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Discussione: ma la binetti

  1. #21
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    La Banca Vaticana
    Estratto dal libro: «Tutto quello che sai è falso», Nuovi Mondi Media
    Di Jonathan Levy

    Molti credono che la Banca Vaticana sia una leggenda; dopo tutto la Città del Vaticano – luogo di palazzi, musei e cattedrali – cosa se ne fa di una banca? Ma la Banca del Vaticano esiste nel cuore della Città del Vaticano (vicino a Porta Sant’Anna), in una torre chiusa agli estranei. Ufficialmente la Banca Vaticana è nota come l’istituto per le Opere di Religione o IOR. In ogni caso la religione ha ben poco a che fare con la Banca, a meno che ci si riferisca ai cambiavalute che si sono nella chiesa.

    «E Gesù entrò nel Tempio di Dio, e scacciò tutti coloro che compravano e vendevano nel tempio, rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie di coloro che vendevano le colombe» [ Matteo 21:12, versione di Re Giacomo ]

    Mentre i cambiavalute stavano semplicemente fornendo un servizio, in modo che le tasse del tempio potessero essere pagate, la Banca Vaticana è stata coinvolta in evasione fiscale, imbrogli finanziari e riciclaggio di oro nazista. Il Papa, come unico azionista della Banca Vaticana, è uno degli uomini più ricchi al mondo e, per associazione, uno dei meno etici.
    La Banca Vaticana ha la particolarità di essere una delle istituzioni finanziarie più riservate al mondo. In realtà si sa molto poco di essa se non quelle poche informazioni che il Vaticano rilascia. (…)
    I possedimenti della Banca Vaticana sono un assunto spinoso e apparentemente un grande mistero, sempre che si creda al Vaticano. Una delle autorità più affidabili era Padre Thomas J. Reese, SJ, autore, di parecchi libri riguardanti la Chiesa Cattolica, inclusi i bestsellers «Inside the Vatican» e «Archbishop».
    Basandosi sulle sue interviste ai membri del Vaticano, Reese dedica un intero capitolo di «Inside the Vatican» alle finanze papali. Reese era abbastanza sicuro riguardo al fatto di chi possedesse la Banca Vaticana: «lo IOR è in un certo senso la Banca del Papa, che è il solo e unico azionista. Lo possiede, lo controlla» (…)

    Maggiori informazioni riguardo lo IOR possono essere raccolte dalle cause civili e penali. Il Papa fondò il precursore dello IOR nel 1887, che si chiamava Commissione per le Opere Pie. Nel 1941 la Commissione fu trasformata nell’Istituto per le Opere Religione «a scopo di lucro» attraverso l’emissione di statuti promulgati con l’approvazione di Pio XII. Il nucleo centrale su cui lo IOR era fondato consisteva nei capitali della Santa Sede. L’eccedenza dei profitti, se ci fosse stata, sarebbe stata affidata alla Santa Sede; recentemente lo IOR è diventato sia una risorsa per i fondi operativi del Vaticano sia una passività corrente, come nel caso «Alperin contro la Banca Vaticana».
    La posizione pubblica della banca è quella di esser sempre stata fedele al suo statuto ed esiste per servire la Chiesa, come previsto dalle norme della banca, chiamate chirografi. La Santa Sede è il governo ufficiale sia della Chiesa Cattolica di Roma sia della Città del Vaticano, un micro-stato completamente indipendente situato a ridosso del fiume Tevere, a Roma. La Città del Vaticano è sede di tre istituzioni finanziarie: l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che funziona da Banca Centrale del Vaticano, il Ministero dell’Economia e la suddetta Banca Vaticana (IOR). La Città Stato del Vaticano – con una popolazione di soli 800 abitanti e un territorio di 441.000 mq – è la nazione più piccola del mondo e forse tre istituti finanziari così importanti potrebbero sembrare non sembrare necessari, ma la Santa Sede è anche il governo temporaneo di un miliardo di Cattolici in tutto il mondo e in quanto tale ha esigenze e obiettivi che non possono essere soddisfatti mediante istituti bancari convenzionali.

    La Banca Vaticana non è responsabile né verso la Banca Centrale del Vaticano né verso il Ministero dell’Economia; infatti funziona in modo indipendente con tre consigli d’amministrazione: uno costituito da cardinali di alto livello, un altro costituito da banchieri internazionali che collaborano con impiegati della Banca Vaticana e per ultimo un consiglio d’amministrazione che si occupa degli affari giornalieri. Tali strutture organizzative così chiuse sono la norma nella Santa Sede e sono utili per mascherare le operazioni della Banca.
    Lo IOR funziona come banchiere privato della Chiesa, dal momento che si adatta perfettamente alle esigenze di una Banca diretta dal Papa. Nonostante sia di proprietà del Papa, la Banca, sin dal proprio inizio, è stata più volte coinvolta nei peggiori scandali, corruzione e intrighi. Sotto felice auspicio, l’apertura della banca nel 1941 per ordine di Pio XII, altresì chiamato il Papa di Hitler, ha fornito convenienti sbocchi bancari ai fascisti italiani, all’aristocrazia e alla mafia. (…)

    La Banca Vaticana afferma di non aver nessun documento relativo al periodo della Seconda Guerra Mondiale; infatti secondo il procuratore della Banca Vaticana, Franzo Grande Stevens, lo IOR distrugge tutta la documentazione ogni dieci anni, un’affermazione alla quale nessun banchiere responsabile crederebbe. Ciononostante, altre documentazioni esistono in Germania e presso gli archivi americani, che dimostrano i trasferimenti nazisti di fondi allo IOR dalla Reichsbank, e altri dallo IOR alle banche svizzere controllate dai nazisti. Un famoso procuratore specializzato nelle restituzioni dell’Olocausto ha documentato i trasferimenti di denaro dai conti delle SS a una innominata banca romana nel settembre 1943, proprio quando gli Alleati si stavano avvicinando alla città. (…)
    Dalla fine degli anni Settanta, lo IOR era divenuto uno dei maggiori esponenti dei mercati finanziari mondiali. Sotto la tutela del vescovo americano (uno spilungone di 191 cm) Paul Marcinkus, il vescovo Paolo Hnilica, Licio Gelli, Roberto Calvi e Michele Sindona, la Banca Vaticana divenne parte integrante dei numerosi programmi papali e mafiosi per il riciclaggio del denaro, in cui era difficile determinare dove finiva l’opera del Vaticano e dove cominciava quella della mafia. Il Banco Ambrosiano dei Calvi e numerose società fantasma dirette dallo IOR di Panama e del Lussemburgo presero il controllo degli affari bancari italiani e funsero da canale sotterraneo per il flusso di fondi verso l’Europa dell’Est, in appoggio all’Unione nazionale anticomunista. Marcinkus, capo dello IOR, fu Direttore del Banco Ambrosiano (a Nassau e alle Bahamas), ed esisteva una stretta relazione personale e bancaria fra Calvi e Marcinkus. Sfortunatamente, molti di quelli coinvolti non erano solo collegati alla mafia, ma erano anche membri della famigerata loggia massonica P2, con il risultato finale della spartizione del denaro di altre persone, inclusa una singola transazione di 95 milioni di dollari (documentata dalla Corte Suprema irlandese).

