bene mi fa piacere che l'idea di piaccia......


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Sarà brava quanto vuoi ma l'organizzazione di cui fa parte come numeraria (membro celibe) non è famosa per limpidezza e correttezza. Da Calvi-Ambrosiano-Ior, al suicidio di Gardini, allo scandalo Parmalat, all' uccisione di Roverato, all' incontro fra Berlusconi e Dell'Utri a Fazio... non c'è scandalo in cui non compaiano persone dell' opus dei. E siccome i numerari dell' opus dei come la Binetti hanno fatto voto di obbedienza...


27/09/2006 Le mani sporche dell' opus dei
Autore: Rita Pennarola
Tutti holding e Opus Dei
Tratto da "La Voce della Campania" - www.lavocedellacampania.it
La scomparsa del finanziere e soprannumerario Opus Dei Gianmario Roveraro, avvolta da dubbi e circostanze oscure, ci guida alla scoperta degli inediti colossi finanziari messi su dai ferventi seguaci di San Josemaria, che spaziano tra fede, business e politica, con la benedizione di alcuni vertici istituzionali del Paese. Filo conduttore è il supermanager Giuseppe Garofano, ultimo protagonista rimasto sulla scena del ciclone Mani Pulite ma, soprattutto, socio eccellente dell’Opus.
Un cadavere fatto a pezzi. Orrendamente mutilato, decomposto dal caldo e assolutamente irriconoscibile. Non era ancora “in voga” il test del Dna quando, all’alba di Tangentopoli, fu “suicidato” e fatto ritrovare col volto sfigurato Sergio Castellari, l’ex direttore generale del ministero delle partecipazioni statali inquisito per lo scandalo Enimont.
Era il 20 febbraio 1993. A calare la pietra tombale sulla vicenda (omicidio? suicidio? oppure quel cadavere apparteneva a qualcun altro?) era stato il perito anatomopatologo Carlo Torre. Lo stesso che molti anni dopo sarà chiamato dagli inquirenti nel caso Ilaria Alpi ma, soprattutto, l’artefice dell’allucinante ipotesi del “proiettile deviato da un sasso”, che ha finora impedito di accertare con un processo i veri responsabili dell’assassinio di Carlo Giuliani in piazza Alimonda.
Poi arrivò l’era del Dna, la delicata e complessa indagine con ampi margini di errore che fa immancabilmente capolino - con verdetti immediati e da Cassazione - nelle più scottanti inchieste degli ultimi anni: al centro, corpi massacrati, di dubbia identità, attribuiti a protagonisti delle più clamorose vicende di cronaca, molto spesso al centro di misteri, da Fabrizio Quattrocchi fino al recentissimo caso di Gianmario Roveraro, il finanziere tutto banca e Opus Dei scomparso da Milano ai primi di luglio scorso dopo un incontro nella sede della potente compagine religiosa. Poi il ritrovamento dei “resti” (la testa per ultima, in ogni caso irriconoscibile), il fulmineo intervento dei carabinieri del Ris per la prova del Dna (con quale materiale genetico di confronto?) e i titoloni a scatola sui giornali: ecco il corpo di Roveraro nelle campagne intorno a Parma.
La storia si ripete. Le analisi vengono affidate al capo del Ris Luciano Garofano, prontamente accorso sul luogo del delitto, che in brevissimo tempo emette la sentenza: «ucciso con un colpo di pistola». «Quando pronuncia quel “non è stato facile” - scrive a caldo la Gazzetta di Parma - il colonnello dei Ris di Parma Luciano Garofano ha il volto tirato, parla di un'autopsia complicata per un delitto “particolarmente efferato” e poi, abbassando gli occhi, esprime “cordoglio” per la famiglia del finanziere».
Un uomo duro, il carabiniere-scrittore (suoi i volumi “L’enigma del boiardo” e “Delitti imperfetti”): 53 anni, biologo, fin dal ‘95 va a dirigere il Reparto Investigazioni Scientifiche di Parma, che ha competenze su tutto il Nord Italia. Insegna inoltre alle università di Parma e della capitale. Ha indagato sui più controversi casi giudiziari della storia recente italiana, dalla strage di Capaci a Donato Bilancia, fino ai casi Novi Ligure, Cogne ed, oggi, anche Roveraro. Il settantenne manager sarebbe stato squartato e martoriato - secondo la ricostruzione ufficiale - per vendetta dal piccolo imprenditore Filippo Botteri a causa di un affare immobiliare finito in crack.
DA UN GAROFANO ALL’ALTRO
Tutta la vicenda appare subito poco chiara. Di “depistaggio” a proposito della prima confessione di Botteri sull’omicidio parla apertamente Maurizio Di Giacomo, il giornalista che per primo, negli anni ottanta, aveva sollevato il velo sull’Opus in un libro choc edito da Tullio Pironti. «Il reoconfesso dell'assassinio di Roveraro e della mutilazione del suo cadavere, forse tramite il manchete prestato da un complice - rivela Di Giacomo - avrebbe raccontato un paio di anni orsono al 52 enne vicentino Francesco Todescato che Roveraro aveva dirottato su un conto dell'Unione delle Banche Svizzere una forte somma legata al crack della Parmalat di Calisto Tanzi».
Strano anche «l’accanimento distruttivo dimostrato da Botteri nei confronti del cadavere di Roveraro: siamo certi che non abbiano pesato anche pulsioni per così dire immateriali e non riconducibili tout court al risentimento per un'operazione finanziaria che non aveva portato ai risultati sperati?». «Ci sarà - conclude il giornalista - qualche magistrato capace di verificare se l’affermazione di Filippo Botteri è un depistaggio o, al contrario, l’apertura di una pista finora ignota alla magistratura che ha indagato su Parmalat?». Di Giacomo non è l’unico ad avanzare dubbi. «A questa storia manca tuttora un pezzo», dichiara alla Stampa un altro Garofano, Giuseppe, in prima fila ai funerali celebrati solennemente a Milano nella chiesa di Santa Maria Segreta. E spiega: «Com’è possibile che un finanziere come Roveraro fosse entrato in contatto con simili delinquenti?».
Difficilmente sarà possibile trovare una risposta certa a questi e ai tanti altri interrogativi che si affollano in quello che rischia già di diventare l’ennesimo buco nero nella cronaca giudiziaria del Paese. Di sicuro, però, con l’uscita di scena di Roveraro si chiude definitivamente un’era: quella iniziata nel 1993 con il furore di Mani Pulite e che vide nei primi mesi di quell’anno una catena impressionante di cadaveri avvolti nel mistero di una ricostruzione ufficiale tuttora al centro di dubbi. Tutti collegati alla madre di tutte le tangenti: il caso Enimont. A febbraio Castellari poi a luglio, in rapida successione, prima il presidente Eni Gabriele Cagliari, poche ore dopo Raul Gardini, entrambi “suicidati”.
«Alle sette di mattina - si legge sulle cronache dell’epoca - Gardini ha già fatto la doccia, è ancora in accappatoio quando gli portano i giornali, il cappuccino e un croissant: ed è proprio mentre si accinge a fare colazione che l’occhio gli cade su un titolo di prima pagina di Repubblica: “Tangenti, Garofano accusa Gardini”. Raul capisce che è finita (questa almeno la spiegazione più semplice), apre il cassetto del comodino vicino al letto e si spara un colpo alla testa». Con Roveraro - che attraverso la banca d’affari Sige aveva consentito a Gardini di scalare la Montedison - sparisce l’ultimo, ingombrante protagonista di quelle oscure pagine di storia. Ma lavorando intorno alla sua figura - e soprattutto sui suoi legami con Garofano - è possibile tracciare gli inediti assetti di un colosso economico e finanziario come l’Opus Dei, che in una recente intervista alla Voce, uno che la sa lunga come Licio Gelli, aveva definito «oggi assai più potente della massoneria». Quello che si ricostruisce seguendo le molteplici diramazioni imprenditoriali collegate ai seguaci di Escrivà è un autentico impero, una holding estesa fra istituzioni, politica ed altissima finanza. Intenta a rigenerare se stessa allevando il nuovo ceto eletto che andrà ad occupare i posti chiave del sistema Italia. Perchè, dentro, ci sono proprio tutti. Vediamo.
I MASSONI DI DIO
Dopo un’esistenza trascorsa da potente fra i potenti, Gianmario Roveraro negli ultimi tempi si era già disfatto di quasi tutte le partecipazioni societarie. Lontani i tempi delle folgoranti alleanze con big come Gardini o l’allora presidente della Banca di Roma Pellegrino Capaldo, nel suo passato più recente restava il sodalizio con Calisto Tanzi ed un legame ancora vivo con personaggi come Paolo Scaroni (oggi numero uno dell’Eni) o come i fratelli Ottavio e Giuseppe Pisante, magnate pugliesi di acqua ed energia. Prima in sella a Sige, poi attraverso la finanziaria Akros, Roveraro aveva portato in Borsa Benetton e quindi la stessa Parmalat, attraverso un’alchimia finanziaria oggi al vaglio degli inquirenti e che gli era costata di recente un rinvio a giudizio.
Membro soprannumerario dell’Opus, era stato in prima fila nelle Fondazioni Rui (le residenze universitarie d’élite che per anni hanno rappresentato il cuore economico e logistico di questa “massoneria bianca”) e del Faes (associazione famiglia e scuola), fra le prime creature, in ordine di tempo, del potere opusdeista. Ma al momento della sua scomparsa Roveraro risultava titolare di azioni in sole due società. La prima è Alter Sim spa, 387 mila euro come capitale sociale, finita al centro delle indagini giudiziarie in corso a carico di Botteri e dei suoi complici. E’ infatti alla sede milanese della Alter, in piazza Duomo 22, che la mattina del 7 luglio arriva il famoso fax con cui Roveraro chiede il disinvestimento di 1 milione di euro. Un documento che condurrà fino alla attuale ricostruzione dei fatti il pm Alberto Nobili (ex marito di Ilda Boccassini), cui sono state affidate le indagini.
