Mustang,
se mi permetti, ti posso dare una mano nell'inserire un link e capire dove e come trovarlo.
Anche per pvt se vuoi.
Ciao
Mustang,
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Anche per pvt se vuoi.
Ciao
....date un'occhiata a questo sito:
http://www.sisalvichipuo.it/index.ph...ualita/P1.html


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Sai, seurosia, avessi avuto il minimo dubbio che te ne fregassi mica di avrei confessato la mia incazzatura.
Ero incazzato perchè mi sobno scordato che con te ho avuo, anni fa, uno scontro nel quale ti sei comportato come questa volta.
Leggi bene: gli sciocchi sono convinti che tutti siano sciocchi, così i disonesti e i bugiardi.
Non lo spiego per te:
Su quell'accidente di link ho cliccato non una ma diverse volte...e sempre, anche ora, la pagina che mi appariva era molto simile a LIBERO che trovo quando copio gli articoli.
Il mio errore è stato quello di non "entrarrci" e verificare.
Ora che ho spiegato il mio errore prego chi mi legge di fucilarmi mirando al petto e a Seurosia ricordo: gli sciocchi sono convinti che tutti siano sciocchi, così i disonesti e i bugiardi.


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Grazie...per aver mirato al cuore.
Proprio oggi ho telefonato a Libero e mi hanno dato lo stesso link, cioè
http://www.libero-news.it
saluti




…dei soliti noti.
Roma - Casta continua e privilegio perenne.
C’è un filo rosso che lega la prima inchiesta condotta dal Giornale dodici anni fa, nell’ormai lontano 1995, allo scandalo denunciato nell’ultimo numero dell’Espresso.
Erano i tempi di «Affittopoli», ovvero delle clamorose rivelazioni sugli affitti irrisori, pagati dai potenti dell’epoca per occupare le case di proprietà degli enti, sparse per la capitale.
Un ghiotto bottino immobiliare diventato appannaggio di una vasta schiera di potenti, quella che oggi viene identificata come «la casta», e dei loro parenti e amici.
L’indignazione popolare, di fronte a quella sequenza di conclamati privilegi, fu vibrante, tanto che perfino il Parlamento e la magistratura finirono per occuparsi di quella vicenda.
Le conseguenze concrete, però, non furono molte. Certo ci fu chi, come Massimo D’Alema, decise di sfilarsi dal gioco e di lasciare la sua casa in affitto a Trastevere (600mila lire per un alloggio di 185 metri quadrati) per comprarsene poi una in Prati, accendendo un mutuo, come un qualsiasi comune mortale.
Lo fece dopo un intervento nella trasmissione Samarcanda di Michele Santoro, in cui affermò che aveva bisogno della casa degli enti perché versava metà del suo stipendio di parlamentare al partito.
Ma quello fu l’unico passo indietro, l’unico «scrupolo di coscienza».
Gli altri inquilini Vip decisero di affidarsi al fisiologico oblio dettato dal trascorrere del tempo. E di rimuovere il proprio nome dal citofono.
Oggi quegli stessi immobili affittati per molti anni a equo canone (ovvero a prezzi stracciati) sono stati svenduti. E alcuni di coloro che furono protagonisti di «Affittopoli» tornano oggi a figurare negli elenchi dell’Espresso.
Come dire che il privilegio da temporaneo è stato reso eterno.
Tra i nomi che comparivano negli elenchi del ’95 c’è, innanzitutto, quello di Franco Marini, casa Inpdai di 150 metri quadrati ai Parioli allora in affitto prima a 700mila lire mensili e poi, dopo l’applicazione dei patti in deroga, a un milione e settecentomila lire.
C’è Lamberto Cardia, oggi presidente della Consob, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che per il suo appartamento Inpdap all’Eur di 194 metri quadrati, pagava nel ’95 un milione e 94mila lire.