    Non appena le macchinazioni vennero a galla a causa di un errore di calcolo attribuito a Calvi, le teste cominciarono letteralmente a rotolare. L’impero bancario Ambrosiano fu destabilizzato da uno scontro ai vertici del potere interno, che coinvolgeva la Banca Vaticana, la Mafia e il braccio finanziario dell’oscuro ordine cattolico dell’Opus Dei.
    L’Opus Dei, in ogni caso, decise di non garantire per il Banco Ambrosiano e Calvi fu trovato «suicidato», impiccato sotto il ponte di Blackfriars a Londra, con alcuni sassi nascosti nelle tasche, una scena ricca di simbolismo massonico.


    www.disinformazione.it

  2. #22
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    Poteri forti
    Poteri forti Titolo Poteri forti
    Autore Pinotti Ferruccio
    Prezzo € 9,50
    Prezzi in altre valute
    Dati 2005, 414 p., brossura
    Editore BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (collana Futuropassato)


    In sintesi
    In oltre vent'anni non è ancora stato chiarito il mistero della morte di Roberto Calvi. Affrontando spese altissime e con l'aiuto di investigatori privati, il figlio Carlo ha condotto indagini in tutto il mondo, raccogliendo materiale ritenuto prezioso dagli inquirenti e che ora viene messo a disposizione del pubblico. In questo libro racconta senza remore i risultati della sua ricerca e formula varie considerazioni sui nuovi "poteri forti" e l'ascesa dell'Opus Dei. Ne ha raccolto la testimonianza Ferruccio Pinotti, giornalista de "L'Arena di Verona" e collaboratore di diverse testate nazionali.




    http://www.internetbookshop.it/ser/s...sbn=8817003557

  3. #23
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    POTERI FORTI
    di Ferruccio Pinotti

    I fatti
    Il 6 ottobre si è tenuta la prima udienza del nuovo processo per la morte del banchiere dell'Ambrosiano Roberto Calvi . Tutto è partito il 15 ottobre 2003, quando due pm di Roma – Luca Tescaroli e Maria Monteleone – hanno chiesto il rinvio a giudizio di quattro persone, con l'accusa di omicidio. Ecco i nomi: Giuseppe Calò, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni e Manuela Kleinszig.
    Un mese prima della richiesta di rinvio a giudizio dei pm italiani, in Inghilterra, parte una nuova inchiesta sulla morte di Calvi, la terza. E il 19 maggio 2005 le autorità londinesi che hanno condotto le indagini inviano questa comunicazione alla Procura di Roma: “Il banchiere Roberto Calvi fu strangolato da due o più persone con una corda e impiccato a un'impalcatura collocata sotto il Ponte dei Frati Neri”.

    Il libro
    La testimonianza del figlio e di altri personaggi della finanza e della politica. La lettera di Calvi a Giovanni Paolo II.
    Nell'ottobre 2003 Ferruccio Pinotti incontra il figlio del banchiere dell'Ambrosiano Carlo Calvi , che vive in Canada, a Montreal. A partire dalla sua testimonianza, l'autore ricostruisce le trame di questo giallo italiano ancora irrisolto: il ruolo della massoneria, gli intrighi della P2, il rapporto con Sindona e quello con Marcinkus, le operazioni per l'acquisto del Corsera , le spregiudicate e innovative tecniche dell' off shore banking . E documenta con particolare attenzione l'ultimo anno di Calvi, attraverso le lettere violente e disperate scritte a personaggi del mondo politico e del Vaticano, e pubblicate per la prima volta integralmente in Italia. Lettere all'onorevole Armando Corona (pp. 260-265), al cardinale Pietro Palazzini (pp. 287-289), a monsignor Hilary Franco (pp. 296-298) e al papa, Giovanni Paolo II (pp. 290-293). In particolare, quest'ultima, datata 5 giugno 1982 – tredici giorni prima della morte del banchiere – è un drammatico atto d'accusa contro il Vaticano, e un tentativo di mettere al corrente Wojtyla delle trame di gruppi di potere interni al mondo cattolico, decisi a prendere il controllo delle finanze vaticane.
    A partire dalla testimonianza del figlio di Calvi, Pinotti ha intervistato molti dei protagonisti di quegli anni. Questi i nomi: Francesco Pazienza , agente segreto del Sismi e consulente di Calvi negli ultimi mesi dell'82, ora detenuto nel carcere di Livorno; Roberto Rosone , vicepresidente dell'Ambrosiano nell'anno della morte di Calvi e vittima di un attentato commissionato alla Banda della Magliana ed eseguito da Danilo Abbruciati; Jonathan Levy , avvocato californiano che ha recentemente promosso una causa contro la banca vaticana IOR; Carlo Palermo , magistrato vittima di un attentato proprio per le indagini sulle connessioni tra il caso Calvi e i traffici di armi e droga di Cosa Nostra. E poi ancora i magistrati Oliviero Drigani, Mario Almerighi, Luca Tescaroli e Maria Monteleone. E i giornalisti Udo Gumpel, Antonio Nicaso, Dalbert Hallenstein.

