differenziano nel modo in cui tengono conto del mio discorso. Presentano istanze speculative che non sono presenti negli altri. Ad esempio ritengono fondamentale la riflessione sul senso dell'incontrovertibilità della verità, sul senso del rapporto tra verità e crisi della verità. Se dal loro punto di vista non si può prescindere dal mio discorso, è evidente, però, che non sono totalmente d'accordo con esso. Del, resto vorrei sapere quale pensatone - a cominciare (si parve licet) da Gesù Cristo - ha tutti i propri discepoli "totalmente" d'accordo con liti. Ho un'altissima stima di Gesù come pensatore. Mi dispiace che lo si pensi poco come filosofo. Eppure è grande la sua idea che la Verità, per essere tale, deve essere espressa da. Dio, e in quanto pronunciata deve essere parola sonante, carnale, e quindi espressa da un Dio incarnato".
Esiste un livello dei suo discorso applicabile alla politica. Se lei fosse un politico che farebbe?
"Il fenomeno dell'immigrazione è, ad esempio, molto pericoloso. Noi popoli privilegiati corriamo il rischio dì fare la fine di certe imbarcazioni alle quali motti si vogliono aggrappare, e che vanno a fondo. Questo non vuol dire che la struttura tecnologica vada a fondo, ma che l'apparato scientifico-tecnologico è in grado di operare "ricambi" di "materiale umano" al proprio interno. Il pericolo è per l'etnia bianca, la quale verrà progressivamente defenestrata. Questo discorso non è razzista: è una constatazione. Razzista è chi vede nell'appartenenza a una certa razza un valore. Io dico solo che l'immigrazione emarginerà le popolazioni occidentali la cui gioventù si va sempre più imbarbarendo nella dipendenza dalla televisione, dai video-giochi, dalla droga, dagli agi, eccetera, e ha contro di sé tipi umani sempre più numerosi che, ad esempio, fanno saltare se stessi pur di far saltare in aria il nemico. Il nostro tipo umano occidentale è incomparabilmente più fragile rispetto a quello dell'immigrato. Un politico che dica all'elettorato euro-occidentale: "A me non importa niente che tu te ne vada alla malora" non è un politico. Quindi, se io fossi un politico, è ovvio che lavorerei per la sopravvivenza della popolazione attualmente maggioritaria. Ma io non accetterei mai di essere un politico".
Perché?
"Perché a un filosofo si addicono le attività politiche - direbbe Aristotele - di tipo "architettonico". Ma più sono "architettoniche" più sono alte: ed è chiaro che non mi propongono di diventare presidente della Repubblica!".
Il commento dell'intellettuale dopo i tre delitti nella città dove abita
Severino: «Troppi stranieri, città cambiata»
Il filosofo: è naturale che la coesistenza di culture diverse aumenti le tensioni

MILANO — Tre delitti in dieci giorni. Emanuele Severino, che cosa sta succedendo alla «sua» Brescia?
«Tre? Qual è il terzo?».
Il pittore ucciso nel suo appartamento, Aldo Bresciani. La settimana scorsa Hina, la pachistana sgozzata dal padre. E poi Elena, la studentessa ammazzata in chiesa da un cingalese.
«Non è possibile. Tutto questo è singolare. È scalogna! Che altro può essere?».
Lo chiediamo a lei. Vive qui da quando è nato. Ha visto la città cambiare. Perché proprio ora tanta violenza?
«Oggi effettivamente c'è una condensazione di extracomunitari fuori dall'ordinario. Avevo cominciato a percepirlo 15 anni fa e l'avevo detto al sindaco e ai cattolici. Si stavano sovrapponendo fenomeni tra loro in conflitto, destinati a creare forti tensioni. A Brescia si sono incontrate una fortissima tradizione cattolica e un enorme sviluppo imprenditoriale, sia laico che cattolico. Il Partito comunista è stato molto forte, eppure Brescia è anche diventata uno dei centri della Lega».
E aggiungiamo gli immigrati.
«Non intendo attribuire agli extracomunitari in quanto tali comportamenti criminali. Credo che queste persone non facciano nulla di diverso rispetto agli italiani o agli europei. Però...».
Però?
«È naturale che dalla coesistenza di culture tanto diverse aumentino le probabilità di frizioni».
Qual è il fattore di maggior rischio?
«Quello religioso, in prima linea. Non faccio parte di quelli convinti che l'islam sia uguale all'integralismo. Ma l'islam storicamente è una categoria astratta, mentre in concreto, nella storia, ci sono interpretazioni del messaggio di Maometto che spesso sono molto in contrasto con la nostra cultura. Trovo incomprensibili certi atteggiamenti caritativi della Chiesa bresciana verso gli stranieri. Encomiabili, ma forse non si rendono conto delle conseguenze».
Sono solo i cattolici ad avere sbagliato approccio?
«No, naturalmente. C'è un concorso di responsabilità. Ci sono stati vari elementi di convenienza. La manodopera straniera è utile all'industria. Però poi sfugge che il bresciano medio è quello più a ridosso con questa gente, dalla quale invece il grosso industriale ha la capacità di separarsi e tutelarsi».
Faccia degli esempi.
«Senza pensare ai reati, mi riferisco alla quotidianità. In tram lo straniero non si alza per cedere il posto alla vecchietta. Per strada, la donna anziana è costretta a lasciare il passo alla famiglia cingalese e a scendere dal marciapiede perché loro non si spostano. Non lo fanno apposta, sono poco abituati al galateo».
Così però gli immigrati diventano il capro espiatorio. Sono la causa della criminalità?
«Non dico questo. Dico che Brescia è una città ricca, con tanti cattolici molto generosi, che chiama le persone da fuori per lavorare. Chi arriva vuole trovare lavoro, se non lo trova reagisce in modo criminale. Chi ha fame e non ha soldi ruba».
Lei ha dovuto cambiare qualche abitudine, in questi anni?
«Viaggio spesso per lavoro. Tempo fa mi sono trovato a Catania e a Palermo e notavo che lì a mezzanotte la gente era fuori per strada, nei caffè, parlava, rideva, scherzava. A Brescia io da anni non esco più dopo le otto di sera, non lo fa nessuno. Non succede così in altre città ricche del Nord, come a Crema o in Emilia. In questo Brescia è simile a Milano».
