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    Predefinito Sul simbolo del “Carro”

    Riportiamo una chiosa di Ānanda K. Coomaraswamy su un passo della vallī III della Katha Upanishad sul simbolismo del «Carro», chiosa che si trova nel libro “Conoscenza e Morte secondo la Dottrina Indù (Katha Upanishad)”, Luni Editrice (pagg. 156, 157, 158). Consigliamo la lettura completa della Katha Upanishad come è presentata nel libro citato, poiché vi è anche il commento di Shrī Shankarāchārya.


    «III. 3-4: Il Carro è qui, come al solito, il corpo, o piuttosto il corpo e tutto quel che in genere siamo usi indicare con il termine «anima». In una disanima peraltro utile (p.126), il RAWSON non mette in sufficiente evidenza la coerenza delle diverse «parabole». Qui ci proponiamo di esaminare un solo punto, sui suoi rapporti con la versione che ne è data nel Milindapañho. In KU. l’Ātmā, come il RAWSON fa correttamente rilevare, è il «signore del carro», vale a dire il padrone che si sposta a bordo di esso, e sa qual è il percorso da lui voluto, anche se delega la guida materiale del veicolo a un assistente, o cocchiere (la distinzione tra rathin e sārathin è [per l’appunto] quella che esiste tra un passeggero e il guidatore); in AA. II. 3. 8 abbiamo la consueta formulazione secondo la quale il Soffio dello Spirito «prende posto» sul (prāno ‘dhitishthati) suo veicolo, il quale è conseguentemente il suo «supporto» (adhishthānam, in CU. VIII. 12. 1), cfr. BG. XV. 9 adhishtāya, citato in una precedente nota; in MU. II. 6 l’Ātmā è l’«l’istigatore» (pracodayitri) che attiva la coscienza del corpo di cui è in possesso, e nuovamente ciò coincide con l’«assunzione di una posizione» (avashthānam) o ipostasi. In ognuno di questi casi la distinzione dell’Ātmā da buddhi, manas, indriyāni ecc. è [volutamente] accentuata, e corrisponde a quella tra il conoscitore del campo e il campo stesso in BG. XVIII. Quando i destrieri, [ossia] i sensi, sono, come talvolta accade, insubordinati (KU. III. 5), si ha la situazione descritta in BG. V. 6, «Quindi, invero, l’Ātmā deve agire da nemico, in guerra con ciò che è Non-Ātmā» (anatmanas tu shatrutve vartetātmaiva shatruvat), lo Spirito scende in guerra contro la carne. Con la parola anattā il Milindapañho non nega l’Ātmā, ma afferma soltanto, in accordo con non pochi altri testi pali, che questo (carro), così come [appare] (usualmente chiamato «Nāgasena»), «non è lo Spirito», ovvero «non è il mio spirito», «non-ātmā» (na me so attā, «Questo non è il mio Spirito», passim). Il Buddha, come la RHYS DAVIDS ha recentemente fatto notare (JRAS , 1937, p. 259), dava per scontata l’esistenza dell’Ātmā. Aggiungeremmo, per parte nostra, che in KU. III. 9 è da rilevare la corrispondenza di vijñāna con la buddhi di III. 3; e che, inoltre, nella seconda riga si ripete la costruzione della prima, talché abbiamo manah-pragrahavān narah, dove manah-pragraha- corrisponde a vijñāna-sārathih e –vān narah al yas tu della prima riga, il che dà, di conseguenza, «l’uomo che assume la mente con sue briglie», e non «l’uomo la cui mente è imbrigliata a dovere», sempre che quest’[ultima] espressione significhi, come sembra di fatto significare, «che domina la propria mente», giacché questo è il compito non del nara, ma della buddhi. I destrieri non saranno insubordinati se saranno controllati da vijñāna (buddhi), che governa i sensi, e non direttamente, ma per mezzo di manas [NOTA Il verso 9 è pressoché una parafrasi di RV. V. 81 […]. Cogliamo quest’occasione per segnalare che l’abituale traduzione di dhī e dhīrah con «pensiero» e «sapiente» è fortemente inadeguata; non è «pensando» che si raggiunge la «visione» di Dio, ma mediante la «contemplazione». Il «pensare», nel senso in cui il filosofo moderno «pensa», appartiene alla vita attiva , ed è lungi da quel che si esprime con dhī. Si confronti con S. Tommaso, Sum. Theol., I. 34. 1 e 2:«Quando l’intelletto raggiunge la forma della verità (i. e. svarūpam sampadyate: quando, cioè, c’è adequatio rei et intellectus, in samādhi), esso non pensa, ma contempla perfettamente la verità», e con Riccardo di San Vittore, De Contempl., I. 4, il quale distingue tra contemplazione, meditazione e cogitazione («la contemplazione è l’arrestarsi chiaro e libero dell’anima sull’oggetto della sua ricerca; la meditazione è l’ispezione della mente occupata nella ricerca della verità; e la riflessione [o “cogitazione”] è lo sguardo della mente che è incline a divagare»).] È l’uomo senza vijñāna (discriminazione), l’uomo di cui il manas (ragione) non è stato dotato di finimenti, i cui destrieri sono insubordinati, che non raggiunge la méta, com’è affermato in KU. III. 7, e di cui III. 9 dice ciò che invece accade nel caso opposto. Lo sbaglio dell’uomo, in 7, consiste nel non aver collegato le redini al morso, e nel non averle affidate alle mani del cocchiere; il suo merito, in 9, è nell’averlo fatto. Quale che sia stata la soluzione, l’Ātmā non sarà coinvolto; ma quando il veicolo sarà disfatto, al momento della morte, e lo Spirito si innalzerà, l’«uomo» Un Tale, quagli che ha pensato in termini di «Io» e di «mio», non sarà «in esso», non avrà «trovato se stesso», ovvero «conosciuto chi è»; di lui, dell’uomo Un Tale, non rimarrà che il suo karma, in altre parole le sue tendenze, che saranno ereditate da qualcun altro. Ci sembra che l’argomento sia del più grande interesse, ma ci pare [anche] importante conservare, così come è mantenuta nel testo, la gerarchia delle facoltà [powers], e non confondere l’«uomo», di cui i sensi sono una parte, con quella di queste sue facoltà il cui compito è il controllo dei sensi. Una confusione di questo genere implicherebbe una partecipazione dei sensi stessi al loro proprio governo – una situazione, questa, che sarebbe in qualche modo «democratica», e che, come tute le concezioni di «autogoverno» nel senso di «governo del popolo da parte del popolo», rappresenterebbe una cosa impossibile, giacché è impossibile, per qualsiasi potere, agire simultaneamente, in un unico e solo rapporto, sia in modo attivo sia in modo passivo.»

