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Discussione: Che Guevara

  1. #141
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    I primi scritti
    "Il dilemma del Guatemala" e il successivo "La classe operaia degli USA...amica o nemica?",
    furono scritti verso l'aprile 1954 (un paio di mesi prima dell'invasione del Guatemala da parte di Castillo Armas), ma non furono mai pubblicati. Guevara ne inviò una copia al padre, Ernesto Guevara Lynch, che li ha inclusi nel libro da lui curato, "...Aquì va un soldado de Amèrica", Planeta, Buenos Aires 1987.


    IL DILEMMA DEL GUATEMALA

    Chi ha percorso queste terre d'America avrà udito le parole sdegnose che alcuni personaggi lanciavano contro certi regimi di chiara ispirazione democratica. Risale all'epoca della Repubblica spagnola e della sua caduta. Di quella, dissero che era formata da un mucchio di fannulloni che sapevano solo ballare la jota (celebre danza popolare originaria dell'Aragona. Si balla in coppia con accompagnamento di chitarre, nacchere e triangolo, seguendo un ritmo ternario, che via via si accelera, e cantando, alla fine di ogni strofa, delle quartine musicate in stile melodico) e che Franco aveva riportato l'ordine, scacciando il comunismo dalla Spagna.
    Il tempo poi sgrossò le opinioni e uniformò i criteri, per cui la frase fatta con cui si lapidava la fine di una democrazia divenne, più o meno: "Lì non c'era libertà ma libertinaggio".
    Così venivano definiti i governi che in Perù, in Venezuela e a Cuba avevano dato all'America il sogno di una nuova era. Il prezzo che i gruppi democratici di questi paesi dovettero pagare per l'apprendistato delle tecniche d'oppressione è stato molto elevato. Una gran quantità di vittime innocenti è stata immolata per conservare uno stato di cose necessario agli interessi della borghesia feudale e dei capitali stranieri; e i patrioti sanno ora che la vittoria verrà conquistata a sangue e fuoco e che non può esserci perdono per i traditori; che lo sterminio totale dei gruppi reazionari è l'unico che può assicurare l'impero della giustizia in America.
    Quando ho udito nuovamente la parola "libertinaggio" impiegata per definire il Guatemala, ho provato timore per questa piccola repubblica. E' forse condannato a seguire il cammino dei suoi predecessori il sogno risorto dei latinoamericani, incarnato da questo paese e dalla Bolivia? Qui si pone il dilemma.
    Quattro partiti rivoluzionari formano la base su cui si appoggia il governo e tutti loro, salvo il PGT (Partito guatemalteco del trabajo (comunista)), sono divisi in due o più frazioni antagonistiche che litigano tra loro con accanimento maggiore che con i tradizionali nemici feudali, dimenticando per le beghe domestiche il nord dei guatemaltechi.
    Nel frattempo la reazione getta le sue reti. Il Dipartimento di stato degli USA o la United Fruit Company - che non si sa mai chi sono gli uni e chi è l'altra nel paese del nord - in aperta alleanza con i proprietari terrieri, la borghesia timorata e i succhiaceri (I rappresentanti della Chiesa cattolica), fanno progetti di ogni generi per ridurre al silenzio l'avversario altero che è cresciuto come il grano nel seno dei Caraibi.
    Mentre Caracas aspetta le commissioni che aprano la strada ad intromissioni più o meno spudorate, i generalucci rimossi e i proprietari delle piantagioni di caffè spaventati cercano alleanza con i biechi dittatori dei paesi vicini.
    Mentre la stampa dei paesi limitrofi, completamente imbavagliata, può solo elevare lodi al "capo" nell'unica nota permessa, qui i giornali definiti "indipendenti" scatenano una grossolana tempesta di fandonie sul governo e i suoi difensori, creando il clima richiesto.
    E la democrazia lo permette. La "testata di spiaggia comunista", dando un magnifico esempio di libertà e ingenuità, permette che vengano scalzati i suoi fondamenti nazionalistici; permette il soffocamento di un altro sogno d'America.
    Guardate un po' il passato recente, compagni, osservate i dirigenti dell'Apra peruviana profughi, morti o prigionieri; quelli dell'Acciòn Democràtica del Venezuela; la meravigliosa gioventù cubana assassinata da Batista. Affacciatevi a guardare i venti orifizi che mostra il corpo del poeta soldato, Ruiz Pineda; i miasmi delle carceri venezuelane. Osservate senza paura ma con cautela, questo passato emblematico e rispondete: è questo l'avvenire del Guatemala? Per questo si è lottato e si lotta? La responsabilità storica degli uomini che realizzano le speranze dell'America latina è grande. E' ora che si abbandonino gli eufemismi.
    E' ora che il randello risponda al randello e, se si deve morire, che sia come Sandino e non come Azana (Manuel Azana Diàz (1880-1949). Fondatore del Partito della Sinistra Repubblicana (1934), fu eletto a maggio del 1936, Presidente della Repubblica spagnola. Dopo la vittoria di Franco riparò in Francia, a febbraio del 1939, dove morì l'anno dopo).
    Ma che i fucili del tradimento non siano impugnati da mani guatemalteche. Se vogliono uccidere la libertà che lo facciano coloro che la tengono nascosta. E' necessario abbandonare ogni mollezza, non perdonare i tradimenti. Non si permetta che il sangue di un traditore, per non esser versato, cosi quello di migliaia di valorosi difensori del popolo. Il vecchio dilemma di Amleto risuona sulle mie labbra attraverso un poeta d'America - Guatemala: "Essere o non essere, o che cosa essere?". I gruppi che appoggiano il governo hanno la parola.

