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    Predefinito Idee per un centro radicale

    "Credo, infatti, di non affermare nulla di nuovo, sostenendo
    che quanto più intensamente noi siamo radicati nel centro, tanto più
    agevolmente possiamo muoverci sui punti della lontana circonferenza,
    senza distanziarci - per ciò che vale, per l’essenziale — dal centro."
    F. Freda La disintegrazione del sistema

    Visto che ormai si parla molto di superare le vecchie distinzioni tra destra e sinistra, penso che l'unico modo per farlo veramente sia puntare al Centro.

    Un Centro che sia realmente Radicale ovvero un centro che ci ricolleghi alle nostre radici e svolga la funzione che ogni centro ha avuto nella storia, ovvero quello fungere da luogo d'irradiazione di un pensiero e di una visione del mondo e che permetta quindi, essendo ben ancorati in esso, come scrisse Freda nell'introduzione della Disintegrazione, di potersi muovere liberamente fino ai punti più lontani da esso: cioè permetta il pragmatismo.

    Il che significa soprattutto rendersi conto che oggi viviamo nel 2007 e che la società postmoderna e le dinamiche della globalizzazione non posono essere comprese pienamente e spiegate applicando categorie interpretative di due secoli fa!

    Per un'Europa unita da Brest a Valdisvostok (come si dice) federale ed imperiale.

    Per una nuova aristocrazia contro la democrazia

    Per la disuguaglianza contro l'egualianza

    Per il sovra-umano contro l'umano

    Contro i diritti dei popoli per l'affermazione del diritto di UN popolo.

  2. #2
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    Predefinito

    Qualcosa per cominciare:

    Considerazioni
    su ugualitarismo e selezione


    La matrice prima della concezione ideologica e delle strutture rappresentative caratterizzanti i sistemi socio-economico-politici delle democrazie occiden­tali è l'ugualitarismo.

    Dall'illuminismo ad oggi tanto si è detto, e soprattutto non detto, sull'ar­gomento, da far apparire l'ugualitarismo corollario dei diritti umani, della liber­tà, della legalità politica.

    Lo stesso «monopolio del potere» che vorrebbe l'identificazione libertà-­sistema democratico strutturato sui partiti, vorrebbe l'identificazione ugualitari­smo-rispetto dei diritti umani.

    Da quando l'uomo oppresso si schierò sotto il vessillo «uguaglianza-fratellanza-libertà», ad opera di antichi e moderni illuministi (complici tutti quelli che col «non dire» hanno accettato il gioco) è stato operato lo spostamento dell'asse naturale che regola lo strutturarsi dell'uomo sociale, per fondare e perpetrare una serie di regimi politico-economico-sociali che soffocano e ten­tano di annullare l'uomo, nella totalità dei suoi valori fondamentali.

    L'uomo oppresso voleva l'uguaglianza quale possibilità di realizzarsi, in un mondo che tale possibilità negava a vantaggio esclusivo di pochi investiti per via ereditaria.

    L'illuminismo e via via tutti gli altri epigoni dell'ugualitarismo hanno spostato i termini dal palo di partenza al palo di arrivo.

    L'uguaglianza quale possibilità di partenza per tutti gli individui diveniva uguaglianza finale: l'apporto Socio-politico dell'uomo considerato a prescindere da competenze e capacità.

    Spostamento essenziale e determinante. Non si volle infatti strutturare la società in guisa favorevole allo sviluppo dell'uomo. Guai a parlare di Sostituire gerarchie «ereditarie» con gerarchie di «valore» e di «capacità»; occorreva ed occorre rendere gli uomini più uguali possibile, alla fine, al palo di arrivo.

    Ecco nascere il concetto di massa e di massificazione: elemento base di ogni sistema politico ugualitario.

    Massa di elettori. Massa di lavoratori. Massa di studenti. Massa di teleuten­ti. Massa di consumatori.

    Massa.

    La differenza che esiste tra una massa ed un popolo è circa la differenza che esiste tra l'animale e l'uomo.

    Il popolo è quell'insieme di individui che, riconosciuta un'anima comune, si struttura in società organica, solidaristica, costruttiva.

    Il popolo è quell'insieme di individui che sentono interessi complementari, che vivono fedi e ideali comuni, che lottano e si organizzano per costruire obiet­tivi avvenire, per poi, una volta realizzati, superarli e costruirne di nuovi.

    Il popolo èl'Uomo, sintetizzatore dei valori e degli apporti che ogni singo­lo uomo racchiude e che, attraverso lo Stato, si organizza e vive.

    La massa è quell'insieme di individui che «ha bisogno di...», che si trova accomunata da un minimo comun denominatore di istinti.

    La massa non ha fede o ideale: può avere rabbia, ma non energia; violenza, ma non creatività costruttiva. La massa quindi va guidata, anzi condizionata. La massa «delega», per il proprio governo, gruppi di condizionatori (partiti, sin­dacati ecc. ...) che per la loro stessa natura finiscono per essere anch'essi condi­zionabili.

    Il popolo costruisce laddove la massa consuma ciò che gli è messo a dispo­sizione.

    La società ugualitaristica, allontanando i suoi componenti dai valori di re­sponsabilità e di effettiva partecipazione, si trova ad essere, per conseguenza logica ed irreversibile, oggetto e non soggetto della pubblica gestione.

    Attraverso la delega l'uomo ugualitarizzato ha la sensazione di poter sce­gliere, così come nella vita economica, quando in effetti egli compie solo degli atti già previsti e calcolati dai condizionatori che lo gestiscono. Ed i condiziona­tori (sarebbe infantile ed illusorio prevederlo) non trovano certo validi motivi per interpretare e valorizzare la società che vogliono condizionare, bensì sono portati, per scelta utilitaristica (a questo punto ovvia), a servire interessi di ca­rattere economico e di potere. Economia e potere che sono le due facce della stessa medaglia: il potere si regge sugli appoggi economici; i gruppi e gli interes­si economici sono tutelati e facilitati dall'esistenza di quel determinato potere.

    I regimi massificatori si strutturano attraverso una fittissima ragnatela di condizionamenti, dei quali il primo posto spetta sempre a quello economico.

    Nel trionfo dell'ugualitarismo e della massificazione nasce e si impone il «consumismo».

    Creare dei bisogni edonistici sempre crescenti. Moltiplicare prodotti sem­pre meno duraturi.

    Indurre a bisogni crescenti significa aumentare la necessità di denaro.

    Il «dio denaro» prende il posto dei valori, si impadronisce di ogni aspetto esistenziale, a lui vengono sacrificate le migliori energie.

    Il valore lavoro perde gradatamente significato per divenire mero strumen­to di acquisizione di denaro.

    La spirale consumistica vincola e condiziona l'individuo in maniera totale, assoluta. L'individuo assorbito dal gioco acquisizione denaro-consumo è sempre più spinto ad essere massa, controllabile, controllato e non libero.

    Certamente governare una massa è molto più facile che governare un po­polo di uomini responsabili, coscienti, partecipanti e quindi liberi.

    L'individuo dalla massa viene schiacciato, il suo spazio vitale soppresso.

    * * *

    «Gli uomini sono tutti uguali». Quindi il voto politico ed amministrativo del più competente ha lo stesso valore del voto del meno competente.

    Benissimo: abbiamo realizzato il grande, meraviglioso miracolo di elevare le capacità del più limitato a quelle del più dotato!

    Nossignore: l'operazione è esattamente l'inversa; il valore unitario che si ottiene è esattamente quello del più limitato, nemmeno quello medio.

    Un'elementare dimostrazione algebrica lo può dimostrare.

    Dovendo prendere una decisione per la costruzione di una casa ci si rivolge (dando a ciascuno la possibilità di esprimere un voto) a tre individui che da dieci anni vivono e lavorano nella stessa impresa e che, sulla base di capacità, volontà, spirito d'iniziativa e senso di responsabilità, hanno ottenuto, pur par­tendo da uguali mansioni, tre diversi livelli di qualificazione: un manovale, un capo cantiere, un progettista dirigente.

    Diamo ora un valore numerico (puramente convenzionale) ai tre voti, valo­re indicante le competenze, le esperienze e le capacità di ogni singolo elettore. Esemplifichiamo in uno il potenziale apporto del manovale, in due del capo-cantiere, in tre del progettista dirigente.

