Il presente studio è dedicato ad un aspetto sconosciuto del peronismo: l'influenza delle teorie di Peron sulle forze che faranno esplodere la rivoluzione cubana negli anni 1940-1950 e specialmente su Fidel Castro. L'interesse di un tale argomento per noi non è evidentemente storico, il nostro obiettivo è politico: noi intendiamo restituire la dimensione rivoluzionaria, anti-oligarchica e anti-imperialista di Juan Domingo Peron, questo messaggio di libertà e di giustizia che ha superato la frontiera argentina per estendersi all’America Latina e influire su tutte le lotte di liberazione del terzo mondo. Storicamente, Peron è un rivoluzionario, lontano mille miglia dal leone senza denti presentatoci dai transfughi liberal-menemisti al soldo dell’imperialismo o da un certo neo-giustizialismo rosato, di stampo socialdemocratico che, malgrado le sue critiche, sostiene i punti di vista reazionari di Menem e non aspira infine che ad una versione piccolo-borghese, intellettualistica del peronismo, che verrebbe spogliata di tutti gli ideali nazionali, proletari, popolari, terzomondisti e rivoluzionari. Di fronte all’imperialismo e al riformismo dei castrati del centrosinistra argentino ed al falso nazionalismo degli anti-peronisti, noi qui intendiamo opporre i valori rivoluzionari del solo anticapitalismo possibile dopo la bancarotta delle dittature burocratiche comuniste e il trionfo del blocco imperialista guidato dai super-banditi americani: una voce anticolonialista, nazionale e popolare. Va qui ricordato il messaggio rivoluzionario di Juan Domingo Peron, sottolineata la sua attualità e richiamata l’influenza del giustizialismo sulle prime fasi della rivoluzione castrista: «Cuba può esercitare una influenza positiva sulla Grande Patria latino-americana se abbandona i vecchi ritornelli marxisti per riprendere il vessillo del nazionalismo rivoluzionario da terza via, del castrismo degli inizi. Ogni popolo deve lottare per la propria emancipazione nazionale e stabilire relazioni di solidarietà con le altre nazioni oppresse dall’imperialismo, dall’ingiustizia e dalla reazione. [1]»
Introduzione
Il 26 luglio 1953, l'attacco della guerriglia castrista alla caserma Moncada focalizza l’attenzione della stampa internazionale su Cuba e sul massacro, da parte della polizia di Batista, di un centinaio di militanti rivoluzionari e di oppositori al regime del dittatore. La reazione del potere non si fa attendere e la repressione è sanguinosa. Parecchi combattenti castristi si rifugiano nell’ambasciata argentina. È il caso di Raul Martinez Araracas e di Antonio Lez, responsabili di un attacco contro la caserma di Baymo, portato contemporaneamente a quello di Moncada per impedire alla guarnigione, forte di 400 uomini, di raggiungere le truppe che si opponevano al gruppo di Fidel Castro [2]. L'ambasciata argentina de L’Avana accoglie anche un buon numero di sindacalisti del quotidiano ufficiale Alerta e diversi dirigenti politici sospettati di essere implicati nelle operazioni di guerriglia. Anche José Pardo Llada, dirigente del Partito del Popolo Cubano Ortodosso (in cui milita Fidel Castro) e futuro combattente della Sierra Maestra. Llada appartiene da questo periodo ai difensori più accaniti del peronismo nell’isola caraibica. In particolare egli è autore di parecchi testi in favore di una terza via giustizialista [3]. L'evidente buona volontà del governo peronista nei confronti dei militanti anti-Batista contrasta con la posizione di certi gruppi che si presume lottino contro la dittatura e siano animati da sentimenti anti-imperialisti e rivoluzionari. È così che il comunistissimo Partito Socialista Popolare, filo-sovietico, lancia contro il castrismo una condanna senza appello. In una nota ai quadri del partito in data 30 agosto 1953, la Carta de la Comision Ejecutiva Nazional del PSP a todo los Organismos del Partido, l’attacco alla caserma Moncada viene giudicato «un atto avventuroso, disperato, un tentativo di colpo di stato degno di una piccola borghesia compromessa con il gangsterismo». I comunisti non modificheranno la loro posizione che nel luglio 1958, alcuni mesi prima del trionfo finale di Fidel Castro, per passare dalla parte dei vincitori. Carlos Franqui ci porta la testimonianza delle relazioni tra la guerriglia castrista e l'Argentina di Peron. Questo militante della prima ora che anima la guerriglia nei centri urbani e sulla Sierra Maestra, prima di esiliarsi e di essere nominato segretario esecutivo del Comitato del movimento del 26 luglio, dirigerà il quotidiano ufficiale Revolucion dopo la vittoria castrista. In una della sue opere [4], egli ricorda che «almeno all’inizio degli anni 1950, Fidel Castro simpatizzava con l’anti-imperialismo di Peron». Una simpatia che si tradurrà in contatti organici e in rapporti del tutto concreti.