    La documentazione
    Oltre alla testimonianza di Carlo Calvi, e ai commenti delle persone sentite dall'autore, nel libro si pubblicano gli atti processuali della seconda inchiesta inglese (13-27 giugno 1983), in particolare le deposizioni di Anna Calvi , la figlia di Calvi, di Clara Canetti Calvi , la moglie, e di Carlo stesso (pp. 173-185). E si pubblica per ampi stralci il cosiddetto “memoriale Pellicani” (pp. 151-172), redatto da Emilio Pellicani, assistente e segretario di Flavio Carboni a partire dai primi anni Settanta. Questo memoriale documenta i rapporti dell'imprenditore Carboni con la malavita organizzata, il suo ricorso continuo all'usura, il legame con personaggi chiave della nuova e rampante imprenditoria milanese, come Romano Comincioli, parlamentare di Forza Italia , e oggi passato alla cronaca come lo “zio Romi” nelle intercettazioni telefoniche di Stefano Ricucci. A partire dal memoriale s'inquadrano i primi incontri tra Carboni e Calvi, e le ragioni del contatto.

    L'Opus Dei
    Si documenta il peso della finanza cattolica, e in particolare dell' Opus Dei , in alcuni disastri finanziari, quali lo scandalo Ruiz Mateos in Spagna , il crack dell'Ambrosiano, l'ombra della vicenda Tanzi-Parmalat . Proprio l'Opus Dei assume un ruolo decisivo nell'intera vicenda Calvi. Secondo le testimonianze raccolte dall'autore, Roberto Calvi, in quei giorni del giugno dell'82, si recò a Londra per ottenere dei fondi da importanti esponenti dell'Opus. Si documenta per intero la testimonianza resa ai giudici dal finanziere venezuelano Alberto Jaimes Berti (pp. 317-341), gestore dei due fondi d'investimento Inecclesia e Inpreclero , che incontrò Calvi il 16 giugno 1982, due giorni prima della sua morte. E viene raccontato in dettaglio lo scontro interno al Vaticano dai tempi di papa Montini (Paolo VI), scontro tra fazioni avverse, per il controllo dello IOR e delle finanze nonché delle alleanze vaticane. L'Opus Dei, la fazione conservatrice, otterrà un'importante vittoria proprio dopo la morte di Calvi, vedendosi riconosciuta la cosiddetta prelatura personale, uno status giuridico autonomo, una Chiesa nella Chiesa.
    Il libro intende descrivere il “secondo livello” che provocò la morte di Roberto Calvi, quelle figure dei cosiddetti poteri forti che stabiliscono il momento in cui qualcuno deve cadere, perché diventato scomodo, e non più allineato. Una condanna a morte che poi saranno altri personaggi ad eseguire. Quelli che il nuovo processo riconoscerà e condannerà come mandanti ed esecutori materiali.

    Ferruccio Pinotti è giornalista de “L'Arena” di Verona. Ha lavorato a New York per la CNN e ha collaborato con il “Corriere della Sera”, “L'espresso” e l'”International Herald Tribune”.

    http://bur.rcslibri.corriere.it/anti...ni-pinotti.php

  4. #24
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    Red face

    La locomotiva di un centrosinistra deve essere il socialismo liberale e riformista.
    La Binetti è una cattolica conservatrice, e per le sue posizioni politiche, dovrebbe stare a destra.
    Davide Zerillo

  5. #25
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    'Capo della Magliana è sepolto nella chiesa di Sant' Apollinare'.- Raul
    Fecha Viernes, 27 abril 2007
    Tema 100. Aspectos sociológicos

    A raíz de la pregunta de "Rejalgar":



    Il capo della Magliana è sepolto nella chiesa di Sant' Apollinare. «Chi l' ha visto?» riapre il giallo: una pista sul caso Orlandi



    I nuovi misteri sul boss nella cripta da cardinale



    Corriere della Sera, 10 settembre, 2005

    Andrea Garibaldi



    E’ sempre lì la tomba di Enrico De Pedis, sempre nella cripta di Sant’Apollinare, il sepolcro di uno dei capi della banda della Magliana, dentro una basilica, a du e passi da piazza Navona e dal Vaticano. E’ ancora li? Si, dovrebbe, anche se la chiesa risulta invisibile sotto l’armatura di legno di un lungo restauro e il portone si schiude solo all’ora delle messe, ma la cripta, quella no, da otto anni è inaccessibile, una porta sbarra le scale. Storia romana, mistero romanissimo. La basilica di Sant’Apollinare è una maestosa chiesa settecentesca. De Pedis è l’uomo che attraversò, ai comandi, le due fasi della banda della Magliana, quella dei sequestri, delle scommesse, della droga e poi quella degli affari con Cosa Nostra, con la camorra, con i neofascisti e con Flavio Carboni, Francesco Pazienza, forse la P2 di Gelli, il Banco Ambrosiano di Calvi, lo Ior di Marcinkus.. De Pedis, detto Renatino, lo spararono a morte venerd’ 2 febbraio, all’ora di pranzo, in via del Pellegrino, Campo de’ Fiori...


    La trasmissione “Chi l’ha visto?” , condotta da Federica Sciarelli, riprende lunedì questa vicenda oscura, se solo si pensa che secondo il diritto canonico “i cadaveri non siano seppelliti in chiesa, se non si tratti del Romano Pontefice o di Cardinali o di Vescovi”. Fu la giornalista Antonella Stocco a rivelare sul “Messaggero” l’esistenza della tomba nella basilica, 9 luglio 1997. E prima c’era arrivata la magistratura, il giudice Andrea De Gasperis, che aveva incaricato la DIA di indagare. Nel frattempo – due anni dopo la sepoltura – l’Opus Dei aveva acquistato il palazzo che contiene la basilica.


    Il legame tra De Pedis e Sant’Apollinare data al 1988, anno del suo matrimonio con Carla Di Giovanni, avvenuto appunto nella basilica. In quell’occasione – secondo la signora – Renatino disse “Il giorno che mi ‘tocca’, piuttosto che al cimitero mi piacerebbe essere portato qui…”.


    Il funerale di De Pedis, che non aveva ancora 36 anni, viene officiato da monsignor Piero Vergari, rettore della basilica. Quattro giorni dopo la morte violenta il corpo viene tumulato al Verano, ma il 23 marzo la vedova chiede la “estumulazione”. Poco tempo prima don Piero Vergari aveva scritto al cardinale Poletti, vicario di Roma, chiedendo l’autorizzazione per l’accoglimento nei sotterranei di Sant’Apollinare: “Il defunto è stato generoso nell’aiutare i poveri che frequentano la basilica, i sacerdoti e i seminaristi, e in suo suffragio la famiglia continuerà ad esercitare opere di carità…”. Il 24 aprile le spoglie di De Pedis, approdano in basilica.