Quale potrebbe essere la soluzione?
«Lo dico da tempo: solo risolvendo la fame nel mondo terminerà ogni altra sventura. I nostri Bush, Prodi, tutta la grande politica mondiale deve stanziare cifre che abbassino il tenore di vita delle popolazioni privilegiate a vantaggio di quelle più povere. Non possiamo continuare a stupirci ogni volta se centinaia di clandestini sbarcano a Lampedusa».
Elvira Serra
22 agosto 2006


Il Grillo (26/4/1999)
Emanuele Severino
Esiste la guerra giusta?
26 aprile 1999
Liceo Classico "Gianbattista Vico" di Napoli
SEVERINO: Mi chiamo Emanuele Severino; oggi dobbiamo discutere insieme il tema: "Esiste una guerra giusta?". Adesso vedremo una scheda filmata e poi discuteremo.
Le vicende belliche nella regione dei Balcani hanno ormai del tutto dissolto la convinzione che, dopo il secondo conflitto mondiale, la guerra potesse toccare l'Europa solo a distanza, combattuta in paesi lontani e pensata secondo categorie, capaci sì di accendere gli spiriti, ma che difficilmente toccano la vita di ogni giorno. Ora, con la guerra di nuovo in Europa, questa distanza è stata annullata. I profughi del Kosovo guardano noi italiani e europei per aiuto. Gli arerei che bombardano le città serbe decollano dalle nostre basi N.A.T.O.. La guerra è diventata di nuovo una questione immensamente reale e vicina e, con essa, la difficoltà di affrontarla. Vi è come un abisso che si spalanca di fronte all'idea di pianificare razionalmente attacchi destinati a distruggere città e ad uccidere persone. Come applicare alla guerra i nostri giudizi morali ordinari? L'etica quotidiana, fondata sull'idea del rispetto e della giustizia, sembra come sospesa di fronte alla spaventosa portata del concetto stesso di guerra. Il dovere morale presuppone la vita delle persone a cui si rivolge, mentre nella guerra si tratta di trovare ragioni che giustifichino l'uccisione delle persone. Eppure mai come nelle guerre recenti, nel Golfo e ora in Serbia, le ragioni che sono state portate sono quelle del Diritto Internazionale che sancisce la difesa dei diritti inalienabili della persona. Mai come questo scorcio di fine secolo le guerre sono state combattute con ragioni che vogliono essere morali, di fronte a un torto subito o alla messa a repentaglio della possibilità stessa della libertà e dell'integrità fisica delle persone. Ma quale etica può consentirci di affrontare la follia della guerra?
STUDENTESSA: A parer Suo, può esistere una guerra giusta?
SEVERINO: Per rispondere rapidamente, così come Lei ha posto la domanda: "No, non esiste una guerra giusta". Però dobbiamo chiederci che cosa può significare questa domanda. Lei sa che cos'è giustizia? Sappiamo che cos'è giustizia? Se vogliamo procedere con un po' di ragionamento giustificato, penso che ci si debba innanzi tutto chiedere che cos'è giustizia. A Loro che sono giovani, vorrei dare questo suggerimento: penso che siamo fatti tutti della stessa pasta, di fronte a certe scene tutti proviamo disgusto, orrore. La guerra ci fa orrore. Ecco, direi che uno degli insegnamenti maggiori per i giovani è quello, certamente, di essere fatti in questo modo, per cui provano orrore per la vergogna della guerra, però attenzione a non fidarsi del sentimento d'orrore, perché - e chiudo subito questa prima parte di risposta - il disgusto per la guerra è un qualche cosa che c'è oggi, ma non c'era ieri, non c'è stato tante volte nel corso della storia dell'uomo. "Ieri", dico "ieri" tra virgolette, per esempio si provava disgusto per gli ebrei. Oggi questo disgusto, fortunatamente, nel nostro tipo di società, è scemato. Ma il disgusto è qualche cosa che ora c'è, ora non c'è. Il sentimento di deprecazione ora c'è, ora non c'è. Quindi l'invito è di provare a ragionare. E ragionare vuol dire innanzi tutto chiedersi che cos'è giustizia. Io penso che la mia risposta potrà concretarsi con le altre domande, altrimenti faccio una chiacchierata troppo lunga.
STUDENTE: Il titolo che è stato dato alla trasmissione con il termine "guerra giusta", mi fa un po' ricordare l'opera di Baudelaire, Les fleurs du mal, nel senso che, comunque, c'è una contrapposizione di termini. Almeno Baudelaire tentava di estrarre qualcosa di positivo da qualcosa di negativo. Come si può, invece, nel caso della guerra, estrarre qualcosa di giusto, qualcosa di positivo?