L'esempio della rivoluzione peronista
Anche se non ci proponiamo di analizzare in profondità la rivoluzione peronista del 1945-1955, non si può comprendere la sua influenza sugli inizi del castrismo se non si capisce correttamente il contesto dell’epoca in tutta l’America latina. Il peronismo si impadronisce del potere contro la volontà degli Stati Uniti e delle oligarchie locali sostenitrici dell’imperialismo americano. Lo slogan « Braden o Peron » che simboleggia gli inizi del Movimento Nazional Popolare, di cui Peron prende rapidamente la direzione, trova il suo compimento in un anti-imperialismo eminentemente concreto. Il capitalismo multinazionale, che nel 1945 rappresenta il 15,4 % dell'economia argentina, vede ridotta la sua quota al 5,1 % dieci anni più tardi. Nello stesso tempo, i profitti delle multinazionali crollano dai 382 milioni di dollari all’anno negli anni 1940-1945 ai 34 milioni nel 1955. La nazionalizzazione delle vie di comunicazione, dei trasporti, del sistema bancario, delle assicurazioni e del commercio estero, combinata con una politica volontaristica di industrializzazione, hanno per conseguenza la riduzione delle importazioni, necessaria per ristabilire l’indipendenza economica che è la base obbligata per la sovranità nazionale e la giustizia sociale. Contro coloro che affermano la necessità per i paesi « a sovranità limitata » del terzo mondo di ricorrere ad un apporto di capitali stranieri (in questo preciso caso essenzialmente anglo-americani), il peronismo dimostra che l’indipendenza economica può avviare una crescita senza precedenti. Lo attesta il prodotto nazionale lordo, che passa da 164 milioni nel 1946 a 277 milioni di pesos nel 1955, vale a dire un tasso di crescita annuo del 12 %. Nello stesso tempo, i dati dell’industria per i prodotti manifatturieri, l’energia, i trasporti e le comunicazioni passano da 224,1 milioni a 324,5 milioni di pesos, un aumento del 30 % in dieci anni. Si può comprendere che a differenza di molti paesi capitalisti, l'Argentina goda di un periodo di prosperità e di piena occupazione. L'indipendenza economica e la sovranità politica alle quali essa accede hanno ripercussioni considerevoli sulla popolazione. Il fatto è unico nella storia del continente sud-americano. Il settore salariato passa dal 44,1 % al 57,4 % (oggi non è che al 20 %) e l'indice dei salari passa da 100 nel 1945 a 164,7 dieci anni più tardi. Vanno inoltre aggiunti dei vantaggi indiretti, ma non meno palpabili come le opere sociali, le ferie pagate, i primi straordinari, le colonie per le vacanze, l’assistenza medica gratuita, la Fondazione Eva Peron, la costruzione di scuole, di ospedali (114.000 stanza ospedaliere nel 1951 contro le sole 15.400 del 1946), di scuole tecniche e di università, il controllo dei prezzi e i successi conseguiti contro l’analfabetismo che crolla, in dieci anni, dal 15 al 3,9 %.