    Espresso il voto, questo rappresenterà tutta la competenza del manovale, metà competenza del capo-cantiere, un terzo di competenza del progettista-di­rigente. Quindi, avendo a disposizione sei unità di competenza, ai fini della decisione, avrà avuto peso solamente la metà delle competenze esistenti. Il manovale sarà stato senz'altro accontentato, ma gli altri due avranno visto le proprie individualità svilite, offese e quindi avranno avuto una spinta verso minori impegni, minore responsabilità, minore creatività, minore inventiva, minore apporto. E la casa costruita con tali decisioni, certamente, non sarà la migliore casa, ma la più mediocre.

    Questo esempio è puramente convenzionale perché non sarà certo mai possibile contare un'intelligenza, una competenza, una creatività, una coscienza.

    Ed è quindi con proporzioni macroscopicamente più vaste e sproporzionate che questo esempio si può applicare al voto politico ed amministrativo.

    Una prima obiezione: ma i cittadini votano liste politiche, esprimendo un indirizzo globale; sono i partiti ad indicare e qualificare le competenze redigen­do le liste dei candidati.

    Giustissimo: quindi il voto nel sistema ugualitaristico esprime solo una generica ed illusoria delega a gruppi (partiti) attribuendo a questi il potere di determinare le rappresentanze, quindi di assumere le decisioni.

    Una seconda obiezione: ma nell'ambito delle liste sono i cittadini, attraver­so le preferenze, che scelgono i candidati da eleggere.

    Tre risposte:

    - gli elettori scelgono i candidati, ma le liste sono espressione dei partiti e non del corpo elettorale;

    - la validità della scelta rimane la stessa del microrganismo elettorale (impresa edile) che abbiamo già visto;

    - presso la massa è più popolare un grande scienziato o un noto calciato­re? un valente economista o un cantante alla moda?

    Una terza obiezione: quale sistema di partecipazione potrebbe praticamente attuarsi in alternativa a quello ugualitario?

    Non ribaltiamo i termini della verità!

    Èil sistema ugualitario che si è posto in alternativa al sistema umanamente naturale, che è quello selettivo: non il contrario.

    In un gruppo di bambini che giocano emerge subito chi organizza i giochi, chi vuole fare questo, chi vuole fare quello. Mettete tre persone a svolgere lo stesso lavoro e sarà sempre uno dei tre che inventerà un sistema migliore di lavorare e diverrà il motore del gruppo.

    Èla selezione che consente all'uomo di realizzarsi, di migliorarsi, di supe­rarsi.

    Il sistema pratico potrà variare secondo i periodi storico-ambientali, dovrà essere dibattuto e ricercato, rinnovato e perfezionato, ma dovrà sempre essere un sistema selettivo e mai ugualitario.

    Una quarta obiezione: se non riconosciamo uguale valore al voto di ogni individuo, avremo individui più partecipanti ed individui meno partecipanti, individui più liberi ed individui meno liberi.

    La risposta la possiamo trarre dalla moderna tecnologia. Prendiamo degli accumulatori elettrici di diverso potenziale, e carichiamoli. I casi sono due: o metterò la stessa carica di energia elettrica in ogni accumulatore (sistema ugua­litario) ed allora avrò al massimo un solo accumulatore effettivamente carico (il più piccolo) o li caricherò completamente ed avrò tante quantità di corrente per quanti accumulatori avrò caricato, ma tutti saranno carichi. Il più grande sarà completamente carico esattamente come il più piccolo.

    * * *

    Una verità è basilare se si vuole ragionare sulla libertà e sulla partecipazio­ne dell'uomo: l'uomo non è uguale.

    Ogni individuo deve aver garantito il proprio realizzarsi; ad ogni individuo devono essere consentite uguali possibilità di partenza, senz'altro: è pregiudizia­le, ma l'uomo non è uguale; raggiungerà sempre differenti traguardi, dimostrerà sempre potenzialità selezionabili.

    Ad opera degli antichi e moderni illuministi si è ripetutamente tentato di attribuire ai condizionamenti ambientali la responsabilità delle differenziazioni umane.

    Estremizzando queste teorie tutte le reazioni, tutti i comportamenti, in una parola tutto l'agire dell'individuo è frutto di condizionamento esterno. Prima la famiglia, poi la scuola e le amicizie, infine l'ambiente di lavoro e la società.

    Così facendo l'ugualitarismo opera un altro fondamentale passo contro l'uomo: colpisce ed annulla il valore della responsabilità.

    L'uomo è sempre più irresponsabile: verso la società e verso se stesso. Ogni aspetto della responsabilità viene reso scomodo ed impraticabile.

    Responsabilità verso la morale: atteggiamento considerato da tutti oramai donchisciottesco; annullando tutti i valori che possono formare un'etica di vita la morale scompare, lasciando il posto ad un «costume» generico e mutevole, determinato dalle centrali degli interessi economici e di potere.

    Responsabilità verso il lavoro: avendo perso ogni carattere di valore e dive­nuto esclusivamente strumento di guadagno, il lavoro non merita alcun rispetto o responsabilità. Le categorie dipendenti cercano di dare sempre meno, chie­dendo sempre di più; le categorie imprenditoriali sono responsabili esclusiva­mente sino al punto limite del proprio utile. Così come il mercante prende il posto dell'artigiano, del contadino, dell'artista, del produttore, il lavoratore mercanteggia se stesso, seguendo il gioco economico, non accorgendosi a quale svilimento ed annullamento viene ridotto: la sua individualità scompare, il suo reale valore finisce per perdere importanza e ruolo.

    Responsabilità verso la società: come sipuò spiegare o giustificare un tale sentimento quando «sociale» non è un rapporto solidaristico, volitivo, costrut­tivo, ma una realtà contingente di interessi materialistici?

    Responsabilità verso se stessi: prima e più importante. Quando gli uomini «sono» tutti uguali e solo i condizionamenti esterni determinano atteggiamenti e decisioni, la vita perde valore e fascino, la spinta costruttiva e creativa si annulla, si arriva alla «pensione» senza poter dare un significato alla propria esistenza.

    A quale deprimente e mostruoso ruolo viene relegato l'uomo! Al ruolo dell'uomo-oggetto, succube, più vicino al ruolo di spettatore che a quello di attore nel teatro della vita.

    Il risultato di tali teorie appare evidente, soprattutto ai giorni nostri: allo stesso modo che si svilisce la creatività, l'energia, l'individualità dell'uomo, si giustifica e si riassorbe nei tessuti sociali il delinquente, il corrotto, l'assassino, il ladro e così via.

    Non intendiamo affermare che famiglia e società non possano influire (po­sitivamente o negativamente) sull'individuo. Tutt'altro: è chiaro però che que­ste influenze otterranno diverse reazioni e diversi comportamenti da individuo a individuo.

    Gli uomini sono diversi tra di loro.

    Sono di questi giorni le polemiche, oltreché ideologiche, scientifiche sull'argomento (De Benoist e Lorenz in Francia, Jensen in America,...); potremo occuparcene in seguito, ora qui vogliamo solo fare delle considerazioni sull'a­spetto ideologico dell'inuguaglianza umana.

    Il valore uomo rappresenta un potenziale (individuale e quindi sempre dif­ferente) di intelligenza, di predisposizioni, di creatività, di aggressività, di ener­gia, di sentimento. È chiaro che l'ambiente esterno potrà fecondare o meno tale potenziale, potrà favorire o impedire il suo realizzarsi, ma è altrettanto chiaro che il migliore «ambiente» non riuscirà mai a trasformare un limitato in genio, e che il peggiore «ambiente» non riuscirà mai a trasformare un intelligente in imbecille.

    Le caratteristiche individuali rimangono sempre punto di partenza necessa­rio. I tesori artistici e culturali rinascimentali (ad esempio) è stata senz'altro la società dell'epoca a favorirli, ma sono stati gli uomini intelligenti di allora (loro e non altri) a crearli.

    Così come ai nostri giorni la tremenda eclissi culturale ed artistica crea un vuoto (e quale vuoto!) ma le intelligenze, pur se inespresse, rimangono: saranno potenziali sprecati in campi infecondi, saranno diseducate, diverranno involute e sterili, ma non per questo saranno state soppresse.