E c’è quello di Armando Cossutta che a Via della Stazione di San Pietro pagava per 114 metri quadrati un milione e 8mila lire. Una casa acquistata oggi dalla figlia Maura a 165mila euro. Nella stessa via abitava anche Franca Chiaromonte, con un affitto di 534mila lire per 76 metri quadrati, anche lei oggi diventata proprietaria.
Spulciando negli elenchi si trovano altri nomi tra quelli venuti alla ribalta in questi giorni.
C’è Walter Veltroni che per la casa Inpdai di Via Velletri da 140 metri quadrati (L’espresso parla, però, di 190 metri quadrati) pagava 800mila lire.
C’è Raffaele Bonanni con un canone d’affitto di 492mila lire per la sua casa al Flaminio di 134 metri quadrati.
O, ancora, Nicola Mancino, in affitto a Corso Rinascimento, in una casa da 170 metri quadrati a un milione al mese (prima del passaggio dall’equo canone ai patti in deroga). Come dire che non c’è solo l’acquisto a prezzi spesso stracciati di oggi, ma anche l’affitto super-scontato di ieri.
L’unica certezza è che con «Svendopoli» il pluridecennale assalto delle oligarchie italiane al patrimonio immobiliare degli enti pubblici sembra aver vissuto il suo ultimo atto.
O forse il penultimo visto che le vie del potere, in Italia, sono infinite.
F.Di Feo
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=203335
saluti


…del Palazzo
di Mario Sechi
Da Affittopoli a Svendopoli il passo non è stato breve, sono trascorse molte primavere da quel 17 agosto del 1995 in cui Il Giornale titolò in prima pagina: «L’Inps regala le sue case. A chi?». Così iniziò Affittopoli. Dodici anni dopo, siamo qui a battere i tasti per raccontare la storia delle case comprate dai politici a prezzi stracciati.
Diciamo subito che i privilegi sono bipartisan, ma il centrosinistra sul mercato immobiliare ha una marcia in più.
Sono persone che non solo hanno capacità di risparmio inimmaginabili per un italiano medio, ma anche uno straordinario fiuto per gli affari.
Più che del Palazzo, dovrebbero occuparsi di palazzi.
E infatti se ne occupano, per se stessi e la famiglia.
È una sfacciata storia di comprati e venduti dove il privilegio è ereditario, passa dai padri ai figli, e potrebbe avere la ciliegina sulla torta quando si scoprirà che chi ha acquistato la casa di pregio con supersconto e quotazione al ribasso poi l’ha rivenduta intascando la plusvalenza.
È una storia che ci insegna, ancora una volta, molte cose sullo stato comatoso delle istituzioni, su una classe sempre meno dirigente ma più digerente che mai.
È una storia che i colleghi dell'Espresso hanno sbattuto in copertina registrando il tutto esaurito in edicola.
Dal settimanale di via Po ci dividono molte cose, ma il gusto per il giornalismo d’inchiesta ci accomuna. Fa sentire noi del Giornale un po’ meno soli ed è un buon segno per l’editoria: il lettore svuota l'edicola se c'è qualcosa di intrigante da leggere, conferma che si vendono le notizie e non solo i gadget.
Per queste ragioni troviamo un po' sorprendente che «Svendopoli» sia sparita dalle prime pagine di quotidiani come Repubblica e Il Corriere della Sera che negli ultimi mesi aveva scoperto quello che per Il Giornale è pane quotidiano: la «Casta».
Un’inchiesta giornalistica come quella su «Svendopoli» è quanto mai salutare nel momento in cui il governo tutti i giorni si affanna a dispensare lezioni di etica e morale.
Da chi voleva «organizzare la felicità», gli elettori si aspettavano qualcosa in più, non solo tasse. Il fondo per gli aiuti ai cittadini in difficoltà con i mutui a tasso variabile è una chimera (mentre Bush ha appena varato un pacchetto di sostegno per i risparmiatori), le lenzuolate di Bersani e Visco non hanno scalfito la rendita di posizione delle banche sul mercato del credito immobiliare, i programmi di edilizia popolare sono inesistenti (non finanziati nel 2007, forse briciole di euro per gli anni a venire), in compenso il governo Prodi detiene il record storico di ministri e sottosegretari e si distingue per l’esplosione di consulenze (900 milioni di euro, quasi duemila miliardi di vecchie lire) e convegni per i quali si sono spesi 100 miliardi del vecchio conio.