Uno stato sindacalista
Questi progressi infiammeranno l’immaginazione dei rivoluzionari latino-americani. Peron insiste d’altronde nel dire che questi progressi non sono che un inizio, l’innesco di una rivoluzione più profonda. Il 10 maggio 1952, egli proclama: « Nella dottrina capitalista, il prodotto del capitale appartiene necessariamente ai capitalisti; il collettivismo ritiene che il prodotto del lavoro appartenga allo Stato, che è l’unico proprietario del capitale da lavoro. La dottrine peronista afferma che il reddito nazionale è il frutto del lavoro di persone e appartiene per questo ai lavoratori, i quali devono progressivamente accedere alla proprietà ed alla gestione diretta dei beni capitali e della produzione, nei settori del commercio e dell’industria. » Queste prospettive sono ampiamente apparentate al sindacalismo rivoluzionario, come indica Christian Buchrucket in uno studio che ha dedicato al peronismo. « Al contrario del socialismo marxista, il peronismo si è ispirato alle teorie di base dell’anarco-sindacalismo italiano, francese, spagnolo. Vi si ritrovano specialmente due esigenze:
a) il sindacato può intervenire direttamente nella lotta politica, non è tenuto a passare per un partito politico, quando è in gioco l’interesse generale;
b) esso dovrà inoltre amministrare direttamente i mezzi di produzione. Dal 1906, il Congresso sindacale di Amiens proclama: « il sindacato non è ancora che un centro di resistenza, ma in avvenire esso sarà responsabile della produzione e della distribuzione della ricchezza, che è alla base dell’organizzazione sociale » [5]. La somiglianza è del tutto tangibile quando Peron definisce lo Stato giustizialista come uno « Stato sindacale ». Egli dichiara in effetti: « Noi siamo in una fase di transizione. Il mondo si divide tra corpi politici e corpi sociali, ma l'organizzazione politica è in declino e l’organizzazione sociale si afferma (... ) Noi non rivendichiamo specificamente l’una o l’altra. Io non posso a questo stadio abbandonare il partito politico a vantaggio del movimento sociale, ma è vero anche il contrario: l'uno e l'altro sono oggi indispensabili. Se il processo continua, noi accompagneremo questa evoluzione e, venuto il momento, faremo al partito politico dei funerali di prima classe. Creeremo allora una nuova organizzazione. Ci incamminiamo così verso lo Stato sindacalista, e tutti ne devono essere ben coscienti. » [6]. L'importanza dell’organizzazione sindacale nello Stato ed in seno al movimento peronista (ne è la « colonna vertebrale »), il suo ruolo nella costituzione delle province, l'acquisizione da parte dell’organizzazione sindacale delle fabbriche di birra Bemberg e del quotidiano La Prensa, la presenza di ministri, deputati e governatori operai, fanno comprendere che il socialismo nazionale, umanista e cristiano che Peron predica nel 1960 si assimila a questa Terza Via di un socialismo sindacalista ed autogestore di liberazione nazionale.