SEVERINO: La Sua domanda mi offre il destro per completare quanto avevo incominciato a dire prima. Che cosa può essere oggi "guerra giusta"? Ieri la parola "giustizia" voleva dire adeguazione dell'uomo a un ordine del mondo, a un ordinamento del mondo ritenuto vero. E la pace è la situazione in cui si può vivere questo ordinamento del mondo ritenuto vero. Allora la pace è la situazione autentica dell'uomo, perché è la fedeltà, potremmo dire, a ciò che è vero. Ora questo modo di intendere la verità e quindi la giustizia - giustizia vuol dire adeguarsi a come stanno le cose - ecco, questo modo di intendere la giustizia è drammaticamente venuto meno nella storia della nostra cultura. Cioè non si crede più che esista un ordine vero, a cui ci si debba adeguare. Questo vuol dire che il concetto di giustizia è entrato in crisi. La signorina mi domandava prima, se per me la guerra è giusta ed io, così, molto rapidamente, Le ho detto: no, non è giusta, però mi ero riservato di dire: che cos'è giustizia? Ecco, questo, direi, è un punto che non bisogna perdere di vista, la crisi della cultura tradizionale, quella cultura per cui, ripeto, ci sono dei valori assoluti, delle verità assolute e la giustizia è l'adeguarsi a questi valori. Se questi valori non ci sono più, allora che cosa rimane in campo? Rimangono in campo le forze: le forze degli Stati, le forze degli individui, le forze dei soprastati. E oggi noi ci troviamo ad avere a che fare certamente con gli individui, che siamo noi, con gli Stati e coi sovrastati. Ecco, che cosa intendo con la parola: "sovrastati"? Continuo a ritenere di non avere sbagliato, quando, col crollo del Muro di Berlino, dicevo: i sovrastati rimangono due, Stati Uniti e Russia, prima l'Unione Sovietica e poi Russia. Allora, in questa situazione, che cosa può essere giustizia? È la capacità di una forza di imporsi sulle altre. Se uno a questo punto dice: ma tu sei cinico a dire questo, me lo puoi dire solo se sottintende l'esistenza di valori indiscutibili, che non possono essere messi in questione. Ma se ci ricordiamo che invece questi valori sono stati messi in questione, allora giustizia, l'adeguarsi a come stanno le cose, vuol dire il tener conto dell'esistenza di forze, più o meno potenti. Oggi, sul pianeta ci sono, ripeto, due forze particolarmente potenti: Stati Uniti e l'erede dell'U.R.S.S., i quali - se mai questo punto lo svilupperò, spero, con qualche altra Vostra domanda - costituiscono il sovrastato planetario, a suo tempo lo chiamavano il diumvirato, una concordia discorde, che incarna in sé quello a cui pensava Weber, quando definiva lo Stato come "monopolio legittimo della violenza". Ora è inutile farsi illusioni etiche. Giustizia oggi vuol dire: il tener conto della maggior potenza di questo parallelogramma delle forze, che è la risultante della volontà di Stati Uniti da una parte e Russia dall'altra e il tener conto della maggior potenza di questa risultante. Allora è dura, ma giustizia oggi può voler dire adeguarsi a questa forma di monopolio legittimo della violenza in cui consiste il diumvirato mondiale. Se qualcuno è scettico sul fatto che la Russia ancora oggi sia superpotenza, me lo può domandare e dirò i motivi per i quali sostengo questa tesi. È una situazione drammatica perché scomodare l'etica, scomodare la morale in relazione alla guerra, direi che non è proprio il caso. I popoli non sono mai stati etici. Ma Ve lo figurate un popolo etico? Supponiamo di adottare il precetto evangelico. Un giovane ricco va da Gesù. Gli dice: "Che cosa devo fare?". Gesù gli dice: "Osserva i Comandamenti". E il giovane ricco dice: "Ma io questo l'ho già fatto! Che cosa devo fare ancora?. Dice": Dà tutto quello che hai ai poveri". Ma Ve lo figurate Voi uno Stato che dia tutto quello che ha ai poveri. Cioè, il concetto di un'etica applicato ai popoli è un circolo quadrato. Questo per dire come la situazione sia drammatica e se non ci si debba interrogare sui motivi che hanno condotto a questa allucinante situazione. Poi si può certamente parlare dell'O.N.U., del Diritto Internazionale, ma di un O.N.U. che sia sostanziata dalla forza dei superStati, perché senza questa forza è di nuovo una velleità etica.
STUDENTESSA: Aristotele disse che la guerra è giusta solo se "in vista di pace". Lei è d'accordo con questa affermazione?
SEVERINO: È quello a cui più o meno mi riferivo prima, perché la pace, di cui parla Aristotele, è appunto la situazione in cui ci si adegua alla verità. Questo sembra un tema astratto, ma ha delle conseguenze infinite. Se nel nostro tipo di cultura - si tratterà poi di vedere se questa sia l'ultima parola - una verità assoluta non ci può essere, allora una pace che sia giustizia non ci può essere. La giustizia non può essere che l'adeguazione alla maggior forza, secondo quello che dicevo prima. Quindi la definizione di Aristotele è legata a una base culturale che oggi è tramontata. Se non c'è la verità, perché non dobbiamo distruggere gli uomini? Badate che questa non è una domanda di un professore di filosofia, che se ne sta comodo a casa sua e che si permette il lusso di giocare con le domande pericolose. Perché gli uomini sono sempre stati sfruttati. Ma, se non c'è una verità assoluta, perché non andare là dove si può andare, occupare regioni che fa comodo occupare? Perché non si devono distruggere altri popoli per salvare la propria vita? Perché, in nome della sopravvivenza, non si deve distruggere il prossimo? Vogliono intervenire su questo punto?
STUDENTESSA: Noi abbiamo letto il Suo libro, ed è stato possibile cogliere che Lei ritiene che la guerra sia un evento necessario per mantenere uno stato di equilibrio. In base a quali criteri Lei definisce la guerra un qualcosa di necessario? Perché penso che sia una affermazione abbastanza pesante.
SEVERINO: Non è proprio così. Non è che la guerra è necessaria per mantenere uno stato di equilibrio. Dicevo, se ricordo bene il punto al quale Lei si riferisce, che la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica è quella che ha consentito la pace per quasi mezzo secolo.