    Dal ’90 al ’97 solo Carla De Pedis possiede le chiavi del cancello che chiude la cappella nella cripta. Poi il caso esplode. Dichiara il novo rettore di Sant’Apollinare: “Se fosse accertato ciò che si dice di Enrico De Pedis, sarebbe imbarazzante”. E prosegue: “Non sta a noi scegliere le salme: questa si, questa la mandiamo via”.

    Passano otto anni senza nuove. Anzi, l’unica è che quei gradini verso la cripta non possono più essere scesi. Lunedì “Chi l’ha visto?” aprirà un altro capitolo, il collegamento con la scomparsa di Emanuela Orlandi: il giorno in cui la ragazza, figlia di un dipendente vaticano, sparì (22 giugno 1983) era stata a lezione nel Pontificio Istituto di Musica Sacra, proprio nel palazzo di Sant’Apollinare. Un anonimo, pochi giorni fa, ha telefonato alla redazione di “Chi l’ha visto?”. “Volete risolvere il caso di Emanuela Orlandi? Guardate dentro la tomba di De Pedis ....

    (poi, dopo quello in italiano, c'è il testo tradotto in spagnolo ndr))

    http://www.opuslibros.org/nuevaweb/m...print&sid=9905


    PS La chiesa di Sant'Apollinare fa parte di un complesso di quattro piani, nel quale si tengono corsi di formazione (filosofía, teología, diritto canónico, scienze dell' informazione) del Pontificio Ateneo della Santa Croce, dellì Opus Dei: “

  6. #26
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    Ecco, Paola Binetti, in quanto numeraria dell' opus dei, ha fatto promessa di obbedienza alle gerarchie di quest'organizzazione e vive in uno dei loro centri, come fanno i numerari (membri celibi).

  7. #27
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    Binetti vai a casa!

  8. #28
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    Cos'è la binetti, ragazzi??? :=)))

  9. #29
    lupoDL
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    Citazione Originariamente Scritto da antonio Visualizza Messaggio
    la Binetti e' candidata a Roma, con Veltroni.

    e' una brava persona.

    puoi dissentire, quello che vuoi ma e' una brava persona.
    Giusto, Antonio.
    Il PD tutelerà anche lei.

  10. #30
    lupoDL
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    Citazione Originariamente Scritto da bsiviglia Visualizza Messaggio
    27/09/2006 Le mani sporche dell' opus dei
    Autore: Rita Pennarola
    Tutti holding e Opus Dei

    Tratto da "La Voce della Campania" - www.lavocedellacampania.it

    La scomparsa del finanziere e soprannumerario Opus Dei Gianmario Roveraro, avvolta da dubbi e circostanze oscure, ci guida alla scoperta degli inediti colossi finanziari messi su dai ferventi seguaci di San Josemaria, che spaziano tra fede, business e politica, con la benedizione di alcuni vertici istituzionali del Paese. Filo conduttore è il supermanager Giuseppe Garofano, ultimo protagonista rimasto sulla scena del ciclone Mani Pulite ma, soprattutto, socio eccellente dell’Opus.

    Un cadavere fatto a pezzi. Orrendamente mutilato, decomposto dal caldo e assolutamente irriconoscibile. Non era ancora “in voga” il test del Dna quando, all’alba di Tangentopoli, fu “suicidato” e fatto ritrovare col volto sfigurato Sergio Castellari, l’ex direttore generale del ministero delle partecipazioni statali inquisito per lo scandalo Enimont.

    Era il 20 febbraio 1993. A calare la pietra tombale sulla vicenda (omicidio? suicidio? oppure quel cadavere apparteneva a qualcun altro?) era stato il perito anatomopatologo Carlo Torre. Lo stesso che molti anni dopo sarà chiamato dagli inquirenti nel caso Ilaria Alpi ma, soprattutto, l’artefice dell’allucinante ipotesi del “proiettile deviato da un sasso”, che ha finora impedito di accertare con un processo i veri responsabili dell’assassinio di Carlo Giuliani in piazza Alimonda.

    Poi arrivò l’era del Dna, la delicata e complessa indagine con ampi margini di errore che fa immancabilmente capolino - con verdetti immediati e da Cassazione - nelle più scottanti inchieste degli ultimi anni: al centro, corpi massacrati, di dubbia identità, attribuiti a protagonisti delle più clamorose vicende di cronaca, molto spesso al centro di misteri, da Fabrizio Quattrocchi fino al recentissimo caso di Gianmario Roveraro, il finanziere tutto banca e Opus Dei scomparso da Milano ai primi di luglio scorso dopo un incontro nella sede della potente compagine religiosa. Poi il ritrovamento dei “resti” (la testa per ultima, in ogni caso irriconoscibile), il fulmineo intervento dei carabinieri del Ris per la prova del Dna (con quale materiale genetico di confronto?) e i titoloni a scatola sui giornali: ecco il corpo di Roveraro nelle campagne intorno a Parma.

    La storia si ripete. Le analisi vengono affidate al capo del Ris Luciano Garofano, prontamente accorso sul luogo del delitto, che in brevissimo tempo emette la sentenza: «ucciso con un colpo di pistola». «Quando pronuncia quel “non è stato facile” - scrive a caldo la Gazzetta di Parma - il colonnello dei Ris di Parma Luciano Garofano ha il volto tirato, parla di un'autopsia complicata per un delitto “particolarmente efferato” e poi, abbassando gli occhi, esprime “cordoglio” per la famiglia del finanziere».
    Un uomo duro, il carabiniere-scrittore (suoi i volumi “L’enigma del boiardo” e “Delitti imperfetti”): 53 anni, biologo, fin dal ‘95 va a dirigere il Reparto Investigazioni Scientifiche di Parma, che ha competenze su tutto il Nord Italia. Insegna inoltre alle università di Parma e della capitale. Ha indagato sui più controversi casi giudiziari della storia recente italiana, dalla strage di Capaci a Donato Bilancia, fino ai casi Novi Ligure, Cogne ed, oggi, anche Roveraro. Il settantenne manager sarebbe stato squartato e martoriato - secondo la ricostruzione ufficiale - per vendetta dal piccolo imprenditore Filippo Botteri a causa di un affare immobiliare finito in crack.