ROVERARO IN CAMPUS
Ma è attraverso l’altra società in cui spicca il nome di Roveraro che cominciamo ad addentrarci nei rivoli miliardari della corazzata Opus Dei. Una strada che, forse, potrà contribuire a gettare luce sulle circostanze della sua improvvisa uscita di scena. Alla data del 1 giugno 2006 Gianmario Roveraro risulta infatti titolare di 364.715 azioni della Campus Biomedico spa, 36 milioni e passa di euro in dote, che rappresenta oggi uno dei capisaldi nel principale intreccio italiano fra politica, religione, affari. E’ qui, infatti, che ritroviamo fianco a fianco come soci, fra gli altri, lo stesso Roveraro e Giuseppe Garofano: dentro l’università privata dell’Opus Dei alle porte di Roma, lautamente foraggiata da denaro pubblico («al solo Campus Biomedico dell’Opus Dei - scrive ad esempio l’agenzia cattolica di sinistra Adista - vengono dati 20 milioni di euro per il 2004 e 30 milioni di euro per il 2005») e benedetta fin dalla nascita da un big dell’attuale governo di centrosinistra come il vicepresidente del Consiglio (ed allora sindaco di Roma) Francesco Rutelli.
Ma dell’intenso feeling sbocciato fra la Margherita e l’Ovra ci occuperemo più avanti. Perchè ora seguiamo la pista che dal socio del Campus Giuseppe Garofano porta alla luce le nuove holding della fede. E cominciamo dal Cense, Promozione Centri Educativi, che come sempre parte dall’irrefrenabile “istinto” ad allevare il ceto eletto per trasformarsi subito in un sistema di potere dalle dimensioni di una multinazionale. Con la bellezza di 4 milioni 232.860 euro come capitale sociale, Cense vede schierato al suo interno - insieme allo stesso Garofano - interi pezzi del sistema Italia, in forme dirette o mediate. Sede legale nella capitale, in viale Eritrea 154, amministrata da giovani e poco noti manager generalmente allevati “in casa” dalla Prelatura (in questo caso il quarantatreenne Gian Luca Giovannucci, romano, presidente del cda), Cense racchiude nel suo parterre societario personaggi noti come l’ex ministro della Pubblica istruzione Francesco D’Onofrio o il re dei trapianti Raffaello Cortesini insieme a corazzate edili del calibro di Gico Costruzioni (attiva il Libano ed Algeria, nonchè aggiudicataria di grossi appalti per la Salerno-Reggio Calabria ) e Total Service spa (che aveva lavorato per le opere del Giubileo).
Ma soprattutto, accanto a decine di semplici affiliati, nell’azionariato di Cense spiccano tre autentici scrigni del sistema Opus Dei: si tratta di Associazione Centro Isec, Centro Elis e IPE, il partenopeo Istituto per le Attività Educative (vedi l’articolo che segue), con storie e protagonisti che s’intrecciano continuamente. Partiamo da Isec, che nel Cense fa la parte del leone, con oltre 2 milioni di euro del capitale, fra azioni ordinarie e privilegiate. Dettagliate news sull’attività di Isec vengono fornite direttamente nel notiziario Opus Dei, che riporta cronache ed immagini sulle numerose cerimonie relative a master privati o corsi ad altissima specializzazione organizzati in partnership con società ai vertici del panorama finanziario o delle telecomunicazioni.
Al centro, sempre lui, il presidente Isec Riccardo Boccia, “nella vita” un ruolo di primo piano all’Istituto Italiano Cambi presieduto dall’attuale numero uno Bankitalia Mario Draghi. Avvocato cassazionista, Boccia vanta un passato da vicepresidente della Cassa Sovvenzioni e Risparmio, poi consigliere generale della Federazione Italiana di Mutualità Volontaria e presidente italiano della World Jurist Association. Isec finanzia, a sua volta, l’Accademia di studi universitari Il Poggio, «con sede nelle immediate vicinanze dell’Università Luiss Guido Carli a Roma», tiene a sottolineare il bollettino Opus nel raccontare la fastosa inaugurazione dell’anno accademico 2006 al Poggio, quando «l’avv. Riccardo Boccia ha illustrato la formazione a tutto campo data agli studenti universitari che la frequentano: essa mira a forgiare futuri cittadini e padri di famiglia responsabili e coerenti con i valori cristiani, ispirandosi agli insegnamenti di san Josemaría». Presidente dell’Accademia è invece Emanuele Rizzardi, che in tale veste ospita al Poggio personalità del calibro di Giuseppe Zadra, direttore generale ABI (Associazione Bancaria Italiana), per tenere conferenze e seminari su "La tutela del risparmio tra iniziative pubbliche e private".
MESSE BOREALE
Ma chi più di tutti ha avuto a cuore le sorti economiche dell’Isec e dell’Opus Dei è stato sicuramente il tenace senatore Udc Leonzio Borea, che nell’arco della scorsa legislatura si è adoperato per far ottenere al Centro Isec una messe impensabile di provvidenze pubbliche. E’ il 20 luglio del 2005. Borea, penalista, salernitano di Sapri, prova a far passare in Commissione giustizia - di cui è vicepresidente - un provvedimento in base al quale «è autorizzata l’erogazione di un contributo di 450.000 euro annui per dieci anni a decorrere dall’anno 2006 a favore dell’Associazione Centro Isec (Iniziative per studi e convegni), ente morale ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 25 febbraio 1972, n. 323, ai fini dell’acquisto della sede della relativa accademia universitaria». Quella volta va male, proposta respinta. La questione spunta nuovamente a ottobre.
E cresce, perchè da 450 mila si passa a ben 2 milioni di euro annui di denaro pubblico, sempre in favore dell’Isec. Nel fascicolo ufficiale pubblicato dal Governo contenente i provvedimenti relativi alla Finanziaria 2006, l’emendamento di Borea si ritrova sotto forma di articolo 66 bis, con la precisazione che «all’articolo 67 tabella B voce Ministero delle Finanze» vanno apportate le seguenti variazioni: meno 2 milioni (di euro) per il 2006, altrettanti per il 2007 e per il 2008. Qundo si dice la capacità di non lasciare nulla al caso... Del resto, Borea non era nuovo ad iniziative ardite di analogo segno. «Un ordine del giorno presentato da alcuni parlamentari dell'Udc (in prima fila lo stesso Borea, ndr), chiede al governo di equiparare quanto prima i titoli accademici in materie giuridiche conseguiti presso la Pontificia Università Lateranense a quelli rilasciati dagli Atenei dello Stato», fa sapere Adista.
ELIS per sempre ? Altro socio eccellente del Cense è poi il Centro Elis, ennesima holding targata Opus Dei che, attraverso le due principali diramazioni societarie, presenta oggi dimensioni e business da capogiro. E ci conduce dentro la vera “cupola” del sistema di potere targato Opus. Inaugurato nel 1965 da Paolo VI alla presenza del fondatore dell’Opus Dei Josemaría Escrivá, che ne aveva seguito la realizzazione nei minimi particolari, il complesso di via Sandro Sandri a Roma è proprietario di sedi anche nel quartiere Tiburtino e poi a Palermo, Milano, Castelgandolfo, Ovindoli. Il Centro Educazione, Lavoro, Istruzione, Sport (da cui l’acronimo) dichiara di dedicarsi a «promuove attività formative e di solidarietà sociale per giovani e per lavoratori»; inoltre «gestisce scuole e istituti professionali, corsi a distanza e residenze per studenti», ma recentemente è entrato anche nell’albo delle ONG per la cooperazione allo sviluppo. E che sviluppo...
Partiamo dall’organigramma Elis, che come sempre vede in pista un giovane di comprovata fede, stavolta freschissimo d’investitura: si tratta dell’appena trentunenne Daniele Maturo, napoletano di Marano, che poche settimana fa è stato chiamato a sostituire il fisico Michele Crudele, 46 anni, barese, docente anche al Campus Biomedico ma soprattutto attivo in commissioni ministeriali, come quella per il Codice di autoregolamentazione Internet e Minori del Ministero delle Comunicazioni, o il gruppo di lavoro sulla protezione delle infrastrutture critiche informatizzate della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Oltre che alle multiformi attività imprenditoriali del Centro Elis, il giovanissimo Maturo dovrà dedicare le sue cure alle due principali “filiazioni” di Elis: Cedel e Consel.
La prima, tutta in odor di filantropia, era stata fondata negli anni ottanta per gestire scuole private, residenze universitarie e corsi professionali. Nel ‘98 viene trasformata in cooperativa sociale «retta dai principi e dalla disciplina della solidarietà sociale e della mutualità», chiariscono i dirigenti Elis, ed ora «si propone di perseguire l'interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini attraverso la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi». “Socio sovventore” della cooperativa Cedel è la spa Cosis, la merchant bank di via Nazionale creata come “avamposto etico” della Banca di Roma. «I conferimenti dei sovventori - viene precisato a scanso di equivoci nell’atto fondativo del Cedel - possono avere ad oggetto denaro, beni in natura o crediti e sono rappresentati da azioni trasferibili del valore di euro 500 ciascuna, per un minimo di cento azioni a socio sovventore».