    * * *

    Sembra lontano il tempo della polemica attorno alla scuola: si dibatteva su scuola selettiva alla quale si contrapponeva quella di massa. Polemica apparen­temente sopita, perché ormai ovunque trionfa la seconda, nonostante il terro­rizzato, quanto inutile, tentativo di far macchina indietro da parte dei suoi stessi artefici, di fronte allo spettacolo travolgente del disastro provocato.

    Allora si riteneva logico interpretare se l'individuo fosse portato più per un lavoro manuale o per gli studi. E se per uno studio di numeri e formule o per quello classico, letterario o filosofico. Nossignore: le scuole ugualitarie si devo­no unificare, sempre di più, e devono recepire tutti, non importa con quali risultati.

    Lasciandosi andare alla fantasia dell'assurdo, prende corpo la raccapric­ciante immagine di un mondo fantascientifico, logica ed estrema conseguenza del più ortodosso ed ottuso ugualitarismo: un mondo dove tutti praticano gli stessi studi, dove tutti ottengono la stessa laurea, dove tutti svolgono lo stesso lavoro, dove tutti sono educati allo stesso gusto e dove tutti, volendo vivere allo stesso modo, fanno le stesse cose.

    Diceva un vecchio contadino, che ebbi ventura di incontrare, che l'uomo ha bisogno di zappare la zolla che «sente» e di seminare la pianta che «vuole»; e che quella zolla la feconderà sempre più, la irrigherà sempre meglio, perché le piante che vi cresceranno dovranno essere ogni anno più rigogliose dell'anno precedente. E questo lo potrà fare solamente se avrà capito la terra, se avrà imparato ad amarla, a lavorarla nelle giuste stagioni, a rispettarne i riposi sta­gionali e periodici. «Ed è perciò che vedi in questo campo il migliore frumento della zona, nel campo vicino il migliore granoturco, nell'altro la migliore uva».

    L'uomo è soddisfatto quando sa superarsi. Quando il frumento di quest’anno è più florido dell'anno scorso. L'uomo vuole costruire sempre qualcosa di più perché l'uomo è differente, e nella differenza sta la gioia della creatività e la grandezza della conquista. In questa differenza ed in questo superarsi sta il senso più grande della vita.

    L'uomo può essere vecchio a vent'anni quando, raggiunta una «posizio­ne», può già prevedere sull'organigramma del suo ufficio lo svolgersi di tutta la sua esistenza. L'uomo può essere giovane a settant'anni quando ancora non ha finito di vivere le «sue» esperienze e ne sogna ancora di nuove.

    Se gli uomini fossero tutti uguali la vita stessa perderebbe valore. Che sen­so profondo di inutilità, di monotonia!

    L'uomo è soddisfatto quando sente che quello che ha prodotto è stato lui ad averlo ideato o realizzato e nessun altro avrebbe potuto farlo in modo ugua­le.

    L'uomo è orgoglioso della sua vita quando la sente lotta, conquista, costru­zione, e quando la riconosce «sua», voluta da lui, piena di errori e di esperien­ze, di sacrifici e risultati, ma «sua», irripetibile e diversa.

    Ma il mondo non è identificabile con i confini della sua casa; la vita non inizia con la data della sua nascita e non è destinata a finire con la data della sua morte. Èper questo che l'uomo cerca una dimensione di continuità, fuori dal tempo limitato della propria individualità: si crea una famiglia, si inserisce in una società, si riconosce in un popolo, si organizza in uno Stato.

    Ma l'uomo vuole fare tutto questo senza perdere la sua libertà, quindi deve partecipare, per tutto quello che è, alla costruzione, alla gestione, al realizzarsi della propria società. Lo deve fare allo stesso modo col quale vuole costruire, gestire e realizzare la propria vita e se stesso; cioè in modo diverso, totale, creativo, volitivo.

    Solo così potrà realizzarsi una società selettiva (capace di recepire gli appor­ti di tutti in misura totale), dinamica (l’uomo che vuole superare se stesso sarà divenuto popolo che vuole superare se stesso), creativa (vivrà della creatività dell'uomo, quindi la favorirà), libera (come l’uomo che si sente vivo solo quando «vuole» la propria vita, l’uomo potrà essere libero solo quando parteciperà ef­fettivamente a tutto il fenomeno sociale).

    * * *

    Un altro aspetto caratterizzante nelle tendenze ugualitarie è la superspecia­lizzazione dell'individuo nell'interno della società.

    Mentre da una parte potrebbe apparire una contraddizione dell'ugualitari­smo, la superspecializzazione dell'individuo in effetti rappresenta la migliore garanzia perché la massa rimanga tale e perché l'intelligenza, atomizzandosi, diventi condizionabile.

    L'intervento sociale dell'uomo perde di vista la visione globale delle cose, il suo operare gradatamente si allontana dalla propria volontà e responsabilità: il suo apporto diviene limitato alla propria superspecializzazione, per tutto il resto gli rimane il triste ruolo di annoiato spettatore che può solo delegare.

    Ecco riemergere la «delega». A questo individuo infatti tutta la partecipa­zione possibile nella società ugualitaria è una delega. Delega elettorale a gruppi di politici sempre più isolati e superspecializzati, tali da rendere progressiva­mente estranee politica e pubblica amministrazione ai cittadini.

    L'uomo nasce per essere uomo totale. Per congiungere una fede a una morale, ad un comportamento, a tutte le espressioni della vita. Atomizzare l'apporto dell'individuo significa sottrarlo alla dirittura dei valori ed alla sintesi di una coscienza unitaria.

    * * *

    La libertà dell'uomo risiede nella dimensione di «scelta» costruttiva e vo­litiva che egli dà ad ogni aspetto della propria esistenza.

    Nel tempo di crisi che stiamo vivendo possiamo dividere gli uomini, rispet­to al valore libertà, in due categorie.

    La prima: quella degli individui che, subita la sistematica e scientifica pro­paganda ugualitaristica, hanno finito per «convincersi» della validità aprioristi­ca e dogmatica dell'«ineluttabile ordine democratico». Tali individui sono travagliati, nel proprio spirito e nelle proprie esigenze etiche (soppresse in parten­za), ma non ne hanno coscienza. Scaricano malessere e insofferenza su aspetti contingenti e secondari. Si illudono di poter far «valere» una propria protesta, ma la indirizzano su argomentazioni non fondamentali e determinanti (quasi sempre propagandate dallo stesso «sistema», nell'evidente scopo di consentire il realizzarsi di «valvole di sfogo» necessarie, ma ad esso non nocive o per esso in alcun modo preoccupanti). Scoperta (razionalmente o meno) l'inutilità di tale protesta, questi individui, nella quasi generalità dei casi, si chiudono nello scet­ticismo e nella indifferenza.

    La seconda: quella degli uomini che nonostante il martellamento della in­formazione a senso unico del sistema, nonostante il monopolio pseudo-cultura­le, nonostante l'isolamento in cui (quali uomini pensanti), finiscono per trovarsi, non hanno perso di vista la globalità dei problemi o, quanto meno, conservano la cosciente esigenza di trovare, fuori dal «sistema», quella verità e quel ruolo (adeguato ed eticamente soddisfacente) che «sentono» impossibili ed innatura­li nelle strutture del regime ugualitaristico in cui vivono.

    Si tratta degli uomini destinati a soffrire di più. Essi infatti, o a livello di anelito ideologicamente inespresso, ma cosciente, o a livello di chiara visione etica (che vorrebbero applicata alla propria vita ed alla propria società), «sof­frono» in prima persona, in maniera continuativa e crescente, nella tremenda, implacabile, lucida visione dell'errore, la propria esistenza contaminata ed irrea­lizzata.

    Sono altresì questi individui che possono, dall'immane travaglio interiore, individuare e concretizzare gli anticorpi necessari, contro i germi democratici, per combattere il cancro ugualitaristico.

    * * *

    L'uomo non è uguale. Occorre affermare questa prioritaria verità perché attraverso questa passano necessariamente le due esigenze principali dell'uomo:

    - conquista della totalità dei propri apporti e della propria coscienza;

    - affermazione della propria libertà attraverso una partecipazione seletti­va e di valore.

    L'uomo non può morire. Nel corso della sua storia diverse altre volte sem­brò che stesse per soccombere. Ma l'energia della sua meravigliosa realtà voliti­va, creatrice, costruttrice, spirituale, seppe sempre emergere.

