Dio, Patria, Famiglia, Droga, Malattia, Polvere, Perdizione, Prigione: gli ascoltatori deboli si astengano, perché è di tutto questo che Johnny Cash parlava e parla ancora attraverso i suoi dischi. Cash cantava di quell'America che non vediamo più e che ancora esiste, quella che abbiamo visto nei film di Ford e abbiamo letto nei libri di Faulkner o McCarthy. Ha iniziato a farlo fin da subito, fino da quando Sam Phillips lo volle negli studi della Sun Records per farne il più grande country singer di tutti i tempi.
Nel '57 incise Johnny Cash With His Hot & Blue Guitar, un debutto stellare se si pensa che in quella manciata di canzoni erano compresi hit assoluti, capolavori della musica popolare americana come I Walk the Line, Folsom Prison Blues e Cry! Cry! Cry!. Aveva allora alle spalle, il venticinquenne Johnny Cash da Kingsland, Arkansas, un passato di cantante gospel alla radio, di operaio della "motortown" in piena epoca fordista, di militare in aviazione, di peregrinazioni per gli States alla ricerca di nuovi modi per sbarcare il lunario. Ma la musica era il suo destino, la Grande Regolatrice della sua esistenza, e lo avrebbe portato all'acme del successo e poi nel baratro della depressione in un ottovolante di vicende che mineranno per sempre la sua salute.
Quegli anni acerbi ma felici - ben sintetizzati nell'antologia The Sun Years (1990, Rhino) - Cash vivrà sempre con grande nostalgia, nonostante i rapporti contrattuali con Phillips si fossero rivelati da subito burrascosi. Nel '58 passerà alla Columbia e il suo successo rimarrà invariato (tra i suoi migliori Orange Blossom Special e Ballads of the True West, del '65), nonostante l'uso di benzedrina e dei più devastanti cocktail di eccitanti, il suo "carburante psichico" secondo una definizione del Nostro. Il Cash che si affaccia ai Sessanta è già quello che conosciamo: scuro, intenso, il più inquietante country balladeer mai esistito, forse anche per quel vezzo di vestirsi completamente di nero. "The Man in Black" lo chiamano, una piccola rivoluzione anche quella, in un mondo agghindato di salopette, Stetson e improbabili mise campagnole.
Non si è fatto mancare nulla Johnny Cash. Ha conosciuto le droghe (cocaina, eroina, anfetamina), la prigione (possesso di stupefacenti, aggressione a pubblico ufficiale, distruzione di aree boschive), ma anche il grande amore. Quello per June Carter, figlia della cantante Maybelle Carter e componente della Carter Family, è stato più di un matrimonio, è stata un'unione suggellata dalla disperazione e dall'ansia di riscatto e benedetta dal comune amore per la musica. Un sodalizio per la vita tenuto in piedi da una fede cieca e disperata in Dio, di quelle assolute che noi europei non riusciamo a capire, che maturano attraverso l'abuso e la perdizione. Un abbraccio che su questa Terra si è interrotto il 15 maggio di quest'anno, quando June è morta per problemi cardiaci. Poco dopo essersi conosciuti, nel '63, i due avevano scritto con Merle Kilgore quello che rimane il maggiore successo commerciale di Cash, Ring Of Fire , che diventerà uno standard country e un successo radiofonico incredibile.
Due album segnano l'apice della carriera di Cash, Johnny Cash at Folsom Prison (1968) e Johnny Cash at San Quentin (1969), entrambi registrati dal vivo al cospetto dei detenuti di quelle prigioni, episodi centrali della sua discografia, testimonianze della vicinanza dell'Uomo in Nero all'universo carcerario, alla sua sofferenza. E' commovente carpire nei frequenti interventi parlati degli album in questione il rapporto di solidarietà di Cash, allora una stella assoluta del country, con i prigionieri. Cash è uno di loro: è il "fuorilegge" del country. Tra il "pubblico" a San Quintino c'è Merle Haggard, che ricorderà per la vita quella serata e trarrà linfa per iniziare una carriera di countryman controcorrente. In quell'anno Dylan vorrà Cash sul suo Nashville Skyline. E' la sua consacrazione definitiva come fenomeno pop.
Ma chi è Johnny Cash? Il cantante conservatore, come nella migliore tradizione country w.a.s.p., che fa campagna per Nixon, o il sensibile cantore dei diritti dei nativi americani (per anni si dichiarerà per un quarto Cherokee e riceverà minacce dal Ku Klux Klan)? Entrambi, come si conviene a una mente inquieta in un periodo inquieto: tra la coda dolorosa dell'avventura in Viet Nam e la nuova recessione alle porte l'America ha perso ogni riferimento e si avvicinano gli anni Ottanta del riflusso, di cui anche Cash farà le spese. Con Jerry Lee Lewis e Carl Perkins forma i Survivors nell' 82, nell'85 gli Highwaymen con Waylon Jennings, Kris Kristofferson e Willie Nelson. Due rimpatriate che dicono poco.
Sopravvive a cavallo tra Ottanta e Novanta, e cambia casa nel giro di breve, dalla Columbia alla Mercury. Poi nel '93 la svolta: la collaborazione con gli U2 per la track conclusiva di Zooropa , The Wanderer, marchiata a fuoco dalla sua voce scura ed evocativa, e il contratto con l'American Records di Rick Rubin. E' il rilancio che lo fa conoscere anche alle nuove generazioni. Malato e tremante per la sindrome di Shy-Drager inanella alcuni lavori assolutamente strepitosi: le ballate acustiche di American Recordings (1993), il country rock corposo di Unchained con Tom Petty, il monolitico e doloroso American III: Solitary Man (2000, con un'impagabile resa di Solitary Man di Neil Diamond).
La sua voce è una frequenza bassa, un brivido. Sono davvero lavori bellissimi e intensi, anche per chi il country non ha mai apprezzato. Qui siamo nel territorio riflessivo e pastorale di una canzone d'autore emozionante, al di là dei generi. Il suo American IV: The Man Comes Around (2002), che raccoglia cover di Sting, Depeche Mode e Nine Inch Nails tra gli altri, è l'ultimo capitolo affascinante di una vita vissuta tra peripezie di ogni genere e conclusa nella quiete di una malattia che l'aveva isolato dal mondo.
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