  2. #2
    VINCIT OMNIA VERITAS!
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    Predefinito

    "E' questo il significato dell'antico simbolo brahmanico (e platonico) del cocchio: il cocchio, con tutte le sue parti, corrisponde alla nostra individualità. Non esisteva un cocchio prima che tutte le sue parti fossero montate e non esisterà più quando queste andranno a pezzi; senza gli elementi che lo compongono esso non esiste; il cocchio, in effetti, è soltanto il nome che, per convenzione, viene dato a un certo oggetto della percezione, e non può essere considerato un'entità (sattva). Lo stesso può dirsi di noi che siamo, come il cocchio, "aggregati". Chi l'ha compreso, vede "come si sono prodotte" (yatha bhutam) le cose a partire dal loro principio per poi scomparirvi, e può così creare una distinzione tra se stesso e tutte le cose. Non sarà lui, ma l'ignorante, a porsi domande come: "Esisto io?", "Che cosa ero prima?", "Donde vengo?", "Dove vado?". Se è ancora espressamente permesso a un Arhat di dire "io", lo è solo per comodità, poichè egli ha già da tempo superato la convinzione di possedere una sua propria personalità. Ma ciò non significa affatto - e non è detto da nessuna parte - che "non esiste un Sé". Al contrario: vi sono dei passi dove, dopo l'elencazione dei cinque elementi di cui è intessuta la nostra "esistenza" evanescente e irreale, troviamo non l'abituale formula di negazione: "Questo non è il mio Sé" (na me so atta), bensì l'ingiunzione: "Rifugiati nel Sé" (kareyya saranattano), così come il Buddha dice di aver fatto egli stesso (katam mesaranam attano).


    Tratto da Induismo e Buddismo, A.K. Coomaraswamy, ed. Rusconi, pp. 90-91.
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  3. #3
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    So che le questioni contingenti e storiche non possono che avere un valore del tutto secondario per dei perennialisti, tuttavia se la storia stessa è simbolo di realtà d'ordine più elevato... non potremmo forse azzardare una ricostruzione storica (ma su basi simboliche) quale la seguente: "Il primo carro ad essere storicamente realizzato fu un carro sacro, destinato al rito. In seguito ad una rivolta della casta dei guerrieri esso fu degradato a macchina da guerra ed in seguito ad ulteriori passaggi di mano negli equilibri di potere all'interno del corpo sociale esso divenne in ultima mero arnese utilitario per artigiani e mercanti" ?