    L'uomo, ancora una volta, affonderà la vanga sul terreno della storia per sotterrare l'ugualitarismo massificatore, assieme alle barbarie d'ogni tempo.

    Mario Consoli

    Uomo Libero n.1 www.uomo-libero.com
    .

  3. #3
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    Predefinito


    Élites
    naturali, intellettuali e Stato

    Hans-Hermann Hoppe
    (
    www.hanshoppe.com)

    (Italian translation of
    Natural Elites, Intellectuals, and the State

    (Auburn, Al.: Ludwig von Mises Institute, 1995;
    )

    Uno Stato è un monopolio territoriale della coercizione,
    un’agenzia che può dedicarsi a continue violazioni
    istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei
    proprietari privati tramite esproprio, tassazione e
    regolamentazione.
    Ma come sorgono gli Stati? Vi sono due dottrine sull’origine
    degli Stati. Una è associata a nomi quali Franz Oppenheimer,
    Alexander Ruestow ed Albert Jay Nock, e afferma che gli Stati
    nascono come risultato della conquista militare di un gruppo su
    un altro. Questa è la teoria dell’origine esogena dello Stato. Ma
    tale visione è stata severamente criticata su base sia storica che
    teorica da etnografi ed antropologi come Wilhelm Muehlmann.
    Tali critici osservano che non tutti gli Stati derivano da una
    conquista esterna. Infatti essi considerano cronologicamente falsa
    la visione secondo cui i primi veri Stati nacquero quando pastori
    nomadi si imposero con la forza su agricoltori stanziali. Inoltre
    tale visione soffre del problema teorico che la conquista stessa
    sembra presupporre un’organizzazione di tipo statuale tra i
    conquistatori. Per cui la spiegazione dell’origine esogena richiede
    una teoria più fondamentale della genesi endogena dello Stato.
    Questa teoria è stata presentata da Bertrand de Jouvenel.
    Nella sua ottica gli Stati derivano da un’anomala crescita di
    élites

    naturali: le transazioni volontarie tra proprietari privati
    naturalmente producono un risultato non egalitario, gerarchico ed
    elitario. In qualsiasi società alcuni individui acquisiscono lo
    status di
    élite per merito del talento. Grazie a risultati superiori in
    termini di ricchezza, saggezza e coraggio, questi uomini
    conquistano una spontanea autorità, mentre le loro opinioni e
    giudizi guadagnano un diffuso rispetto. Inoltre, grazie ad
    accoppiamenti selettivi, matrimoni e alle leggi dell’eredità sia
    patrimoniale che genetica, è probabile che le posizioni di autorità
    naturale vengano tramandate all’interno di poche famiglie nobili.
    È ai capi di tali famiglie con una lunga storia di risultati
    eccellenti, lungimiranza ed esemplare condotta personale che gli
    uomini si rivolgono per risolvere i conflitti e le querele tra loro
    insorte. Questi leader di
    élites naturali agiscono come giudici e
    pacificatori spesso senza far pagar nulla, motivati dal senso del
    dovere che ci si attende da una persona autorevole o dall’interesse
    per la giustizia civile quale “bene pubblico” prodotto
    privatamente.
    Il piccolo ma decisivo passo nella transizione verso uno Stato
    consiste proprio nella monopolizzazione della funzione
    giudiziaria. Questo ebbe luogo quando un singolo membro della
    volontariamente riconosciuta
    élite naturale riuscì ad imporre,
    nonostante l’opposizione di altri membri dell’
    élite, che tutti i
    conflitti all’interno di un territorio definito fossero portato davanti
    a lui. Da quel momento in poi, le parti in causa non poterono più
    scegliere altri giudici o pacificatori.

    Origine della monarchia
    Una volta che l’origine dello Stato viene vista come l’esito di un
    precedente ordine di
    élites naturali strutturato gerarchicamente ci
    si spiega perché il genere umano, da quando è stato soggetto a
    governi, si è trovato per la gran parte della sua storia sotto regimi
    monarchici (invece che democratici). Ovviamente vi furono
    eccezioni: la democrazia di Atene, Roma fino al 31 A.C., le
    repubbliche di Venezia, Firenze e Genova durante il
    Rinascimento, i cantoni Svizzeri fin dal 1291, le Province Unite (i
    Paesi Bassi) dal 1648 fino al 1673 e l’Inghilterra sotto Cromwell.
    Ma si trattava di casi rari, e nessuna di queste comunque
    assomigliava lontanamente alle democrazie moderne del tipo unuomo-
    un-voto. Al contrario, anch’esse erano altamente elitarie.
    Ad Atene, per esempio, non più del 5 per cento della popolazione
    votava ed era candidabile a posizioni di governo. Solo dopo la
    fine della prima Guerra Mondiale il genere umano abbandonò
    realmente l’era monarchica.

    Potere monopolizzato
    Dal momento in cui un membro dell’
    élite naturale riuscì con
    successo a monopolizzare la funzione di giudice e pacificatore, la
    legge e la sua applicazione divennero più dispendiose. Invece di
    essere offerte gratuitamente o in cambio di un pagamento
    volontario, vennero finanziate mediante l’imposizione di una
    tassa. Allo stesso tempo la qualità della legge si deteriorò. Invece
    di sostenere gli antichi diritti di proprietà ed applicare universali e
    immutabili principi di giustizia, un giudice monopolista, che ora
    non temeva più di perdere clienti con un comportamento meno
    imparziale, cominciò a tradire le leggi esistenti a suo vantaggio.
    Come fu possibile questo piccolo ma determinante passo, da
    parte di un re, con cui furono monopolizzati la legge e l’ordine e
    che, com’era prevedibile, portò a un rincaro e a un degrado della
    giustizia? Certo altri membri dell’
    élite naturale opponevano
    resistenza a tentativi del genere, ma ciò avvenne perché il re
    solitamente si schierava assieme al “popolo” o all’“uomo
    comune”. Appellandosi al sempre diffuso sentimento di invidia, i
    re promettevano al popolo una giustizia migliore e più a buon
    mercato facendo pagare il conto, attraverso la tassazione, alle
    aristocrazie (i competitori del re). In secondo luogo, le monarchie
    si procurarono l’aiuto della classe intellettuale.

    Il ruolo degli intellettuali
    C’è da aspettarsi che la domanda dei servizi intellettuali cresca al
    crescere del benessere. Ad ogni modo, la gran parte della gente è
    preoccupata da questioni piuttosto mondane e fa scarso uso di
    ricerche filosofiche. A parte la Chiesa, le sole persone ad aver
    bisogno degli intellettuali erano i membri di
    élites naturali – come
    insegnanti per i loro bambini, consiglieri personali, segretari e
    librai. Il lavoro degli uomini di studio era precario e la paga
    normalmente bassa. Inoltre, anche se i membri delle
    élites

    raramente erano essi stessi intellettuali (cioè persone che
    dedicavano tutto il loro tempo alla ricerca del sapere) ma più
    spesso uomini interessati ad imprese terrene, essi erano di solito
    almeno altrettanto brillanti dei “propri” intellettuali e nutrivano
    una stima solo moderata dei loro risultati.
    Non c’è da sorprendersi, allora, che gli uomini di studio si
    risentissero di una immagine di sé tanto inflazionata. Quanto era
    ingiusto che coloro a cui avevano insegnato – le
    élites naturali –
    fossero in condizione di superiorità e conducessero una vita
    confortevole, mentre essi – gli intellettuali – fossero al confronto
    poveri e dipendenti. Non c’è neppure da meravigliarsi che gli
    intellettuali fossero inclini a dare il loro appoggio ad un re che
    tentasse di imporsi come monopolista della giustizia. In cambio
    della giustificazione ideologica al potere monarchico, il re era in
    grado di offrir loro non solo un impiego di
    status più elevato, ma,
    in quanto intellettuali della corte reale, anche la possibilità di
    rendere finalmente la pariglia alle
    élites per la loro mancanza di
    rispetto.
    Ma l’avanzamento della classe intellettuale era ancora
    modesto. Sotto il governo monarchico rimaneva una netta
    distinzione tra il governante (il re) e i governati, e i governati
    sapevano che non sarebbero mai potuti divenire governanti.
    Pertanto vi era considerevole resistenza nei confronti di qualsiasi
    crescita di potere del sovrano, non solo da parte delle aristocrazie
    naturali, ma anche da parte della gente comune. Era quindi
    estremamente difficile per il re aumentare le tasse, e per gli
    intellettuali le opportunità di impiego rimanevano molto limitate.
    Oltre a ciò, una volta saldamente arroccato, il re non trattava i
    suoi intellettuali granché meglio di quanto facessero le é
    lites