    La classe operaia degli USA...amica o nemica?
    Il mondo è diviso attualmente in due diverse metà: quella in cui vige il capitalismo con tutte le sue conseguenze e l'altra in cui ha messo le tende il socialismo. Ma i paesi col sistema di vita capitalistico non possono raggrupparsi in un'unica casella. Tra di loro vi sono differenze notevoli.
    Vi sono paesi coloniali in cui la classe dei proprietari terrieri, alleata con i capitali esteri, monopolizza la vita della comunità e mantiene la nazione nell'arretratezza necessaria per i propri fini di lucro. Rientrano in questo quadro quasi tutti i paesi d'Asia, Africa, America latina.
    Ce ne sono alcuni in cui il capitalismo non ha travalicato le frontiere, mentre l'intromissione del capitale estero non è così importante da costituire un problema che richieda una soluzione immediata. E' la condizione in cui si trova qualche paese europeo con piccole borghesie sviluppate al massimo. C'è poi un altro gruppo interessante di paesi che si potrebbero definire "colonial-imperialisti" la cui economia, senza aver assunto completamente le caratteristiche di nazioni industriali, inizia - in rapporto con i capitali paterni che la sottomettono - una lotta per il possesso di mercati diretti, caratterizzati in genere dal fatto di appartenere apertamente al gruppo coloniale. E' il caso rappresentato dall'Argentina, il Brasile, l'India, l'Egitto.
    Una caratteristica comune a questi paesi è la propensione a formare blocchi sopra i quali esercitano una certa egemonia.
    Uno dei gruppi più importanti è quello delle nazioni la cui espansione imperialistica è stata frenata dopo l'ultima guerra. E' il caso dei Paesi Bassi, l'Italia, la Francia e, il più importante, l'Inghilterra. A parte il fatto che assistiamo allo smembramento del colossale impero inglese, i suoi componenti ancora lottano. Naturalmente al giusto anelito alla libertà dei popoli oppressi si aggiunge la volontà di rapina dei grandi capitali nordamericani che fanno precipitare le crisi per trarne vantaggio (Iran).
    Nell'ultimo gruppo, quello dei paesi imperialistici in piena espansione, vi sono solo gli Stati Uniti - il grande problema dell'America latina. Viene da chiedersi: perchè negli Stati Uniti, un paese industrializzato al massimo e con tutte le caratteristiche degli imperi capitalistici, non si avvertono le contraddizioni che oppongono il capitale e il lavoro in una lotta senza quartiere?
    La risposta va cercata nelle condizioni speciali del paese settentrionale. Tranne i negri, segregati e germi della prima seria ribellione, gli altri operai (quelli ovviamente che il lavoro ce l'hanno) possono godere di salari enormi, confrontati a quanto danno comunemente le imprese capitalistiche, grazie al fatto che la differenza fra ciò che è richiesto normalmente per le necessità del plusvalore e il salario reale è compensata abbondantemente dai settori operai delle due grandi comunità di nazioni: gli asiatici e i latinoamericani.
    L'Asia sconvolta, con l'antecedente della magnifica vittoria del popolo cinese, lotta con nuova fede per la propria liberazione, mentre lentamente si vanno collocando fuori del raggio d'azione dei capitali imperialistici fonti di materie prime la cui manodopera era estremamente a buon mercato. I capitali, tuttavia non pagano sulla propria carne la sconfitta e la trasferiscono integralmente sulle spalle dell'operaio. E benchè una parte della vittoria asiatica colpisca direttamente nella loro carne i latinoamericani, anche gli operai del Nord sentono l'impatto in forma di licenziamenti e diminuzione del salario reale. Per una massa completamente priva di cultura politica, il male non è visibile al di là delle proprie narici e lì, su quelle narici appare il trionfo della "barbarie comunista sopra le democrazie".
    La reazione guerresca è logica, ma difficile da realizzare. L'Asia è molto lontana e contiene molta gente disposta a morire per l'ideale della propria terra. E la piccola-borghesia nordamericana, il cui peso politico è enorme, non permette che i propri figli, anche se in proporzione minima, vadano a morire in terra straniera. Nella prospettiva inesorabile di perdere l'Asia in poco tempo, la potenza imperialistica viene a trovarsi di fronte al problema delle due strade possibili: la guerra totale contro l'insieme del nemico socialista e dei popoli con aspirazioni nazionalistiche, o l'abbandono dell'Asia per circoscrivere la propria sfera d'azione ai due continenti per ora controllabili: Africa e America, sostenendo, ovviamente delle piccole guerre limitate che le permettano di mantenere la sua industria di armamenti, senza perdite di vite, dal momento che si trovano sempre dei governanti traditori, disposti a sacrificare la propria terra per un tozzo di pane che lancerà loro il padrone.
    La guerra globale è temuta da parte degli Stati Uniti, che non possono scatenare un attacco atomico giacchè le rappresaglie sarebbero terribili in questa fase, mentre in una guerra "ortodossa" perderebbe in un baleno tutta l'Europa, con l'Asia che cadrebbe a sua volta in breve tempo quasi totalmente.In un simile contesto, gli Stati Uniti si rivolgono maggiormente alla difesa dei propri possedimenti in America e di quelli più recenti in Africa.
    Il panorama nei due continenti è diverso: mentre qui hanno un dominio totale e non possono avere interferenze, lì possiedono soltanto delle piccole macchie territoriali e il loro controllo si esercita attraverso delle nazioni sussidiarie che si suddividono l'intero continente.
    Per questo i dissensi, le lotte intestine e le manifestazioni di nazionalismo vengono tollerate e persino provocate da parte degli Stati Uniti che vedono aumentare il proprio potere imperiale con l'indebolimento graduale dei padroni tradizionali.
    Ebbene, qualunque manifestazione di nazionalismo autentico porterebbe i popoli dell'America latina a cercare di emanciparsi dall'oppressore, che non è altro che il capitale monopolistico; ma i detentori di tale capitale sono in grande maggioranza negli Stati Uniti e hanno un'enorme influenza sulle decisioni del governo di questo paese. La formazione dell'equipe governativa e i legami con le compagnie più importanti da parte di questi individui ci forniscono la chiave del comportamento politico dei vicini del Nord.
    In questi momenti di oscillazioni e in cui gli Stati Uniti hanno assunto la direzione del cosiddetto "mondo libero", non si può interferire o attaccare un qualunque paese, a meno che non vi sia una motivazione forte; tale motivazione è stata creata e viene da loro rafforzata: "il comunnismo internazionale". E' questo il cavallino di battaglia con cui si può utilizzare, al momento la menzogna organizzata in tutta la sua effettività dalla propaganda moderna, e dopo, chissà, l'intervento economico e perfino, perchè no?, l'intervento armato.
    Tutto questo sistema difensivo è vitale per i capitalisti se desiderano mantenere il proprio sistema attuale; ma è importante anche per gli operai nordamericani, in un lasso di tempo limitato, giacchè la brusca perdita delle fonti di materie prime a buon mercato scatenerebbe subito il conflitto immanente alla contraddizione tra capitale e lavoro, e il risultato sarebbe disastroso per quest'ultimo, finchè non riuscisse ad impadronirsi delle fonti di produzione.
    Insisto che non si può esigere dalla classe operaia del Nord che veda al di là delle proprie narici. Sarebbe inutile cercare di spiegare da lontano, con la stampa completamente in mano al grande capitale, che il processo di decomposizione interna del capitalismo sarebbe solo frenato per qualche tempo in più, ma non fermato dalle misure di tipo totalitario che si dovessero assumere, tendenti a mantenere l'America latina in uno stato di colonia.
    La reazione della classe operaia, logica fino a un certo punto, sarebbe di appoggiare gli Stati Uniti, seguendoli dietro l'emblema di un qualunque slogan, come potrebbe essere in questo caso "l'anticomunismo". D'altro canto non si deve dimenticare che la funzione dei sindacati operai negli Stati Uniti è più di servire da cuscinetto tra le due forze in lotta e, surrettiziamente, smussare la potenza rivoluzionaria delle masse.
    Con questi antecedenti e di fronte alla realtà americana, non è difficile immaginare quale sarà l'atteggiamento della classe operaia del Paese settentrionale, quando si dovesse porre definitivamente il problema della perdita brusca dei mercati e delle fonti di materie prime a buon mercato. Questa, a mio modo di vedere, è la cruda realtà davanti alla quale ci troviamo noi latinoamericani. Lo sviluppo economico degli USA e la necessità dei lavoratori di conservare il proprio livello di vita sono i fattori per i quali, in termini conclusivi, la lotta di liberazione non si rivolgerà contro un determinato regime sociale, ma contro una nazione che difende, unita in un solo blocco armato dalla legge suprema della comunità di interessi, le proprie acquisizioni egemoniche sulla vita economica dell'America latina.
    Prepariamoci quindi, a lottare contro tutto il popolo degli USA, e il frutto della vittoria non saranno solo la liberazione economica e l'uguaglianza sociale, ma l'acquisizione di un nuovo e benvenuto fratello minore: il proletario di questo paese.

    "Ho visto la caduta di Jacobo Arbenz"
    (riassunto di Hilda Gadea)

    Per tre o quattro sere, Ernesto mi dettò un articolo che intitolò: "Yo vi la caìda de Jacobo Arbenz..."
    L'articolo aveva dalle dieci alle dodici pagine (...). Era il primo articolo politico di Ernesto; Indicava come colpevole della caduta del governo di Arbenz l'imperialismo yankee, analizzando la necessità di lottare contro questo e contro l'oligarchia che lo appoggiava (...).
    Egli era certo che se Arbenz avesse armato il popolo, il suo regime non sarebbe caduto.
    Cercherò di ricostruire il contenuto fondamentale dell'articolo.

    In primo luogo faceva l'analisi della situazione mondiale e della lotta tra i due campi che rappresentavano sistemi diversi: capitalista e socialista. Diceva che il campo socialista era iniziato con la Rivoluzione dei soviet del 1917, era continuato con la Rivoluzione cinese e con la Rivoluzione algerina (che allora cominciava) e che si sarebbe ampliato ulteriormente perchè esistevano molti paesi, in America latina, in Asia e in Africa, che erano governati da sistemi di sfruttamento diretto o dipendenti indirettamente dall'imperialismo. Pertanto la rivoluzione era un fenomeno mondiale, all'interno del quale l'America latina avrebbe svolto un ruolo importante.
    Collocava il Guatemala tra i paesi più sfruttati dell'America latina, ma come parte di questo continente, penetrato dagli interessi monopolistici yankee, che deformavano la sua economia e le sue classi dirigenti, che installavano o rovesciavano governi, ottenendo in tal modo che le borghesie, invece di difendere la sovranità, si piegassero agli interessi imperialistici, anche contro governi puramente nazionalistici e democratici (come nel caso del Guatemala).
    Di conseguenza, le borghesie in America latina e negli altri paesi sfruttati non rappresentavano una classe su cui si sarebbe potuto fare affidamento, per una reale trasformazione del sistema politico ed economico, non sarebbe più stato possibile scendere a compromessi con loro.
    La questione di fondo era lottare direttamente contro l'imperialismo yankee che le sosteneva.
    Le terze posizioni a questo riguardo, adottate da Haya de la Torre, Betancourt, Figueres e i loro consimili, costituivano dei tradimenti per una vera rivoluzione e l'indipendenza dei nostri paesi.
    Indicava molto chiaramente che la caduta del governo guatemalteco era dovuta agli interessi monopolistici yankee, specialmente della United Fruit Company, che era stata lesa nei suoi interessi dalla riforma agraria; la Electric Bond and Share, che aveva il monopolio dei servizi elettrici, e l'American Telephone, che aveva quello dei telefoni, come ancora accade in molti dei nostri paesi. Questi interessi incoraggiarono la destra guatemalteca e finanziarono l'invasione, reclutando elementi mercenari, preparandoli e aiutandoli in tutto. Affermava che la lotta in Guatemala, così come in America latina e in tutti i paesi sfruttati dell'Africa e dell'Asia, era contro l'imperialismo yankee, che appoggiava e manovrava le oligarchie, i suoi fedeli servitori, e che questa lotta doveva sfociare nella nazionalizzazione delle nostre ricchezze e nella socializzazione dei mezzi di produzione. Afermava che la seconda tappa della rivoluzione guatemalteca doveva avere questi obiettivi e che tale lotta era parte della rivoluzione continentale e mondiale. Fu così, mentre assisteva all'attacco dell'mperialismo yankee contro la democrazia guatemalteca, che egli si qualificò definitivamente come un combattente antiimperialista, deciso a intervenire attivamente in qualunque paese.
    La frase finale dell'articolo era: "La lotta comincia ora".