Ed eccoci arrivati al clou: il Consel, Consorzio Elis per la formazione professionale superiore. Tanto per cominciare, questi sono i soci fondatori che nel 1992 hanno dato vita al consorzio: si tratta dei colossi STET, Italcementi, Ericsson, oltre alla stessa cooperativa Cedel. Business core di Consel è ancora una volta la formazione del ceto eletto, ma stavolta le attività sono direttamente rivolte ai giganti dell’economia che siedono al suoi interno. Eccoli qui: in prima fila fra i soci del consorzio spiccano Telecom Italia spa, le stesse Ericcson e Italcementi, e poi Birra Peroni spa, Anas, Italtel, ma anche Italia Lavoro, Albacom, Wind, Siemens, EDS (Electronics Data Systems Italia), Mannessmann Investments B.V., e via via crescendo Trenitalia, Camera di Commercio Roma, Alcatel, fino a Trambus spa ed Eni Corporate. Per non lasciare nulla alla provvidenza, più di recente l’astuto socio Elis ha acquisito ampie partecipazioni in Select agenzia per il lavoro, Agricolsulting (consulenze e sviluppo di attività agricole ed ambientali), Obiettivo Lavoro (altro big dell’occupazione temporanea) e Tim, leader di telefonia mobile. Tutti riuniti, per sempre, sotto il protettivo ombrello delle imprese terrene di San Escrivà. Perchè - è il motto dell’Opus - “Anche nella borsa di Wall Street si puo' incontrare Dio'. Qualcuno però, come Gianmario Roveraro, ha incontrato l’inferno.
LA MARGHERITA E DIO
L’ultimo colpo vincente dell’Opus Dei è stato messo a segno nel capoluogo partenopeo con la recentissima nomina di Raffaele Calabrò, leader indiscusso del sodalizio campano, al vertice della Commissione varata dal presidente della Regione Antonio Bassolino per il controllo sugli atti amministrativi delle sforacchiate Asl locali, che negli ultimi anni avevano accumulato spaventose voragini nei bilanci. Cardiologo, tre figli, esponente di una famiglia partenopea per buona parte dedita al binomio Opus-professioni (un cognato, Salvatore Iovene, è fra i magistrati di punta del tribunale di Napoli), Calabrò rappresenta uno fra i più riusciti “acquisti” della Margherita, che sotto la guida del vicepremier Francesco Rutelli sta pescando a piene mani nel “vivaio” Opus Dei.
Dopo oltre dieci anni di esperienza politica nelle fila di Forza Italia (maturata grazie all’antico feeling con Paolo Cirino Pomicino, tanto che sotto le insegne del Biscione era stato anche presidente del Consiglio regionale), Raffaele Calabrò non aveva esitato, in vista delle tornate elettorali 2006, a sposare il Rutelli-pensiero, seguito a ruota da altri ferventi seguaci di Escrivà, come il medico Mario Delfino, che oggi siede a palazzo San Giacomo con la maglia di De Mita & C. La stella di Raffaele Calabrò, dentro e fuori l’Opus, si chiama IPE, Istituto per le Attività Educative. Sulla scia delle corazzate romane (delle quali peraltro fa parte a pieno titolo, con una partecipazione di tutto rispetto, da socio privilegiato, nell’azionariato del Cense), con sedi anche a Roma, Bari e Salerno, l’IPE è uno fra i collegi universitari italiani - quasi tutti in area opusdeista - legalmente riconosciuti dal Miur.
E non è difficile, grazie alla potenza della matrice imprenditorial-religiosa, organizzare corsi di specializzazione ai massimi livelli, con corsie preferenziali ai partecipanti per l’accesso dalla porta principale nei ranghi dei colossi nazionali ed esteri. E’ stato il caso, per esempio, del recente “Corso di finanza avanzata”, concluso a luglio e portato avanti con il contributo della Compagnia di San Paolo e della Fondazione Banco di Napoli. Fra i docenti - spesso scambiati con la Luiss - Rainer Masera, Maurizio Romiti, e poi il preside di Economia Vincenzo Maggioni (un passato di stretta osservanza liberale con Francesco De Lorenzo ministro della Sanità), l’economista Massimo Marrelli (editorialista del Corriere del Mezzogiorno) e Ignazio Visco (direttore Centrale Bankitalia), il professore di Economia Bancaria alla Federico II Adriano Giannola e Massimo Lo Cicero divenuto, dopo gli esordi giovanili nel Pci, una delle menti preferite dall’opusdei-pensiero. «Basti considerare - spiegano in ambienti vicini alla compagine religiosa - che per le attività di formazione i docenti vengono accuratamente selezionati e prescelti fra coloro che non illustreranno mai teorie difformi da quelle che l’Opus diffonde tra i suoi affiliati e non».
A riprova dell’efficacia, anche pratica, della proficua “inseminazione” realizzata col verbo di Escrivà, restano alcune folgoranti carriere, anche giornalistiche. La più recente, che a Napoli ha suscitato già rumori e mal di pancia, è quella che ha catapultato l’ex allievo dell’elitaria Residenza Monterone (con la Montavella è uno fra gli avamposti della potenza Opus all’ombra del Vesuvio) Giovanni Messina alla redazione del Tg3 Campania, diretta dal fedelissimo della Curia locale Massimo Milone. Tutto bene, quindi. Ma naturalmente, per chi se lo può permettere. Un posto “al sole” nella Residenza Monterone, per esempio, costava già nel 2005 oltre settemila euro l’anno in stanza singola, quasi seimila per la convivenza in camera tripla. Tutt’altro che un caso è stata poi l’inaugurazione in pompa magna di una strada dedicata al fondatore dell’Opus, col sindaco Rosa Russo Iervolino (Margherita) tra i più fervidi sostenitori dell’iniziativa.
Più che naturale, perciò, l’arruolamento nel partito di Rutelli della opusdeista di ferro Paola Binetti, lunghi trascorsi nell’Udc, schierata in Parlamento fra i più tenaci avversari di provvedimenti come i Pacs o le modifiche alla legge 40 sulla procreazione assistita. Ed ottima amica, da sempre, dell’attuale ministro per la Pubblica istruzione, il cattolicissimo Giuseppe Fioroni. Ovviamente, della Margherita. «E’ forse proprio grazie ad un “cavallo di Troia” nel centrosinistra, come l’Opus Dei - commentano in area centrista - che il governo si prepara a rinforzare la sua traballante maggioranza, reclutando quei devoti di san Josemaria che ancora siedono nei banchi dell’Udc».
Francesco D’Onofrio (vedi articolo precedente) docet. Complice potrebbe essere proprio l’intesa sulla scuola privata. Del resto, la prima approvazione della legge sulla parità scolastica era stata voluta nel 2000 dal governo D'Alema bis. Una norma che ha istituito i buoni scuola per gli alunni delle private (300 miliardi annui di vecchie lire a partire dal 2001), aumentando i contributi per il mantenimento delle scuole elementari parificate (60 miliardi di lire) e per le spese di partecipazione alla realizzazione del sistema prescolastico integrato (280 miliardi di lire). E poi, non era stato lo stesso leader Maximo a sbracciarsi in prima fila durante le solenni celebrazioni per la santificazione di Escrivà?
Valori nel Garofano
Sarà la neonata Banca per lo Sviluppo del Mediterraneo la creatura capace di unire, tra fede e business, le sorti di Opus Dei e Massoneria tradizionale? L’ipotesi non appare troppo azzardata, se si considera il calibro - e soprattutto l’origine - dei suoi promotori: il tandem formato da Giancarlo Elia Valori e Giuseppe Garofano. Il primo, attuale presidente di Confindustria Lazio (oltre che neo-scrittore: fresco di stampa il suo “Geopolitica dello spazio” con prefazione di Francesco Cossiga, presentato nel luglio scorso a Gaeta addirittura da Oliviero Diliberto), figura negli elenchi dei confratelli fin dai tempi della P2. Quanto a Garofano (vedi pezzo base), la sua carriera di manager è stata tutta vissuta all’ombra dell’Ovra (vedi la partecipazione attiva in attività come il Campus Biomedico, insieme all’amico Gianmario Roveraro, o il colosso Cense).
All’inedita accoppiata - Valori presidente e Garofano in sella al cda - si aggiungono oggi le Generali: la corazzata di Trieste guidata da Antoine Bernheim avrebbe infatti garantito il suo appoggio per il varo del nuovo istituto di credito, destinato a sviluppare gli affari tra Palestina, Maghreb, Libano, Israele, Libia, Egitto ed i paesi mediterranei. Per far questo, è già pronto un carburante da 15,5 milioni di euro, versato dai quattro grandi promotori: Alerion (45,16%), Allianz Lloyd adriatico (32,26%), Pierluigi Toti patron del Gruppo Lamaro (9,68%) e la Engineering di Michele Cinaglia e Rosario Amodeo (12,9%).