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da IATPAN Visualizza Messaggio
    So che le questioni contingenti e storiche non possono che avere un valore del tutto secondario per dei perennialisti, tuttavia se la storia stessa è simbolo di realtà d'ordine più elevato... non potremmo forse azzardare una ricostruzione storica (ma su basi simboliche) quale la seguente: "Il primo carro ad essere storicamente realizzato fu un carro sacro, destinato al rito. In seguito ad una rivolta della casta dei guerrieri esso fu degradato a macchina da guerra ed in seguito ad ulteriori passaggi di mano negli equilibri di potere all'interno del corpo sociale esso divenne in ultima mero arnese utilitario per artigiani e mercanti" ?

    Ipotesi affascinante. Tuttavia, la ricerca di un supposto utilizzo primario degli oggetti in funzione sacrale è spesso destinata ad esiti frustranti.
    E' più probabile - a mio (modestissimo) avviso - che gli oggetti abbiano avuto da sùbito una funzionalità duplice (o molteplice), bassa e alta (o più o meno bassa e alta) a seconda dei contesti in cui venisse utilizzato. Oppure - ed è la cosa che ritengo più probabile - che gli strumenti di uso comune, che servivano indubbiamente a fini concreti (di "cultura materiale", come dicono gli archeologi) fossero sì ideati e costruiti come ausilio concreto ai compiti fisici quotidiani, ma che siano poco dopo passati sotto la tutela 'spirituale', vista l'inscindibilità e l'intercomunicabilità - per gli uomini tradizionali - tra reame terreno e spirituale.

  5. #5
    PULSATE ET APERIETVR VOBIS
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    Predefinito Dalla 'Domus Regia' alla 'Reggia'

    Citazione Originariamente Scritto da Ormriauga Visualizza Messaggio
    Ipotesi affascinante. Tuttavia, la ricerca di un supposto utilizzo primario degli oggetti in funzione sacrale è spesso destinata ad esiti frustranti.

    E' più probabile - a mio (modestissimo) avviso - che gli oggetti abbiano avuto da sùbito una funzionalità duplice (o molteplice), bassa e alta (o più o meno bassa e alta) a seconda dei contesti in cui venisse utilizzato. Oppure - ed è la cosa che ritengo più probabile - che gli strumenti di uso comune, che servivano indubbiamente a fini concreti (di "cultura materiale", come dicono gli archeologi) fossero sì ideati e costruiti come ausilio concreto ai compiti fisici quotidiani, ma che siano poco dopo passati sotto la tutela 'spirituale', vista l'inscindibilità e l'intercomunicabilità - per gli uomini tradizionali - tra reame terreno e spirituale.
    Delle due eventualità io reputo la seconda assai meno probabile della prima. La questione, tra l'altro, credo non sia di molto dissimile da quella che riguarda il rapporto per così dire "genealogico" tra edificio sacro ed edificio profano. Non desta alcuna meraviglia che oggi sia opinione diffusa quella che vorrebbe i templi essere null'altro che "grandi case", proiezioni analogiche delle semplici capanne nelle quali avebbero dimorato gli anonimi seguaci dei culti più antichi. Esistono tuttavia numerosi indizi del fatto che solo in seguito ad una degenerazione (non solo etimologica) termini quali Domus Regia cessarono di designare la sede privilegiata di un complesso culto avito, finendo con l'identificare null'altro che la "residenza privata" del Re (o Reggia).