Un nazionalismo rivoluzionario cubano
Se l'influenza della rivoluzione peronista si ripercuote sull’insieme dell’America latina, essa prende una dimensione particolare a Cuba nel 1956, a tal punto che vi si vede « ardere il fuoco peronista che consuma i Caraibi » [7]. Il capitalismo degli Stati Uniti si trova alle sue porte e d’altronde il comunismo cubano pre-castrista è risolutamente contro-rivoluzionario. Va ricordato che Cuba fu l'ultima nazione latino-americana a raggiungere l’indipendenza. È nel 1898 che Cuba si libera dalla dominazione spagnola, grazie al concorso delle truppe americane che approderanno sull’isola dopo un attentato mai chiarito contro la nave Maine. Cuba passa allora nell’orbita americana e nel giugno del 1901 la costituzione viene trasformata per sancire questo stato di fatto: l'emendamento Platt, dal nome del suo ispiratore, Orviolle Hitchcock Platt, senatore del Connecticut, recita: « Cuba autorizza gli Stati Uniti a intervenire militarmente per la difesa dell’indipendenza cubana e per il mantenimento di un governo che garantisca la protezione della via, della proprietà e della libertà individuale. » Contro questo espansionismo yankee denunciato da patrioti come José Mari, sorge un’opposizione. Nella sua opera The Usa and Cuba, il professor Robert F. Smith, del Texas Lutheran College, la definisce come un nazionalismo intransigente di tipo anti-imperialista. Almeno dal giugno 1922 (dunque ben prima degli anni 1959-1960), un quotidiano de L’Avana titola in prima pagina su otto colonne: « L’odio per gli Stati Uniti sarà la religione dei Cubani ». Per contenere queste manifestazioni anti-imperialiste, gli Stati Uniti impongono la sanguinaria dittatura di Gerardo Machado (1924-1933), presidente del Partito Liberale, che costringe l’opposizione patriottica e popolare alla resistenza armata, al terrorismo, al sabotaggio e alla cospirazione insurrezionale. L'etica del castrismo si fonda d’altronde, a nostro avviso, su questa esperienza di nazionalismo rivoluzionario più che sulla dottrina marxista.
Il nazionalismo cubano di fronte al comunismo
Nel settembre del 1933, in tutto il paese, vi è la sommossa: un massiccio sollevamento popolare che coincide con un sollevamento militare, mette fine alla dittatura di Machado. Il potere passa nelle mani dei rappresentanti di un nazionalismo rivoluzionario, Roman Grau San Martin e soprattutto Antonio Guiteras, che metterà in opera una rivoluzione nazionale anti-imperialista che sfocia in un socialismo che è, come indica il suo programma, un prodotto nazionale nato dalle leggi della dinamica sociale, agli antipodi dunque di una costruzione politica elaborata [8]. Dal loro insediamento, i nuovi dirigenti sono presi in mezzo dalla doppia opposizione delle forze filo-capitaliste sostenute dagli Stati Uniti e dai comunisti locali che in diverse parti dell’isola organizzano dei soviet armati con lo scopo dichiarato di far cadere un governo che qualificano borghese. Se l'ultra-sinistra filo-sovietica combatte questo governo popolare e anti-imperialista, è in virtù di un accordo che essa ha concluso dall’agosto 1933, in piena insurrezione anti-machado. I responsabili comunisti Cèsar Villar e Vicente Alvarez « avevano (allora) promesso a Machado di sospendere l'insurrezione in cambio di un riconoscimento ufficiale del sindacato cubano CONC » [9]. Mentre i sostenitori e gli oppositori di Machado si combattevano in una guerra senza tregua, gli stalinisti dei Caraibi, fermi sulla logica di classe dell’Internazionale comunista, trattavano con il «borghese» Machado, nella speranza di ottenere per la loro formazione politica dei vantaggi particolari. Alcuni anni dopo, Fabio Grobart, fondatore del PC cubano, riconoscerà che quando egli ordinò di mettere fine all’insurrezione, egli non fu per niente seguito. « Gli uomini de L’Avana che erano i soli a poter imporre questa parola d’ordine, eliminarono con la dinamica della loro azione tutti i dubbi sul carattere dell’insurrezione, tanto in seno al partito quanto tra i membri del CONC. Così fu rettificato l’errore commesso dai dirigenti: i lavoratori votarono all’unanimità lo sciopero generale per cacciare Machado dal potere » [10]. Vedremo che tuttavia questa presa di posizione è fatale al movimento nazional popolare, in quanto prelude al riavvicinamento tra i sostenitori di Machado e l’ultra-sinistra comunista. Questa strana alleanza mette in difficoltà i patrioti cubani.