Il 17 luglio scorso un altro importante disco verde è arrivato in occasione della quarta Conferenza Laboratorio Euro-Mediterraneo da Naguib Sawiris, presidente dell'egiziana Orascom e dell'italiana Wind. Il quale ha però posto come condizione che Bsm abbia un capitale a maggioranza privata. «I governi in certe occasioni sono lenti - ha spiegato Sawiris - e non possiamo permetterci il lusso di sprecare del tempo». Una tempestività ampiamente favorita dall’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente: «la creazione di lavoro che deriverà dalla nuova Banca - ha concluso il supermanager - contribuirà a combattere il terrorismo e le forze del buio che operano nell’area». Con sede a Roma in via delle Tre Madonne, dopo il rilascio della licenza creditizia da parte della Banca d’Italia la creatura di Valori e Garofano potrà intraprendere la sua navigazione. «Sarà una banca d’affari - pronosticano gli addetti ai lavori - con l’occhio puntato non solo allo sviluppo di grandi opere, ma anche alle piccole e medie imprese».
http://www.tuttotrading.it/granditem...gedopusdei.php


E vediamo anche qui
da I padroni dell'acqua e dei rifiuti. La vera inchiesta di Ilaria Alpi
di Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, in anteprima per Nuovi Mondi Media dal mensile "La Voce della Campania" di marzo
... A dieci anni dall'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene nominata la solita commissione parlamentare d'inchiesta, guidata da Carlo Taormina, che subito chiede la riesumazione dei cadaveri. Passiamo ai raggi x l'incredibile scenario di affari - su cui la giornalista del Tg3 indagava - tra i generosi fondi per la cooperazione e i traffici di armi e, soprattutto, di rifiuti. E scopriamo due verbalizzazioni al vetriolo. Che conducono ad una delle più potenti holding internazionali - ma d'origine tutta italiana - nel settore dell'energia. Con un amico che si chiamava Siad Barre. Ed un socio che oggi é targato Enel.
....
IN PRINCIPIO FU L'AKROS
Dalla Somalia ai bubboni di casa nostra targati Federconsorzi e, oggi, Parmalat. Ci sono proprio tutti, i protagonisti dei crac. Riuniti all'ombra della potente Opus Dei. Ecco l'intreccio societario.
DI ANDREA CINQUEGRANI
Chi trova un amico trova un tesoro. Chi ne trova due, trova due tesori. Alla luce del sole, insieme, per fare opere di bene. Così capita ai fratelli Ottavio e Giuseppe Pisante, a Paolo Scaroni e ad uno dei big dell'Opus Dei in Italia, Gianmario Roveraro. I soldi e gli affari passano - hanno pensato - il cuore resta, gli affetti e l'amicizia valicano i secoli. E' proprio per aiutare il prossimo, i più deboli - in perfetto spirito opusdeista - che una dozzina d'anni fa, a fine '92, sboccia Humanitas. Per porre la prima pietra di un complesso ospedaliero da oltre 300 posti (valore 200 miliardi) nel popoloso, e bisognoso, hinterland milanese, in quel di Rozzano. A rimboccarsi le maniche, alcuni tra i più bei nomi della borghesia meneghina: dai Moratti ai Vender, dai Bracco ai Pisante, dai vertici Techint (Gianfelice Rocca, Paolo Scaroni) a Roveraro, a bordo della sua finanziaria a tutto campo, Akros. Rapporti comunque già consolidati, amicizie che reggono l'urto del tempo, l'usura degli anni. E, per ritemprarsi, hanno bisogno, a volte, di pensare al vile denaro. Agli sporchi miliardi. Alle spa. E' il caso di Acqua Holding, società per azioni nata esattamente trent'anni fa, nell'autunno '84, e che ancor oggi vede gemellati tre grandi amici: il sessantaduenne Giuseppe Pisante da San Severo, il cinquantottenne vicentino Paolo Scaroni e il cotaneo Gianmario Roveraro da Alberga (cui tengono compagnia Rocca, e altri amici del cuore, come Mario Fiore e Ettore Gotti Tedeschi). Una immobiliare come tante altre, 200 milioni di canonico capitale sociale, sede nella consueta via Tortona 33 a Milano (quartier generale della scuderia targata Emit), poi trasformatasi nella Acqua spa, una vera e propria corazzata del settore idrico. Cerchiamo allora di disegnare un sintetico profilo degli amici di casa Pisante. Partiamo dal rampante Scaroni, oggi numero uno del colosso Enel, in veste di amministratore delegato e direttore generale. Il suo nome comincia a far capolino nelle cronache giudiziarie di Mani pulite, proprio in occasione della maxi inchiesta del pm Vittorio Paraggio sull'affaire-cooperazione. A quel tempo - siamo del '94 - Scaroni è amministratore delegato di Techint. E' a quegli anni che risale l'ingresso di Techint nel gruppo Acqua, con l'acquisto del 25 per cento del pacchetto azionario. E' poi la volta della SIV, l'azienda leader del gruppo Efim per la lavorazione di vetro: la sua privatizzazione porta ad una spartizione fifty fifty tra Techint e il colosso inglese Pilkington Europe. Un esperto in vetro, Scaroni, visto che si era fatto le ossa, anni prima, alla multinazionale francese Saint Gobain, concorrente proprio di Pilkington in quel comparto: lui, il bocconiano Scaroni, ebbe la responsabilità delle attività del gruppo a livello mondiale. Una privatizzazione tira l'altra, ed ecco il dinamicissimo manager tuffarsi nelle avventure Italimpianti e Dalmine. Nel fittissimo curriculum - riportato oggi nel sito dell'Enel - figurano altre cariche da novanta: membro del 'supervisory board' del colosso ABN AMRO Bank, del cda di Bae Systems e di Alliance UniChem, la più ruspante presidenza dell'Unindustria di Venezia, quindi membro della giunta nazionale di Confindustria. "Un carriera che ricorda molto da vicino quella di Giancarlo Elia Valori", commentano in ambienti confindustriali. Dal sito Enel, comunque, si possono trarre diverso notizie utili. "Esaminando la Paolo Scaroni career ci si potrà rendere conto della realtà che sta dietro alle attività di Enel, dello sforzo umano necessario alla crescita di qualsiasi impresa". E poi, incredibile ma vero: "Date un'occhiata allo Scaroni curriculum e alle schede degli altri collaboratori: sono state incluse nel sito proprio per mostrare l'umanità che sta dietro le mosse del gruppo: la pagina Scaroni energia vi metterà a conoscenza proprio di questo: di come il direttore generale sia asceso al presente incarico e di tutte le sue imprese passate". Com'è umano lei, Signor Padrone!Un uomo dalle mille risorse, Scaroni. E dai mille hobby. Primo fra tutti, però, il pallone. Nell'arcipelago delle sue presenze societarie, infatti, spiccano due sigle. La prima é Cortina, srl da 2 miliardi e 400 milioni in vecchie lire di capitale sociale: al suo fianco nomi altisonanti dell'industria, come ad esempio Guido Maria Barilla, Andrea Riello e Giuseppe Gazzoni Frascara, il patron del Bologna calcio che con le sue recenti denunce sui bilanci dopati sta mettendo in crisi l'intero sistema pallonaio. Il cuore, però, resta sempre il cuore, ed ecco una piccola, ma significativa presenza, nell'azionariato di Calcio Milan spa. Forse per premiare la sua fedeltà ai colori rossoneri, il cavalier Berlusconi aveva pensato in un primo momento proprio a lui come super commissario di Alitalia: ha polso, ha ottimi rapporti internazionali, soprattutto in Inghilterra, poi è tifoso - ha pensato Sua Emittenza - è l'uomo giusto al posto giusto. Scaroni, però, ha preferito declinare il gentile invito. Perché lasciare la calda Enel - col suo smisurato retroterra di acquisizioni, dismissioni & appalti - per un'Alitalia in eterna turbolenza? E poi, i pensieri sono tanti. E anche le poltrone cui pensare, sono già tante: vice presidente di Andrea Merzario spa, Nuova Innocenti spa, Sadi spa e delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck spa (arieccole!), al vertice di Balzaretti Modiglioni spa, amministratore delegato di Find spa e della Fabbrica Pisana spa, consigliere di Fiscambi Leasing spa, Sind spa, Immobiliare Mirasole spa, Techosp spa, consigliere delegato di Find Finanziaria Industriale spa. Roba da capogiro.