    naturali. E dato che il re controllava territori più ampi di quanto le
    élites
    avessero mai fatto, uscire dai suoi favori divenne anche più
    pericoloso e rese la posizione dell’intellettuale in qualche modo
    più instabile.
    Un esame delle biografie di eminenti pensatori – da
    Shakespeare a Goethe, da Cartesio a Locke, da Marx a Spencer –
    mostra pressappoco lo stesso percorso: fino a tutto il
    diciannovesimo secolo, il loro lavoro veniva patrocinato da
    donatori privati, membri della nobiltà, principi o re. Entrando o
    uscendo dai favori dei loro mecenati, essi cambiavano
    frequentemente impiego ed erano geograficamente assai mobili.
    Pur comportando insicurezza finanziaria, questo contribuiva non
    solo ad un cosmopolitismo unico degli intellettuali (come
    indicato dalla conoscenza di numerose lingue), ma anche da una
    inusuale indipendenza di pensiero. Se accadeva che un donatore o
    patrono non li sosteneva più, ce n’erano molti altri che avrebbero
    felicemente colmato il vuoto. Infatti la vita culturale fioriva al
    meglio e l’indipendenza degli uomini d’ingegno era massima
    laddove la posizione del re o del governo centrale erano deboli
    mentre quella delle
    élites naturali rimaneva relativamente forte.

    L’ avvento della democrazia
    Un cambiamento fondamentale nella relazione tra Stato,
    élites

    naturali e intellettuali avvenne con la transizione dal potere
    monarchico a quello democratico. Fu la crescita del prezzo della
    giustizia e la corruzione delle antiche leggi compiuta dai re, quali
    giudici e pacificatori in condizione di monopolio, che motivò la
    storica opposizione alla monarchia. Ma la confusione sulle cause
    di questo fenomeno prevalse. C’erano coloro che giustamente
    riconoscevano che il problema stava nel monopolio e non
    nell’esistenza di
    élites o di nobiltà. Ma questi si trovavano di gran
    lunga in inferiorità rispetto a quanti, erroneamente, davano la
    colpa al carattere elitario del governo e, volendo mantenere il
    monopolio della legge e della sua applicazione, proponevano la
    semplice sostituzione del re e della vistosa pompa reale con il
    “popolo” e la presunta morigeratezza dell’“uomo comune”. Da
    qui il successo storico della democrazia.
    È ironico il fatto che l’idea monarchica fu distrutta dalle
    stesse forze sociali che i re prima avevano aizzato e mobilitato
    quando cominciarono ad estromettere le autorità naturali rivali
    dal ruolo di giudici: l’invidia dell’uomo comune verso il suo
    vicino superiore e il desiderio degli intellettuali di conquistare
    una posizione che presumevano meritata nella società. Quando le
    promesse del re di una giustizia migliore e più a buon mercato si
    rivelarono false, gli intellettuali rivoltarono i sentimenti egalitari
    che il re aveva precedentemente corteggiato contro gli stessi
    governanti monarchici. Per cui apparve logico che anche i re
    dovessero essere abbattuti e che le politiche egalitarie, che i
    monarchi avevano avviato, dovessero essere portate alle loro
    conclusioni definitive: il controllo monopolistico del sistema
    legale da parte dell’uomo comune. Mentre agli intellettuali,
    secondo loro, sarebbe spettato il ruolo di portavoce del popolo.
    Come l’elementare teoria economica poteva prevedere, con la
    transizione dal potere monarchico a quello democratico un-uomoun-
    voto e la sostituzione della sovranità del re con quella del
    popolo, le cose peggiorarono. Il prezzo della giustizia crebbe
    astronomicamente mentre la qualità delle leggi continuò a
    deteriorarsi. Ciò a cui si ridusse in sostanza questa transizione fu
    la sostituzione di un sistema di governo di proprietà privata – un
    monopolio privato – con un sistema di governo a proprietà
    collettiva – un monopolio pubblico.
    Si creò così una “tragedia dei beni collettivi”. Ognuno ora,
    non solo il re, divenne autorizzato ad impossessarsi della
    proprietà privata altrui. Le conseguenze furono un maggior
    sfruttamento da parte del governo (più tassazione); lo scadimento
    del diritto fino al punto da far scomparire l’idea di un corpo di
    principi di giustizia universali ed immutabili, rimpiazzati con
    l’idea che il diritto consistesse nella legislazione (legge creata,
    invece che scoperta ed eternamente “data”); ed un aumento nel
    tasso di preferenza temporale sociale (più orientato al presente).
    Un re possedeva il territorio e poteva passarlo a suo figlio, per
    cui almeno cercava di preservarne il valore. Un governante
    democratico, invece, era, ed è, solo un temporaneo gestore che
    cerca di massimizzare qualsiasi tipo di entrata corrente del
    governo a spese del valore capitale che viene così sprecato.
    Ecco alcune delle conseguenze: durante l’era monarchica,
    precedentemente alla prima Guerra Mondiale, le spese
    governative, di rado superavano il 5 per cento del prodotto
    nazionale. Da allora, sono salite in media al 50 per cento circa.
    Anteriormente alla prima Guerra Mondiale, gli impiegati del
    governo erano di solito meno del 3 per cento della popolazione
    attiva. Da allora sono cresciuti fino al 15 o al 20 per cento. L’era
    monarchica era caratterizzata da una moneta-merce (l’oro) e da
    un potere d’acquisto del denaro che cresceva gradualmente. Al
    contrario, l’era democratica è l’era del denaro di carta il cui
    potere d’acquisto è sempre diminuito.
    I re si indebitavano profondamente, ma almeno durante i
    periodi di pace tendevano a ridurre il peso del loro debito.
    Durante l’era democratica, invece, il disavanzo del governo è
    cresciuto in tempi sia di guerra che di pace a livelli incredibili. I
    tassi di interesse reali durante l’epoca monarchica erano
    gradualmente scesi fino a circa il 2 e mezzo per cento. Da allora
    in poi i tassi di interesse reali (quelli nominali aggiustati
    dell’inflazione) sono cresciuti fino circa il 5 per cento – uguali
    agli indici del quindicesimo secolo. Anche la legislazione quasi
    non esisteva fino alla fine del diciannovesimo secolo. Oggi, in un
    solo anno, vengono approvate decine di migliaia di leggi e
    regolamenti. Il tasso di risparmio sta declinando al crescere dei
    redditi invece di crescere, e gli indicatori della distruzione delle
    famiglie e della criminalità si muovono costantemente verso
    l’alto.

    Il destino delle
    élites naturali

    Mentre allo Stato le cose andavano molto meglio sotto il regime
    democratico e al “popolo” andavano assai peggio dal momento in
    cui aveva cominciato a governare sé stesso, cosa dire delle
    élites

    naturali e degli intellettuali? Per quanto riguarda le prime, la
    democratizzazione ha avuto successo là dove i re avviarono solo
    un modesto inizio: la definitiva distruzione delle
    élites naturali e
    della nobiltà. I patrimoni delle grandi famiglie vennero dissipati,
    in vita e nel momento della morte, attraverso la confisca delle
    tasse. Le tradizioni di indipendenza economica delle casate, di
    lungimiranza intellettuale, di guida morale e spirituale si persero
    e furono dimenticate.
    Di uomini ricchi ve ne sono oggi, ma è frequente che essi
    debbano le loro fortune direttamente o indirettamente all’apparato
    statuale. Per cui sono spesso più dipendenti dai continui favori
    politici di quanto lo siano molti di gran lunga meno facoltosi. Essi
    non sono più, come una volta, capi di antiche famiglie eminenti,
    bensì “nouveaux riches”. La loro condotta non è caratterizzata da
    virtù, saggezza, dignità o gusto, ma è un riflesso della stessa
    cultura proletaria di massa orientata al presente,
    dell’opportunismo e dell’edonismo che il ricco e il famoso
    condividono con chiunque altro. Di conseguenza – e grazie a Dio
    – le loro opinioni non hanno più peso sull’opinione pubblica di
    quelle della maggioranza delle altre persone.
    La democrazia ha realizzato ciò che Keynes aveva solo
    sognato: l’“eutanasia della classe dei
    rentier”. L’affermazione di
    Keynes secondo cui “nel lungo periodo saremo tutti morti”
    esprime perfettamente lo spirito democratico dei nostri tempi:
    edonismo orientato al presente. Anche se è perverso non pensare
    al di là della propria vita, questo modo di pensare è divenuto la
    norma. Invece di nobilitare i proletari, la democrazia ha
    proletarizzato le
    élites ed ha sistematicamente corrotto il pensiero
    e il giudizio delle masse.

