Commento
Una giornata tutta politica
Gabriele Polo
La politica raccoglie ciò che semina. Ieri in più di duecento piazze italiane ha raccolto il «vaffa» di migliaia di cittadini convocati per uno show corale da Beppe Grillo. Un misto di sentimenti diversi, dal giustizialismo all'odio per i privilegi, che ha il pregio di dire una verità. Quella che misura la distanza tra i ceti dirigenti del paese e i rappresentati senza più rappresentanza. Una distanza che si esprime, appunto, con uno «sfanculo» capace di cancellare le differenze tra i destinatari del medesimo, considerati un'unica casta. Perché le differenze sono sempre meno visibili in termini di valori e progetti, ma anche in termini di comportamenti quotidiani.
Avviene l'8 settembre, data che in Italia simboleggia la morte dello stato, ma non ha il tono di quel 8 settembre: Beppe Grillo non è Duccio Galimberti, non chiama il paese a una rivolta attiva e partecipata per costruire un paese nuovo, chiede agli spettatori, secondo un costume ormai affermatosi a destra e a manca, solo un gesto (una firma, un applauso, un fischio) in negativo, invoca soprattutto pulizia (che per alcuni significa polizia). Ma non è antipolitico: è contro questa politica, questi partiti e raccoglie così pulsioni profonde, in alcuni casi le stesse che hanno portato al potere Berlusconi.
Ciò che è successo ieri va preso sul serio, è un evento tutto politico, che concerne cioè l'agire pubblico: e non per liquidarlo come qualunquismo passeggero, ma per riprendere in mano il senso di quell'agire e affrontare alla radice la crisi della democrazia. Per risolverla non basta fondare un partito che la evoca nominalmente. Bisogna, certo, porre dei limiti al potere del ceto politico (elemento base di forza della giornata di ieri), ma soprattutto far emergere le differenze dentro la politica, fare ciò che si dice (o promette) e non viceversa, ricostruire un tessuto di partecipazione diretta e una rete di verifica dei mandati a disposizione delle persone che, invece, ora vengono semplicemente chiamate a votare su spot televisivi ogni tot anni. E, a sinistra, segnare una differenza con ciò che è - nel metodo e nel merito - di destra. Prendere l'autobus (o la bicicletta) invece dell'auto blu, considerare i poteri forti un avversario da combattere. Essere «altro», a partire dai nodi fondanti delle relazioni economiche e sociali. Quelle che rinsaldano i poteri «né di destra, né di sinistra», cui - cortesemente ricambiati - il V-day non dà alcun fastidio.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano...007/art20.html


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