  2. #142
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    INTERVISTA RILASCIATA ALLA TV AMERICANA
    INTERVISTA A ERNESTO GUEVARA DELLA CBS DI NEW YORK 14 DICEMBRE 1964
    ANNUNCIATORE. Dalla città di New York il programma "Face of the Nation" trasmette un'intervista spontanea e diretta con Ernesto Che Guevara, ministro dell'industria di Cuba. Il comandante Guevara sarà intervistato dal corrispondente della CBS alle Nazioni Unite, Richard C. Hottelet, da Tadd Szulc, della redazione di New York del "New York Times" e dal corrispondente della CBS Paul Niven.
    NIVEN. Comandante Guevara, nel suo discorso all'Assemblea generale di avant'ieri, lei ha accusato gli Stati Uniti di aiutare i Paesi vicini a preparare nuove aggressioni contro Cuba. A nostra volta, noi abbiamo accusato frequentemente il suo governo di promuovere la sovversione in altri paesi latino-americani. Vede qualche possibilità di uscita da questa situazione, qualche modo di migliorare le relazioni?
    GUEVARA. Penso che soluzioni ve ne siano, e credo che ve ne sia una sola. Abbiamo detto ripetutamente al governo degli Stati Uniti che non vogliamo niente altro, solo che loro si dimentichino di noi, che non si preoccupino di noi, né in bene né in male.
    NIVEN. Comandante Guevara, abbiamo altre domande sulle relazioni di Cuba con questo paese e con i paesi comunisti, e sulla situazione interna di Cuba stessa. Comandante Guevara, lei ha detto un momento fa che le piacerebbe semplicemente che noi nordamericani ci dimenticassimo di Cuba. Il suo discorso dell'altro giorno suggerisce che lei non riesce a dimenticarsi di noi: lei ci considera un governo ostile a novanta miglia. Come può sperare che noi vi dimentichiamo?
    GUEVARA. Io non ho detto esattamente che avevo la speranza che voi ci dimenticaste. Lei mi ha chiesto una soluzione e io le ho detto qual è la soluzione, al momento attuale. Se sia possibile o no, è un'altra domanda.
    SZULC. Signor Guevara, in diverse occasioni recenti il premier Fidel Castro ha suggerito, in interviste con giornalisti in visita a Cuba e in altre occasioni, che si deve fare uno sforzo nuovo per normalizzare le relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti, particolarmente sul terreno del commercio e degli scambi. Come economista, lei ritiene personalmente che sarebbe utile o vantaggioso per Cuba riallacciare relazioni di questa natura? In altre parole, le piacerebbe vedere normalizzarsi queste relazioni?
    GUEVARA. Non come economista, perché non mi sono mai considerato un economista, ma un funzionario del governo cubano, come un cubano qualunque credo che relazioni di buona armonia con Gli Stati Uniti sarebbero molto buone per noi dal punto di vista economico più che in qualsiasi altro campo, perché tutta la nostra industria è stata costruita dagli Stati Uniti e le materie prime e i pezzi di ricambio che dobbiamo fabbricare con grandi difficoltà, o importare da altre aree, potrebbero venirci direttamente. C'è anche lo zucchero, per il quale abbiamo avuto tradizionalmente il mercato nordamericano, che è anche vicino.
    SZULC. Comandante, se la memoria mi è fedele, nel 1960. lei ha pronunciato diversi discorsi, uno in particolare nel marzo 1960, nel quale disse che continuare a vendere zucchero agli Stati Uniti era per Cuba una forma di colonialismo al quale Cuba veniva sottoposta. Ha cambiato opinione su questo?
    GUEVARA. Naturalmente, perché quelle erano condizioni diverse. Noi vendevamo zucchero a condizioni specifiche stabilite dai compratori nordamericani, che a loro volta dominavano il mercato e la produzione interna di Cuba. Attualmente, se vendessimo zucchero agli Stati Uniti, l'unico a venderlo sarebbe il governo cubano e tutti i profitti sarebbero per il nostro popolo.
    HOTTELET. Dottor Guevara, Washington ha detto che ci sono due condizioni politiche per il ristabilimento di relazioni normali tra Stati Uniti e Cuba: una, l'abbandono dei suoi impegni militari con l'Unione Sovietica, l'altra l'abbandono della politica di esportazione della rivoluzione in America Latina. Vede qualche possibilità di cambiamento in qualcuno di questi punti?
    GUEVARA. Assolutamente no. Noi non poniamo agli Stati Uniti nessun tipo di condizione. Non vogliamo che cambino il loro sistema. Non pretendiamo che cessi la discriminazione razziale negli Stati Uniti. Non mettiamo condizione alcuna per il ristabilimento di relazioni, ma neppure accettiamo condizioni...
    HOTTELET. Ma la mia domanda è se lei accetterebbe queste condizioni poste dagli Stati Uniti per la ripresa di relazioni normali.
    GUEVARA. Non accetteremo nessuna condizione dagli Stati Uniti, non accetteremo nessuna condizione impostaci dagli Stati Uniti.
    HOTTELET. Ma nella questione dei missili Russia-Cuba e delle relazioni militari cubane con l'Unione Sovietica, come possono gli Stati Uniti essere sicuri che Cuba non rappresenterà di nuovo una minaccia strategica? Accetterebbe l'ispezione delle Nazioni Unite o l'ispezione dell'Organizzazione degli Stati Americani sul posto?
    GUEVARA. Lei ha menzionato l'Organizzazione degli Stati Americani. Avant’ieri il delegato Colombiano ha parlato dell'orbita dell'OSA. Si tratta in effetti di un'orbita attorno agli Stati Uniti. Un'ispezione da parte di simili delegati sarebbe un'ispezione realizzata dagli Stati Uniti. Lei dice che gli Stati Uniti non si sentono sicuri e noi chiediamo agli Stati Uniti, possiamo sentirci sicuri che non esistono missili contro Cuba? Non possiamo, quindi, arrivare ad una soluzione armonica perché i paesi nel mondo sono uguali. Ispezioniamo tutte le basi, le basi atomiche degli Stati Uniti, e ispezioniamo anche ciò che abbiamo a Cuba, e, se lo desidera, liquidiamo tutte le basi atomiche a Cuba e negli Stati Uniti e noi saremo perfettamente d'accordo su questo.
    NIVEN. Comandante, lei sta in realtà tentando di esportare la sua rivoluzione? Inviate armi tutti i giorni ad altri paesi latino-americani? State portando a Cuba rivoluzionari di altri Paesi per poi restituirli addestrati alla loro patria?
    GUEVARA. Ho avuto anche l'opportunità di dirlo all'assemblea e posso ripeterlo categoricamente adesso: le rivoluzioni non si esportano. Le rivoluzioni sono create dalle condizioni di oppressione che i governi latino-americani esercitano contro i popoli, da lì viene la ribellione e dopo sorgono le nuove Cuba. Non siamo noi che creiamo le rivoluzioni, è il sistema imperialista e i suoi alleati, alleati interni, che crea le rivoluzioni.
    SZULC. Lei è stato in tutte le occasioni, secondo me, un critico chiaro e candido, lei stesso, di ciò che è avvenuto nella economia cubana. Ho letto i suoi discorsi nella parte che criticava gli errori politici e gli errori di giudizio. Ora che state arrivando al settimo anno della vostra rivoluzione, analizzerebbe, per noi, brevemente, ciò che è successo nell'economia del suo Paese? Lei crede che potreste incominciare a risollevarvi dal livello cui eravate scesi? Che pronostico farebbe rispetto all'economia per il 1965? Sarà il settimo anno magro o non lo sarà necessariamente?
    GUEVARA. Una domanda molto difficile, perché si possa rispondere in pochi istanti. Mi state bombardando con domande di ogni specie. Cercherò di essere molto conciso e di spiegarlo al popolo nordamericano. Abbiamo commesso un gran numero di errori nel campo economico, naturalmente. Non solo io li critico, è Fidel Castro che ha criticato ripetutamente gli errori che abbiamo commesso, e ha spiegato perché li abbiamo commessi. Noi non avevamo una preparazione anteriore. Siamo incorsi in errori nell'agricoltura e nell'industria. Tutti questi errori si stanno adesso risolvendo. Nell'industria stiamo concentrando il nostro sforzo migliore nel far sì che le fabbriche lavorino alla capacità massima; stiamo tentando di sostituire le attrezzature che sono in cattive condizioni a causa della mancanza di pezzi di ricambio che non possiamo comprare negli Stati Uniti; tentiamo di estendere la nostra industria sulla base delle nostre risorse di materie prime, di ridurre la nostra dipendenza dai mercati esteri e di dedicare i nostri sforzi, nel 1965, al settore della sicurezza e dell'igiene del lavoro per rendere le nostre fabbriche più confortevoli per il lavoratore; perché il lavoratore vi si possa sentire veramente un uomo completo. Abbiamo rilevato delle fabbriche dal sistema capitalista, per il quale la questione più importante era produrre, specialmente a Cuba. Non voglio dire che negli Stati Uniti le fabbriche - quelle industriali - sono luoghi di sfruttamento in cui l'uomo è spremuto come un'arancia. So che qui il lavoratore nordamericano gode di molti vantaggi, ma quei vantaggi a Cuba non erano stati ottenuti e le condizioni erano molto cattive, poco salubri. Abbiamo dedicato i nostri sforzi a rendere migliore la vita, il tempo che il lavoratore passa nello stabilimento industriale. Sarà questo uno dei nostri principali sforzi durante l'anno prossimo.
    HOTTELET. Mi piacerebbe tornare...
    NIVEN. Abbiamo altre domande sulla situazione interna di Cuba.
    HOTTELET. Dottor Guevara, lei ha protestato per la presenza della base navale nordamericana di Guantànamo e per i continui voli di ricognizione nordamericani su Cuba. Adotterete qualche misura militare sia contro la base, sia contro gli aerei?
    GUEVARA. Bene, l'altro giorno, all'assemblea ho dovuto spiegare che non ci piace fare bravate. Conosciamo la potenza degli Stati Uniti. Noi diciamo che il governo degli Stati Uniti vuole farci pagare un prezzo molto alto per questa coesistenza non pacifica di cui oggi godiamo, e il prezzo che siamo disposti a pagare arriva solo fino alle frontiere della dignità, non va oltre. Se per vivere in pace dovessimo metterci in ginocchio, dovrebbero prima ucciderci. Se non vogliono arrivare fino a questo punto, continueremo a vivere nel miglior modo possibile che è questa coesistenza non pacifica attualmente vigente con gli Stati Uniti.
    NIVEN. Che cosa significa questo in termini di diplomazia spicciola, Comandante? Che cosa ci proponete di fare?
    GUEVARA. Abbiamo denunciato in tutte le assemblee, in tutti i luoghi in cui abbiamo avuto la possibilità di parlare, l'illegalità dei voli e il fatto che esiste una base contro la volontà del popolo cubano; abbiamo anche denunciato il numero di violazioni, di provocazioni partite da quella base, e abbiamo chiesto ai Paesi non allineati e all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di prendere delle misure per evitare questo stato di cose.
    NIVEN. Comandante, posso chiederle che percentuale del popolo di Cuba appoggia la rivoluzione?
    GUEVARA. Bene...
    NIVEN. Abbiamo dieci secondi.
    GUEVARA. È molto difficile in dieci secondi. In questo momento non abbiamo elezioni, ma una grande maggioranza appoggia il governo.
    NIVEN. Grazie, Comandante Guevara, per la sua partecipazione.