    Il destino degli intellettuali
    D’altro canto, mentre le
    élites naturali venivano distrutte, gli
    intellettuali acquisivano una posizione sociale più elevata e
    potente. In ultima analisi essi hanno ampiamente raggiunto il loro
    obiettivo e sono diventati la classe dominante, controllando lo
    Stato e il monopolio della giustizia.
    Non intendiamo dire che i politici democraticamente eletti
    siano tutti intellettuali (anche se ci sono certamente più
    intellettuali oggi che divengono presidenti di quanti un tempo
    divenissero re); dopo tutto, essere un uomo di studio richiede
    abilità e talenti ben diversi dall’avere ascendente sulle masse e
    successo nel raccogliere denaro. Ma anche i non-intellettuali sono
    il prodotto dell’indottrinamento di scuole finanziate con le tasse,
    di università e di professori impiegati pubblici, e quasi tutti i loro
    consiglieri sono reclutati tra queste fila.
    Non vi è quasi un solo economista, filosofo, storico o
    scienziato sociale di rango che sia assunto privatamente da
    esponenti dell’
    élite naturale. E quei pochi superstiti delle vecchie

    élites
    , che un tempo avrebbero potuto acquistare i loro servizi,
    non possono più permetterselo finanziariamente. Oggi, invece, gli
    intellettuali sono di norma stipendiati statali, anche quando
    lavorano per istituzioni o fondazioni formalmente private. Quasi
    del tutto protetti dalla volubile domanda dei consumatori (poiché
    “di ruolo”) sono cresciuti drammaticamente di numero e il loro
    compenso è in media ben al di sopra del genuino valore di
    mercato. Allo stesso tempo la qualità della loro produzione
    intellettuale è continuamente scaduta.
    Ciò che si scopre sono per lo più lavori irrilevanti e
    incomprensibili. Peggio, nella misura in cui si trova qualcosa di
    significativo e comprensibile questo è tremendamente statalista.
    Vi sono eccezioni, ma se quasi tutti gli intellettuali sono
    impiegati nelle multiple branche dello Stato, allora non deve
    sorprendere che la maggior parte delle loro sempre più
    voluminose pubblicazioni sia, o per commissione o per
    omissione, propaganda statalista. Ci sono molti più propagandisti
    del governo democratico oggi di quanti ve ne siano mai stati del
    governo monarchico in tutta la storia umana.
    Tale apparentemente inarrestabile deriva statalista è ben
    illustrata dal destino della cosiddetta Scuola di Chicago: Milton
    Friedman, i sui predecessori e i suoi seguaci. Negli anni Trenta e
    Quaranta del Novecento, la Scuola di Chicago era ancora
    ritenuta, e giustamente, una frangia di sinistra, considerando che
    Friedman, ad esempio, sostenne l’istituto della banca centrale e la
    moneta cartacea in luogo del gold-standard. Egli appoggiò con
    tutto il cuore il principio del
    welfare state con la sua proposta di
    un’entrata minima garantita (imposta negativa sul reddito) su cui
    non riuscì a mettere un limite. Sostenne una tassa progressiva sul
    reddito per raggiungere i suoi obiettivi esplicitamente egalitari (e
    contribuì personalmente ad applicare la trattenuta alla fonte).
    Friedman approvò anche l’idea che allo Stato fosse permesso
    imporre tasse per finanziare la produzione di tutti i beni con un
    effetto positivo sul vicino o che secondo lui avevano tale effetto.
    Ciò implica, ovviamente, che non vi sia quasi nulla che lo Stato
    non possa finanziare con le tasse!
    Per di più, Friedman e i suoi seguaci proponevano la più
    superficiale delle superficiali filosofie: il relativismo etico ed
    epistemologico. Non esistono verità morali definitive e tutto della
    nostra conoscenza del reale è, nel migliore dei casi, solo
    ipoteticamente vero. Eppure essi non dubitarono mai che debba
    esistere lo Stato e che questo debba essere democratico.
    Oggi, mezzo secolo dopo, la
    Chicago-Friedman School,
    senza aver cambiato sostanzialmente nessuna delle sue posizioni,
    viene vista come l’ala destra di libero mercato. Tale scuola,
    infatti, definisce la linea di confine delle opinioni rispettabili nella
    destra politica che solo gli estremisti sorpassano. Questa è l’entità
    dello spostamento dell’opinione pubblica che hanno portato gli
    impiegati statali.
    Consideriamo ulteriori indicatori della deformazione
    socialista provocata dagli intellettuali. Se si dà un’occhiata alle
    statistiche sulle elezioni, si troverà nel complesso che più tempo
    una persona spende all’interno delle istituzioni educative, si
    prenda ad esempio chi ha conseguito un Ph.D rispetto a chi ha
    solo un B.A., e più è probabile che costui sia ideologicamente
    statalista e che voti partito democratico. Inoltre, più alto è
    l’ammontare di tasse utilizzate per finanziare l’istruzione, più
    bassi sono il punteggio
    Sat [Scholastic Aptitude Test] e simili
    misurazioni della
    performance intellettuale, e sospetto anche
    maggiore sia il declino delle tradizionali norme morali e di
    condotta civile.
    Oppure si consideri il seguente caso rivelatore: nel 1994 si
    parlò di “rivoluzione” quando il Presidente del Congresso, Newt
    Gingrich, sostenne il New Deal e la Social Security ed approvò la
    legislazione sui diritti civili, cioè le
    affirmative actions e
    l’integrazione forzata, che sono responsabili della quasi completa
    distruzione dei diritti di proprietà privata e dell’erosione della
    libertà di contratto, di associazione e di disassociazione. Che
    razza di rivoluzione è quando i rivoluzionari accolgono con tutto
    il cuore le premesse e le cause stataliste dell’attuale disastro?
    Ovviamente ciò può essere etichettato rivoluzione solo in un
    ambiente intellettuale che è statalista nell’anima.

    Storia e idee
    La situazione appare senza speranza, ma non è così; innanzitutto
    perché non può continuare all’infinito. L’era democratica non
    può costituire “la fine della storia”, come i neo-conservatori
    vogliono farci credere, poiché vi è anche un lato economico del
    processo.
    Gli interventi sul mercato sono destinati inevitabilmente a
    causare più problemi di quelli che si presume curino, e
    conducono a sempre maggiori controlli e regolamentazioni finché
    non si raggiunge il socialismo compiuto. Se l’attuale tendenza
    persiste, si può predire con certezza che il
    welfare state

    democratico dell’Occidente crollerà come le “repubbliche
    popolari” dell’Est nei tardi anni Ottanta. Per decenni, i redditi
    reali in Occidente sono rimasti stagnanti o sono addirittura scesi.
    I debiti del governo e i costi dei programmi di “sicurezza sociale”
    hanno fatto avanzare la prospettiva di un tracollo economico.
    Allo stesso tempo la tensione sociale è cresciuta a livelli
    pericolosi.
    Forse si deve attendere un collasso economico perché cambi
    l’attuale
    trend statalista. Ma anche nel caso di un collasso è
    necessario qualcos’altro, poiché questo non comporterebbe
    automaticamente un arretramento dello Stato. Le cose potrebbero
    anche peggiorare.
    Difatti, nella recente storia occidentale, vi sono stati solo due
    casi evidenti in cui i poteri del governo centrale si sono davvero
    ridotti, anche se solo temporaneamente, in seguito ad una
    catastrofe: nella Germania Occidentale dopo la Seconda Guerra
    Mondiale, con Ludwig Erhard, ed in Cile, sotto il generale
    Pinochet. Quel che è necessario, oltre alla crisi, sono le idee –
    idee corrette – e uomini capaci di comprenderle e applicarle
    quando si presentano le opportunità.
    Ma se il corso della storia non è inevitabile, e non lo è, allora
    una catastrofe non è né necessaria né fatale. Gli eventi storici
    sono fondamentalmente determinati dalle idee e da uomini che
    agiscono ispirati da idee, siano esse vere o false. Ma solo fintanto
    che dominano dottrine sbagliate la rovina è ineluttabile. Quando
    invece vengono adottati e prevalgono sull’opinione pubblica i
    giusti ideali – e le idee, almeno in principio, si possono cambiare
    quasi istantaneamente – non si verificherà alcuna catastrofe.

