I primi scritti
"Il dilemma del Guatemala" e il successivo "La classe operaia degli USA...amica o nemica?",
furono scritti verso l'aprile 1954 (un paio di mesi prima dell'invasione del Guatemala da parte di Castillo Armas), ma non furono mai pubblicati. Guevara ne inviò una copia al padre, Ernesto Guevara Lynch, che li ha inclusi nel libro da lui curato, "...Aquì va un soldado de Amèrica", Planeta, Buenos Aires 1987.
IL DILEMMA DEL GUATEMALA
Chi ha percorso queste terre d'America avrà udito le parole sdegnose che alcuni personaggi lanciavano contro certi regimi di chiara ispirazione democratica. Risale all'epoca della Repubblica spagnola e della sua caduta. Di quella, dissero che era formata da un mucchio di fannulloni che sapevano solo ballare la jota (celebre danza popolare originaria dell'Aragona. Si balla in coppia con accompagnamento di chitarre, nacchere e triangolo, seguendo un ritmo ternario, che via via si accelera, e cantando, alla fine di ogni strofa, delle quartine musicate in stile melodico) e che Franco aveva riportato l'ordine, scacciando il comunismo dalla Spagna.
Il tempo poi sgrossò le opinioni e uniformò i criteri, per cui la frase fatta con cui si lapidava la fine di una democrazia divenne, più o meno: "Lì non c'era libertà ma libertinaggio".
Così venivano definiti i governi che in Perù, in Venezuela e a Cuba avevano dato all'America il sogno di una nuova era. Il prezzo che i gruppi democratici di questi paesi dovettero pagare per l'apprendistato delle tecniche d'oppressione è stato molto elevato. Una gran quantità di vittime innocenti è stata immolata per conservare uno stato di cose necessario agli interessi della borghesia feudale e dei capitali stranieri; e i patrioti sanno ora che la vittoria verrà conquistata a sangue e fuoco e che non può esserci perdono per i traditori; che lo sterminio totale dei gruppi reazionari è l'unico che può assicurare l'impero della giustizia in America.
Quando ho udito nuovamente la parola "libertinaggio" impiegata per definire il Guatemala, ho provato timore per questa piccola repubblica. E' forse condannato a seguire il cammino dei suoi predecessori il sogno risorto dei latinoamericani, incarnato da questo paese e dalla Bolivia? Qui si pone il dilemma.
Quattro partiti rivoluzionari formano la base su cui si appoggia il governo e tutti loro, salvo il PGT (Partito guatemalteco del trabajo (comunista)), sono divisi in due o più frazioni antagonistiche che litigano tra loro con accanimento maggiore che con i tradizionali nemici feudali, dimenticando per le beghe domestiche il nord dei guatemaltechi.
Nel frattempo la reazione getta le sue reti. Il Dipartimento di stato degli USA o la United Fruit Company - che non si sa mai chi sono gli uni e chi è l'altra nel paese del nord - in aperta alleanza con i proprietari terrieri, la borghesia timorata e i succhiaceri (I rappresentanti della Chiesa cattolica), fanno progetti di ogni generi per ridurre al silenzio l'avversario altero che è cresciuto come il grano nel seno dei Caraibi.
Mentre Caracas aspetta le commissioni che aprano la strada ad intromissioni più o meno spudorate, i generalucci rimossi e i proprietari delle piantagioni di caffè spaventati cercano alleanza con i biechi dittatori dei paesi vicini.
Mentre la stampa dei paesi limitrofi, completamente imbavagliata, può solo elevare lodi al "capo" nell'unica nota permessa, qui i giornali definiti "indipendenti" scatenano una grossolana tempesta di fandonie sul governo e i suoi difensori, creando il clima richiesto.
E la democrazia lo permette. La "testata di spiaggia comunista", dando un magnifico esempio di libertà e ingenuità, permette che vengano scalzati i suoi fondamenti nazionalistici; permette il soffocamento di un altro sogno d'America.
Guardate un po' il passato recente, compagni, osservate i dirigenti dell'Apra peruviana profughi, morti o prigionieri; quelli dell'Acciòn Democràtica del Venezuela; la meravigliosa gioventù cubana assassinata da Batista. Affacciatevi a guardare i venti orifizi che mostra il corpo del poeta soldato, Ruiz Pineda; i miasmi delle carceri venezuelane. Osservate senza paura ma con cautela, questo passato emblematico e rispondete: è questo l'avvenire del Guatemala? Per questo si è lottato e si lotta? La responsabilità storica degli uomini che realizzano le speranze dell'America latina è grande. E' ora che si abbandonino gli eufemismi.