Ciò dimostra che il vecchio adagio «parlare non costa nulla» con i politici non vale.
Come cantava Franco Battiato: povera Patria.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=203323
ps: Espresso, CDB l'ing., botte a sinistra e spintarelle a destra.
Non vi pare strano, al limite intrigante, questo rovistare in acque torbide ma pare gradite ai governanti di oggi?
Cosa ci puotrebbe essere sotto?
saluti


….alle 16 ville del Cavaliere
Signor (si fa per dire...) Direttore,
vedo che il giornale della famiglia Berlusconi insiste nel dire che io sarei coinvolto nello «scandalo» di «Casa Nostra» e che cioè avrei comprato da un ente pubblico a «prezzi stracciati» la casa nella quale abito.
Quasi al termine della mia permanenza al Viminale, le autorità di pubblica sicurezza posero il problema della insicurezza dell’abitazione da me presa in locazione in via Cadlolo, difficile da presidiare e per raggiungere la quale dalla sede del mio ufficio dovevo percorrere una strada molto esposta (evidentemente sia Lei che i suoi redattori, e i vostri padroni, ignorano che a quel tempo io ero ministro dell’Interno, «Kossiga» con la «k», cui tra l’altro era stato fatto saltare in aria lo studio privato), mi invitarono a cambiare abitazione: e questo invito rinnovarono anche quando io mi ero già dimesso da ministro, ritenendo che fossi ancora un obiettivo dei terroristi.
Il Governo mi aiutò a trovare una casa nel quartiere Prati in uno stabile di proprietà dell’allora Assitalia, ad un canone di mercato automaticamente rivalutabile secondo l’indice dei prezzi. L’Assitalia fu poi assorbita dall’Ina, acquistata quindi dalle Assicurazioni Generali che a un certo momento mi diedero la disdetta con lettera circolare collettiva, invitandomi a lasciare libero l’appartamento o a esercitare il diritto di prelazione previsto dal contratto di locazione comune a tutti i locatari dell’immobile a prezzo di mercato come accertato dalla stessa società di assicurazione che al fine di alienare gli immobili di civile abitazione aveva costituito con una banca d’affari una società ad hoc, che mi sembra fosse denominata Initium; era prevista la riduzione, comune anche agli altri locatari, del trenta per cento.
Poiché io non avevo i soldi, non dico per acquistare terreni, ville e frequenze televisive tramite partiti compiacenti ma per pagare l’intero richiesto, e non avevo, come altri, i denari per acquistare ville e villini (con l’ultima in Svizzera credo ormai sedici!), ho dovuto fare un mutuo, che si pagheranno i miei figli, perché morirò certamente prima di averlo estinto!
Vedo che l'amico Mastella vuole sporgere una querela.
Io invece non la presenterò, perché troppi sono i processi che il suo padrone ha dovuto e dovrà subire prima di crepare, forse in uno dei suoi spericolati... esercizi «ginnici»!
Naturalmente, sono in grado di documentare tutto ciò. Lo potrebbero rendere noto anche gli amministratori delle Assicurazioni Generali: ma anche loro fanno parte della stessa «razza padrona» del Suo padrone e «cane non mangia cane»!
Con profonda disistima professionale e morale.
Francesco Cossiga su www.ilgiornale.it del 2007-09-04
saluti


…senza sconti
Signor (e non tanto per dire) Presidente, ho molti difetti e non faccio nulla per nasconderli.
Tra le carenze non c’è però la mancanza di memoria.
Ricordo bene quando da ministro dell’Interno la chiamavano Kossiga con la K.