    DA UN GAROFANO ALL’ALTRO
    Tutta la vicenda appare subito poco chiara. Di “depistaggio” a proposito della prima confessione di Botteri sull’omicidio parla apertamente Maurizio Di Giacomo, il giornalista che per primo, negli anni ottanta, aveva sollevato il velo sull’Opus in un libro choc edito da Tullio Pironti. «Il reoconfesso dell'assassinio di Roveraro e della mutilazione del suo cadavere, forse tramite il manchete prestato da un complice - rivela Di Giacomo - avrebbe raccontato un paio di anni orsono al 52 enne vicentino Francesco Todescato che Roveraro aveva dirottato su un conto dell'Unione delle Banche Svizzere una forte somma legata al crack della Parmalat di Calisto Tanzi».

    Strano anche «l’accanimento distruttivo dimostrato da Botteri nei confronti del cadavere di Roveraro: siamo certi che non abbiano pesato anche pulsioni per così dire immateriali e non riconducibili tout court al risentimento per un'operazione finanziaria che non aveva portato ai risultati sperati?». «Ci sarà - conclude il giornalista - qualche magistrato capace di verificare se l’affermazione di Filippo Botteri è un depistaggio o, al contrario, l’apertura di una pista finora ignota alla magistratura che ha indagato su Parmalat?». Di Giacomo non è l’unico ad avanzare dubbi. «A questa storia manca tuttora un pezzo», dichiara alla Stampa un altro Garofano, Giuseppe, in prima fila ai funerali celebrati solennemente a Milano nella chiesa di Santa Maria Segreta. E spiega: «Com’è possibile che un finanziere come Roveraro fosse entrato in contatto con simili delinquenti?».

    Difficilmente sarà possibile trovare una risposta certa a questi e ai tanti altri interrogativi che si affollano in quello che rischia già di diventare l’ennesimo buco nero nella cronaca giudiziaria del Paese. Di sicuro, però, con l’uscita di scena di Roveraro si chiude definitivamente un’era: quella iniziata nel 1993 con il furore di Mani Pulite e che vide nei primi mesi di quell’anno una catena impressionante di cadaveri avvolti nel mistero di una ricostruzione ufficiale tuttora al centro di dubbi. Tutti collegati alla madre di tutte le tangenti: il caso Enimont. A febbraio Castellari poi a luglio, in rapida successione, prima il presidente Eni Gabriele Cagliari, poche ore dopo Raul Gardini, entrambi “suicidati”.

    «Alle sette di mattina - si legge sulle cronache dell’epoca - Gardini ha già fatto la doccia, è ancora in accappatoio quando gli portano i giornali, il cappuccino e un croissant: ed è proprio mentre si accinge a fare colazione che l’occhio gli cade su un titolo di prima pagina di Repubblica: “Tangenti, Garofano accusa Gardini”. Raul capisce che è finita (questa almeno la spiegazione più semplice), apre il cassetto del comodino vicino al letto e si spara un colpo alla testa». Con Roveraro - che attraverso la banca d’affari Sige aveva consentito a Gardini di scalare la Montedison - sparisce l’ultimo, ingombrante protagonista di quelle oscure pagine di storia. Ma lavorando intorno alla sua figura - e soprattutto sui suoi legami con Garofano - è possibile tracciare gli inediti assetti di un colosso economico e finanziario come l’Opus Dei, che in una recente intervista alla Voce, uno che la sa lunga come Licio Gelli, aveva definito «oggi assai più potente della massoneria». Quello che si ricostruisce seguendo le molteplici diramazioni imprenditoriali collegate ai seguaci di Escrivà è un autentico impero, una holding estesa fra istituzioni, politica ed altissima finanza. Intenta a rigenerare se stessa allevando il nuovo ceto eletto che andrà ad occupare i posti chiave del sistema Italia. Perchè, dentro, ci sono proprio tutti. Vediamo.

    I MASSONI DI DIO
    Dopo un’esistenza trascorsa da potente fra i potenti, Gianmario Roveraro negli ultimi tempi si era già disfatto di quasi tutte le partecipazioni societarie. Lontani i tempi delle folgoranti alleanze con big come Gardini o l’allora presidente della Banca di Roma Pellegrino Capaldo, nel suo passato più recente restava il sodalizio con Calisto Tanzi ed un legame ancora vivo con personaggi come Paolo Scaroni (oggi numero uno dell’Eni) o come i fratelli Ottavio e Giuseppe Pisante, magnate pugliesi di acqua ed energia. Prima in sella a Sige, poi attraverso la finanziaria Akros, Roveraro aveva portato in Borsa Benetton e quindi la stessa Parmalat, attraverso un’alchimia finanziaria oggi al vaglio degli inquirenti e che gli era costata di recente un rinvio a giudizio.

    Membro soprannumerario dell’Opus, era stato in prima fila nelle Fondazioni Rui (le residenze universitarie d’élite che per anni hanno rappresentato il cuore economico e logistico di questa “massoneria bianca”) e del Faes (associazione famiglia e scuola), fra le prime creature, in ordine di tempo, del potere opusdeista. Ma al momento della sua scomparsa Roveraro risultava titolare di azioni in sole due società. La prima è Alter Sim spa, 387 mila euro come capitale sociale, finita al centro delle indagini giudiziarie in corso a carico di Botteri e dei suoi complici. E’ infatti alla sede milanese della Alter, in piazza Duomo 22, che la mattina del 7 luglio arriva il famoso fax con cui Roveraro chiede il disinvestimento di 1 milione di euro. Un documento che condurrà fino alla attuale ricostruzione dei fatti il pm Alberto Nobili (ex marito di Ilda Boccassini), cui sono state affidate le indagini.

    ROVERARO IN CAMPUS
    Ma è attraverso l’altra società in cui spicca il nome di Roveraro che cominciamo ad addentrarci nei rivoli miliardari della corazzata Opus Dei. Una strada che, forse, potrà contribuire a gettare luce sulle circostanze della sua improvvisa uscita di scena. Alla data del 1 giugno 2006 Gianmario Roveraro risulta infatti titolare di 364.715 azioni della Campus Biomedico spa, 36 milioni e passa di euro in dote, che rappresenta oggi uno dei capisaldi nel principale intreccio italiano fra politica, religione, affari. E’ qui, infatti, che ritroviamo fianco a fianco come soci, fra gli altri, lo stesso Roveraro e Giuseppe Garofano: dentro l’università privata dell’Opus Dei alle porte di Roma, lautamente foraggiata da denaro pubblico («al solo Campus Biomedico dell’Opus Dei - scrive ad esempio l’agenzia cattolica di sinistra Adista - vengono dati 20 milioni di euro per il 2004 e 30 milioni di euro per il 2005») e benedetta fin dalla nascita da un big dell’attuale governo di centrosinistra come il vicepresidente del Consiglio (ed allora sindaco di Roma) Francesco Rutelli.