  3. #143
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    CUBA:
    ECCEZIONE STORICA O AVANGUARDIA
    NELLA LOTTA AL COLONIALISMO?
    Pubblicato in Verde Olivo nell'aprile 1961
    Mai prima d'ora, in America, si era verificato un fatto dalle caratteristiche tanto straordinarie, con così profonde radici e con conseguenze di tale importanza ai fini del destino dei movimenti progressisti del continente, che sia paragonabile alla nostra guerra rivoluzionaria. Al punto che questa guerra è stata da alcuni definita l'avvenimento cardine dell'America, che per importanza viene subito dopo la triade formata dalla Rivoluzione d'Ottobre, dal trionfo sulle armi hitleriane con le successive trasformazioni sociali, e dalla vittoria della Rivoluzione Cinese.
    Il nostro movimento, fortemente eterodosso nelle sue forme e manifestazioni esteriori, ha tuttavia seguito - né poteva essere altrimenti - le linee generali proprie a tutti i grandi avvenimenti storici del nostro secolo, caratterizzati dalle lotte anticoloniali e dal passaggio al socialismo.
    Tuttavia certi settori, per interesse o in buona fede, han preteso di scorgere nella rivoluzione cubana un certo numero di radici e di caratteristiche eccezionali e ne elevano artificiosamente l'importanza, relativa in confronto al profondo fenomeno storico sociale, fino a definirle determinanti. Si parla dell'eccezionalità della Rivoluzione Cubana a paragone della linea di altri partiti progressisti d'America e si deduce, pertanto, che la forma e la via della Rivoluzione cubana costituiscono un prodotto a sé, proprio di essa, e che negli altri paesi dell'America diverso sarà il cammino storico percorso dai popoli.
    Ammettiamo che ci siano delle eccezioni che conferiscono alla Rivoluzione cubana le sue caratteristiche peculiari: è un fatto ormai stabilito che ogni rivoluzione annoveri dei fattori specifici di questo tipo, né è meno incontrovertibile però che tutte le rivoluzioni seguiranno delle leggi la cui violazione non è alla portata delle possibilità della società. Analizziamo quindi i fattori di questa pretesa eccezionalità.
    Il primo, e forse il più importante, il più originale, è rappresentato da quella forza tellurica che risponde al nome di Fidel Castro Ruz, un nome che nel giro di pochi anni ha raggiunto dimensioni storiche. Il futuro riserverà il posto adeguato ai meriti del Primo Ministro, ma noi già li riteniamo paragonabili a quelli delle figure più alte della storia di tutta l'America latina. E quali sono le circostanze eccezionali che circondano la personalità di Fidel Castro?
    Sono parecchie le caratteristiche della sua vita e del suo carattere che lo pongono di gran lunga al di sopra di tutti i suoi compagni e seguaci. Fidel è uomo di tale possente personalità da dover prendere la guida di qualunque movimento a cui partecipi: e cosi è avvenuto nel corso della sua carriera, da quando era studente fino ad ora che si trova alla guida della nostra patria e dei popoli oppressi d'America. Egli possiede le caratteristiche del grande condottiero, che, sommate alle sue doti personali di audacia, di energia e di valore, ed alla sua eccezionale cura nell'ascoltare sempre la volontà del popolo, lo hanno portato al posto di onore e di sacrificio da lui oggi occupato. Ma possiede delle altre importanti qualità, come, per esempio, la capacità di assimilare le nozioni e le esperienze, di afferrare tutto l'insieme di una data situazione senza perdere di vista i particolari, la fede immensa nel futuro, e l'ampia visuale che lo mette in grado di prevenire gli eventi e di anticipare i fatti, scorgendo sempre più lontano e meglio dei suoi compagni.
    Con queste grandi qualità fondamentali, con la sua capacità di coagulare, di unire gli uomini, opponendosi alla divisione, fonte di debolezza; con la sua capacità di dirigere, alla guida di tutti, l'azione del popolo; con il suo amore infinito per il popolo, la sua fede nel futuro e la sua capacità di prevederlo, Fidel Castro ha fatto più di chiunque altro a Cuba per costruire dal nulla l'apparato, oggi formidabile, della Rivoluzione cubana.
    Tuttavia, nessuno potrebbe affermare che a Cuba vi siano condizioni politico-sociali del tutto diverse da quelle degli altri paesi d'America e che proprio a causa di tali diversità vi si sia fatta la Rivoluzione. Né d'altro canto, a maggior ragione, si potrebbe affermare al contrario che Fidel Castro abbia fatto la Rivoluzione nonostante questa differenza. Fidel, condottiero grande e abile, ha diretto la Rivoluzione a Cuba, nel momento e nel modo in cui l'ha fatto, facendosi interprete dei profondi sommovimenti politici che stavano preparando il popolo al grande balzo verso le vie della rivoluzione. Esistevano inoltre certe condizioni, che non erano neanche esse specifiche di Cuba, ma di cui difficilmente altri popoli potranno approfittare, giacché l'imperialismo, al contrario di certi gruppi progressisti, sa trarre insegnamento dai propri errori.
    Una condizione che potremmo definire un'eccezione è nel fatto che l'imperialismo nordamericano si trovò disorientato e non riuscì mai a valutare esattamente la reale portata della Rivoluzione cubana. C'è qualcosa in ciò che serve a spiegare molte delle apparenti contraddizioni del cosiddetto quarto potere nordamericano.
    I monopoli, com'è loro abitudine in questi casi, cominciavano a pensare ad un successore di Batista, proprio perché sapevano che a questo dittatore il popolo non ubbidiva e gli stava cercando anche lui un successore, ma per via rivoluzionaria.
    Quale astuzia più intelligente e più abile di quella di gettare a mare il dittatorucolo ormai inservibile e mettere al suo posto dei nuovi ,"ragazzi" in grado, quando ne venisse il momento, di fare gli interessi dell'imperialismo? Per un po' di tempo l'imperialismo puntò su questa carta del suo mazzo continentale e finì per perdere miserevolmente. Prima della vittoria, sospettavano di noi, ma non ci temevano: puntavano piuttosto su due carte, con tutta l'esperienza che hanno in questo gioco in cui di solito non si perde. Parecchie volte, emissari del Dipartimento di Stato, travestiti da giornalisti, vennero a tastare il polso alla Rivoluzione montanara, ma non ne riuscirono a rilevare il sintomo di pericolo imminente. Quando poi l'imperialismo volle reagire, quando si rese conto che il gruppo di giovincelli inesperti che percorreva in trionfo le strade dell'Avana aveva chiara coscienza del proprio dovere politico ed era ferreamente deciso a compiere fino in fondo tale dovere, ormai era troppo tardi. Fu così che nel gennaio del 1959, spuntò d'improvviso l'alba della prima Rivoluzione sociale di tutta la zona dei Caraibi e la più profonda delle rivoluzioni americane.
    Non crediamo che si possa considerare eccezionale il fatto che la borghesia, o almeno una buona parte di essa, si mostrasse favorevole alla guerra rivoluzionaria contro la tirannia, mentre nello stesso tempo appoggiava e promuoveva i movimenti tendenti a ricercare soluzioni negoziate che le permettessero di sostituire il governo di Batista con elementi disposti a frenare la Rivoluzione.
    Tenendo conto delle condizioni in cui si sollevò la guerra rivoluzionaria e della complessità delle tendenze politiche che si opponevano alla tirannia, non risulti eccezionale neanche il fatto che certi elementi latifondisti adottassero un atteggiamento neutrale, o almeno di non belligeranza, nei confronti delle forze insurrezionali.
    È comprensibile che la borghesia nazionale, soffocata dall'imperialismo e dalla tirannia, le cui truppe scorrevano saccheggiando le piccole proprietà e facevano della corruzione un mezzo di sostentamento quotidiano, vedesse con una certa simpatia il fatto che questi giovani ribelli della montagna punissero il braccio armato dell'imperialismo, rappresentato dall'esercito mercenario.
    Sicché, forze non rivoluzionarie aiutarono di fatto a facilitare il cammino all'avvento del potere rivoluzionario. Portando le cose all'estremo, possiamo aggiungere un nuovo elemento di eccezionalità, vale a dire il fatto che, nella maggior parte dei luoghi di Cuba, il contadino si era proletarizzato a causa delle esigenze della grande coltivazione capitalista semimeccanizzata ed era entrato in una fase organizzativa che gli dava una maggior coscienza di classe. Si può anche ammettere. Ma dobbiamo notare, ad onor del vero, che sul territorio originario del nostro Esercito Ribelle, costituito dai superstiti della colonna sconfitta che aveva compiuto il viaggio sul Granma, risiede proprio un mondo contadino dalle radici culturali e sociali diverse da quelle che si possono trovare nelle vicinanze della grande piantagione semimeccanizzata cubana. In effetti, la Sierra Maestra, paesaggio del primo alveare rivoluzionario, è un luogo in cui si rifugiano tutti i contadini che, nel loro braccio di ferro contro il latifondo, salgono lí per cercare un nuovo pezzo di terra, che essi strappano allo Stato o a qualche vorace proprietario latifondista, allo scopo di crearsi una piccola ricchezza. Questi contadini devono stare in lotta continua contro le esazioni dei soldati, sempre alleati del potere latifondista e il loro orizzonte è chiuso dal possesso del titolo di proprietà. In concreto, il soldato che veniva a formare il nostro primo esercito guerrigliero di tipo contadino, esce da quella parte di questa classe sociale che dimostra con maggiore aggressività il proprio amore per la terra e per il suo possesso, che dimostra, cioè, più perfettamente ciò che si può definire spirito piccolo borghese; il contadino lotta perché vuole terra: per sé, per i suoi figli, per amministrarla, per venderla e per arricchirsi mediante il proprio lavoro.
    Nonostante il suo spirito piccolo borghese, il contadino impara presto che il suo desiderio di posseder terra non può venir soddisfatto senza rompere il sistema della proprietà latifondista. La riforma agraria radicale, l'unica che possa dare la terra al contadino, si scontra con gli interessi diretti degli imperialisti, dei latifondisti e dei magnati dello zucchero e dell'allevamento. La borghesia ha paura di scontrarsi con questi interessi. Il proletariato no. In tal modo, il cammino stesso della Rivoluzione unisce operai e contadini. Gli operai sostengono le rivendicazioni contro il latifondo. Il contadino povero, beneficiato dal possesso della terra, sostiene lealmente il potere rivoluzionario e lo difende di fronte ai nemici imperialisti e controrivoluzionari.