Nella mente ho impresse le scritte sui muri con le «SS» del suo cognome in versione nazista e negli orecchi mi rimbombano ancora gli slogan che le davano del «boia» (tralascio quello che dicevano di Fanfani...).
Fu lei a decidere di inviare i blindati in piazza a Bologna, mentre le vie delle città erano messe a ferro e fuoco dai manifestanti.
Lei che ordinò alcune azioni delle forze dell’ordine contro il terrorismo.
Per quel che fece, gode di tutta la mia stima: mentre altri si facevano intimidire, lei rimase al suo posto e ricoprì il suo incarico con coraggio.
Conoscendo la nostra storia recente, capisco dunque le ragioni di sicurezza dell’epoca.
Capisco meno gli sconti immobiliari di oggi.
Che le abbiano fatto cambiare abitazione per non esporla al rischio di attentati, è comprensibile. Ma che c’entra il prezzo agevolato per l’acquisto dell’appartamento a quasi trent’anni da quei fatti?
Lei dice che nel suo caso è tutto regolare: lo sconto è lo stesso che è stato praticato ad altri inquilini, come previsto per legge.
Non ho elementi per dubitare della sua parola: sarà senz’altro come lei dice.
Mi lasci però esprimere lo stupore da giornalista mediamente informato sui prezzi delle abitazioni.
Leggere che – non è il suo caso – qualche politico si è aggiudicato un appartamento nei pressi della Città del Vaticano a 165 mila euro mi fa strabuzzare gli occhi.
Sarà certamente una topaia, che l’onorevole avrà reso abitabile spendendo centinaia di migliaia di euro di tasca propria, ma conoscendo le quotazioni del mercato immobiliare ho la sensazione che con 165 mila euro a ridosso della basilica di San Pietro non si compri neppure un sottoscala (anche se un’altra onorevole nella stessa zona è riuscita a far meglio: 113 mila euro!).
Sono certo che ogni politico riuscirà a spiegare che lui non ha rubato nulla a nessuno, che semplicemente ha comprato pagando il prezzo giusto, fissato dalla società venditrice e dagli organi di vigilanza.
Però, vede, leggendo tutte queste giustificazioni mi tornano in mente quelle degli onorevoli inquilini che 12 anni fa vennero beccati a pagare canoni d’affitto irrisori per abitazioni da sogno.
Non ce ne fu uno che ammise di versare un’inezia.
Tutti si appellarono ai regolamenti, alle circolari e perfino all’equo canone. Nessuno ebbe il coraggio di dire che un affitto da 600 mila lire per 180 metri quadri era iniquo, visto che qualsiasi italiano che non facesse parte della casta già versava il doppio per una casa grande appena un terzo.
Allora bastò tener duro, ripetere che era tutto in regola, e dopo qualche mese i giornali si dimenticarono dei canoni da scantinato al Tiburtino e gli onorevoli si tennero la casa.
Solo quel fesso di D’Alema traslocò, ma, si sa, lui è convinto di essere più intelligente degli altri. Succederà così anche stavolta, basterà tener duro, spiegare, magari minacciare qualche querela e gli sconti sulle case saranno dimenticati.
Almeno da chi non ha memoria. Che, come le ho detto, non è il mio caso.
Mi stia bene, stimatissimo Presidente.
Le auguro di campare a lungo e di estinguere il suo mutuo, così quando incontrerà Berlusconi potrà dirgli che lei non ha sedici ville, però un appartamento almeno se l’è pagato.
Maurizio Belpietro su www.ilgiornale.it del 2007-09-04 pg 1
saluti


….sono intoccabili
Natale 2004. Don Alberto Lorenzelli diventa un bandito.
Il Comune di Genova gli intima di pagare 700mila euro per Ici evasa: sull'istituto don Bosco, 870 alunni. In pochi giorni, in mezza Italia è caccia alla tonaca.