    Ma dell’intenso feeling sbocciato fra la Margherita e l’Ovra ci occuperemo più avanti. Perchè ora seguiamo la pista che dal socio del Campus Giuseppe Garofano porta alla luce le nuove holding della fede. E cominciamo dal Cense, Promozione Centri Educativi, che come sempre parte dall’irrefrenabile “istinto” ad allevare il ceto eletto per trasformarsi subito in un sistema di potere dalle dimensioni di una multinazionale. Con la bellezza di 4 milioni 232.860 euro come capitale sociale, Cense vede schierato al suo interno - insieme allo stesso Garofano - interi pezzi del sistema Italia, in forme dirette o mediate. Sede legale nella capitale, in viale Eritrea 154, amministrata da giovani e poco noti manager generalmente allevati “in casa” dalla Prelatura (in questo caso il quarantatreenne Gian Luca Giovannucci, romano, presidente del cda), Cense racchiude nel suo parterre societario personaggi noti come l’ex ministro della Pubblica istruzione Francesco D’Onofrio o il re dei trapianti Raffaello Cortesini insieme a corazzate edili del calibro di Gico Costruzioni (attiva il Libano ed Algeria, nonchè aggiudicataria di grossi appalti per la Salerno-Reggio Calabria ) e Total Service spa (che aveva lavorato per le opere del Giubileo).

    Ma soprattutto, accanto a decine di semplici affiliati, nell’azionariato di Cense spiccano tre autentici scrigni del sistema Opus Dei: si tratta di Associazione Centro Isec, Centro Elis e IPE, il partenopeo Istituto per le Attività Educative (vedi l’articolo che segue), con storie e protagonisti che s’intrecciano continuamente. Partiamo da Isec, che nel Cense fa la parte del leone, con oltre 2 milioni di euro del capitale, fra azioni ordinarie e privilegiate. Dettagliate news sull’attività di Isec vengono fornite direttamente nel notiziario Opus Dei, che riporta cronache ed immagini sulle numerose cerimonie relative a master privati o corsi ad altissima specializzazione organizzati in partnership con società ai vertici del panorama finanziario o delle telecomunicazioni.

    Al centro, sempre lui, il presidente Isec Riccardo Boccia, “nella vita” un ruolo di primo piano all’Istituto Italiano Cambi presieduto dall’attuale numero uno Bankitalia Mario Draghi. Avvocato cassazionista, Boccia vanta un passato da vicepresidente della Cassa Sovvenzioni e Risparmio, poi consigliere generale della Federazione Italiana di Mutualità Volontaria e presidente italiano della World Jurist Association. Isec finanzia, a sua volta, l’Accademia di studi universitari Il Poggio, «con sede nelle immediate vicinanze dell’Università Luiss Guido Carli a Roma», tiene a sottolineare il bollettino Opus nel raccontare la fastosa inaugurazione dell’anno accademico 2006 al Poggio, quando «l’avv. Riccardo Boccia ha illustrato la formazione a tutto campo data agli studenti universitari che la frequentano: essa mira a forgiare futuri cittadini e padri di famiglia responsabili e coerenti con i valori cristiani, ispirandosi agli insegnamenti di san Josemaría». Presidente dell’Accademia è invece Emanuele Rizzardi, che in tale veste ospita al Poggio personalità del calibro di Giuseppe Zadra, direttore generale ABI (Associazione Bancaria Italiana), per tenere conferenze e seminari su "La tutela del risparmio tra iniziative pubbliche e private".

    MESSE BOREALE
    Ma chi più di tutti ha avuto a cuore le sorti economiche dell’Isec e dell’Opus Dei è stato sicuramente il tenace senatore Udc Leonzio Borea, che nell’arco della scorsa legislatura si è adoperato per far ottenere al Centro Isec una messe impensabile di provvidenze pubbliche. E’ il 20 luglio del 2005. Borea, penalista, salernitano di Sapri, prova a far passare in Commissione giustizia - di cui è vicepresidente - un provvedimento in base al quale «è autorizzata l’erogazione di un contributo di 450.000 euro annui per dieci anni a decorrere dall’anno 2006 a favore dell’Associazione Centro Isec (Iniziative per studi e convegni), ente morale ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 25 febbraio 1972, n. 323, ai fini dell’acquisto della sede della relativa accademia universitaria». Quella volta va male, proposta respinta. La questione spunta nuovamente a ottobre.

    E cresce, perchè da 450 mila si passa a ben 2 milioni di euro annui di denaro pubblico, sempre in favore dell’Isec. Nel fascicolo ufficiale pubblicato dal Governo contenente i provvedimenti relativi alla Finanziaria 2006, l’emendamento di Borea si ritrova sotto forma di articolo 66 bis, con la precisazione che «all’articolo 67 tabella B voce Ministero delle Finanze» vanno apportate le seguenti variazioni: meno 2 milioni (di euro) per il 2006, altrettanti per il 2007 e per il 2008. Qundo si dice la capacità di non lasciare nulla al caso... Del resto, Borea non era nuovo ad iniziative ardite di analogo segno. «Un ordine del giorno presentato da alcuni parlamentari dell'Udc (in prima fila lo stesso Borea, ndr), chiede al governo di equiparare quanto prima i titoli accademici in materie giuridiche conseguiti presso la Pontificia Università Lateranense a quelli rilasciati dagli Atenei dello Stato», fa sapere Adista.