    Crediamo che non si possano allegare altri fattori di eccezionalità. Siamo tanto generosi da portarli agli estremi: vedremo ora quali sono le radici permanenti di tutti i fenomeni sociali d'America, le contraddizioni che, maturando in seno alle società attuali, provocano dei mutamenti che possono tendere ad acquistare l'ampiezza di una Rivoluzione come quella cubana.
    In ordine cronologico, e nonostante non sia di grande importanza attualmente, va posto il latifondo. Il latifondo è stato la base del potere economico della classe dominante per tutto il periodo successivo alla grande rivoluzione anticoloniale del secolo scorso. Ma quella classe sociale latifondista, esistente in tutti i paesi, sta di regola in coda agli avvenimenti sociali che scuotono il mondo. In certi posti, tuttavia, la parte più attenta e avvertita di questa classe latifondista s'accorge del pericolo e procede ad un mutamento dei suoi investimenti di capitale, talvolta migliorando in modo da effettuare coltivazioni meccanizzate, a volte trasferendo una parte dei suoi profitti nell'industria o a volte diventando agenti commerciali del monopolio. In ogni caso, la prima rivoluzione libertadora non arrivò mai a distruggere le basi del latifondo che, agendo sempre in modo reazionario, mantengono sulla terra il principio della servitù. È questo il fenomeno che senza eccezioni si affaccia in tutti i paesi dell'America latina e che ha costituito il substrato di tutte le ingiustizie commesse fin dall'epoca in cui il re di Spagna concedeva ai nobilissimi conquistadores grandi compensi territoriali, lasciando, nel caso di Cuba, ai nativi, ai creoli e ai meticci, solamente i realengos, vale a dire i beni demaniali costituiti dalla superficie restante tra tre grandi proprietà di forma circolare, tangenti tra loro.
    Il latifondista comprese, nella maggior parte dei paesi, che non sarebbe riuscito a sopravvivere da solo, e rapidamente strinse alleanza con i monopoli, cioè con gli oppressori più forti e feroci dei popoli americani. I capitali nordamericani arrivarono a fecondare le terre vergini, per portarsi poi via, insensibilmente, tutta la valuta che in precedenza, "generosamente", avevano regalato, più altri guadagni che rappresentavano la somma originariamente investita nel paese "beneficiato" moltiplicata parecchie volte.
    L'America divenne il campo della lotta interimperialista: e le "guerre" tra il Costa Rica e il Nicaragua; la secessione di Panama; l'infamia commessa ai danni dell'Ecuador nella sua disputa col Perú; la lotta tra Paraguay e Bolivia; tutte queste cose non sono che espressioni di questa battaglia gigantesca tra i grandi consorzi monopolisti del mondo, battaglia che si è decisa quasi completamente a favore dei monopoli nordamericani a partire dalla Seconda guerra mondiale. Da allora in poi l'imperialismo si è dedicato a perfezionare il proprio dominio coloniale e a strutturare il meglio possibile tutta la baracca per evitare che vi penetrino i vecchi e nuovi concorrenti degli altri paesi imperialisti.
    Tutto ciò dà come risultato un'economia mostruosamente distorta, che dai pudichi economisti del regime imperiale è stata descritta con una parola innocua, dimostrativa della profonda pietà che nutrono per noi, esseri inferiori (essi chiamano "inditos" i nostri indios spietatamente sfruttati, vessati e ridotti all'ignominia, chiamano "di colore" tutti gli uomini di razza negra o mulatta, diseredati, discriminati, strumenti, come persone e come idea di classe, per dividere le masse operaie nella loro lotta per migliori destini economici): ci chiamano, noi, popoli d'America, ci chiamano con un altro nome pudico e soave: "sottosviluppati."
    Che cos'è il sottosviluppo?
    Un nano con una testa enorme ed un torace possente è "sottosviluppato" in quanto le deboli gambe e le corte braccia non sono adeguate al resto della sua anatomia: si tratta del prodotto di un fenomeno teratologico che ha distorto il suo sviluppo. Ecco che cosa siamo in realtà noi, definiti dolcemente "sottosviluppati" e in realtà paesi coloniali, semicoloniali o vassalli. Siamo paesi ad economia distorta a causa dell'azione imperialista, che ha sviluppato in maniera anormale i rami dell'industria o dell'agricoltura necessari a far da complemento alla sua complessa economia. Il "sottosviluppo", o sviluppo distorto, comporta pericolose specializzazioni in materie prime, le quali mantengono sotto la minaccia della fame tutti i nostri popoli. Noi sottosviluppati siamo anche quelli della monocoltura, del monoprodotto, del monomercato. Un unico prodotto la cui incerta vendita dipende da un mercato unico che impone e fissa le condizioni: ecco la grande formula del dominio economico imperialista, che va ad aggiungersi all'antico ma sempre giovane motto romano: divide et impera.
    Il latifondo quindi, mediante le sue collusioni con l'imperialismo, plasma completamente il cosiddetto "sottosviluppo" il quale dà come risultato bassi salari e disoccupazione. Questo fenomeno dei bassi salari e della disoccupazione apre un circolo vizioso che sbocca ancora in più bassi salari e in ulteriore disoccupazione, nella misura in cui si acutizzano le grandi contraddizioni del sistema che, costantemente alla mercé delle variazioni cicliche della sua economia, creano quello che è il denominatore comune dei popoli d'America, dal rio Bravo al polo Sud. Questo denominatore comune che scriveremo a tutte maiuscole e che serve di base d'analisi a tutti coloro che si occupano di questi fenomeni sociali, si chiama fame del popolo, stufo di essere oppresso, di essere vessato, di essere sfruttato al massimo, stufo di vendere giorno per giorno la propria forza lavoro per una miseria (davanti alla paura di andare ad ingrossare l'enorme massa dei disoccupati), perché da ogni corpo umano venga spremuto il massimo di utile, poi sperperato nelle orge dei padroni del capitale.
    Vediamo quindi che vi sono grandi e inequivocabili denominatori comuni nell'America latina e che noi non possiamo dire di essere rimasti esenti da nessuno di questi elementi collegati i quali fan tutti capo al più terribile e permanente: la fame del popolo. Il latifondo, sia come forma di sfruttamento primitivo, sia come espressione di monopolio capitalistico della terra, si adegua alle nuove condizioni e si allea all'imperialismo, forma di sfruttamento del capitale finanziario e monopolista che viene da oltre le frontiere nazionali, allo scopo di creare il colonialismo economico, eufemisticamente chiamato "sottosviluppo", che dà per risultato il basso salario, la disoccupazione, la sottoccupazione: la fame dei popoli. Tutto ciò esisteva a Cuba. Anche qui c'era la fame, qui c'era una delle percentuali di disoccupati più alte dell'America latina, qui l'imperialismo era più feroce che in tanti altri paesi d'America e qui il latifondo esisteva con tutta la forza con cui è presente in qualunque paese fratello.
    Che cosa abbiamo fatto per liberarci dell'imponente fenomeno dell'imperialismo con tutta la sequela di governanti fantoccio in ciascun paese e dei loro mercenari, disposti a difendere questi fantocci e tutto il complesso sistema sociale dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo? Abbiamo applicato delle formule che già altre volte abbiamo dato come ritrovato della nostra medicina empirica per guarire i grandi mali della nostra amata America latina, medicina empirica che rapidamente si è fatta largo tra le spiegazioni della verità scientifica.
    Le condizioni obbiettive per la lotta son date dalla fame del popolo, dalla reazione di fronte a questa fame, dal timore che insorge per schiacciare la reazione popolare e dall'alone di odio creato dalla repressione. Mancavano in America delle condizioni soggettive, la più importante delle quali è data dalla coscienza della possibilità della vittoria con l'uso della via violenta contro le forze imperialiste e i loro alleati interni. Queste condizioni si creano mediante la lotta armata, la quale sta rendendo più chiara la necessità del mutamento (e permette di prevederlo) e della sconfitta dell'esercito da parte delle forze popolari e del suo successivo annientamento (come imprescindibile condizione di ogni autentica rivoluzione).
    Notando ormai che le condizioni sono al completo mediante l'esercizio della lotta armata, dobbiamo ribadire ancora una volta che sfondo di questa lotta deve essere la campagna e che, dalla campagna, con un esercito contadino che persegua i grandi obbiettivi per cui devono lottare i contadini (primo dei quali è l'equa distribuzione della terra) questa lotta conquisterà le città. Sulla base ideologica della classe operaia, i cui grandi pensatori scoprirono le leggi sociali che ci governano, la classe contadina d'America fornirà il grande esercito di liberazione del futuro, come già è avvenuto a Cuba. Questo esercito creato nelle campagne, nel quale si vanno maturando le condizioni soggettive per la presa del potere, che va conquistando le città dal di fuori, unendosi alla classe operaia e aumentando il capitale ideologico con questi nuovi apporti, può e deve sconfiggere l'esercito oppressore, da principio con scaramucce, attacchi di sorpresa, scontri di piccola entità, e alla fine in grandi battaglie, quando sia cresciuto al punto di abbandonare la sua minuscola dimensione di banda guerrigliera per raggiungere quella di grande esercito popolare di liberazione. Tappa fondamentale del consolidamento del potere rivoluzionario sarà la liquidazione dell'antico esercito, come osservavamo sopra.