Se noi ci domandiamo: ma perché siamo arrivati a questo punto? Allora, la risposta del sottoscritto è che la guerra non vien fuori perché disobbedisce ai buoni dettami della buona cultura e della buona volontà, perché questo è il discorso che è in circolazione. Si fa la guerra però la grande cultura, le grandi religioni ci insegnano, o le buone volontà ci insegnano che non si dovrebbe fare la guerra. Se si volesse andare alla scaturigine di questa situazione - ma io Vi inviterei a soprassedere ancora un poco sul tema dell'attualità, poi, se volete, potremo anche andare più a fondo - se si va alle scaturigini, non è che la buona cultura sia tradita dalla guerra, ma la grande cultura tradizionale è la radice della guerra. Combattere la guerra, senza estirpare questa radice, è impossibile. E in questo senso la guerra è un qualche cosa di inevitabile, perché l'abbiamo nel sangue. L'abbiamo nel concetto per il quale le cose sono manipolabili, sono costruibili, sono distruggibili, sono modificabili, sono effimere, caduche. E allora sono lì a nostra disposizione. Ecco, Loro sanno che Eraclito diceva che "la guerra è la madre di tutte le cose,". Se lo ricordano. Ma, se noi intendiamo le cose - le cose: io, tu, la stanza, la città, le stelle, le piante, eccetera, gli animali, gli uomini - se noi intendiamo le cose come ciò che si lascia manipolare, modificare, distruggere, allora dobbiamo rovesciare la sentenza di Eraclito, dire: le cose sono la madre di tutte le guerre. Il modo in cui si intende la cosa, nella nostra cultura, è la madre di tutte le guerre. Cioè il modo in cui noi intendiamo l'esser cosa del proiettore, della lampada, dei miei sentimenti, del suo corpo, eccetera, ecco, il modo in cui noi intendiamo la cosa, cioè come manipolabilità assoluta, questa è la radice di tutte le guerre. Pretendere di estirpare la guerra senza estirpare ciò che la provoca - e ciò che la provoca è la nostra grande cultura - è una grande illusione, ma anche un'illusione pericolosa. Sono andato incontro un po' a quello che Lei mi chiedeva.
STUDENTE: Ma quale strumento ha l'uomo, se non la guerra, per fermare queste violenze e questi massacri che violano i diritti umani?
SEVERINO: Certamente. Infatti prima dicevo: siamo all'interno di un modo di pensare per il quale giustizia è adeguarsi alla maggior forza. I popoli non privilegiati gridano all'ingiustizia dei popoli privilegiati e alle guerre condotte dai popoli privilegiati. Quando accade questo scontro, sono in gioco due forme di sopravvivenza: quella dei privilegiati e quella dei non privilegiati. Ora i privilegiati - li abbiamo chiamati prima per nome - sono i popoli ricchi del pianeta, hanno al proprio centro due superStati, i quali, per la prima volta nella storia - questo prima non lo dicevamo, ma è importante -, per la prima volta, nella storia, sono diventati invincibili. Non nel senso che gli Americani non possono perdere una guerra nel Vietnam o i Russi non possono perdere una guerra in Afghanistan? Sì, questo può accadere. Ma non può più accadere quello che accadde all'inizio della Seconda Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti furono attaccati dal Giappone e la Russia fu attaccata da Hitler. Ecco, se oggi questo accadesse, il Giappone e l'Hitler del momento sarebbero annientati nel giro di una giornata. Questo perché? E qui completo quanto dicevo prima col Suo compagno. Lo slogan, per il quale "la Russia è ormai un'anatra zoppa", fa sì comodo alla cultura di tipo capitalistico, che è una grande cultura, ma ha l'interesse di far vedere che tutto quello che è accaduto col socialismo reale era male. Allora è comodo e utile fino a un certo punto far vedere che la Russia è "un'anatra zoppa". Se non che ci si dimentica sempre che la Russia è, insieme agli Stati Uniti, l'unica potenza esistente al mondo in grado di distruggere il mondo, Stati Uniti compresi. Perché possiede ancora, nonostante tutte le decrepitezze del suo sistema militare, un arsenale atomico funzionante, concorrenziale rispetto a quello degli Stati Uniti. In questa situazione, anche se la Russia è economicamente povera, mentre gli Stati Uniti sono economicamente ricchi, è come - a me piace questo paragone, perché mi pare chiaro - se due persone avessero la pistola - loro due e non altri - e una delle due persone è povera, mentre l'altra ricca. Ebbene il povero può far fuori il ricco, anche se il ricco dice di essere l'unica persona ricca fornita di pistola. Allora, Lei mi domandava: ma come ci si può difendere se non con la guerra. Certo - avevo incominciato a rispondere - ci son due sopravvivenze: questa dei popoli ricchi, i quali vogliono mantenere questo loro privilegio, cioè l'essere stati capaci di raggiungere l'invincibilità. E se vedono che c'è un punto dal globo dove questa loro supremazia viene messa in discussione, intervengono. E intervengono pesantemente con tutte le conseguenze. E poi c'è l'istinto di sopravvivenza dei poveri. Nei Balcani è venuto meno il regime comunista. E certamente i Balcani, la Jugoslavia è stata progressivamente smembrata. Ora, che da parte del popolo serbo ci sia un istinto di sopravvivenza, per evitare un ulteriore smembramento, questo, è spiegabilissimo, nel senso che, venuta meno, diciamo, l'ideologia unificante costituita dal comunismo, che cosa resta per difendersi e per sopravvivere? Non ci si difende, non si sopravvive da soli. Bisogna che ci mettiamo insieme. Ci mettiamo insieme in base a quale principio? Non più in base al comunismo, a un principio ideologico, ma in base a qualche cosa di più immediato: la razza e con quello che la razza si porta dietro immediatamente. Per esempio l'atteggiamento religioso. Allora lo scontro tra i due istinti di sopravvivenza, poveri e ricchi, certo dà luogo a quest'orrore che diciamo guerra. Ma non illudiamoci che quest'orrore venga meno facendo le prediche morali.
STUDENTESSA: Lei ha detto che non può esistere un concetto assoluto di giustizia. Però su questa linea di pensiero, non ci può essere nessun concetto assoluto. Quindi Lei vuole arrivare al fatto che comunque questo porterebbe a uno sconvolgimento dei nostri valori. Ma materialmente, a che cosa ci serve questo sconvolgimento di valori?