TUTTI ALL'OPUS
Attraverso i nomi di Roveraro e di Gotti arriviamo ai santuari della Finanza. Del Potere Economico. E dell'Opus Dei.Partiamo da Roveraro, l'indiscusso regista delle prime imprese economico-finanziarie di Calisto Tanzi, il grande ispiratore dello sbarco del titolo Parmalat in Borsa. E il grande tessitore in una delle più grosse svendite della nostra storia pre-privatizzazioni, vale a dire l'affare Federconsorzi. "Quando scoppierà in tutta la sua portata - osserva un operatore di Borsa con trent'anni di esperienza - lo stesso crac Parmalat impallidirà. E ce ne sarà per tutti. Politici in prima fila". Quei politici che oggi, con le prime verbalizzazioni di Tanzi, cominciano a far capolino, tra versamenti a pro di riviste d'Area - è il caso di dirlo, come per la creatura del ministro dell'Agricoltura Gianni Alemanno, ignaro che il mittente dei circa 150 milioni di vecchie lire fosse mr. Collecchio - e contributi vari (pro Foglio di Giuliano Ferrara, pro Liberal di Ferdinando Adornato, mentre secondo 'o ministro Pomicino qualcuno - incassando da Tanzi - ha millantato il suo nome). La stampa tace, dei politici non si fa il nome: fuori dal coro il Libero di Vittorio Feltri. Siamo alla frutta.Torniamo a Roveraro. Il suo nome fa capolino in alcune cronache del 1999, quando viene sentito dalla commissione d'inchiesta (rieccone un'altra) che ha indagato sul dissesto Federconsorzi, presieduta da Melchiorre Cirami, divenuto celebre lo scorso anno, per via della famigerata legge che porta il suo nome. Venne interrogato, Roveraro, cinque anni fa, circa il suo ruolo strategico in quell'operazione, il ruolo svolto dalla sua Akros per elaborare il piano di 'salvataggio' della Federconsorzi, e fornire consulenza sui vari progetti, da 'Fiordaliso' ad 'Aquila': fra i protagonisti, all'inizio del 1991, l'allora premier Giulio Andreotti, il ministro dell'Agricoltura Giovanni Goria, Pellegrino Capaldo, atripaldese, ai vertici della Banca di Roma insieme a Cesare Geronzi, oggi al centro dell'affaire Parmalat (mentre i figli di Geronzi, Cragnotti e Tanzi sono soci nella Gea, ancora ci si interroga se il numero uno di Capitalia sia complice o vittima). E proprio il 'piano Capaldo', alla fine, porterà all'operazione SGR, ovvero alla svendita di un patrimonio da almeno 7- 8 mila miliardi a un gruppo di ex-amici-creditori (sic), per un costo che di poco oltrepassa i mille miliardi! "Uno dei più colossali imbrogli ai danni dell'erario", commenta con amarezza Carmine Nardone, per anni in prima fila nel denunciare gli sperperi e le truffe nel settore agricolo, oggi presidente della Provincia di Benevento.Nella vicenda fa capolino la Finanziaria Centro Nord, creatura partorita da uno dei 'cavalieri bianchi' che hanno popolato le tormentate vicende economiche del nostro Paese, Giuseppe Gennari. Entrano in scena diversi vertici bancari, fra cui Carlo Zini, allora Banca Toscana poi al top del Monte Paschi, Giovanni Auletta Armenise per la Banca dell'Agricoltura, lo stesso Credito Italiano attraverso la controllata Bonifiche Siele. Insomma, un gigantesco puzzle. Nel quale, però, si intravede costantemente la figura di Gennari, poi di Roveraro, quindi di Tanzi. Ecco come sinteticamente viene ricostruito quello scenario nel volume Parmalat - la grande truffa, edito da Milano Finanza: "In passato padre padrone della Sige (braccio armato dell'Imi, unica reale antagonista di Mediobanca a metà degli anni '80), Roveraro in quegli anni era protagonista della finanza con la sua Akros. Fu Akros a prendere le redini dell'operazione. Entrò nella Finanziaria Centro Nord, rilevò direttamente il 5 per cento e offrì una sponda a Tanzi". E ancora: "Il 30 ottobre 1990 la FNC diventava Parmalat Finanziaria e l'obiettivo di Tanzi era raggiunto. La nuova Parmalat Finanziaria controllava il 70 per cento della Parmalat spa con un costo complessivo di 682 miliardi". "Braccio destro di Roveraro nel merchant banking era Ettore Gotti Tedeschi - prosegue la ricostruzione del dossier di Milano Finanza - vicino anche lui all'Opus Dei: nel 1993 divenne numero uno del Santander Central Hispano, una delle più potenti banche spagnole - e uno dei più forti azionisti del San Paolo Imi (che ha inglobato il Banco di Napoli, ndr). E proprio con il Santander Tanzi ebbe numerosi rapporti (su un conto del Santander sarebbe transitata una gran massa di denaro distratto dalle casse di Parmalat). E secondo indiscrezioni non confermate, per saldare questo legame con Gotti, Tanzi avrebbe costituito un circolo di preghiera legato all'Opus Dei, di cui avrebbe fatto parte anche Luciano Silingardi, commercialista di Tanzi e presidente della Fondazione Cassa di Parma". Insomma, un'Opus Dei perfettamente a proprio agio, tra gli affari del gruppo di Collecchio. Non a caso, alcuni cronisti siciliani ricordano le acrobazie dell'allora primo ministro Ciriaco De Mita - grande amico di Calisto - per candidare in Sicilia un pezzo grosso nome dell'Opus Dei, "addirittura un "numerario"", viene precisato. Non solo opusdeisti, ma anche gladiatori, s'intrecciano nelle storie dell'ex colosso di latte. Per favorire l'ingresso in Borsa, a fine anni ottanta, infatti, a fianco dell'onnipresente Roveraro troviamo l'altrettanto dinamico e ubiquo Mario Mutti. Un'altra storia, la sua, tutta agricoltura, finanza & affari. Nel suo pedigree, Polenghi Lombardo, poi Fedital (il braccio finanziario, guarda caso, della Federconsorzi), poi l'ingresso nella strategica Finanziaria Centro Nord (vero e proprio crocevia d'affari & misteri negli anni novanta), quindi il feeling con Mariotto Segni, poi con Berlusconi, il lavoro in Spagna per Telecinco (torna la terra di monsignor Escrivà de Balaguer). Per diversi anni, sia Roveraro che Mutti faranno parte dello staff di vertice di Parmalt Finanziaria: per la serie, la trasparenza è trasparenza.Mutti, comunque, non disdegna anche le tecnologie. E in compagnia di Salvatore Randi, ex presidente di Italtel, rileva Italtel Sistemi: piccoli Abramovich crescono, anche nelle privatizzazioni di casa nostra. Nell'operazione, comunque, i due possono contare su un partner d'eccezione, il gruppo Gallo di Meliorbanca, finito di recente nell'occhio del ciclone per il crac Ambrosio da mille miliardi, per la serie "in culo alle banche". Italtel Sistemi, che può contare su un grosso portafoglio di commesse col gruppo telefonico nazionale allora guidato da Roberto Colaninno, si trasforma poi - dopo la fusione con l'altra sua creatura, Tecneudosia - in Tecnosistemi, sigla dove si registra la partecipazione del vecchio amico Tanzi con il 2,5 per cento. E Tecnosistemi farà parlare di sé, negli anni seguenti. Anche via telefono. Agli atti del processo per il disastro di Linate - il cui dibattimento è cominciato in questi giorni, ai primi di marzo - c'è una registrazione dove si parla di un contratto di fornitura a favore della società. L'interlocutore di Mutti - secondo indiscrezioni - sarebbe Sandro Gualano, l'ex amministratore delegato della società che gestisce lo scalo milanese, Enav. Al centro della conversazione, appunto, una commessa per Tecnosistemi, con l'obiettivo di rendere un favore 'politico' a Forza Italia, stella polare dello stesso Mutti.Per gentile concessione de "La Voce della Campania", marzo 2003http://www.lavocedellacampania.it


3 ottobre
Telecom-plotto
DI RITA PENNAROLA
La Voce Della Campania
La tragica fine di Adamo Bove (nella foto), il supermanager della security Telecom “suicidato” con un volo di 40 metri lo scorso 21 luglio, potrebbe essere solo l’ultimo atto del duro scontro fra poteri finanziari (e paramassonici) occulti per il controllo del colosso italiano di telefonia e, forse, del futuro delle telecomunicazioni in Europa. Vediamo gli inediti assetti del potere in Telecom, fra uomini di area Opus Dei , faccendieri e piduisti.
Adamo Bove, il manager della security Telecom volato già il 21 luglio scorso da un ponte della Tangenziale di Napoli, era tra i professionisti di fiducia dell’Opus Dei. Il suo nome e la sua foto - con la scritta “deceduto” e la data sbagliata, 27 luglio - figurano ancora oggi fra i docenti degli Elis Fellows, i corsi professionali ad alto livello messi in campo dalla Prelatura romana con l’obiettivo di formare la nuova classe dirigente del Paese.
Per entrare a far parte del prestigioso organigramma occorrono requisiti ben precisi: «I Fellows sono persone che sanno dare "valore e valori" ai giovani che frequentano Elis - si legge nella presentazione ufficiale - ed aderiscono al nostro Manifesto». Vale a dire il documento che sancisce la nascita di Elis dentro la compagine religiosa fondata da Escrivà. Più che esplicita, dunque, l’appartenenza dell’intero apparato formativo alla potente “famiglia” guidata da monsignor Javier Echevarría. Inoltre, «chi frequenta l’Opus Dei sa bene - dice un ex alunno - che non è ammesso alcun docente privo di solide “referenze” nel vasto milieu della compagiine cattolica». Ma la presenza di big targati Telecom, nei corsi Opus Dei, non si limita al solo Bove. La corposa lista dei professionisti fellows, anzi, vede di gran lunga in prima fila uomini chiave del colosso di Marco Tronchetti Provera. A cominciare da Rocco Mammoliti, ingegnere, altro supermanager della information security Telecom, e poi Attilio Achler, responsabile Network Operations, Giovanni Chiarelli (Technical Information Services), Maurizio Gri (Sviluppo e Formazione area Marketing), Luigi Ernesto Marelli (responsabile del Personale divisione RETE), Matteo Mille (pianificazione acquisti IT), Franco Moraldi (Sviluppo e Formazione area Tecnology), Stefano Nocentini (Innovation & Engineering), Pietro Pacini (Telecontact Center), Lorenzo Roberti Vittory (Risorse Umane - Management Services). Tutti folgorati dal Verbo di san Escrivà. O, quanto meno, fedeli a quei principi.
«Al di là degli aspetti morali o religiosi - fanno sapere alcuni dissidenti - Telecom Italia è entrata da qualche anno nel Dna dell’Opus Dei con la nascita del Consorzio Consel, che permette agli affiliati un accesso diretto alle principali aziende di Stato poi privatizzate». Non c’è infatti solo Telecom fra i membri del consorzio fondato in Italia dall’Opus: fra gli altri, figurano giganti come Vodafone, Wind, Autostrade, Acea, Siemens. Ma a far la parte del leone è proprio Telecom con il suo management. E’ stato organizzato ad esempio dal duo Elis-Telecom il corso di formazione biennale (2005-2007) intitolato non a caso “Next Generation Network - Telecommunication Manager” per perfezionare le abilità nel settore di “Gestione e sicurezza delle reti Full IP”. A patrocinare l’iniziativa, il ministero per le Comunicazioni, gestito all’epoca dal nazional alleato Maurizio Gasparri. «Il motivo che portò Telecom Italia a dar vita al Cedel fu la possibilità di promuovere azioni formative dirette a giovani meritevoli, in una modalità integrata scuola-impresa», si legge nella pubblicità dell’iniziativa. Anche perchè «Telecom Italia ha sempre apprezzato il livello qualitativo dei corsi realizzati, assumendo circa il 60% dei diplomati dalla Scuola di Formazione Elis». Per garantire questo costante flusso delle nuove professionalità opusdeiste nei colossi finanziari italiani, l’accoppiata Elis-Telecom ha dato vita ad un apposito comitato scientifico. Del quale facevano parte lo scomparso Adamo Bove, in quota Tim, e l’altro uomo ombra in Telecom del general manager security Giuliano Tavaroli, vale a dire Fabio Ghioni. Tutti e tre fianco a fianco con protagonisti della galassia Opus Dei nel Campus Biomedico o nelle tante altre filiazioni di Elis.