E' ora che il randello risponda al randello e, se si deve morire, che sia come Sandino e non come Azana (Manuel Azana Diàz (1880-1949). Fondatore del Partito della Sinistra Repubblicana (1934), fu eletto a maggio del 1936, Presidente della Repubblica spagnola. Dopo la vittoria di Franco riparò in Francia, a febbraio del 1939, dove morì l'anno dopo).
Ma che i fucili del tradimento non siano impugnati da mani guatemalteche. Se vogliono uccidere la libertà che lo facciano coloro che la tengono nascosta. E' necessario abbandonare ogni mollezza, non perdonare i tradimenti. Non si permetta che il sangue di un traditore, per non esser versato, cosi quello di migliaia di valorosi difensori del popolo. Il vecchio dilemma di Amleto risuona sulle mie labbra attraverso un poeta d'America - Guatemala: "Essere o non essere, o che cosa essere?". I gruppi che appoggiano il governo hanno la parola.
La classe operaia degli USA...amica o nemica?
Il mondo è diviso attualmente in due diverse metà: quella in cui vige il capitalismo con tutte le sue conseguenze e l'altra in cui ha messo le tende il socialismo. Ma i paesi col sistema di vita capitalistico non possono raggrupparsi in un'unica casella. Tra di loro vi sono differenze notevoli.
Vi sono paesi coloniali in cui la classe dei proprietari terrieri, alleata con i capitali esteri, monopolizza la vita della comunità e mantiene la nazione nell'arretratezza necessaria per i propri fini di lucro. Rientrano in questo quadro quasi tutti i paesi d'Asia, Africa, America latina.
Ce ne sono alcuni in cui il capitalismo non ha travalicato le frontiere, mentre l'intromissione del capitale estero non è così importante da costituire un problema che richieda una soluzione immediata. E' la condizione in cui si trova qualche paese europeo con piccole borghesie sviluppate al massimo. C'è poi un altro gruppo interessante di paesi che si potrebbero definire "colonial-imperialisti" la cui economia, senza aver assunto completamente le caratteristiche di nazioni industriali, inizia - in rapporto con i capitali paterni che la sottomettono - una lotta per il possesso di mercati diretti, caratterizzati in genere dal fatto di appartenere apertamente al gruppo coloniale. E' il caso rappresentato dall'Argentina, il Brasile, l'India, l'Egitto.
Una caratteristica comune a questi paesi è la propensione a formare blocchi sopra i quali esercitano una certa egemonia.
Uno dei gruppi più importanti è quello delle nazioni la cui espansione imperialistica è stata frenata dopo l'ultima guerra. E' il caso dei Paesi Bassi, l'Italia, la Francia e, il più importante, l'Inghilterra. A parte il fatto che assistiamo allo smembramento del colossale impero inglese, i suoi componenti ancora lottano. Naturalmente al giusto anelito alla libertà dei popoli oppressi si aggiunge la volontà di rapina dei grandi capitali nordamericani che fanno precipitare le crisi per trarne vantaggio (Iran).
Nell'ultimo gruppo, quello dei paesi imperialistici in piena espansione, vi sono solo gli Stati Uniti - il grande problema dell'America latina. Viene da chiedersi: perchè negli Stati Uniti, un paese industrializzato al massimo e con tutte le caratteristiche degli imperi capitalistici, non si avvertono le contraddizioni che oppongono il capitale e il lavoro in una lotta senza quartiere?
La risposta va cercata nelle condizioni speciali del paese settentrionale. Tranne i negri, segregati e germi della prima seria ribellione, gli altri operai (quelli ovviamente che il lavoro ce l'hanno) possono godere di salari enormi, confrontati a quanto danno comunemente le imprese capitalistiche, grazie al fatto che la differenza fra ciò che è richiesto normalmente per le necessità del plusvalore e il salario reale è compensata abbondantemente dai settori operai delle due grandi comunità di nazioni: gli asiatici e i latinoamericani.
L'Asia sconvolta, con l'antecedente della magnifica vittoria del popolo cinese, lotta con nuova fede per la propria liberazione, mentre lentamente si vanno collocando fuori del raggio d'azione dei capitali imperialistici fonti di materie prime la cui manodopera era estremamente a buon mercato. I capitali, tuttavia non pagano sulla propria carne la sconfitta e la trasferiscono integralmente sulle spalle dell'operaio. E benchè una parte della vittoria asiatica colpisca direttamente nella loro carne i latinoamericani, anche gli operai del Nord sentono l'impatto in forma di licenziamenti e diminuzione del salario reale. Per una massa completamente priva di cultura politica, il male non è visibile al di là delle proprie narici e lì, su quelle narici appare il trionfo della "barbarie comunista sopra le democrazie".