SEVERINO: Badi, signorina, che non sono tanto io a parlare, ad affermare questa caduta dei valori, ma è la filosofia degli ultimi duecento anni. Il che vuol dire che dopo Hegel, tutti coloro che hanno pensato - tiriamo via dalla mente l'idea che la filosofia stia da una parte e la scienza e la tecnica stiano dall'altra; no c'è una congruenza di fondo - tutti coloro che hanno pensato, quindi: Marx, Kierkegaard, soprattutto Nietzsche, Heidegger, Wittgenstein, Dewey, Bergson, Gentile e Croce in Italia, ecco tutti quelli che hanno pensato sono arrivati - e questo è un tema che a mio avviso è più importante di tutti, perché decide di tutto - sono arrivati a questa conclusione: che, se esistono dei valori assoluti, non può esistere questo mondo in cui noi viviamo. Questa è la faccenda. Se esiste un blocco, come può essere il Dio, come può essere il valore assoluto, quelle cose cui noi siamo - per la nostra educazione, anche religiosa - siamo legati, ecco, se esiste quel blocco, noi non possiamo esistere. Nietzsche diceva: se esiste un Dio creatore, io non posso creare. Ma io creo, lo vedo, io produco, dunque non ci può essere un Dio creatore. Allora non sono io che sostengo la caduta dei valori. Parliamo della crisi dei giovani, i giovani stanno fiutando adesso quello che è stato raggiunto dall'alta cultura dell'Occidente, dai vari Nietzsche e Leopardi. I valori cadono. E allora la domanda, che però ci porta molto oltre il tema di quest'oggi, è allora: come vivere, che fare? C'è sullo sfondo c’è la tecnica - Il Grillo aveva fatto un'altra trasmissione a proposito della tecnica - questo Convitato di Pietra, che per ora è meglio lasciarlo lì, perché, se incominciamo a parlare di questo Convitato, non parliamo più della guerra, però c'è da tenere conto di questo profilo che non va confuso con la guerra. Chi guerreggia vuol servirsi della tecnica. E, tanto per buttarla lì alla svelta, invece andiamo verso un tempo in cui sarà la tecnica a servirsi dell'istinto di sopravvivenza. E quello può essere lo spiraglio all'interno del nostro modo di pensare, lo spiraglio che porta al di fuori dell'atteggiamento bellico, ma all'interno di quella forma di violenza in cui consiste la tecnica. Mi rendo conto di aver detto delle cose indecifrabili al 60%, nel migliore dei casi. Quindi non sono io che mi invento la caduta dei valori. È tutta quella cultura del nostro tempo, contro cui polemizzano le forze tradizionali. Per esempio, contro cui polemizzava lo stesso socialismo reale, contro cui polemizza tuttora la Chiesa Cattolica. Voi lo sapete che dopo la Seconda Guerra Mondiale, la musica dodecafonica venne proibita dal Partito Comunista Sovietico, perché la musica dodecafonica era un modo di esprimere, sul piano artistico, quella caduta di valori che noi conosciamo bene sul piano pratico, comportamento pratico, che vuol dire poi divorzio, eutanasia, fecondazione artificiale, ingegneria genetica, vuol dire lo smottamento delle stabilità. Nel campo della musica dodecafonica voleva dire lo smottamento della stabilità tonale, ritmica. C'entra con la guerra!
STUDENTESSA: Vorrei toccare un altro punto. Nel suo libro Lei parla del rapporto esistente tra fede e violenza. Le volevo a questo punto chiedere se è possibile che un popolo possa, diciamo, scegliere cosa sia "bene" e cosa sia "male", senza appunto avere fede.
SEVERINO: "Bene" e "male" sono, come appunto la parola giustizia, parole da prendere con le pinze, perché, da capo, se noi sentissimo Aristotele, o anche Kant od Hegel, dire cosa è "bene", che cosa è "male", dovremmo dire "bene" è l'adeguazione a un ordine vero, al senso vero del mondo, "male" è il non comportarsi conformemente a questo senso. Supponendo che uno voglia aggirarsi in questa stanza, si aggira senza ammaccature solo se sa come è fatto il mobilio, qual è la resistenza del mobilio. Se io vado contro la parete, mi rompo la testa, quindi, per agir bene, devo sapere qual è l'ordine vero di questa stanza. Agisco male quando sbatto la testa contro il muro. Ma non si ricorda che prima dicevamo che per un popolo agir bene o male, ecco, ha poco senso, cioè che l'etica attribuita a un popolo è come un circolo quadrato? A un popolo si può chiedere di fare ciò che conviene alla sua sopravvivenza, perché altrimenti il "bene" - Voi avete studiato Kant - vuol dire qualche cosa di assolutamente disinteressato. Il bene morale vuol dire agire disinteressatamente. Tant'è vero che Kant non voleva nemmeno sentire parlare di un premio della virtù. Vogliamo dire queste cose a un popolo? Agisci disinteressatamente. Ma assolutamente no. Non è mai avvenuto né può avvenire, anche perché, sa, io non so che cosa avverrebbe se si praticasse la norma morale per la quale: quello che io ho te lo dono e allora io divento povero e tu diventi ricco. E tu cosa fai? Anche tu devi darlo via. Il tempo passa in una girandola di scambi. È già di difficile applicazione il precetto sul piano individuale, figuriamoci sul piano dei popoli. Un popolo che rinuncia ai propri privilegi, al proprio benessere, per aiutare un altro popolo, non c'è. Noi abbiamo le statistiche: finché - speriamo che non si arrivi a cose di questo genere - noi stiamo sufficientemente bene, allora siamo inclini a mandare gli aiuti ai kosovari. Ma sappiamo dalle statistiche che furono fatte a più riprese, per esempio in America, che l'istinto di beneficenza decresce col decrescere della consistenza economica dei beneficianti. Se Lei sta bene, fa beneficenza. Ma quando incominciamo a star male noi, la beneficenza, cioè l'atteggiamento etico, decresce. I giovani devono, direi, aprire gli occhi e non credere che la realtà sia così facile. È difficile per i giovani capire questo, perché il giovane è colui che impara a sperimentare la vita. Però la vita si presenta subito come piena di aculei, piena di difficoltà. Ho risposto, o non è soddisfatta?
STUDENTESSA: Non molto. Le avevo chiesto se era possibile, diciamo, che un popolo vivesse senza fede.