CAPPUCCI IN CAMPO
Ma Telecom non è “solo” Opus Dei. Proprio a partire dalla tragica fine (tuttora avvolta nel mistero) di Adamo Bove è possibile intravedere l’inedito scontro in atto fra superpotenze occulte per il controllo del colosso telefonico italiano e, forse, del futuro delle telecomunicazioni in Europa. L’ombra della massoneria si allunga infatti sui destini di Telecom attraverso Emanuele Cipriani, il detective a capo della società investigativa Polis d'istinto, arrestato con Tavaroli su ordine del gip milanese Paola Belsito con l'accusa di intercettazioni illecite. Tra i due esisteva - secondo la ricostruzione degli inquirenti - un patto scellerato, una «gestione dei rapporti patrimoniali quantomeno anomala e difficilmente compatibile con quanto dovrebbe accadere in un settore rilevante di una grossa multinazionale». Oltre 2 milioni di euro fra il 2004 e il 2005: queste le parcelle versate da Telecom all’agenzia di Cipriani, inserita fra i consulenti per la sicurezza Telecom. Ma secondo gli investigatori quelle indagini, «piuttosto che un interesse immediato e diretto del gruppo Pirelli Telecom», servivano a «far lavorare i privati su indagini di interesse dei Servizi, o semplicemente già note ai Servizi, facendone ricadere il costo su Pirelli Telecom». Per creare, alla fine, soprattutto fondi neri.
Chi è veramente Cipriani? Dell’antico legame con la famiglia Gelli lui stesso non fa mistero: «da oltre 15 anni - dichiara - sono amico di Raffaello Gelli e di sua moglie Marta». Al punto che risulta essere stato ospite per lungo tempo in un appartamento dei Gelli a Montecarlo: «i soldi che sono stati ritrovati all’estero - racconta l’investigatore fiorentino ai pm - sono tutti miei... Per quanto riguarda le mie disponibilità presso Monaco, inizialmente indicai la domiciliazione presso l’abitazione dei signori Gelli e ciò quando gli stessi erano residenti a Montecarlo... I rapporti con la famiglia Gelli sono esclusivamente di amicizia...».
Della venerabile coppia la Voce si era già occupata a dicembre 2005, rivelando che a partire dal 2001 entrambi erano stati membri di una commissione umanitaria all’interno dell’Onu. Più di recente ritroviamo i due alle prese con la querelle su Villa Ada, nella capitale: all’interno del mestoso parco pubblico lady Marta Sanarelli Gelli lo scorso anno si proponeva infatti di realizzare, attraverso la società Antiqua 2001, un mega ristorante, poi bloccato dalle proteste dei comitati civici.
FAMIGLI CRISTIANI
Intanto, grazie all’amico Cipriani, decine di migliaia di dossier su vip e gente apparentemente comune cominciano ad essere elaborati e passare di mano in mano fra l’agenzia fiorentina, i servizi segreti e il vertice Telecom. A coadiuvare il lavoro della Polis d’istinto erano, fra gli altri, due giornalisti: Guglielmo Sasinini e Francesco Silvestri, sempre in tandem, attivi a Famiglia Cristiana e, in precedenza, collaboratori della rivista ufficiale dei carabinieri. Entrambi si erano fatti vivi con la Voce: la prima volta dopo la pubblicazione sul nostro giornale dell’inchiesta sul rapimento delle due Simone. Ci chiedevano altri materiali: rispondemmo che, come sempre, tutto quanto risultava documentato era già stato pubblicato. Poco più d’un anno fa Sasinini richiamò per domandarci se avessimo notizie su un imprenditore. Il tono misterioso della telefonata ci indusse a rifiutare ogni forma di normale scambio fra colleghi.
Trait d’union fra i giornalisti del popolare settimanale religioso e l’agenzia fiorentina era stato proprio un uomo Telecom. Secondo la testimonianza resa al gip Belsito dalle ex segretarie di Cipriani, infatti, Sasinini era stato visto frequentemente in compagnia di Tavaroli e di Adamo Bove. Nel 2002 il giornalista stipula con Cipriani il primo contratto di consulenza su input del comune amico Giuliano Tavaroli, che era in procinto di transitare, insieme allo staff riservato di Tronchetti Provera, dalle segrete stanze Pirelli a quelle di Telecom. Il passaggio avviene nel 2004; un anno dopo Sasinini rinnova il contratto non più con Polis d’istinto, ma direttamente con Telecom. «Per quelle attività - dicono in ambienti vicini al giornalista - Sasinini percepiva un compenso annuo pari a 160 mila euro, compresi gli onorari derivanti dalla direzione del nuovo mensile Noi Security».
SICURI DI “NOI”
A che doveva servire e, soprattutto, che cosa era veramente quel periodico? Intanto, nasceva probabilmente da una costola di Noi., il mensile di casa Telecom diretto da Cinzia Vetrano con Gian Carlo Rocco di Torrepadula come responsabile “Communication and Image”. 63 anni, Rocco di Torrepadula è presente nell’organigramma di Telecom Italia spa in veste di procuratore così come Gustavo Bracco, capo delle risorse umane, che della pubblicazione risultaba direttore editoriale. Quanto a Noi Security, dalle esigue tracce che si possono rinvenire oggi appare innanzitutto come un organo informativo ufficiale di casa Telecom. Lo conferma l’immagine che pubblichiamo in apertura: è ripresa dal sito della FTI, Forum per la Tecnologia dell’Informazione, che ancora il 2 gennaio 2006 riporta un brano tratto dalla newsletter di Noi.Security, la cui scritta campeggia sul logo Telecom. Ed è solo un caso che il bollettino abbia preso l’identico nome della società di vigilanza Noi Security Agency, che negli Stati Uniti ha vinto appalti «per garantire la sicurezza dal terrorismo - scrive il pacifista Aldo Capitini - di complessi per l’edilizia popolare a Pittsburgh, Filadelphia, Los Angeles, Brooklyn, Chicago, assicurandosi in pochi anni 20 milioni di dollari di fatturato, ma anche incappando in disavventure finanziarie e giudiziarie causate dall'eccessivo amore degli agenti per auto di lusso e ragazze»?
Forse una coincidenza, dovuta al fatto che il direttore responsabile dell’omonimo giornale di casa Telecom, Sasinini, è riconosciuto da tempo come giornalista esperto di terrorismo mediorientale. Un uomo, comunque, che vive da anni sotto scorta. Nel 1999 la Padania, riportando la cronaca dell’aggressione subita nella sua casa milanese dalla compagna di Sasinini, scrive che il giornalista, «caporedattore e inviato di Famiglia Cristiana, esperto di terrorismo islamico e profondo conoscitore delle Br», viveva già «da cinque anni sotto scorta». Chi pagava questa scorta - assai prima dell’11 settembre - e perchè? Il quotidiano della Lega aggiungeva poi alcune ipotesi sulla matrice dell’aggressione nella casa di Sasinini «che fa parte del gruppo Libera, quello di Caselli, che lavora per il sequestro dei beni dei Corleonesi». «Sasinini fu l’unico a pubblicare due lettere scritte da Moro durante la prigionia al nipote. Allora si credette che fosse in possesso dell’interno memoriale. Sasinini - concludono - ieri ha ricordato di aver ricevuto minacce a tal proposito anche dai vertici del governo. "Tutti mi chiamano Mino e loro, per intimidirmi, mi rammentavano la fine fatta da Mino Pecorelli"». Dalla stessa matrice antimafia provengono poi sia la moglie di Sasinini Katia Re che il suo alter ego giornalistico Francesco Silvestri, entrambi collaboratori, a inizio anni duemila, del periodico Narcomafie.
QUESTIONE D’ISTINTO
Sentito dal gip Belsito come persona informata sui fatti, Sasinini racconta nel dettaglio i suoi rapporti di consulenza con Tavaroli e soprattitto con Emanuele Cipriani, vale a dire il personaggio intorno al quale ruotano praticamente tutte le quattrocento e passa pagine dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Una ricostruzione tanto minuziosa da risultare inquietante per gli stessi magistrati, che definiscono questo sistema di investigazioni illecite come «un possibile ed evidente strumento di pressione, di condizionamento, di minaccia, se non addirittura di estorsione nelle mani di un ristretto gruppo di persone». Al punto che gli inquirenti non mancano di sottolineare che il sistema creato da Tavaroli e Cipriani è «una struttura la cui esistenza genera certamente un notevole allarme». Nessuna traccia comunque è finora emersa, dal lavoro dei magistrati, su coloro che detengono quote nella Polis d’istinto srl insieme allo stesso Emanuele Cipriani (20.000 euro sui 100 mila del capitale sociale) e a sua moglie, la trentaseienne Benedetta Leoni, presente nell’azionariato con 33.300 euro. Si tratta di due personaggi finora mai balzati agli onori delle cronache.