Per una bislacca sentenza della Cassazione, che ora la sinistra riesuma la polemica sui presunti privilegi fiscali della Chiesa ci rimette così di fronte a un'amara realtà.
C'è ancora e sempre qualcuno che preferisce barare e mentire, intorno all'interpretazione delle leggi italiane, pur di soffiare sul fuoco del presunto fantasma del potere clericale.
Ma forse è il caso di rinfrescarsi le idee, perché la querelle ha una genesi assai istruttiva.
È la Chiesa un soggetto esentato ad hoc dall'Ici in ragione di privilegi arbitrari nei suoi confronti?
No, naturalmente, non lo è mai stato. Sin dall'introduzione dell'Ici nel 1992, si stabilì di esentarne alcune classi di fabbricati. Tutti quelli dello Stato, Regioni, Province, Comuni, Asl, ospedali, scuole, musei, biblioteche, Camere di commercio.
Poi i fabbricati che nel registro catastale ricadono nella cosiddetta "classe E": cioè stazioni, aeroporti, ponti, posteggi, fari, semafori, nonché edifici di culto di qualunque confessione ripetiamo e sottolineiamo per gli smemorati: qualunque confessione - abbia sottoscritto un'Intesa con lo Stato.
Poi le proprietà di Stati esteri, tutti i terreni agricoli e montani.
Il legislatore aggiunse poi all'esenzione quella degli enti non commerciali, tutte le organizzazioni e associazioni non a fini di lucro del terzo settore che costituiscono il "privato sociale". Ma solo se gli immobili venivano adibiti a una di otto ben precise finalità: assistenza, previdenza, sanità, formazione, accoglienza, cultura, ricreazione, sport.
Sembrava tutto chiaro.
Ma, negli anni, nacque un problema interpretativo: come applicare l'esenzione Ici a quegli immobili ecclesiastici se l'ente proprietario lo utilizzava in forma da trarre un qualche provento, sia pure nelle attività comprese tra quelle elencate?
Una scuola parificata, per esempio, è un'attività a fini di lucro da tassare o è una scuola da esentare?
Un ospizio ecclesiale è da tassare per la retta?
I Comuni iniziarono a sbizzarrirsi, ciascuno a suo modo.
Roma adottò un criterio estensivo, chiedendo fino a 9 milioni di Ici l'anno alle proprietà ecclesiastiche sospettate di un qualunque provento.
Idem dicasi per i criteri abbracciati a Napoli, a Firenze. Dovunque o quasi amministrasse la sinistra, fiorirono interpretazioni anticlericali.
Alla fine, si giunse nell'ottobre 2004 a una sentenza della Corte di Cassazione - la 4645 - che si dichiarò a favore del criterio restrittivo.
All'esenzione Ici, ostava se una delle attività previste nei criteri generali - sanità, previdenza, formazione, assistenza, eccetera - svolte in un immobile pur di un ente non commerciale, come quelli ecclesiastici, era offerta in forma commerciale.
A quel punto, i Comuni si fecero sotto. E per i poveri don Lorenzelli cominciarono i dolori, con miliardi e miliardi di lire di Ici pregressa ingiunti e richiesti a tambur battente dai Comuni rossi agli enti ecclesiastici di mezza Italia.
In teoria, i Comuni potevano richiedere Ici arretrato per ben cinque anni addietro. E non se lo fecero dire due volte.
Il governo Berlusconi rimediò al pasticcio che si andava spandendo in mezza Italia con un'interpretazione autentica della norma originaria, per la verità in nessun modo equivoca, e la correzione che fece cessare il contenzioso venne varata con la legge 298 del 2 dicembre 2005. Venne così ribadita e disposta l'esenzione per tutte le otto attività elencate e svolte dalle onlus- non solo dalla Chiesa, ripetiamo - a prescindere dalla loro offerta eventualmente commerciale.
Ma la polemica covava, tenace come una serpe, sotto la cenere.