    Il ruolo degli intellettuali
    Questo mi riporta al ruolo che spetta agli intellettuali nel
    necessario, radicale e fondamentale cambiamento dell’opinione
    pubblica, e il ruolo che anche i membri delle
    élites naturali, per
    quel che ne è rimasto, devono svolgere. Ad entrambe le parti è
    richiesto un arduo impegno, ma, per prevenire il disastro o
    almeno risollevarsene con successo, tale impegno, per quanto
    elevato, va accettato come un naturale dovere.
    Anche se la maggioranza degli intellettuali sono corrotti e
    ampiamente responsabili delle attuali degenerazioni, è
    impossibile realizzare una rivoluzione ideologica senza il loro
    aiuto. Il dominio degli intellettuali statali può essere infranto solo
    da intellettuali anti-intellettuali. Fortunatamente, le idee di libertà
    individuale, proprietà privata, autonomia contrattuale,
    associazione, responsabilità personale e di governo quale nemico
    primo di libertà e proprietà, non moriranno finché esisterà la
    razza umana, semplicemente perché sono vere e la verità si
    sostiene da sola. Inoltre, i libri degli autori del passato che hanno
    espresso queste idee non spariranno. Tuttavia sono necessari
    pensatori viventi che affrontino tali opere e che siano in grado di
    conservare la memoria, riformulare, riapplicare, affinare e
    avanzare queste idee, e siano capaci e intenzionati a esprimerle in
    prima persona, oltre a opporre, attaccare e contraddire
    apertamente i loro colleghi intellettuali.
    Di questi due requisiti – competenza e carattere – il secondo è
    il più importante, specialmente di questi tempi. Da un punto di
    vista puramente scientifico le cose sono relativamente semplici.
    La maggior parte degli argomenti statalisti che si sentono giorno
    dopo giorno sono stati già confutati con facilità come
    insensatezze morali ed economiche. Non è neppure raro
    incontrare uomini di cultura che in privato non credono a ciò che
    nell’ufficialità declamano al suono delle fanfare. Essi non
    sbagliano semplicemente, ma di proposito affermano e scrivono
    cose che sanno non essere vere. A loro non manca l’intelletto,
    manca la morale. Ciò implica che dobbiamo essere preparati a
    combattere non solo l’errore, ma anche il male – e questo è un
    obiettivo molto più difficile e ardito. Oltre a una buona
    conoscenza richiede coraggio.
    Come intellettuali contro gli intellettuali, ci si deve attendere
    l’offerta di bustarelle – ed è sorprendente quanto taluni siano
    facilmente corruttibili: poche centinaia di dollari, un bel viaggio,
    un’opportunità di essere fotografati con un potente troppo spesso
    sono sufficienti a comprare un uomo. Queste spregevoli
    tentazioni vanno fuggite. Inoltre, nel combattere il male si deve
    essere pronti ad accettare che probabilmente non si avrà mai
    “successo”. Non ci sono ricchezze in palio, nessuna magnifica
    promozione, nessun prestigio professionale. Difatti la “fama”
    intellettuale va guardata sempre col massimo sospetto.
    In realtà non solo si deve accettare che si sarà marginalizzati
    dall’
    establishment accademico, ma ci si deve attendere che i
    propri colleghi faranno il possibile per rovinarti. Basta guardare a
    Ludwig von Mises e a Murray N. Rothbard, i due più grandi
    economisti e filosofi sociali del ventesimo secolo, che furono
    nella loro essenza inaccettabili e non impiegabili
    dall’
    establishment accademico. Eppure durante tutte le loro vite
    non hanno mai ceduto di un millimetro, non hanno perso la
    dignità, né si sono arresi al pessimismo. Al contrario, di fronte
    alla costante avversità sono rimasti impavidi ed anche gioiosi, ed
    hanno lavorato ad un livello di produttività sbalorditivo. Essi
    erano soddisfatti di essere devoti alla verità e a nient’altro che la
    verità.

    Il ruolo delle
    élites naturali

    È qui che quanto è rimasto delle
    élites naturali entra in gioco. I
    veri intellettuali, come Mises e Rothbard, non sono in grado di
    fare ciò che è necessario senza le
    élites naturali. Nonostante tutti
    gli ostacoli, fu possibile per Mises e Rothbard farsi ascoltare e
    non essere condannati al silenzio. Essi continuarono a insegnare,
    a pubblicare e a tenere discorsi ispirando persone con le loro
    intuizioni e idee. Ciò non sarebbe stato possibile senza il supporto
    di altri. Mises ebbe Lawrence Fertig e il William Wolker Fund,
    che pagavano il suo salario alla Nyu, e Rothbard ebbe il Ludwig
    von Mises Institute che lo sosteneva aiutandolo a pubblicare e a
    promuovere i suoi libri, e forniva la cornice istituzionale che gli
    permetteva di dire e scrivere ciò che era necessario fosse detto e
    scritto e che non poteva esserlo all’interno dell’accademia o dei
    media dell’
    establishment statale.
    Una volta, nell’era pre-democratica, quando lo spirito
    dell’egualitarismo non aveva ancora distrutto la maggioranza
    degli uomini con ricchezza, mente e giudizio indipendenti, taluni
    intraprendevano l’obiettivo di sostenere uomini di cultura
    impopolari. Ma chi oggigiorno può, da solo
    , permettersi di
    assumere privatamente un intellettuale come segretario personale,
    consigliere o precettore dei suoi figli? E coloro che ancora
    potrebbero sono spesso profondamente coinvolti nella sempre più
    corrotta alleanza
    big business big governement e promuovono
    esattamente gli stessi intellettuali cretini che dominano
    l’accademia statalista. Basta pensare a Rockfeller e Kissinger
    come esempio.
    Quindi l’obiettivo di sostenere e mantenere in vita le verità
    della proprietà privata, della libertà contrattuale, di associazione e
    disassociazione, di responsabilità personale, e di combattere
    l’inganno, le bugie, il male dello statalismo, il relativismo, la
    corruzione morale e la mancanza di responsabilità oggi può
    essere intrapreso solo riunendo le risorse e sostenendo
    organizzazioni come il Mises Institute. Un’organizzazione
    indipendente dedicata ai valori fondamentali della civiltà
    occidentale, intransigente e molto lontana, anche
    geograficamente, dai corridoi del potere. Il suo programma di
    studi, insegnamenti, pubblicazioni e conferenze non è niente
    meno di un’isola di moralità e decenza intellettuale in un mare di
    perversione.
    A dir la verità il primo obbligo di una persona onesta è verso
    sé stesso e la sua famiglia. Si dovrebbe – nel libero mercato – fare
    quanti più soldi possibile, poiché tanto più denaro uno guadagna
    quanto più porta benefici ai suoi simili. Ma ciò non basta. Un
    intellettuale deve essere devoto alla verità, indipendentemente se
    ne ricava o meno un vantaggio nel breve periodo. Allo stesso
    modo, le
    élites naturali hanno obblighi che si estendono ben oltre
    loro stessi e le loro famiglie.
    Migliori risultati raggiungono come uomini d’affari e
    professionisti e vengono riconosciuti come persone di successo,
    più diventa importante che essi siano d’esempio: che si battano
    per essere all’altezza dei più elevati modelli di condotta morale.
    Ciò significa accettare come loro dovere, come nobile dovere,
    difendere apertamente, con fierezza e con quanta più generosità
    possono i valori che sanno essere giusti e veri.
    In cambio riceveranno ispirazione intellettuale, nutrimento e
    forza, assieme alla consapevolezza che il loro nome vivrà per
    sempre come individui esemplari che si sono elevati al di sopra
    delle masse ed hanno donato un durevole contributo al genere
    umano.
    Il Ludwig von Mises Institute può essere una istituzione
    potente, un modello per la restaurazione di un apprendimento
    genuino, e quasi un’università per chi insegna o fa ricerca. Anche se non vedremo le nostre idee trionfare durante la nostra vita, sappiamo e saremo sempre orgogliosi che gli abbiamo dedicato tutto noi stessi, e che abbiamo fatto ciò che ogni persona onesta e nobile doveva fare.