SEVERINO: No, non può vivere. Ecco la fede è qualche cosa di cui non può far a meno nemmeno l'individuo. Perché io me ne sto seduto qui perché credo che il pavimento regga, la sedia regga. Senza fede non si vive. Che la fede sia verità è un altro discorso. La fede, se avessimo da parlare della fede, dovremmo dire la fede non ha verità, non esibisce la verità del proprio contenuto. Quindi è impossibile per un individuo vivere senza fede, figuriamoci se è possibile per un popolo vivere senza fede. La fede innanzi tutto, per un popolo, è proprio - implicitamente Le avevo risposto - è proprio quell'istinto di sopravvivenza, non è che stia scritto nelle tavole della legge che un certo popolo debba sopravvivere. È la fede che un popolo ha, è la volontà che un popolo ha di voler restare a galla. La concomitanza tra fede e violenza certo è un tema importante. Per ora lasciamolo un momento sobbollire con questa osservazione che vorrei fare, per ribadire il carattere sanguigno di quel discorso, apparentemente astratto, sulla verità. L'avevo già accennato prima: se non c'è verità, perché un popolo non deve sfruttare e distruggere un altro popolo? Come è sempre accaduto. Sono andato un po' più vicino alla Sua richiesta?
STUDENTESSA: Sì. Però quello che ho potuto dedurre da quello che ha detto, è che comunque Lei è in generale d'accordo alla guerra.
SEVERINO: No. Io ho esordito dicendo: siamo fatti tutti nello stesso modo, cioè tutti proviamo disgusto per la guerra. D'accordo è una parola molto bella. Vuol dire: "col cuore", "'d'accordo" riguarda il cuore. Se esser d'accordo significa provare sentimenti di orrore per quella guerra, allora il mio cuore, come il Vostro, non è d'accordo con la guerra. Ma ho esordito dicendo: non fidiamoci del cuore, perché il cuore che oggi prova disgusto per la guerra - si ricorda- è il cuore che ieri provava disgusto per gli ebrei e provava gusto per la guerra. E l'Europa ha fatto due Guerre Mondiali, mostrando adesso di essere stanca di queste Guerre Mondiali e, con la prevaricazione che compete ai popoli che possono permetterselo, non vuole che altri popoli percorrano quella strada che noi Europei, fino a cinquant'anni fa, abbiamo percorso scannandoci, massacrandoci.
STUDENTESSA: Professore sappiamo - come la storia ci insegna - che alla base di ogni conflitto c'è sempre un interesse economico. Perché i mezzi di informazione non mettono in risalto questo fatto, ma fanno apparire gli Stati Uniti come i paladini della giustizia, che vanno a ristabilire l'ordine lì dove è stato compromesso e tacciono volutamente sugli interessi economici che sono alla base del conflitto?
SEVERINO: Teniamo presente che in questo caso, chi ha mosso guerra ultimamente nei Balcani, sono le democrazie occidentali. Allora, ci sono indubbiamente degli interessi economici. Io, quando prima parlavo di istinto di sopravvivenza, alludevo alla radice di ogni interesse economico. Perché a tutti noi sta a cuore la ricchezza? Perché consente la sopravvivenza. Allora sì ci sono degli interessi economici, però c'è anche la faccia che la democrazia deve mantenere rispetto agli altri popoli, la faccia che le impedisce di tollerare un massacro alle porte di casa e quindi aggiunge ai motivi della sopravvivenza, il rifiuto che la democrazia deve, deve esplicitare di questo massacro. Lei mi dice: perché i mezzi di comunicazione non mettono in risalto le motivazioni economiche? Sì, anch'io non sono d'accordo su questo volere mantenere la gente in uno stato di semi-ignoranza. Penso che ci sarebbe una maturazione generale, se si dicesse, come mi sembra che stiamo facendo qui, esplicitamente: sì, c'è la volontà di mostrare i valori democratici, ma ancora più in fondo c'è l'istinto di sopravvivenza - Lei lo chiama interesse economico - ma penso che le masse maturerebbero, non coltiverebbero quei dolciastri sentimenti di carità, di pietà, di amore, che sono sostanzialmente delle finzioni che hanno una funzione televisiva. Non dimentichiamo che non tutti sono in grado di capire questi motivi. Allora, dire alla gente che c'è una motivazione etica, è un modo di dare una certa forma di fede che sorregge la gente, è un modo di motivarla. Quindi anche il fatto che i mezzi di comunicazione si comportino in un certo modo è funzionale al nostro istinto di sopravvivenza. Per esempio, chi va al fronte non credo che gradisca che si accentui l'aspetto crudamente economico, ma preferisce accompagnare questo aspetto economico con motivazioni ideali, come è avvenuto nell'ultima guerra. Gli Stati Uniti sono intervenuti in Europa, sì per difendere la democrazia, ma innanzi tutto perché in Europa stava formandosi un impero che minacciava di sfuggire al controllo delle democrazie anglosassoni.
STUDENTESSA: Le volevo chiedere: il mondo è rimasto inorridito di fronte agli orrori dell'Olocausto. E comunque adesso si sente parlare di fosse comuni, deportazione e pulizia etnica. Lei non pensa che questo sia una sorta di secondo Olocausto?
SEVERINO: Ho letto sui giornali che l'Olocausto ha liquidato sei milioni di persone. Quantitativamente - è orribile parlare di quantità in questo caso, perché la vita di un uomo vale infinitamente - non siamo a quel livello, quindi direi che non sia il caso di parlare di Olocausto. Preferisco invece parlare di scontro tra grandi potenze che coinvolgono potenze statali di minore entità, come per esempio i Balcani, la N.A.T.O.. Ma non parlerei di Olocausto.
STUDENTESSA: Lei continua a parlare di istinto. Cioè Lei dice, dice: istinto di sopravvivenza. Quindi in linea di massima sembrerebbe che anche noi uomini, agiamo semplicemente d'istinto. Allora mi viene spontaneo chiederLe: secondo Lei cosa esiste sulla terra, nell'universo, che ci fa differire dagli animali? Noi agiamo per istinto di sopravvivenza, perciò, se dobbiamo sopraffare un'altra persona, un altro popolo, problemi non ne creiamo. Cioè in linea di massima nella catena alimentare con gli animali succede questo, per quanto io so.