La prima è Eliana Albanese, classe 1928. Attuale detentrice di quote nominali in Polis d’istinto per 17.700 euro (e non presente in nessun’altra società), la Albanese è stata fino al 2001 socio accomandatante della sigla “spiona” di casa Cipriani. Succedeva in questa carica al fondatore dell’agenzia, Patrizio Martelli, fiorentino, 68 anni, che l’aveva ricoperta fino al 1998. Facendo ancora un passo indietro troviamo anche il nome del socio accomandatario che nel ‘90 passa il testimone a Cipriani: si tratta di Antonio Berneschi, nato ad Arezzo nel 1961, il quale nel ‘93 esce definitivamente dalla Polis. Attualmente Berneschi risulta titolare di un’altra sigla investigativa operante a Firenze. Si tratta della agenzia investigativa Pubblica & Privata «fondata - si legge nella brochure - negli anni Novanta da Antonio Berneschi che vanta un’esperienza ultraventennale in forza al Nucleo Informativo dell’Arma dei Carabinieri e alla Sezione Speciale Antiterrorismo (attuale R.O.S.) dove ha conseguito diversi encomi per attività di investigazione».
Ma torniamo alla Polis d’istinto e al quarto ed ultimo socio. E’ il quarantaseienne Luciano Seminara, presente nell’organigramma Polis con 29.000 euro e in una sfilza di altre sigle, sempre come socio. Il più recente acquisto risale ad appena l’8 agosto di quest’anno, quando fa il suo ingresso nella romana R.A.S.T. Recupero Ambientale Smaltimento Trasporti, una srl con quasi 50 mila euro in dote, nel cui parterre Seminara fa ora la parte del leone. R.A.S.T. e Polis d’istinto - insieme alla M.C.S., una srl con 12 mila euro di capitale e sede a Roma - sono le uniche tre società facenti tuttora capo a Seminara, il quale fra il 2001 e il 2006 aveva ceduto le sue partecipazioni in altre srl tutte con sede nella capitale: si tratta di Tetris, S.C.Q., Giambus & Dodo Charter and Broker, Traiano 2000 Bioimmagini ed infine ADA Europe. Di tutte queste aziende - com’era prevedibile - è sparita ogni notizia dal web. Così come criptata appare attualmente la Nice Consulting srl (www.niceconsulting.com), dedita alla “consulenza per la gestione dei patrimoni mobiliari e immobiliari”, partecipata da Emanuele Cipriani con 4 mila euro (sui circa 25 mila del capitale sociale) e della quale, comunque, non c’è traccia nella corposa inchiesta della magistratura milanese.
LO SCONTRO
Un lavoro - quello reso dalla Procura e dal gip - che appare solo come un primo squarcio in un universo torbido destinato probabilmente a portare alla luce altri clamorosi filoni d’inchiesta. Perchè una schedatura a tappeto come quella messa in campo per anni dalla “spectre” di Tavaroli, Cipriani e dagli 007 che ruotavano intorni a loro (in primis l’agente Sismi Marco Mancini, vedi box), non poteva evidentemente avere solo la finalità di creare fondi neri da dirottare in paradisi fiscali, come è finora stato accertato. Di certo, però, nella monumentale ordinanza del gip Belsito la figura di Adamo Bove non risulta in alcun punto inficiata da ombre o sospetti specifici, ma piuttosto inserita in un contesto popolato da criminali e loschi faccendieri.
Cos’altro di nuovo aveva scoperto su di loro Bove, il quale nei mesi precedenti aveva già offerto un contributo decisivo alle indagini della procura di Milano che portarono all’arresto dei dirigenti Sismi per il sequestro di Abu Omar? Che cosa stava per rivelare agli inquirenti prima di essere catapultato già dai 40 metri del viadotto di via Cilea della Tangenziale, lasciando accese le quattro frecce della Mini di sua moglie, la brillante ricercatrice partenopea del Cnr Wanda Acampa? «La presenza di Adamo Bove e di alti funzionari Telecom a corsi di formazione dell’Opus Dei - spiega un esperto di fatti parareligiosi - potrebbe indicare che lo scontro per il controllo Telecom tra massoni “deviati” come l’amico di Gelli Emanuele Cipriani, e la nomenklatura finanziaria dell’Opus abbia visto, almeno per ora, soccombere quest’ultima». Con una vittima sul campo: l’ex poliziotto napoletano Adamo Bove, per la cui morte - ha raccontato Wanda Bove all’Espresso - non ho ricevuto da Tavaroli nemmeno un biglietto di condoglianze. Uno scenario fosco. Sul quale, a Napoli, è chiamato a far luce un pubblico ministero di grande esperienza come Giancarlo Novelli. L’ipotesi accusatoria è: istigazione al suicidio.
Caro Bove le scrivo…
Circa tre anni fa Adamo Bove aveva avuto contatti professionali con una delle principali agenzie investigative operanti sulla piazza napoletana ed oltre, la A Zeta di Antonino Restino. «Eravamo stati noi - ricorda Carmine Evangelista, investigatore di punta della sigla partenopea - a cercare un contatto con il dottor Bove, come spesso facciamo con altri potenziali clienti, per sottoporre alla Tim il caso di una truffa sulle schede telefoniche che stava avvenendo nel Napoletano». Quella proposta non ebbe seguito, perchè nel frattempo la società stava attivando altri meccanismi di contrasto. Bove però aggiunse: «Sono io che chiedo qualcosa a voi: di aiutarmi a scoprire se esistono soggetti interni alla Tim responsabili di fornire tabulati interni della Tim ad una rete esterna di investigatori. E chi sono queste persone».
Dunque Adamo Bove fin dai tempi della sua permanenza in Tim aveva avuto sentore della fuga illecita dei tabulati e intendeva vederci chiaro.
Ma non finisce qui. L’ultima mail scambiata fra Bove ed Evangelista è del 12 luglio di quest’anno. Esattamente nove giorni prima del tragico volo dalla Tangenziale. «La mail che il dottor Bove ci inviò nel luglio scorso - dettaglia Evangelista - era la risposta ad una nostra nuova sollecitazione. Gli avevo scritto dopo aver letto sull’Espresso che aveva preso il posto di Giuliano Tavaroli in Telecom. Conoscendo la sua cortesia e professionalità, proponevo a Bove nuove forme di collaborazione con la nostra agenzia». Il messaggio restò per alcune settimane senza risposta. Poi il 12 luglio Adamo Bove scrive. Nella mail spiega ad Evangelista e Restino che nell’ambito delle sue nuove mansioni «non rientrano attività per le quali io possa avvalermi della vostra collaborazione perchè non ho facoltà di effettuare verifiche interne».
Riletto oggi, quel messaggio suona come una rivelazione: «E' mai possibile - si chiede Restino - che un manager a capo della security Telecom non avesse quei necessari poteri di controllo?». L’ipotesi è che quella nomina fosse in realtà stata svuotata di reali poteri, forse proprio in ragione dei sospetti che Adamo Bove nutriva da tempo sulla fuga dei tabulati. E molti dubbi il manager di A Zeta Antonino Restino li avanza anche sulla versione ufficiale del suicidio: «Mi sembra impossibile che un investigatore esperto come Adamo Bove, se voleva proprio porre fine alla sua vita, non lo abbia fatto con le modalità tipiche di chi fa questo mestiere, cioè rendendo palesi le ragioni del suo gesto. Un investigatore di professione non si butta giù lasciando accese le quattro frecce dell’auto...».
Perplessità, infine, sull’elenco delle società di investigazione che, come riportato dai quotidiani, lavoravano per conto di Telecom. «In Italia - dice subito Restino - esistono sei, sette importanti agenzie, riconosciute da tutti coloro che operano in questo settore. Nessuna fra queste fa parte di quell’elenco. La Polis d’istinto era nel nostro ambiente e all’interno della Federpol (la più autorevole associazione di categoria, ndr) pressochè sconosciuta, e così le altre». Il dubbio, insomma, potrebbe essere che almeno alcune, fra queste sigle, fossero state messe in piedi ad hoc? Restino annuisce. E rincara la dose: «Ancor più sorprendente è poi la lista delle somme percepite per quegli “incarichi”. Parliamo di parcelle fino a 5 milioni di euro. E siamo totalmente fuori mercato. Il fatturato medio delle principali agenzie investigative in Italia arriva a massimo uno, due milioni di euro». In un anno.
La scorciatoia per il paradiso
I Centri di formazione Elis fondati dall’Opus Dei hanno una scorciatoia diretta per il paradiso. Non si tratta di assoluzioni plenarie o benedizioni, ma del Consorzio Consel, che Elis ha fondato nel 1992 insieme a partner societari del calibro di Telecom Italia, Stet, Italcementi, Ericsson, e ancora Anas, Italtel, Italia Lavoro, Albacom, Wind, Siemens e Trenitalia, per citare solo i nomi più altisonanti. Fusioni suggellate in tempi più recenti dall’ingresso diretto di Elis nell’azionariato di uno fra questi giganti: quella stessa Tim dai cui alti ranghi proveniva un prestigioso docente dei corsi di perfezionamento Elis come Adamo Bove e Rocco Mammoliti. Attraverso un’attenta selezione dei discenti ed un’ancor più accurata scelta del corpo docente, Elis, “Attività per la formazione della gioventù lavoratrice e per la solidarietà sociale”, rende possibile ai giovani rampolli di area Opus la formazione e l’accesso diretto nei ranghi operativi delle principali aziende italiane, che per la restante parte degli aspiranti restano quasi regolarmente solo un miraggio.