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da IATPAN Visualizza Messaggio
    Delle due eventualità io reputo la seconda assai meno probabile della prima. La questione, tra l'altro, credo non sia di molto dissimile da quella che riguarda il rapporto per così dire "genealogico" tra edificio sacro ed edificio profano. Non desta alcuna meraviglia che oggi sia opinione diffusa quella che vorrebbe i templi essere null'altro che "grandi case", proiezioni analogiche delle semplici capanne nelle quali avebbero dimorato gli anonimi seguaci dei culti più antichi. Esistono tuttavia numerosi indizi del fatto che solo in seguito ad una degenerazione (non solo etimologica) termini quali Domus Regia cessarono di designare la sede privilegiata di un complesso culto avito, finendo con l'identificare null'altro che la "residenza privata" del Re (o Reggia).
    Ecco, diciamo allora che i due aspetti (sacrale e secolare) erano previsti simultaneamente. Mi riesce difficile infatti pensare che il carro sia stato inventato per usi 'sacrali' (cfr. la processione di Nerthus descritta da Tacito; il carro di Trundholm, ecc.) e solamente più tardi quale strumento per compiere i raid ed effettuare il controllo territoriale. Probabilmente i primi 'kshatrya' che cominciarono a muoversi su quei carri dovevano sentirsi come degli impersonatori di questa o quella deità (viste le doti psico-fisiche richieste per governare quel mezzo, come ricordano diverse fonti occidentali e orientali), ma indubbiamente l'utilizzo, la molla che spinse ad attaccare due ruote ad un abitacolo di legno per farlo trainare da uno o più veloci cavalli dovette essere quella - appunto - della sottomissione dell'altro, dell'appropriazione dei beni dei villaggi vicini o del controllo dei territori conquistati. Senza contare che la trazione animale (aggiogamento ai buoi) era un'idea già attuata dalle popolazioni contadine (del Medio Oriente) per l'agricoltura.
    Inoltre, si potrebbe anche pensare che certe descrizioni di dèi tonanti (generalmente il capo degli dèi, o il loro giovane campione) siano state concepite avendo in mente la scena del guerriero-auriga che scaglia la sua ascia/lancia da bordo del suo carro lanciato a folle velocità, senza possibilità di scampo per il malcapitato appiedato che doveva pararsi di mezzo.

  7. #7
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    Era un po’ che questa discussione mi attirava. Riuscire ad esprimere quello che si pensa a volte può non essere facile. Il problema è la mentalità con cui si guarda al simbolo: il cocchio o carro ha senz’altro avuto un’importanza fondamentale nell’economia del mondo antico, basti solo pensare quanta ancora ne ha la variante di latta che circola per le nostre strade. Quello che ha attirato la mia attenzione è la pseudo dotta disquisizione sul dubbio storico, è nato prima l’uovo o la gallina?
    Il carro è nato come sacro e poi è stato degradato come macchina da guerra o da commercio o è stato “sacralizzato” dopo che già era stato usato da impavidi guerrieri per la “nobilissima” arte della guerra?
    È l’Idea quella che nasce per prima, e l'Idea non comporta nemmeno un singolo inventore preciso, ma può fiorire in vari luoghi contemporaneamente o in varie epoche senza essere stata tramandata. Per questo si dice sia stata donata dal tale o tal’altro aspetto del divino, per questo ogni oggetto nasce Sacro ma con usi pratici. Nel mondo antico non c’era schizofrenia di pensiero tra sacro e profano, ogni atto usuale era sacro, anche aggiogare i buoi al carro per vendere la propria merce altrove.
    Così le poche assi di legno messe insieme per la comodità di un contadino, al pari dei cocchi costruiti appositamente per le cerimonie avevano in sé, per essenza, un valore implicito che non ha bisogno di “tutela spirituale” ne di funzionalità duplice :

    [che gli oggetti abbiano avuto da subito una funzionalità duplice (o molteplice), bassa e alta (o più o meno bassa e alta) a seconda dei contesti in cui venisse utilizzato. Oppure - ed è la cosa che ritengo più probabile - che gli strumenti di uso comune, che servivano indubbiamente a fini concreti (di "cultura materiale", come dicono gli archeologi) fossero sì ideati e costruiti come ausilio concreto ai compiti fisici quotidiani, ma che siano poco dopo passati sotto la tutela 'spirituale', vista l'inscindibilità e l'intercomunicabilità - per gli uomini tradizionali - tra reame terreno e spirituale.]

    È proprio questo valore implicito che permette la trasposizione simbolica di quella piccola parte (in questo caso il carro) ad una parte maggiore del “Tutto” (in questo caso il corpo umano).
    È solo una sottigliezza di pensiero ma penso che sia importante imparare ad usarla se si vuole comprendere il concetto di sacro nel quotidiano senza cadere negli inghippi di un materialismo sottinteso che ci fa parlare di “deificazione” di quel tale o tal’altro aspetto della vita materiale, come fanno gli archeologi o gli storici delle religioni.

  8. #8
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    E' con piacere che ho ritrovato aperto questo thread! Ringrazio il nuovo forumista per l'interessantissimo intervento, che ha contribuito non poco all'avanzamento della discussione, mettendo un ulteriore punto fermo su come debba essere la nostra speculazione riguardo ale cose antiche. Punti fermi che non sono mai troppi, visto che - ahimè! - tutti noi oggi nasciamo e ci formiamo immersi in una mentalità fortemente ostile alla reale comprensione del mondo simbolico e della vita "normale" (cioè prima della deriva moderna).

 

 

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