    Se si pretendesse di ritrovare tutte queste condizioni offerte da Cuba negli altri paesi dell'America latina, nelle altre lotte per la presa del potere in favore delle classi diseredate, che cosa avverrebbe? Sarebbe cosa fattibile o no? E se è fattibile, sarebbe più facile o più difficile che a Cuba?
    Cerchiamo di esporre le difficoltà che a nostro parere renderanno più dure le nuove lotte rivoluzionarie d'America: si tratta di difficoltà generali per tutti i paesi e di difficoltà più specifiche per alcuni di essi, resi diversi dagli altri dal loro grado di sviluppo o dalle peculiarità nazionali.
    Avevamo notato, all'inizio di questo lavoro, che potevano essere considerati fattori di eccezione l'atteggiamento dell'imperialismo, disorientato davanti alla Rivoluzione Cubana, e, fino a un certo punto, l'atteggiamento della stessa classe borghese nazionale, anch'essa disorientata al punto di guardare perfino con una certa simpatia all'azione dei ribelli a causa della pressione dell'imperialismo sui suoi interessi (situazione, quest'ultima, che è per lo più comune a tutti i nostri paesi). Cuba ha di nuovo tracciato la linea nella sabbia e torna al dilemma di Pizarro; da un lato ci sono coloro che amano il popolo, mentre dall'altro stanno coloro che lo odiano. E tra questi ultimi, ancor più profondo, è scavato il solco che divide inderogabilmente le due grandi forze sociali: la borghesia e la classe lavoratrice, le quali stanno definendo con sempre maggior chiarezza le proprie rispettive posizioni, man mano che avanza il processo della Rivoluzione Cubana.
    Ciò vuol dire che l'imperialismo ha imparato fino in fondo la lezione di Cuba, e che non tornerà a farsi prendere di sorpresa in nessuna delle nostre venti repubbliche, in nessuna delle colonie ancora esistenti, in nessuna parte dell'America. Ciò vuol dire che grandi lotte popolari contro potenti eserciti di invasione attendono coloro che pretendono ora di violare la pace dei sepolcri, la pace romana. Importante questo, perché, se dura è stata la guerra di liberazione cubana con i suoi due anni di combattimento continuo, di sussulti e instabilità, infinitamente più dure saranno le nuove battaglie che attendono il popolo in altri luoghi dell'America latina.
    Gli Stati Uniti affrettano la consegna di armi ai governi fantoccio che vedono più minacciati; fanno loro firmare patti di vassallaggio, per rendere giuridicamente più facile l'invio di strumenti di repressione e di uccisione e di truppe di ciò incaricate. Inoltre intensificano la preparazione militare dei quadri negli eserciti di repressione, con l'intenzione di servirsene da efficace pugnale contro il popolo.
    E la borghesia? ci si chiederà. Giacché si sa che in molti paesi d'America esistono delle contraddizioni oggettive tra le borghesie nazionali che lottano per svilupparsi e l'imperialismo che inonda i mercati con i suoi articoli per sconfiggere in un impari lotta l'industria nazionale, così come vi sono altre forme o manifestazioni di lotta per il plusvalore e la ricchezza.
    Nonostante queste contraddizioni le borghesie nazionali non sono capaci, in genere, di mantenere un atteggiamento coerente di lotta di fronte all'imperialismo.
    Esse dimostrano di temere di più la rivoluzione popolare delle sofferenze sotto l'oppressione e il dominio dispotico dell'imperialismo, che soffoca la nazionalità, umilia il sentimento patriottico e colonizza l'economia.
    La grande borghesia si oppone apertamente alla rivoluzione e non esita ad allearsi con l'imperialismo ed il latifondismo per combattere il popolo e chiudergli la via della Rivoluzione.
    Un imperialismo disperato e isterico, deciso a intraprendere ogni genere di manovre e a dare armi e perfino truppe ai suoi fantocci per annientare qualunque popolo si sollevi; un latifondismo feroce, privo di scrupoli ed esperto delle forme più brutali di repressione; e una grande borghesia disposta a sbarrare, con qualunque mezzo, il passo alla rivoluzione popolare; queste sono le grandi forze alleate fra loro che si oppongono direttamente alle nuove rivoluzioni popolari dell'America latina.
    Tali sono le difficoltà che vanno aggiunte a tutte quelle insite nelle lotte di questo tipo nelle nuove condizioni dell'America latina, in seguito al consolidamento del fenomeno irreversibile della Rivoluzione Cubana.
    Ve ne sono altre più specifiche. I paesi che, anche senza che si possa parlare di un'effettiva industrializzazione, hanno sviluppato la propria industria media e leggera o hanno, semplicemente, subìto processi di concentrazione della popolazione in grandi centri urbani, trovano maggiore difficoltà a preparare la guerriglia. Inoltre l'influenza ideologica dei centri popolati impedisce la lotta guerrigliera e incoraggia lotte di massa organizzate pacificamente.
    Quest'ultimo elemento dà origine ad una certa "istituzionalità", secondo la quale in periodi più o meno "normali", le condizioni siano meno dure del trattamento abituale riservato al popolo.
    Si arriva perfino a concepire l'idea di possibili aumenti quantitativi degli elementi rivoluzionari sui banchi del parlamento fino ad arrivare ad un estremo che permetta un giorno un mutamento qualitativo.
    Questa speranza, a nostro avviso, molto difficilmente riuscirà a realizzarsi, nelle condizioni attuali, in qualunque paese d'America. Benchè non sia da escludere la possibilità che il mutamento, in qualche paese, prenda l'avvio con i mezzi elettorali, le condizioni in tali paesi prevalenti rendono tale possibilità molto remota.
    I rivoluzionari non possono prevedere a priori tutte le varianti tattiche che possono presentarsi nel corso della lotta per il loro programma di liberazione. La reale capacità di un rivoluzionario si misura in base al fatto se sappia trovare tattiche rivoluzionarie adeguate ad ogni cambiamento di situazione, se sappia tener presenti tutte le tattiche e sfruttarle al massimo. Errore imperdonabile sarebbe quello di sottovalutare i vantaggi che il programma rivoluzionario può ottenere da una data campagna elettorale; come sarebbe altrettanto imperdonabile, limitarsi alle elezioni e non vedere gli altri mezzi di lotta, compresa la lotta armata, volti ad ottenere il potere, che è lo strumento indispensabile per applicare e sviluppare il programma rivoluzionario, poiché se non si raggiunge il potere, tutte le altre conquiste sono instabili, insufficienti, incapaci di fornire le soluzioni necessarie, per quanto avanzate esse possano apparire.
    E quando sentiamo parlare di presa del potere per via elettorale, la nostra domanda è sempre la stessa: se un movimento popolare giunge al governo di un paese spinto da una grande votazione popolare e decidesse, di conseguenza, di dare inizio alle grandi trasformazioni sociali previste dal programma in base al quale ha avuto la vittoria, non entrerebbe immediatamente in conflitto con le classi reazionarie del paese? E non è stato sempre l'esercito lo strumento di oppressione di tali classi? Se cosi è, è logico dedurre che tale esercito si schiererà dalla parte della sua classe ed entrerà in conflitto con il governo costituito. Può succedere che il governo venga rovesciato con un colpo di stato più o meno incruento e che ricominci il gioco che non finisce mai; ma può succedere invece che l'esercito oppressore venga sconfitto grazie all'azione popolare armata mossa in appoggio al proprio governo. Ciò che ci sembra difficile è che le Forze Armate accettino di buon grado delle riforme sociali profonde e si rassegnino come agnellini alla propria liquidazione come casta.
    Quanto a ciò che prima accennavamo a proposito delle grandi concentrazioni urbane, è nostro modesto avviso che, anche in questi casi, in condizioni di arretratezza economica, possa risultare consigliabile sviluppare la lotta fuori dai confini cittadini, dandole caratteristiche di lunga durata. Per essere più espliciti, la presenza di un focolaio guerrigliero in montagna, in un paese dalle città popolose, alimenta perennemente il fuoco della ribellione, poiché è molto difficile che le forze di repressione possano liquidare rapidamente, e magari nel giro di anni, la guerriglia che fondi le sue basi sociali in terreno favorevole alla lotta guerrigliera e laddove esistano persone che adottino coerentemente la tattica e la strategia di questo tipo di guerra.
    Molto diverso ciò che occorrerebbe fare nelle città: lì si può sviluppare in misura insospettata la lotta armata contro l'esercito di repressione, ma tale lotta diventerà frontale soltanto quando vi sia un esercito potente in lotta contro un altro esercito; né si può intraprendere una lotta frontale contro un esercito potente e ben armato quando si possa far conto soltanto su un gruppetto di uomini. La lotta frontale allora andrebbe effettuata con molte armi; e sorge la domanda: dove sono queste armi? Le armi non esistono di per sé, bisogna prenderle al nemico; ma per prenderle al nemico bisogna lottare, e non si può lottare frontalmente. Quindi la lotta nelle grandi città deve cominciare da una fase clandestina in cui accattivarsi dei gruppi militari o conquistarsi le armi, ad una ad una, in successivi colpi di mano.