    ELIS per sempre ? Altro socio eccellente del Cense è poi il Centro Elis, ennesima holding targata Opus Dei che, attraverso le due principali diramazioni societarie, presenta oggi dimensioni e business da capogiro. E ci conduce dentro la vera “cupola” del sistema di potere targato Opus. Inaugurato nel 1965 da Paolo VI alla presenza del fondatore dell’Opus Dei Josemaría Escrivá, che ne aveva seguito la realizzazione nei minimi particolari, il complesso di via Sandro Sandri a Roma è proprietario di sedi anche nel quartiere Tiburtino e poi a Palermo, Milano, Castelgandolfo, Ovindoli. Il Centro Educazione, Lavoro, Istruzione, Sport (da cui l’acronimo) dichiara di dedicarsi a «promuove attività formative e di solidarietà sociale per giovani e per lavoratori»; inoltre «gestisce scuole e istituti professionali, corsi a distanza e residenze per studenti», ma recentemente è entrato anche nell’albo delle ONG per la cooperazione allo sviluppo. E che sviluppo...

    Partiamo dall’organigramma Elis, che come sempre vede in pista un giovane di comprovata fede, stavolta freschissimo d’investitura: si tratta dell’appena trentunenne Daniele Maturo, napoletano di Marano, che poche settimana fa è stato chiamato a sostituire il fisico Michele Crudele, 46 anni, barese, docente anche al Campus Biomedico ma soprattutto attivo in commissioni ministeriali, come quella per il Codice di autoregolamentazione Internet e Minori del Ministero delle Comunicazioni, o il gruppo di lavoro sulla protezione delle infrastrutture critiche informatizzate della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Oltre che alle multiformi attività imprenditoriali del Centro Elis, il giovanissimo Maturo dovrà dedicare le sue cure alle due principali “filiazioni” di Elis: Cedel e Consel.

    La prima, tutta in odor di filantropia, era stata fondata negli anni ottanta per gestire scuole private, residenze universitarie e corsi professionali. Nel ‘98 viene trasformata in cooperativa sociale «retta dai principi e dalla disciplina della solidarietà sociale e della mutualità», chiariscono i dirigenti Elis, ed ora «si propone di perseguire l'interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini attraverso la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi». “Socio sovventore” della cooperativa Cedel è la spa Cosis, la merchant bank di via Nazionale creata come “avamposto etico” della Banca di Roma. «I conferimenti dei sovventori - viene precisato a scanso di equivoci nell’atto fondativo del Cedel - possono avere ad oggetto denaro, beni in natura o crediti e sono rappresentati da azioni trasferibili del valore di euro 500 ciascuna, per un minimo di cento azioni a socio sovventore».

    Ed eccoci arrivati al clou: il Consel, Consorzio Elis per la formazione professionale superiore. Tanto per cominciare, questi sono i soci fondatori che nel 1992 hanno dato vita al consorzio: si tratta dei colossi STET, Italcementi, Ericsson, oltre alla stessa cooperativa Cedel. Business core di Consel è ancora una volta la formazione del ceto eletto, ma stavolta le attività sono direttamente rivolte ai giganti dell’economia che siedono al suoi interno. Eccoli qui: in prima fila fra i soci del consorzio spiccano Telecom Italia spa, le stesse Ericcson e Italcementi, e poi Birra Peroni spa, Anas, Italtel, ma anche Italia Lavoro, Albacom, Wind, Siemens, EDS (Electronics Data Systems Italia), Mannessmann Investments B.V., e via via crescendo Trenitalia, Camera di Commercio Roma, Alcatel, fino a Trambus spa ed Eni Corporate. Per non lasciare nulla alla provvidenza, più di recente l’astuto socio Elis ha acquisito ampie partecipazioni in Select agenzia per il lavoro, Agricolsulting (consulenze e sviluppo di attività agricole ed ambientali), Obiettivo Lavoro (altro big dell’occupazione temporanea) e Tim, leader di telefonia mobile. Tutti riuniti, per sempre, sotto il protettivo ombrello delle imprese terrene di San Escrivà. Perchè - è il motto dell’Opus - “Anche nella borsa di Wall Street si puo' incontrare Dio'. Qualcuno però, come Gianmario Roveraro, ha incontrato l’inferno.

    LA MARGHERITA E DIO
    L’ultimo colpo vincente dell’Opus Dei è stato messo a segno nel capoluogo partenopeo con la recentissima nomina di Raffaele Calabrò, leader indiscusso del sodalizio campano, al vertice della Commissione varata dal presidente della Regione Antonio Bassolino per il controllo sugli atti amministrativi delle sforacchiate Asl locali, che negli ultimi anni avevano accumulato spaventose voragini nei bilanci. Cardiologo, tre figli, esponente di una famiglia partenopea per buona parte dedita al binomio Opus-professioni (un cognato, Salvatore Iovene, è fra i magistrati di punta del tribunale di Napoli), Calabrò rappresenta uno fra i più riusciti “acquisti” della Margherita, che sotto la guida del vicepremier Francesco Rutelli sta pescando a piene mani nel “vivaio” Opus Dei.

    Dopo oltre dieci anni di esperienza politica nelle fila di Forza Italia (maturata grazie all’antico feeling con Paolo Cirino Pomicino, tanto che sotto le insegne del Biscione era stato anche presidente del Consiglio regionale), Raffaele Calabrò non aveva esitato, in vista delle tornate elettorali 2006, a sposare il Rutelli-pensiero, seguito a ruota da altri ferventi seguaci di Escrivà, come il medico Mario Delfino, che oggi siede a palazzo San Giacomo con la maglia di De Mita & C. La stella di Raffaele Calabrò, dentro e fuori l’Opus, si chiama IPE, Istituto per le Attività Educative. Sulla scia delle corazzate romane (delle quali peraltro fa parte a pieno titolo, con una partecipazione di tutto rispetto, da socio privilegiato, nell’azionariato del Cense), con sedi anche a Roma, Bari e Salerno, l’IPE è uno fra i collegi universitari italiani - quasi tutti in area opusdeista - legalmente riconosciuti dal Miur.

    E non è difficile, grazie alla potenza della matrice imprenditorial-religiosa, organizzare corsi di specializzazione ai massimi livelli, con corsie preferenziali ai partecipanti per l’accesso dalla porta principale nei ranghi dei colossi nazionali ed esteri. E’ stato il caso, per esempio, del recente “Corso di finanza avanzata”, concluso a luglio e portato avanti con il contributo della Compagnia di San Paolo e della Fondazione Banco di Napoli. Fra i docenti - spesso scambiati con la Luiss - Rainer Masera, Maurizio Romiti, e poi il preside di Economia Vincenzo Maggioni (un passato di stretta osservanza liberale con Francesco De Lorenzo ministro della Sanità), l’economista Massimo Marrelli (editorialista del Corriere del Mezzogiorno) e Ignazio Visco (direttore Centrale Bankitalia), il professore di Economia Bancaria alla Federico II Adriano Giannola e Massimo Lo Cicero divenuto, dopo gli esordi giovanili nel Pci, una delle menti preferite dall’opusdei-pensiero. «Basti considerare - spiegano in ambienti vicini alla compagine religiosa - che per le attività di formazione i docenti vengono accuratamente selezionati e prescelti fra coloro che non illustreranno mai teorie difformi da quelle che l’Opus diffonde tra i suoi affiliati e non».