La reazione guerresca è logica, ma difficile da realizzare. L'Asia è molto lontana e contiene molta gente disposta a morire per l'ideale della propria terra. E la piccola-borghesia nordamericana, il cui peso politico è enorme, non permette che i propri figli, anche se in proporzione minima, vadano a morire in terra straniera. Nella prospettiva inesorabile di perdere l'Asia in poco tempo, la potenza imperialistica viene a trovarsi di fronte al problema delle due strade possibili: la guerra totale contro l'insieme del nemico socialista e dei popoli con aspirazioni nazionalistiche, o l'abbandono dell'Asia per circoscrivere la propria sfera d'azione ai due continenti per ora controllabili: Africa e America, sostenendo, ovviamente delle piccole guerre limitate che le permettano di mantenere la sua industria di armamenti, senza perdite di vite, dal momento che si trovano sempre dei governanti traditori, disposti a sacrificare la propria terra per un tozzo di pane che lancerà loro il padrone.
La guerra globale è temuta da parte degli Stati Uniti, che non possono scatenare un attacco atomico giacchè le rappresaglie sarebbero terribili in questa fase, mentre in una guerra "ortodossa" perderebbe in un baleno tutta l'Europa, con l'Asia che cadrebbe a sua volta in breve tempo quasi totalmente.In un simile contesto, gli Stati Uniti si rivolgono maggiormente alla difesa dei propri possedimenti in America e di quelli più recenti in Africa.
Il panorama nei due continenti è diverso: mentre qui hanno un dominio totale e non possono avere interferenze, lì possiedono soltanto delle piccole macchie territoriali e il loro controllo si esercita attraverso delle nazioni sussidiarie che si suddividono l'intero continente.
Per questo i dissensi, le lotte intestine e le manifestazioni di nazionalismo vengono tollerate e persino provocate da parte degli Stati Uniti che vedono aumentare il proprio potere imperiale con l'indebolimento graduale dei padroni tradizionali.
Ebbene, qualunque manifestazione di nazionalismo autentico porterebbe i popoli dell'America latina a cercare di emanciparsi dall'oppressore, che non è altro che il capitale monopolistico; ma i detentori di tale capitale sono in grande maggioranza negli Stati Uniti e hanno un'enorme influenza sulle decisioni del governo di questo paese. La formazione dell'equipe governativa e i legami con le compagnie più importanti da parte di questi individui ci forniscono la chiave del comportamento politico dei vicini del Nord.
In questi momenti di oscillazioni e in cui gli Stati Uniti hanno assunto la direzione del cosiddetto "mondo libero", non si può interferire o attaccare un qualunque paese, a meno che non vi sia una motivazione forte; tale motivazione è stata creata e viene da loro rafforzata: "il comunnismo internazionale". E' questo il cavallino di battaglia con cui si può utilizzare, al momento la menzogna organizzata in tutta la sua effettività dalla propaganda moderna, e dopo, chissà, l'intervento economico e perfino, perchè no?, l'intervento armato.
Tutto questo sistema difensivo è vitale per i capitalisti se desiderano mantenere il proprio sistema attuale; ma è importante anche per gli operai nordamericani, in un lasso di tempo limitato, giacchè la brusca perdita delle fonti di materie prime a buon mercato scatenerebbe subito il conflitto immanente alla contraddizione tra capitale e lavoro, e il risultato sarebbe disastroso per quest'ultimo, finchè non riuscisse ad impadronirsi delle fonti di produzione.
Insisto che non si può esigere dalla classe operaia del Nord che veda al di là delle proprie narici. Sarebbe inutile cercare di spiegare da lontano, con la stampa completamente in mano al grande capitale, che il processo di decomposizione interna del capitalismo sarebbe solo frenato per qualche tempo in più, ma non fermato dalle misure di tipo totalitario che si dovessero assumere, tendenti a mantenere l'America latina in uno stato di colonia.
La reazione della classe operaia, logica fino a un certo punto, sarebbe di appoggiare gli Stati Uniti, seguendoli dietro l'emblema di un qualunque slogan, come potrebbe essere in questo caso "l'anticomunismo". D'altro canto non si deve dimenticare che la funzione dei sindacati operai negli Stati Uniti è più di servire da cuscinetto tra le due forze in lotta e, surrettiziamente, smussare la potenza rivoluzionaria delle masse.