    In questo secondo caso si può fare molta strada, e non esiteremmo ad affermare che sarebbe inibito ogni successo ad una ribellione popolare che abbia base guerrigliera all'interno delle città. Nessuno può opporsi teoricamente a questa idea, non è questa almeno la nostra intenzione, ma dobbiamo d'altronde notare quanto sarebbe facile, per mezzo di qualche delazione o semplicemente con una serie di perquisizioni, eliminare i capi della rivoluzione. In compenso, ammettendo che vengano operate tutte le azioni pensabili in ambiente cittadino, che cioè si ricorra al sabotaggio organizzato e soprattutto a quella forma particolarmente efficace di guerriglia che è la guerriglia suburbana, conservando però il nucleo fondamentale su terreni favorevoli alla lotta guerrigliera, se le forze d'oppressione sconfiggono tutte le forze popolari della città, annientandole, il potere politico rivoluzionario rimane incolume, giacché si trova relativamente al riparo dalle vicende belliche. Purché sia sì relativamente al riparo, ma non fuori della guerra, né la diriga da un altro paese o da luoghi distanti: purché sia tra il suo popolo, nella lotta.Sono queste le considerazioni che ci fanno pensare che, anche prendendo in esame paesi in cui ci sia grande predominio urbano, il focolaio centrale della lotta si possa sviluppare nelle campagne.
    Venendo al caso che si possa contare su cellule militari che aiutino a vibrare il colpo e che forniscano le armi, bisogna prendere in esame due problemi. Primo, se davvero tali gruppi militari si uniscono alle forze popolari per vibrare il colpo, considerandosi però essi stessi un nucleo organizzato e capace di autodecisione: in tal caso si tratterà di un colpo di una parte dell'esercito contro un'altra e, probabilmente, resterà incolume la struttura di casta dell'esercito.
    L'altra eventualità, che cioè l'esercito si unisca rapidamente e spontaneamente alle forze popolari, a nostro avviso si può verificare soltanto in seguito al fatto che quell'esercito sia stato vigorosamente battuto da un nemico potente e incalzante, cioè in condizioni catastrofiche per il potere costituito. Alla condizione che si tratti di un esercito sconfitto, distrutto nel morale, si può verificare questo fenomeno, ma perché ciò accada è necessaria la lotta. Sicché si ritorna al primo punto: come realizzare questa lotta? La risposta ci condurrà allo sviluppo della lotta guerrigliera su terreno favorevole, appoggiata dalla lotta nelle città e contando sempre sulla più ampia partecipazione possibile delle masse operaie e, naturalmente, sotto la guida dell'ideologia di questa classe.
    Abbiamo fin qui analizzato a sufficienza le difficoltà in cui incorreranno i movimenti rivoluzionari dell'America latina. Ora bisogna chiedersi se ci siano o nodelle situazioni più vantaggiose rispetto alla fase precedente, quella cioè in cui si trovò Fidel Castro sulla Sierra Maestra. Crediamo anche in questo caso che vi siano delle condizioni generali che facilitano l'esplosione di questi focolai di ribellione e condizioni specifiche di certi paesi che la rendono ancor più facile.
    Due ragioni soggettive dobbiamo notare quali conseguenze più importanti della Rivoluzione Cubana: la prima è la possibilità della vittoria, giacché ora si è perfettamente a conoscenza della possibilità di coronare col successo un'impresa come quella compiuta nella loro lotta di due anni sulla Sierra Maestra, da quel gruppo di illusi che avevano intrapreso la spedizione del Granma: ciò indica immediatamente che si può dar luogo ad un movimento rivoluzionario che agisca dalla campagna, che si leghi alle masse contadine, che vada via via crescendo, che distrugga l'esercito in lotta frontale, che conquisti le città dalla campagna, che riesca ad incrementare, mediante la lotta, le condizioni soggettive necessarie alla presa del potere. L'importanza detenuta da questo fatto è misurabile dalla grande quantità di "eccezionalisti" che sono spuntati in questi tempi.
    Gli "eccezionalisti" sono quegli esseri speciali che trovano che la Rivoluzione Cubana sia un avvenimento unico ed inimitabile sulla terra, condotto da un uomo che, abbia difetti o no, a seconda che l"'eccezionalista" sia di destra o di sinistra, ha tuttavia guidato, evidentemente, la Rivoluzione per dei sentieri apertisi unicamente ed esclusivamente perché li percorresse la Rivoluzione Cubana. Completamente falso, diciamo noi: la possibilità di vittoria delle masse popolari dell'America latina è chiaramente espressa dalla via della lotta guerrigliera, basata sull'esercito contadino, sull'alleanza degli operai con i contadini, sulla sconfitta dell'esercito regolare in lotta frontale, sulla presa delle città partendo dalla campagna, sulla dissoluzione dell'esercito regolare come prima tappa del crollo totale della sovrastruttura del mondo colonialista precedente.
    Possiamo osservare, quale secondo fattore soggettivo, che le masse non solo conoscono la possibilità della vittoria, ma ormai conoscono il proprio destino. Sanno con sempre maggior certezza che, quali che siano le vicissitudini della storia nel breve periodo, la vittoria finale è del popolo, perché la vittoria finale è della giustizia sociale. Ciò aiuterà a destare il fermento rivoluzionario a livelli anche superiori a quelli attualmente raggiunti nell'America latina.
    Potremmo notare alcune considerazioni non tanto generiche e non applicabili con la stessa intensità a tutti i paesi.
    Una di esse, sommamente importante, è l'esistenza di un maggiore sfruttamento contadino in genere, in tutti i paesi d'America, di quel che vi fosse a Cuba. Va ricordato a coloro che pretendono di vedere nel periodo insurrezionale della nostra lotta il ruolo della proletarizzazione delle campagne, che, a nostro avviso, la proletarizzazione delle campagne servì ad accelerare rapidamente la fase di cooperativizzazione nel successivo passaggio alla presa del potere ed alla Riforma Agraria, ma che, nella lotta originaria, il contadino, nucleo e spina dorsale dell'Esercito Ribelle, è lo stesso che oggi si trova sulla Sierra Maestra, padrone orgoglioso del suo podere, intransigente e individualista. È ovvio che in America esistano delle particolarità: un contadino argentino non ha la stessa mentalità di un comune contadino del Perù, della Bolivia o dell'Ecuador, ma la fame di terra è permanentemente presente nei contadini, e il mondo contadino dà il tono generale all'America; e siccome, in genere, esso è ancor più sfruttato di quanto fosse stato a Cuba, aumentano le possibilità che questa classe si levi in armi.
    C'è inoltre un altro fatto. L'esercito di Batista, con tutti i suoi enormi difetti, era un esercito strutturato in modo tale che tutti, dall'ultimo soldato al generale più elevato in grado, erano complici nello sfruttamento del popolo. Era un esercito mercenario completo e ciò conferiva una certa coesione all'apparato repressivo. Gli eserciti d'America, per la maggior parte, contano su ufficiali di carriera e su un reclutamento a scaglioni.
    Ogni anno perciò, i giovani ascoltando le lamentele per le quotidiane sofferenze patite dai loro padri, vedendole con i propri occhi, toccando con mano la miseria e l'ingiustizia sociale, abbandonano la loro casa e vengono arruolati e inquadrati nell'esercito. Se un giorno vengono mandati a fare da carne da cannone nella lotta contro i difensori di una dottrina che essi sentono essere giusta nella propria stessa carne, la loro combattività sarà profondamente incrinata e, con adeguati sistemi di propaganda, mostrando alle reclute la giustezza della lotta, il perché della lotta, si potranno ottenere dei risultati magnifici.
    Possiamo dire, dopo questo sommario studio del fatto rivoluzionario, che la Rivoluzione Cubana ha contato su fattori eccezionali, che le conferiscono la sua particolarità, e su fattori comuni a tutti i popoli d'America, i quali esprimono la intima necessità di questa Rivoluzione. E vediamo anche che vi sono condizioni nuove che renderanno più facile l'esplosione dei movimenti rivoluzionari, dando alle masse coscienza del loro destino, la coscienza della necessità e la certezza della possibilità; e, allo stesso tempo, vi sono le condizioni che renderanno difficile che le masse in armi possano raggiungere rapidamente l'obbiettivo di prendere il potere. Tali sono le condizioni costituite dalla stretta alleanza esistenti tra l'imperialismo e tutte le borghesie americane, volta alla lotta spietata contro la forza popolare.
    Tempi oscuri attendono l'America latina, e le recenti dichiarazioni degli uomini di governo degli Stati Uniti sembrano indicare che tempi oscuri attendono il mondo intero. Lumumba, selvaggiamente assassinato, nella grandezza del suo martirio insegna quali siano i tragici errori che non vanno commessi. Una volta dato il via alla lotta antimperialista, è indispensabile essere conseguenti e bisogna tener duro, costantemente e senza mai fare un passo indietro: avanti sempre, contrattaccando sempre, rispondendo sempre ad ogni aggressione con una pressione più forte delle masse popolari. Questo è il modo per trionfare.
    In altra occasione esamineremo se la Rivoluzione Cubana, dopo la presa del potere, abbia percorso queste nuove vie rivoluzionarie con fattori di eccezionalità o se invece, anche in questo caso rispettando certe caratteristiche speciali, abbia seguito fondamentalmente un cammino logico derivante da leggi immanenti ai processi sociali.