    A riprova dell’efficacia, anche pratica, della proficua “inseminazione” realizzata col verbo di Escrivà, restano alcune folgoranti carriere, anche giornalistiche. La più recente, che a Napoli ha suscitato già rumori e mal di pancia, è quella che ha catapultato l’ex allievo dell’elitaria Residenza Monterone (con la Montavella è uno fra gli avamposti della potenza Opus all’ombra del Vesuvio) Giovanni Messina alla redazione del Tg3 Campania, diretta dal fedelissimo della Curia locale Massimo Milone. Tutto bene, quindi. Ma naturalmente, per chi se lo può permettere. Un posto “al sole” nella Residenza Monterone, per esempio, costava già nel 2005 oltre settemila euro l’anno in stanza singola, quasi seimila per la convivenza in camera tripla. Tutt’altro che un caso è stata poi l’inaugurazione in pompa magna di una strada dedicata al fondatore dell’Opus, col sindaco Rosa Russo Iervolino (Margherita) tra i più fervidi sostenitori dell’iniziativa.

    Più che naturale, perciò, l’arruolamento nel partito di Rutelli della opusdeista di ferro Paola Binetti, lunghi trascorsi nell’Udc, schierata in Parlamento fra i più tenaci avversari di provvedimenti come i Pacs o le modifiche alla legge 40 sulla procreazione assistita. Ed ottima amica, da sempre, dell’attuale ministro per la Pubblica istruzione, il cattolicissimo Giuseppe Fioroni. Ovviamente, della Margherita. «E’ forse proprio grazie ad un “cavallo di Troia” nel centrosinistra, come l’Opus Dei - commentano in area centrista - che il governo si prepara a rinforzare la sua traballante maggioranza, reclutando quei devoti di san Josemaria che ancora siedono nei banchi dell’Udc».

    Francesco D’Onofrio (vedi articolo precedente) docet. Complice potrebbe essere proprio l’intesa sulla scuola privata. Del resto, la prima approvazione della legge sulla parità scolastica era stata voluta nel 2000 dal governo D'Alema bis. Una norma che ha istituito i buoni scuola per gli alunni delle private (300 miliardi annui di vecchie lire a partire dal 2001), aumentando i contributi per il mantenimento delle scuole elementari parificate (60 miliardi di lire) e per le spese di partecipazione alla realizzazione del sistema prescolastico integrato (280 miliardi di lire). E poi, non era stato lo stesso leader Maximo a sbracciarsi in prima fila durante le solenni celebrazioni per la santificazione di Escrivà?

    Valori nel Garofano
    Sarà la neonata Banca per lo Sviluppo del Mediterraneo la creatura capace di unire, tra fede e business, le sorti di Opus Dei e Massoneria tradizionale? L’ipotesi non appare troppo azzardata, se si considera il calibro - e soprattutto l’origine - dei suoi promotori: il tandem formato da Giancarlo Elia Valori e Giuseppe Garofano. Il primo, attuale presidente di Confindustria Lazio (oltre che neo-scrittore: fresco di stampa il suo “Geopolitica dello spazio” con prefazione di Francesco Cossiga, presentato nel luglio scorso a Gaeta addirittura da Oliviero Diliberto), figura negli elenchi dei confratelli fin dai tempi della P2. Quanto a Garofano (vedi pezzo base), la sua carriera di manager è stata tutta vissuta all’ombra dell’Ovra (vedi la partecipazione attiva in attività come il Campus Biomedico, insieme all’amico Gianmario Roveraro, o il colosso Cense).

    All’inedita accoppiata - Valori presidente e Garofano in sella al cda - si aggiungono oggi le Generali: la corazzata di Trieste guidata da Antoine Bernheim avrebbe infatti garantito il suo appoggio per il varo del nuovo istituto di credito, destinato a sviluppare gli affari tra Palestina, Maghreb, Libano, Israele, Libia, Egitto ed i paesi mediterranei. Per far questo, è già pronto un carburante da 15,5 milioni di euro, versato dai quattro grandi promotori: Alerion (45,16%), Allianz Lloyd adriatico (32,26%), Pierluigi Toti patron del Gruppo Lamaro (9,68%) e la Engineering di Michele Cinaglia e Rosario Amodeo (12,9%).

    Il 17 luglio scorso un altro importante disco verde è arrivato in occasione della quarta Conferenza Laboratorio Euro-Mediterraneo da Naguib Sawiris, presidente dell'egiziana Orascom e dell'italiana Wind. Il quale ha però posto come condizione che Bsm abbia un capitale a maggioranza privata. «I governi in certe occasioni sono lenti - ha spiegato Sawiris - e non possiamo permetterci il lusso di sprecare del tempo». Una tempestività ampiamente favorita dall’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente: «la creazione di lavoro che deriverà dalla nuova Banca - ha concluso il supermanager - contribuirà a combattere il terrorismo e le forze del buio che operano nell’area». Con sede a Roma in via delle Tre Madonne, dopo il rilascio della licenza creditizia da parte della Banca d’Italia la creatura di Valori e Garofano potrà intraprendere la sua navigazione. «Sarà una banca d’affari - pronosticano gli addetti ai lavori - con l’occhio puntato non solo allo sviluppo di grandi opere, ma anche alle piccole e medie imprese».

    http://www.tuttotrading.it/granditem...gedopusdei.php
    Mi ricordo ancora lo scherno con cui questa bsiviglia parlava dei riferimenti di altri forumisti alla massoneria.
    "Il complotto giudoplutomassonico"....
    Evidentemente, bsiviglia discrimina fra teorie della cospirazione di serie a e di serie b. Dove quelle di serie b sono quelle che non fanno riferiemnto alla sua
    parte politica...

 

 
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