Con questi antecedenti e di fronte alla realtà americana, non è difficile immaginare quale sarà l'atteggiamento della classe operaia del Paese settentrionale, quando si dovesse porre definitivamente il problema della perdita brusca dei mercati e delle fonti di materie prime a buon mercato. Questa, a mio modo di vedere, è la cruda realtà davanti alla quale ci troviamo noi latinoamericani. Lo sviluppo economico degli USA e la necessità dei lavoratori di conservare il proprio livello di vita sono i fattori per i quali, in termini conclusivi, la lotta di liberazione non si rivolgerà contro un determinato regime sociale, ma contro una nazione che difende, unita in un solo blocco armato dalla legge suprema della comunità di interessi, le proprie acquisizioni egemoniche sulla vita economica dell'America latina.
Prepariamoci quindi, a lottare contro tutto il popolo degli USA, e il frutto della vittoria non saranno solo la liberazione economica e l'uguaglianza sociale, ma l'acquisizione di un nuovo e benvenuto fratello minore: il proletario di questo paese.
"Ho visto la caduta di Jacobo Arbenz"
(riassunto di Hilda Gadea)
Per tre o quattro sere, Ernesto mi dettò un articolo che intitolò: "Yo vi la caìda de Jacobo Arbenz..."
L'articolo aveva dalle dieci alle dodici pagine (...). Era il primo articolo politico di Ernesto; Indicava come colpevole della caduta del governo di Arbenz l'imperialismo yankee, analizzando la necessità di lottare contro questo e contro l'oligarchia che lo appoggiava (...).
Egli era certo che se Arbenz avesse armato il popolo, il suo regime non sarebbe caduto.
Cercherò di ricostruire il contenuto fondamentale dell'articolo.
In primo luogo faceva l'analisi della situazione mondiale e della lotta tra i due campi che rappresentavano sistemi diversi: capitalista e socialista. Diceva che il campo socialista era iniziato con la Rivoluzione dei soviet del 1917, era continuato con la Rivoluzione cinese e con la Rivoluzione algerina (che allora cominciava) e che si sarebbe ampliato ulteriormente perchè esistevano molti paesi, in America latina, in Asia e in Africa, che erano governati da sistemi di sfruttamento diretto o dipendenti indirettamente dall'imperialismo. Pertanto la rivoluzione era un fenomeno mondiale, all'interno del quale l'America latina avrebbe svolto un ruolo importante.
Collocava il Guatemala tra i paesi più sfruttati dell'America latina, ma come parte di questo continente, penetrato dagli interessi monopolistici yankee, che deformavano la sua economia e le sue classi dirigenti, che installavano o rovesciavano governi, ottenendo in tal modo che le borghesie, invece di difendere la sovranità, si piegassero agli interessi imperialistici, anche contro governi puramente nazionalistici e democratici (come nel caso del Guatemala).
Di conseguenza, le borghesie in America latina e negli altri paesi sfruttati non rappresentavano una classe su cui si sarebbe potuto fare affidamento, per una reale trasformazione del sistema politico ed economico, non sarebbe più stato possibile scendere a compromessi con loro.
La questione di fondo era lottare direttamente contro l'imperialismo yankee che le sosteneva.
Le terze posizioni a questo riguardo, adottate da Haya de la Torre, Betancourt, Figueres e i loro consimili, costituivano dei tradimenti per una vera rivoluzione e l'indipendenza dei nostri paesi.
Indicava molto chiaramente che la caduta del governo guatemalteco era dovuta agli interessi monopolistici yankee, specialmente della United Fruit Company, che era stata lesa nei suoi interessi dalla riforma agraria; la Electric Bond and Share, che aveva il monopolio dei servizi elettrici, e l'American Telephone, che aveva quello dei telefoni, come ancora accade in molti dei nostri paesi. Questi interessi incoraggiarono la destra guatemalteca e finanziarono l'invasione, reclutando elementi mercenari, preparandoli e aiutandoli in tutto. Affermava che la lotta in Guatemala, così come in America latina e in tutti i paesi sfruttati dell'Africa e dell'Asia, era contro l'imperialismo yankee, che appoggiava e manovrava le oligarchie, i suoi fedeli servitori, e che questa lotta doveva sfociare nella nazionalizzazione delle nostre ricchezze e nella socializzazione dei mezzi di produzione. Afermava che la seconda tappa della rivoluzione guatemalteca doveva avere questi obiettivi e che tale lotta era parte della rivoluzione continentale e mondiale. Fu così, mentre assisteva all'attacco dell'mperialismo yankee contro la democrazia guatemalteca, che egli si qualificò definitivamente come un combattente antiimperialista, deciso a intervenire attivamente in qualunque paese.
La frase finale dell'articolo era: "La lotta comincia ora".




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