    Traduzione di Novello Papafava 2005
    www.mises.org/

    .

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Arjuna Visualizza Messaggio
    "Credo, infatti, di non affermare nulla di nuovo, sostenendo
    che quanto più intensamente noi siamo radicati nel centro, tanto più
    agevolmente possiamo muoverci sui punti della lontana circonferenza,
    senza distanziarci - per ciò che vale, per l’essenziale — dal centro."
    F. Freda La disintegrazione del sistema

    Visto che ormai si parla molto di superare le vecchie distinzioni tra destra e sinistra, penso che l'unico modo per farlo veramente sia puntare al Centro.

    Un Centro che sia realmente Radicale ovvero un centro che ci ricolleghi alle nostre radici e svolga la funzione che ogni centro ha avuto nella storia, ovvero quello fungere da luogo d'irradiazione di un pensiero e di una visione del mondo e che permetta quindi, essendo ben ancorati in esso, come scrisse Freda nell'introduzione della Disintegrazione, di potersi muovere liberamente fino ai punti più lontani da esso: cioè permetta il pragmatismo.

    Il che significa soprattutto rendersi conto che oggi viviamo nel 2007 e che la società postmoderna e le dinamiche della globalizzazione non posono essere comprese pienamente e spiegate applicando categorie interpretative di due secoli fa!

    Per un'Europa unita da Brest a Valdisvostok (come si dice) federale ed imperiale.

    Per una nuova aristocrazia contro la democrazia

    Per la disuguaglianza contro l'egualianza

    Per il sovra-umano contro l'umano

    Contro i diritti dei popoli per l'affermazione del diritto di UN popolo.
    Un quotone al 100%

    unico problema è che il termine "centro", sebbene sia chiaro quale sia il significato di cui lo carichi, sia politicamente inspendibile in quanto troppo legato a dinamiche parlamentari "centriste".

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Arjuna Visualizza Messaggio
    "Credo, infatti, di non affermare nulla di nuovo, sostenendo
    che quanto più intensamente noi siamo radicati nel centro, tanto più
    agevolmente possiamo muoverci sui punti della lontana circonferenza,
    senza distanziarci - per ciò che vale, per l’essenziale — dal centro."
    F. Freda La disintegrazione del sistema

    Visto che ormai si parla molto di superare le vecchie distinzioni tra destra e sinistra, penso che l'unico modo per farlo veramente sia puntare al Centro.

    Un Centro che sia realmente Radicale ovvero un centro che ci ricolleghi alle nostre radici e svolga la funzione che ogni centro ha avuto nella storia, ovvero quello fungere da luogo d'irradiazione di un pensiero e di una visione del mondo e che permetta quindi, essendo ben ancorati in esso, come scrisse Freda nell'introduzione della Disintegrazione, di potersi muovere liberamente fino ai punti più lontani da esso: cioè permetta il pragmatismo.

    Il che significa soprattutto rendersi conto che oggi viviamo nel 2007 e che la società postmoderna e le dinamiche della globalizzazione non posono essere comprese pienamente e spiegate applicando categorie interpretative di due secoli fa!

    Per un'Europa unita da Brest a Valdisvostok (come si dice) federale ed imperiale.

    Per una nuova aristocrazia contro la democrazia

    Per la disuguaglianza contro l'egualianza

    Per il sovra-umano contro l'umano

    Contro i diritti dei popoli per l'affermazione del diritto di UN popolo.
    Premesso che sono pronto a sottoscriverTi l'aspetto metapolitico di tutti e cinque i punti ( con ovvie puntualizzazioni si intende) io ancora non ho trovato risposte da Te sulla TRADUZIONE POLITICA ...
    Con chi stiamo, contro chi stiamo, come rispondiamo alla precarizzazione, cosa diciamo sul pignoramento del Tfr, cosa facciamo per cacciare via le basi americane l'occupazione militare , come ci proteggiamo dalle Private Equity, che facciamo per rilanciare l'educazione scolastica, per riprenderci le strade, per sradicare il liber-marxismo dalla cultura, per restaurare il " MOS MAIORUM" , per salvaguardare il lavoro , i posti di lavoro ( creativo, artistico ma sempre lavoro).
    Come faccio questa benedetta RIVOLUZIONE TRADIZIONALE se non rompo gli equlibri, se non rifondo la NAZIONE dal quale la Gens trova la su linfa, se non mi pongo come SOLUZIONE SOCIALE TOTALE ai problemi, se non RIFONDO UN MITO DI MOBILITAZIONE ... ovvero se per una volta non OSO con " una vera via della mano sinistra" oggettivamente pericolosa, ma stimolante e non incapacitante .... Poi possiamo rinventarci (ma dopo) tutti
    I CENTRI DI RIEDUCAZIONE RADICALE CHE VUOI MA DOPO ...
    Wewelsburg senza la presa del potere da parte del NSDAP non sarebbe esistito ....

  6. #6
    Lupo Sciolto
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    ci sono degli spunti interessanti e voglio vedere dove va a finire la discussione..
    perciò..su!

  7. #7
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    Predefinito Aspettiamo repliche da Arjuna sul cosidetto mito incapacitante ..

    Citazione Originariamente Scritto da Lupo Sciolto Visualizza Messaggio
    ci sono degli spunti interessanti e voglio vedere dove va a finire la discussione..
    perciò..su!
    .

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da EresiaMaxima Visualizza Messaggio
    Premesso che sono pronto a sottoscriverTi l'aspetto metapolitico di tutti e cinque i punti ( con ovvie puntualizzazioni si intende) io ancora non ho trovato risposte da Te sulla TRADUZIONE POLITICA ...
    Con chi stiamo, contro chi stiamo, come rispondiamo alla precarizzazione, cosa diciamo sul pignoramento del Tfr, cosa facciamo per cacciare via le basi americane l'occupazione militare , come ci proteggiamo dalle Private Equity, che facciamo per rilanciare l'educazione scolastica, per riprenderci le strade, per sradicare il liber-marxismo dalla cultura, per restaurare il " MOS MAIORUM" , per salvaguardare il lavoro , i posti di lavoro ( creativo, artistico ma sempre lavoro).
    Come faccio questa benedetta RIVOLUZIONE TRADIZIONALE se non rompo gli equlibri, se non rifondo la NAZIONE dal quale la Gens trova la su linfa, se non mi pongo come SOLUZIONE SOCIALE TOTALE ai problemi, se non RIFONDO UN MITO DI MOBILITAZIONE ... ovvero se per una volta non OSO con " una vera via della mano sinistra" oggettivamente pericolosa, ma stimolante e non incapacitante .... Poi possiamo rinventarci (ma dopo) tutti
    I CENTRI DI RIEDUCAZIONE RADICALE CHE VUOI MA DOPO ...
    Wewelsburg senza la presa del potere da parte del NSDAP non sarebbe esistito ....
    Ripeto quello già detto ; d' accordo è evidente sul piano metapolitico ; altrettanto evidente che 'formandosi' solo su questi 'principi' si rischia con buona probabilità che accada quanto avvenuto già in passato: che si resto affascinati dalla "qualità" del "vettore" e non se ne riesca a "valutare" la "direzione" ( arrivando al delirio del marines quale nuovo centurione o all' esaltazione dello "stato di israele") ; in questo caso occorre far intervenire le "categorie del politico" bisigna saper discernere la coppia amico/nemico....

  9. #9
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    ...del resto ; Tradizione e Conservazione sono antitetici ; l' unica via è qiella della 'mano sinistra' ; "quoto" al 1000% Eresia Maxima..

  10. #10
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    ....rispetto al quale non sapevo d' evere in comene anche il "nominalismo"......bene !

 

 
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