La dittatura di Batista
Il colonnello Fulgencio Batista è l’attore principale di questa alleanza tra destra reazionaria e stalinisti. Essa gli permette di far cadere il governo Grau-Guiteras, poi dalla fine dell’anno 1939, di appropriarsi dapprima direttamente del potere, poi indirettamente per mezzo di presidenti fantoccio. Egli sopprime allora gli ultimi spazi di libertà democratica e costringe l’opposizione alla lotta armata. Grau San Martin fonda il Partito Rivoluzionario Autentico, le cui radici ideologiche si appoggiano su « varguismo, cardenismo e peronismo, ispirandosi nel contempo al Movimento Nationalista Rivoluzionario boliviano e all’Azione Democratica Venezuelana » [11]. A sua volta, Guiteras costituisce l’organizzazione rivoluzionaria politico-militare Joven Cubs, impregnata di nazionalismo e di socialismo. Questa organizzazione, influenzata dal fascismo, opera militarmente nei settori acquisiti alle tesi insurrezionali del Partito Autentico e mette in opera parecchie milizie armate (Unione Insurrezionale Rivoluzionaria, Organizzazione Autentica, Movimento Socialista Rivoluzionario). Nel 1938, il Partito Comunista aderisce alla linea antifascista definita dalla III Internazionale e, a questo titolo, Batista è un possibile alleato. Il ragionamento degli uomini di Mosca è il seguente: il fascismo europeo è ormai il principale nemico dell’URSS. Di conseguenza, gli Stati Uniti divengono un alleato potenziale. È così che i governi incoronati dagli Stati Uniti beneficeranno ormai del sostegno dei PC locali. Nel caso di Cuba, questa strategia ha per conseguenza la legalizzazione del PC cubano alla fine del 1938. Per di più, il 25 luglio del 1940, il generale Batista, che beneficia del sostegno attivo del PC cubano, ottiene una schiacciante vittoria elettorale sul Partito Autentico e fa rinviare fino al 1943 l’entrata in vigore della nuova costituzione democratica. Il trionfo di Batista e dei comunisti è il frutto di una legge elettorale che esclude dallo scrutinio la metà dei Cubani in età di voto. Infine, il 24 luglio del 1942, Batista apre il suo governo ai comunisti. Juan Marinello e Carlo Rafael Rodriguez sono i primi comunisti ad accedere a un posto di comando in America latina. Paradossalmente, Rodriguez diviene in seguito un influente membro del governo castrista. Le prime libere elezioni, che hanno luogo nel 1944, pongono fine alla parentesi Batista-PC. Con più del 65 % dei voti, il Dr Grau San Martin schiaccia il suo concorrente Salgarida, candidato di Batista, sul quale si sono riversati i voti comunisti. Privati dell’apparato dello Stato, gli stalinisti cubani non tardano a perdere terreno. I sindacati autentici occupano il campo d’azione, aiutati in questo dai gruppi insurrezionali che da anni si oppongono alla dittatura di Batista con azioni di guerriglia.
Il giovane Fidel Castro
Nel 1945, anno della rivoluzione peronista, Fidel si iscrive all’università de L’Avana, dove si getta in politica. La sua vocazione rivoluzionaria lo porta a simpatizzare con i gruppi insurrezionali del Partito Autentico, che hanno preservato la loro sensibilità nazionale-rivoluzionaria e, vittoriosi, restano mobilitati. Egli si unisce all’Unione Insurrezionale Rivoluzionaria di Emilio Tro. Secondo certi autori (Yves Guilbert, Pardo Llada, KS Karol), egli conserva la sua indipendenza nello stesso seno dell'UIR per evitare di dover aderire al Movimento Socialista Rivoluzionario, che è parte integrante dell’UIR, ma che mira a collocare alla testa dell’organizzazione Mario Salabarria, al posto di Tro. Salabarria è l'uomo che nel 1947 mette in piedi l'Esercito di Liberazione dell’America, suddiviso in quattro battaglioni (i battaglioni Antonio Guiteras, Màximo Gomez, Jose Marti e Augusto Cesar Sandino). Egli punta ad abbattere la dittatura di Trujilo a Santo Domingo e di accendere fuochi insurrezionali in Nicaragua, governato Anastasio Somoza. Fidel Castro partecipa con Carlos Franqui alla spedizione di Santo Domingo. Egli riesce ad evadere, con qualche altro, dal campo di concentramento di Cayo Confite, dove l’esercito cubano, che è inquietato da questo gruppo armato di cui mal comprende le motivazioni, ha rinchiuso numerosi rivoluzionari. La prima azione militare di Castro s'inscrive dunque in una prospettiva peronista. Lo storico KS Karol assicura che « la spedizione di Santo Domingo riceve dal presidente argentino Peron un appoggio sostanziale: 350.000 dollari e un quantitativo d’armi di di diversi tipi » [12]. Se è il caso (noi non abbiamo alcun documento scritto o testimonianza delle autorità argentine per corroborare questo argomento), questo sostegno non fa che confermare la natura profonda del peronismo: un movimento rivoluzionario anti-imperialista, socialista e libertario.