  4. #144
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    Hasta siempre Comandante! Onore al Che!

    S.H.
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  5. #145
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    Quel viaggio del Che

    a Madrid dove comprò le opere di José Antonio



    Era il 13 giugno del 1959. I 'barbudos' con alla testa Fidel Castro, avevano da pochi mesi rovesciato il dittatore cubano Fulgencio Batista. Ernesto Guevara in viaggio per il vertice dei paesi non allineati al Cairo, è costretto per mancanza di un volo diretto a far scalo a Madrid, capitale della Spagna anticomunista del generalissimo Francisco Franco. E ne approfitta per fare il turista e un po' di shopping acquistando, fra al'altro, le opere di José Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange che ispiròFranco ed era un ammiratore di Benito Mussolini.
    La visita del Che venne immortalata da un giovane fotografo dell'agenzia Europa Press, Cesar Lucas, che era stato tirato giù dal letto dall'ambasciata cubana per conto del giornalista Antonio D. Olano, che aveva conosciuto il Che nella Sierra e che gli faceva da cicerone. Di quelle fotografie ne fu pubblicata all'epoca solo una, alcuni giorni dopo la visita, perché, raccontano Lucas e altri testimoni, Franco aveva acconsentito al transito del rivoluzionario argentino, il cui governo non aveva ancora optato apertamente per la parte sovietica, a condizione che non avesse contatti politici. E così fu, e quasi nessuno se ne accorse.
    Solo un signore, ricorda Lucas, al vederlo passare disse alla moglie: "Quello deve essere Fidel Castro". Guevara, giunto a Madrid la sera del 13 giugno ripartì alle 15.00 di quello successivo. Vestito con la divisa grigioverde, gli stivali e il berretto da guerrigliero, si fece portare in giro per Madrid, visitò il Palazzo Reale e l'università, andò a vedere una plaza de toros vuota aperta per lui dal proprietario, fratello del torero Luis Dominguin, bevve qualcosa in una caffetteria facendosi fotografare con una cameriera, e visitò la Galeria Preciados, un centro commerciale poi assorbito decenni dopo dal Corte Ingles. Data l'ora e la giornata festiva Olano chiese al proprietario Josè Fernandez di aprire la galleria per Guevara, e così venne fatto. Qui, secondo la testimonianza del diciottenne Lucas il ministro cubano acquistò "alcuni libri". Secondo altre testimonianze, che parlano anche di una macchina da scrivere Olivetti 22, i libri acquistati dal Che erano le opere di Primo de Rivera, un rivoluzionario di destra ammirato pubblicamente dallo stesso Castro. Ed è probabile che fosse stato Fidel, che si era portato i libri di de Rivera nella Sierra Maestra, a suscitare il suo interesse.
    Una leggenda sostiene che quando il Che fu assassinato in un villaggio boliviano l'8 ottobre 1967, aveva con sé i volumi del fondatore della Falange. Quella visita a Madrid non fu l'ultima. Di ritorno dal vertice del Cairo Guevara ripassò nella capitale spagnola. E infine nell'ottobre 1966 transitò sotto il falso nome di Ramon Benitez e un volto irriconoscibile per il trucco. Benitez era l'identità assunta da Guevara per raggiungere clandestinamente la Bolivia dove un anno dopo trovò la morte.

  6. #146
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    soprissima!!!

  7. #147
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    In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi.

    Io non sono un liberatore: i liberatori non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé.

    La rivoluzione si fa attraverso l'uomo, ma l'uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario.

    Occorre agire come un uomo di pensiero e pensare come un uomo d'azione.

    Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo.

    Le rivoluzioni non si esportano. Le rivoluzioni nascono in seno ai popoli. (dal discorso alla XIX assemblea generale delle Nazioni Unite)

    Tra l'abbigliamento da letto e quello da viaggio, la differenza la facevano le scarpe.

    Spara, codardo, spara! Chiudi gli occhi e spara!

  8. #148
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    Citazione Originariamente Scritto da Sabotaggio Visualizza Messaggio
    In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi.

    Io non sono un liberatore: i liberatori non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé.

    La rivoluzione si fa attraverso l'uomo, ma l'uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario.

    Occorre agire come un uomo di pensiero e pensare come un uomo d'azione.

    Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo.

    Le rivoluzioni non si esportano. Le rivoluzioni nascono in seno ai popoli. (dal discorso alla XIX assemblea generale delle Nazioni Unite)

    Tra l'abbigliamento da letto e quello da viaggio, la differenza la facevano le scarpe.

    Spara, codardo, spara! Chiudi gli occhi e spara!
    mi sembra di conoscerla, questa mail....

  9. #149
    EUROPA CRISTIANA
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    Citazione Originariamente Scritto da ITALIANO Visualizza Messaggio
    ecchissenefrega!
    troppo piccolo...

    ecchissenefrega
    andreas

  10. #150
    OLTRE LA MORTE
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    Citazione Originariamente Scritto da andreas Visualizza Messaggio
    troppo piccolo...

    ecchissenefrega

    dopo il 64millesimo 3d su Guevara mi verrebbe voglia proprio di quotarVi a tutti e due...

 

 
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