SEVERINO: Sì, ma l'istinto di sopravvivenza si esprime in una ideologia. Pensiamo a cosa è accaduto in Germania, o cosa accade in tutti i popoli che vogliono ammantare di diritti i propri istinti di sopravvivenza. Non sono lontanissimo a pensare che nell'uomo non ci sia nulla di diverso dall'aspetto istintuale. Allora, primo: rilevo che l'aspetto istintuale è la matrice di una cultura. Facciamo scienza - questo lo diceva già il buon vecchio Nietzsche - facciamo scienza per paura. La scienza viene fuori dalla paura. La scienza certo è qualche cosa di concettualmente molto elaborato. Allora non è che ci sia solo l'istinto. Se poi Lei vuol sapere dal sottoscritto la differenza rispetto alla bruta animalità, allora qui entreremo in un discorso dove i registi di questa trasmissione ci zittirebbero subito. Ma bisogna che una risposta la dia. Noi siamo l'eterna presenza della verità eterna, ma, questo che noi siamo, circonda, non saputo, il luogo in cui si è inventato l'esser cosa delle cose e si è arrivati alla situazione in cui noi siamo. Quindi lungi da me sostenere un'immagine immeschinita dell'uomo, come puro istinto. No, noi siamo addirittura l'eterna presenza della verità. Ma siccome la mia risposta deve essere breve, è anche enigmatica. Però non mi trovo affatto nella direzione che Lei paventava.
STUDENTESSA: Mi sembra che nell'esprimere le Sue idee è come se eliminasse dal Suo vocabolario la parola "pace" o comunque il concetto di pace. In questo senso allora, la parola "pace" può esistere, magari anche coincidendo col concetto di equilibrio, ma esiste? Cioè, può esistere anche una condizione di pace?
SEVERINO: Certo. Supponga un organismo malato, malato di una malattia inguaribile. Questo organismo ha delle fasi di cui la malattia si fa esplicita, si rende esplicita, in cui la malattia diventa visibile. Questa è la guerra. Ci sono delle fasi in cui la malattia non vien fuori alla luce del sole. Questo si chiama pace. Ma questo non vuol dire che la radice della malattia sia stata estirpata. Quindi nel mio vocabolario c'è, sì, la parola "pace", ma la parola "pace" è il pendant di una situazione globale che ha alla propria radice la forma più radicale di guerra. Sa come Platone chiamava la "cosa"? La chiamava (              ) epamphoteristés. Vuol dire: ciò che oscilla. Sentite: epamphoteristés, qui c'è la parola (    ) éris. La parola éris è quella che usa Eraclito quando dice che la guerra è madre, - usa la parola (       ) pòlemos - dice che "tutte le cose avvengono secondo guerra". Allora la cosa, in quanto è oscillante tra l'essere e il nulla, combatte e si dibatte tra l'essere e il nulla, è la polemicità per eccellenza, è la violenza per eccellenza: Quindi ciò che corrisponde nella mia metafora a corpo ammalato è il modo in cui noi pensiamo le cose. Questo modo a volte si presenta come guerra, a volte si presenta come pace, ma è una pace dei morti.
STUDENTESSA: Andando più nello specifico, quale pensa che sia stato il ruolo, in questi ultimi dieci anni, della Comunità Europea? Cioè era possibile evitare questa guerra?
SEVERINO: È chiaro che se ho accettato di venire a parlare qui è perché uno non viene e improvvisa. Sono cose che ho pensato da parecchio tempo, altrimenti sarebbe disonesto nei Vostri riguardi. Ho sempre pensato che l'Europa sia stata oggetto di contesa tra le due forze di cui parlavo prima: Stati Uniti e Russia. Gli Europei pagano lo scotto di un loro notevole egoismo. Questo si sa . E cioè il vivere bene protetti dall'armamento americano. Noi sappiamo che fin tanto non c'è forza la nostra ricchezza è precaria e dobbiamo dipendere da qualcuno. Quanto sta accadendo - ma non soltanto oggi - è il tentativo dei superStati di mettere le mani sull'Europa. E la "guerra fredda" aveva come occasione immediata, ecco, una situazione in cui l'U.R.S.S. era in procinto di invadere l'Europa. Io ho sempre sostenuto che il conflitto atomico non sarebbe mai scoppiato, perché avrebbe coinvolto la sopravvivenza dei due antagonisti, però l'Europa è sempre stata oggetto di contesa. Oggi, io credo, che l'attuale situazione nei Balcani sia un episodio di questo conflitto tra le due superpotenze. Noi sentiamo stringersi sempre di più il rapporto tra Serbi e Russi. Gli illusi che credevano che i Russi fossero fuori gioco devono ricredersi perché sono sempre in gioco. È il partner che gli Stati Uniti dovranno tornare a riconsiderare tale dopo l'illusione di questi ultimi anni di esseri rimasti l'unica superpotenza. Ecco, anche oggi è in gioco il tentativo di mettere le mani sull'Europa e incominciando da una zona delicata come i Balcani, che sembra sfuggire alla superpotenza americana, perché dopo le mosse del Patto, che hanno attratto nella N.A.T.O. paesi come la Polonia e l'Ungheria era inevitabile che ci si attendesse una contromossa in cui la Russia intende riportare nella propria fede d'influenza i Balcani. Dietro le quinte c'è questo scontro. E quindi la nostra funzione di Europei è passiva. È la passività di chi non è armato.
STUDENTESSA: Quando la guerra finirà, i serbo-bosniaci non potrebbero richiedere a loro volta l'indipendenza dalla Bosnia come hanno fatto i kosovari. E, in seguito a questo, non ci potrebbe essere una ripresa del conflitto nella stessa Bosnia?
SEVERINO: Ecco io credo qualcosa di ancora più radicale. E colgo l'occasione per dirlo. Mi pare strano che la stampa non abbia dato il dovuto rilievo a una notizia che è venuta fuori, ma che sarebbe dovuta apparire a caratteri di scatola. E cioè Milosevic ha chiesto all'Unione, Russia e Bielorussia, di essere ammesso all'Unione. Il che vorrebbe dire che la Serbia verrebbe a far parte di una confederazione a cui appartiene Russia, Bielorussia, Serbia. Quindi ben di più di quello a cui Lei alludeva. Ora mi rifiuto di credere che la N.A.T.O., gli Stati Uniti non conoscano questa situazione. Ma, se si verificasse - e aggiungo che la Duma, cioè la parte bassa del Parlamento russo, ha approvato la richiesta di Milosevic di appartenere all'Unione - se questo si verificasse prima della cosiddetta "guerra terrestre", allora ci sarebbe questo mostro giuridico, per cui gli aerei della N.A.T.O. bombarderebbero una parte della Confederazione a cui appartiene la Russia. Ecco io credo che ci si arresterà prima di questa situazione che sarebbe - se si verificasse, ma escludo che si verifichi - la Terza Guerra Mondiale.