Peron e Fidel Castro
Il primo documento attestante l’esistenza di un contatto tra castrismo e peronismo data dall’inizio dell’anno seguente. Il dirigente peronista Antonio Cafiero ricorda che vi era stato il problema di creare una federazione nazionale degli universitari peronisti: « Si era preventivato di organizzare un congresso, nazionale o latino-americano, degli studenti nazionalisti. Ne informai Peron, e con il suo consenso, mi recai, in compagnia di un dirigente cubano, Santiago Touriho Velàquez, a Santiago del Cile, Lima, Panama e a L’Avana. Nel marzo del 1948, partimmo per L’Avana, dove Fidel Castro assistette ad una delle nostre riunioni. I miei interlocutori, principalmente Tourino, mi segnalarono le propensioni di Castro al radicalismo. Tourino, che vive attualmente in esilio, lo descriveva come una figura singolare. Io non ebbi l’occasione di parlargli direttamente, e alcuni giorni dopo Castro partecipò con gli altri studenti alla conferenza di Bogotà » [13]. Il dirigente cubano Pardo Llada rievoca a lungo la partecipazione di Castro al congresso latino-americano degli studenti peronisti: « Alla fine di marzo del 1948 arriva a L’Avana il senatore argentino Diego Luis Molinari, chiamato anche Luis Priori, con l’incarico di delegato dell’ambasciata argentina. Egli stabilisce dei contatti con i principali dirigenti universitari cubani che invita a partecipare ad una conferenza anticoloniale a Buenos Aires, nel corso della quale sarà reclamata l’indipendenza delle Isole Malvinas. L'ambasciatore peronista incontra Alfredo Olivares, presidente della FEU, e il comunista Alfredo Guevara, segretario dell’organizzazione, di ritorno da un viaggio a Mosca dove, egli dice, gli è stata curata una malattia polmonare. Entrambe si recano a Bogotà, e davanti alla nona conferenza americana, invitano i partecipanti al congresso anticoloniale di Buenos Aires, previsto da Peron per gli inizi di maggio. Castro si reca anch’egli a Bogotà e si unisce alla delegazione. L’incontro con l’ambasciatore argentino ha luogo all’hôtel Nacional, dove Peron soggiorna in compagnia di Rafael del Pino e dello studente peronista Santiago Tourino. Molinari è molto impressionato da Castro. Il senatore avverte subito il carisma di quest’uomo che ha già la stoffa del leader. Al termine del loro incontro, egli lo invita a recarsi a Panama, Bogotà e Caracas, con le spese di viaggio pagate da Peron. Enrique Ovares, Alfredo Guevara, Fidel Castro e Rafael del Pino si recano in Colombia. Verso lo stesso periodo, su invito del senatore argentino, un’altra delegazione di studenti cubani, composta da Touriho, Taboada ed Esquivel, visita diversi paesi dell'America centrale, con l’obiettivo di reclutare partecipanti per la conferenza anticoloniale di Buenos Aires » [14].