Uno dei canali diretti per l’accesso è il programma Elis Fellow, «orientato al coinvolgimento a titolo di volontariato nelle attività Elis di dirigenti, quadri, docenti universitari e altri personaggi di rilievo nella società», con l’unica condizione che aderiscano al Manifesto Elis, contenente in maniera esplicita i principi formativi dell’Opus. «Il nostro compito - spiegano all’Avel, altra costola di Elis votata a rappresentare una sorta di agenzia per il lavoro - è quello di fare da trait d’union fra i nostri corsisti e le aziende alla ricerca di personale specializzato». In primis, naturalmente, quelle aderenti al Consorzio, come la stessa Telecom, in cui le carriere dei pii giovani vengono prontamente avviate con appositi stages. Ai convegni organizzati dal Centro Elis di via Sandro Sandri nella capitale non hanno fatto mancare la loro presenza, negli ultimi anni, grossi big dell’imprenditoria e della politica. Nel 2002, quando era inquilino di Palazzo Chigi, fece un salto Giuliano Amato per parlare di “Lavoro nel modello sociale europeo”. Quello stesso anno il direttore di Elis Bruno Picker (che solo qualche mese fa magnificava sulle colonne de La Stampa le nuove sinergie dei suoi centri formativi con la Rai), ebbe l’onore di ospitare il numero uno di Sviluppo Italia Carlo Borgomeo (tuttora docente, peraltro, ai Corsi Fellows), lo scomparso Gianmario Roveraro (soprannumerario Opus) in rappresentanza delle Residenze Rui, ma anche il giornalista Rai Giovanni Minoli, il presidente di Italia Lavoro Luigi Covatta e il general manager Telecom delle Risorse umane Mario Rosso. Andiamo avanti. Sempre nel 2002 ci va, fra gli altri, l’allora vertice Bankitalia Antonio Fazio; l’anno dopo il sottosegretario al Lavoro Pasquale Viespoli. Il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo si fa vedere in visita ufficiale a fine 2005 per inaugurare il nuovo anno formativo e benedire, subito dopo la Santa Messa, le solenni celebrazioni del quarantesimo anniversario dalla nascita di Elis. Sempre nel 2005 si segnalano le presenze di personalità come Vito Gamberale, Francesco Chirichigno e Mario Landolfi, quest’ultimo nella sua veste di ministro per le Telecomunicazioni. A novembre 2004 si segnala, infine, una fugace apparizione di Giuliano Tavaroli, intervenuto alla presentazione delle “corsie preferenziali” Elis Fellows in qualità di vertice Telecom.
Telecom e piduisti
C’è ancora lunga ombra della P2 in tutta la vicenda che, dalle prime indagini sul sequestro illegale di Abu Omar, conduce fino agli spioni di casa Telecom. Quell’ombra ha due nomi e cognomi. Il primo è quello di Emanuele Cipriani, l’investigatore privato amico della famiglia Gelli (vedi articolo principale), l’uomo chiave di tutta l’inchiesta della Procura milanese. Ma il secondo è quello di Marco Mancini, l’agente del Sismi arrestato l’estate scorsa proprio per il sequestro di Omar ed oggi nuovamente nell’occhio del ciclone per le amicizie - e spiate - pericolose con l’ex manager della security Telecom Giuliano Tavaroli. Negli anni '80 i brigadieri dei Carabinieri Mancini e Tavaroli lavorano insieme nel nucleo contro le brigate rosse agli ordini del colonnello Umberto Bonaventura. Trovato morto in circostante misteriose all’interno della sua abitazione romana nel 2002, alla vigilia della testimonianza decisiva sul caso Mitrokin, Bonaventura era stato lo stesso ufficiale sospettato di aver portato via dal covo di via Montenevoso, nel 1978, l’originale del memoriale di Aldo Moro.
A comandare quel reparto speciale dell’Arma anti BR era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la cui appartenenza agli elenchi della P2 è stata confermata dallo stesso Licio Gelli in un’intervista rilasciata alla Voce nella primavera di quest’anno. «Il nostro era un rapporto magnifico, leale - ha dechiarato il Venerabile - lui era iscritto alla P2 così come suo fratello Romolo, altro generale dei Carabinieri. Ma l’uno non sapeva dell’altro. Era la nostra regola». Quanto all’epoca del loro sodalizio, Gelli è abbastanza preciso: «Ci conoscemmo a metà anni settanta, a Roma». Prima, dunque, del periodo in cui maturò il blitz nel covo di via Montenevoso.
Torniamo a Mancini, che nel 1984 ritrova Bonaventura al Sismi e fa carriera nella sua ombra. Quando Bonaventura esce di scena Mancini, divenuto nel frattempo referente in Italia della Cia, scala il vertice dei Servizi italiani, proprio mentre l’amico Tavaroli diventa il responsabile unico della sicurezza nei colossi targati Marco Tronchetti Provera: prima Pirelli e poi Telecom. Immortalato dalla stampa internazionale sulla scaletta del velivolo militare che ha riportato in Italia la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, Mancini e la sua divisione del Sismi rappresentavano probabilmente l’ala interna antagonista rispetto a quella guidata da Nicola Calipari. Scrive il Manifesto: «Durante il sequestro Sgrena percepimmo nettamente un contrasto all'interno del servizio, precisamente tra la prima divisione e l'ottava, quella diretta da Calipari e impegnata nelle mediazioni. Fra noi per capirci parlavamo di “Sismi 1” e “Sismi 2”. Se una partita si è giocata tra “i due Sismi”, la sparatoria di Baghdad l'ha chiusa. E Mancini è andato a prendere Giuliana, ferita. Ma un navigatore di lungo corso di quegli ambienti, che peraltro vuol bene all'ex capo della prima divisione, ci aveva avvisati fin da subito: “C'è il Sismi di Calipari e il Sismi di Mancini. E questi ultimi - diceva l'amico 007 - sono capaci di inventarsi di sana pianta un'operazione...”». Costata la vita a Nicola Calipari.
State Buora se potete…
A chi riferiva Giuliano Tavaroli l’andamento di schedature a tappeto ed acquisizioni illegali dei tabulati ad opera di spioni superpagati da Telecom? A Marco Tronchetti Provera, come sembrano ipotizzare i magistrati milanesi, o all’amministratore delegato Carlo Buora, come sostiene il difensore di Tavaroli, Massimo Dinoia? Sessant’anni a maggio, un lungo passato nel management Fiat, dopo una fugace apparizione nei ranghi alti di Benetton, a inizio anni novanta Buora fa il suo ingresso in Pirelli, dove in breve diventa l’assoluto alter ego di Tronchetti Provera, che affida al collaudato manager lo strategico compito di rappresentarlo in Olimpia, Telecom, Tim, e di tenerne alte le sorti anche dentro colossi come Rizzoli Corriere della Sera, Mediobanca, Ras, Immobiliare Unim e, più recentemente, l’Inter. E’ quasi con l’intero bagaglio di queste partecipazioni che Buora va a sedere nell’aristocratico consiglio d’amministrazione dell’Istituto Oncologico Europeo targato Umberto Veronesi, che vede schierato fra i suoi azionisti il salotto buono dell’alta finanza italiana: alle stesse Pirelli, Telecom, Mediobanca, Rcs e Ras si aggiungono infatti Capitalia, Unipol, Generali, la Milano Assicurazioni della famiglia Ligresti (quest’ultima presente anche nell’azionariato Tim), Mediolanum e la tormentata Bpi di Giampiero Fiorani. Un bel pezzo, insomma, del capitalismo “rosso”, con una spruzzatina (non di più) d’azzurro berlusconiano. Di veramente suo, Carlo Buora, non conserva ora più nulla: solo poche settimane fa, il 28 luglio di quest’anno, si è spogliato infatti dell’unica quota societaria posseduta, con la donazione al figlio Jacopo, 25 anni, della sua partecipazione in E.M.T.O. srl, la finanziaria che aveva fondato insieme alla moglie Daniela Borgogni. Quest’ultima resta presente nella sigla milanese insieme a Jacopo e alla figlia ventinovenne Francesca Buora. Ventiquattromila euro di capitale sociale, sede nel capoluogo lombardo, la società è amministrata con ampi poteri da Cinzia Dattilo, classe 1953, anche lei milanese doc, e si occupa di «acquisto, vendita e permuta di beni immobili, gestione dei propri immobili e finanziamento degli enti cui partecipa o ai quali, comunque, è interessata». A fine anni ottanta E.M.T.O. aveva incorporato l’Immobiliare Gimla, altra srl lombarda amministrata dall’anziano Roberto Filippa da Montegrotto d’Asti.
Dei recenti trasferimenti di quote e nude proprietà E.M.T.O. fra i componenti della famiglia Buora si sono occupate le fiduciarie Istifid e Compagnia Nazionale Fiduciaria spa. De minimis non curat praetor. Ha ben altro da fare, il supermanager Buora, chiamato dai giudici per spiegare cosa sapeva sul sistema di spionaggio interno alla security Telecom. Quanto ai conti svizzeri sulla Banca del Gottardo, un secco chiarimento lo ha fatto lo stesso Tronchetti Provera che, in una conferenza stampa all’indomani del ciclone giudiziario, ha difeso Buora (nominato nel frattempo vicepresidente esecutivo di Telecom): «Avevo, come il dottor Buora, un conto in Svizzera, chiuso a fine 2000. Su quel conto non è mai avvenuto niente di irregolare».
Staremo a vedere.
Rita Penarola
Fonte: www.lavocedellacampania.it
Link: http://www.lavocedellacampania.it/de...chiesta1&id=53 Ottobre 2006