STUDENTESSA: Nel Suo libro sostiene che per raggiungere l'equilibrio si debba fare la guerra. Però questo concetto non lo riesco ad inserire in ciò che Lei ha detto. Me lo può spiegare per favore?
SEVERINO: No, non è che io sostenga che, per ottenere l'equilibrio, si debba fare la guerra come guerra visibile. Sostengo che i quarant'anni o cinquant'anni di pace che abbiamo alle nostre spalle, sono stati dovuti alla "guerra fredda" cioè a quella sorta di tensione che era la pace - cioè la malattia in forma pacifica - che non degenerava nella malattia in forma non pacifica. E allora certo è preferibile la malattia in forma pacifica, per quanto può durare, che non l'esplosione, l'eruzione della malattia.
STUDENTESSA: Allora la guerra non è l'unica soluzione per risolvere alcuni problemi!
SEVERINO: Ah, certamente no!
STUDENTESSA: E può dire alcune soluzioni, perché leggendo il libro, mi è parso di capire, che comunque la guerra sia l'unica soluzione per risolvere dei problemi.
SEVERINO: No, assolutamente no. Quando prima parlavo della tecnica, ne parlo perché la domanda è interessante e merita una risposta, dicevo che oggi l'istinto di sopravvivenza vuol servirsi della tecnica per realizzarsi. È chiaro cosa vuol dire? Ci si serve degli strumenti e della tecnica scientificamente guidata, non di altre forme di tecnica, quindi della tecnica moderna. Ci si sta avviando verso quella forma di violenza, in cui sarà la tecnica a servirsi dei vari istinti di sopravvivenza per dilatare la propria potenza. Questo sarà il modo in cui all'interno della cultura occidentale potrà essere accantonata la forma visibile della guerra e potrà regnare la forma non esplicita della guerra, cioè la cosiddetta "pace", cioè la progressiva dominazione dell'atteggiamento tecnologico. Questo è l'ultimo discorso? No. L'ultimo discorso è quello che riguarda la cosa. E cioè sin tanto che noi alimentiamo il modo fondamentale in cui la nostra cultura si esprime, la guerra sarà sempre lì in agguato. Quindi il radicale superamento della guerra, sarebbe il radicale superamento delle condizioni più profonde della nostra cultura.
STUDENTESSA: Prima abbiamo parlato della passività dell'Europa negli ultimi dieci anni. Non trova che l'Italia si stia comportando, diciamo, come una moneta con la doppia faccia, cioè organizzando missioni umanitarie e poi partecipando, comunque, ai bombardamenti, offrendo le basi della N.A.T.O.?
SEVERINO: Sì, però le alternative quali sono? Dunque, ci troviamo all'interno di un'alleanza. Dobbiamo uscire dall'alleanza? Per l'amor del cielo! Pensate cosa vorrebbe dire un'Italia fuori della N.A.T.O.. È un'Italia in mano agli Arabi, è un'Italia in mano ai paesi sottosviluppati, è un'Italia in mano alla grande immigrazione, è un'Italia sottoposta alla pressione. Quindi mi auguro che non si diffonda questo auspicio di separare le sorti della N.A.T.O. dalle sorti dell'Italia. Questo non in nome mio, ma in nome dell'istinto di sopravvivenza del popolo italiano. Dunque siamo nella N.A.T.O., possiamo uscire? No.
STUDENTE: Lei prima ha detto che la Russia è ancora in gioco e che adesso quindi stiamo assistendo ad una lotta tra queste due superpotenze. Non Le sembra strano però che la Russia non è ancora intervenuta a fermare la guerra e sta assistendo passivamente ai bombardamenti della N.A.T.O. in Serbia?
SEVERINO: Questo se mai è un aspetto di saggezza dell'attuale gruppo dirigente russo. Perché un intervento diretto vorrebbe dire mettersi sul piano inclinato. che porta allo scontro con gli americani. Grazie al cielo Eltzin è riuscito a sedare quello che qualche settimana fa si stava producendo, cioè l'invio di volontari russi in Serbia. Ma da una parte ci sono i volontari sovvenzionati. L'U.C.K. è sovvenzionata, ma mica hanno le armi loro, sono sovvenzionati e hanno le armi dall'Occidente. Se si alimentasse una situazione di questo genere, sarebbe estremamente pericoloso. Quindi in questo momento direi che c'è da rallegrarsi del fatto che la Russia non imbocchi questa strada.
STUDENTESSA: In questo momento Internet è l'unico mezzo di comunicazione non ostacolato. Infatti vediamo che esistono molti siti sulla guerra del momento. Noi ne abbiamo scelto uno che è quello del film: Salvate il soldato Ryan, che evidenzia l'orrore della guerra, ma nello stesso tempo anche l'umanità. La guerra raccontata nel film è per noi comunque una guerra giusta. Per sé, come guerra giusta, si può intendere comunque una guerra che ha come scopo la pace. Lei che ne pensa?
SEVERINO: Ma insomma, prima abbiamo detto che parlare di "guerra giusta" è parlare di un circolo quadrato. Però c'è anche: ma perché certe cose ingiuste a un certo momento non si devono fare? A un certo momento siamo costretti a far le cose ingiuste. Ingiuste, ma da che punto di vista? Dal punto di vista di quella cultura che abbiamo nel sangue - si sente anche nelle Vostre domande, anche se siete giovani, Voi l'avete ereditata inconsapevolmente - esistono cose ingiuste, però a volte si è costretti a fare cose ingiuste, perché le alternative non ci sono. Quindi, direi, non nascondiamoci dietro il dito propagandando il concetto che questa guerra sia una "guerra giusta".