E Prodi, nella campagna elettorale 2006, si lasciò sfuggire a un certo punto, di fronte alla domanda di un giornale laicista che un tempo aveva sede nella romana piazza Indipendenza, che secondo lui le attività commerciali, quando svolte in immobili ecclesiastici, dovevano automaticamente renderli soggetti a Ici: rendendo con ciò evidente che nemmeno a lui, Prodi, è purtroppo chiaro che l'Ici è un'imposta patrimoniale che grava sul bene, e non sul reddito che attraverso di esso eventualmente si realizza.
E dire che passa per economista.
In poche ore, il candidato premier di fronte all'esplodere delle polemiche e all'insurrezione di mezza Margherita si rimangiò la dichiarazione.
Ma la confusione continuava a regnava. Tanto che, nel presentare l'articolo 39 del decreto legge Visco-Bersani nel luglio 2006, il senatore Ripamonti dei Verdi si disse certo che il testo ripristinava l'Ici sugli immobili ecclesiastici dove si svolgano attività esclusivamente commerciali.
Non era così, naturalmente.
Il testo non prevedeva affatto ciò che Ripamonti pensava, e la legge continua a prevedere che la contestualità tra fine di culto e uno degli otto fini previsti per l'esenzione configuri piena esenzione. Un'esenzione che, come si è visto, negli otto settori di attività non è mai valsa solo per la Chiesa, ma per tutte le onlus e tutto il privato sociale che noi liberali difendiamo a spada tratta, al di là dei conti col Padre Eterno che ciascuno di noi si fa nel privato della coscienza.
Perché il privato sociale è l'unico rimedio ai fallimenti del welfare di Stato, ipercaro, iperburocratico, iperinefficace.
Di fronte al fallimento del tentativo parlamentare, nasce l'istanza alla Commissione Europea che la settimana scorsa ha riattizzato la volontà di parti della sinistra italiana di incarcerare preti e suore come evasori incalliti.
Al di là dell'ipocrisia evidente, di voler applicare ai rapporti tra Stato e confessioni religiose legate da Intese - non solo quella cattolica, appunto - il diritto della concorrenza, c'è un'ipocrisia ancora più grave. Che la dice lunga, sulla barbarie morale in cui questa polemica rischia di sprofondarci.
Possibile mai che tutti accettino come oro colato che i sindacati - i sindacati che non offrono scuole e ospedali, ai loro iscritti né a terzi - non debbano neanche dichiarare nel loro bilancio patrimoniale tutte le migliaia e migliaia gli immobili di cui sono proprietari, e su cui naturalmente non pagano l'Ici, mentre mezza Italia insorge poi in nome della pretesa eccezione clericale?
E quale eccezione, se nelle legge della Repubblica il regime preferenziale non c'è mai stato sin dall'inizio? Un Paese in cui al potere e al prepotere sindacale nessuno eccepisce, mentre ci si torna a dividere sul valore sociale di scuole materne, case di riposo, strutture di accoglienza per studenti e lavoratori fuori sede e mense per indigenti sol perché gestite dalla Chiesa, rischia di non essere o diventare un Paese senza Dio.
Ma qualcosa di peggio, addirittura.
Un Paese in cui l'unico Dio rischia di divenire lo Stato in quanto tale, e innanzitutto le sue presunte e discrezionali articolazioni di parte: i partiti - non pagano l'Ici neppure loro, naturalmente, eppure sfido chiunque adire che esercitino attività che ricadono negli otto settori prescritti - e i sindacati, appunto.
Un Paese in cui a godere di privilegi fiscali sono proprio coloro dalle cui mancate risposte derivano i problemi irrisolti che il privato sociale tenta di affrontare in nome della sussidiarietà.
Un Paese in cui l'ideologia accieca ancora tanti.
Mentre chi crede nella centralità della persona e della famiglia non può che tenere gli occhi ben aperti, per evitare che alla fine i don Lorenzelli diventino banditi, mentre i veri lupi banchettano alle loro spalle.
Oscar Giannino su www.libero-news.it del 2007-09-04 pg 1
saluti