L’ideologia del giovane Castro
All'epoca dei suoi contatti con l’Argentina peronista, Fidel Castro cessa di essere « franco tiratore » in seno ai gruppi insurrezionali più o meno legati al Partito Autentico. Egli milita ormai nel Partito del Popolo Cubano Ortodosso. Gli Ortodossi sono una scissione degli Autentici. Essi combattono la corruzione, l’abbandono dei principi nazional-rivoluzionari da parte del governo di San Martin e Pio Soccaras e la gangsterizzazione delle sue bande armate. Gli Ortodossi lottano per «l'indipendenza economica, la libertà politica e la giustizia sociale» [15], le tre parole d’ordine del Movimento Giustizialista. È dunque logico che il Partito Ortodosso sia il luogo privilegiato d’incontro dei peronisti. Vi si ritrovano Pardo Liada e Fidel Castro. Nel marzo del 1952, Fulgencio Batista scatena un nuovo colpo di stato, che mira esplicitamente ad impedire un trionfo elettorale del Partito Ortodosso, ai cui militanti viene data la caccia ed essi si trovano costretti alla lotta armata. In una lettera a Luis Conte Aguero, dirigente ortodosso di Santiago, Fidel Castro, che è alla testa della Juventud del centenario, rivoltosi anche al Movimento, spiega l’attacco del suo gruppo alla caserma Moncalda. Il suo obiettivo è che « gli ortodossi più ardenti prendano il comando. Il nostro trionfo porterà immediatamente alle redini del potere, almeno provvisoriamente, la vera ortodossia. Il popolo poi deciderà del suo avvenire, per mezzo di elezioni generali. ». Quando fonda il Movimento del 26 luglio, egli si riconosce ancora nei principi dell’ortodossia. Lo attesta questo documento che egli redige per il congresso del Partito Ortodosso il 16 agosto 1955 e nel quale egli proclama: « Il movimento del 26 luglio è una tendenza all’interno del partito, un apparato rivoluzionario per lottare efficacemente contro la dittatura. Le mille divisioni dell’ortodossia hanno rivelato la sua impotenza. Un’ortodossia al cui vertice si sono elevati latifondisti come Fico Fernandez Casas, dirigenti di zuccherificio del tipo di Gerardo Velaquez, speculatori di borsa, magnati dell’industria e del commercio, avvocati delle grandi fortune, potentati provinciali e politici ... » [16]. Il 19 marzo 1956, il movimento del 26 luglio rompe formalmente con il Partito ortodosso ed entra nella ribellione armata. Tenta di raccogliere con sé una maggioranza di militanti dell’ortodossia « convinti che il movimento è una branca del loro partito. Essi saranno ormai dei satelliti della causa castrista, della quale seguono alla lettera le direttive. Fidel Castro rappresenta per numerosi di loro il redentore intrepido, l’uomo che esorta all’atto eroico ed essi ne ricevono un immenso coraggio » [17]. Il manifesto-programma del Movimento del 26 Luglio, redatto nel 1956, riprende nelle sue linee principali i principi dell’ortodossia e, dunque, del peronismo. Da qui la « lotta per la sovranità politica, l’indipendenza economica e la diversità culturale » all’interno di una « visione democratica, nazionalista e di giustizia sociale ».
Peronismo e movimento operaio cubano
L'influenza storica del peronismo non si limita ai movimenti nazional-rivoluzionari cubani. Tenuto conto della dimensione continentale che impregna la tematica nazional-proletaria e sindacalista dell’Argentina peronista, vi sono delle ripercussioni sul movimento operaio di tutta l’America latina. Cuba non è un’eccezione. Il suo movimento operaio è la prova evidente delle convergenze che esistono tra la terza via rivoluzionaria e il nazionalismo anti-imperialista e socialista del nascente movimento dei Barbudos. Il 2 novembre 1952, all’appello della CGT argentina, i rappresentanti delle organizzazioni operaio di 19 paesi latino-americani si riuniscono a Mexico per decidere sulla creazione del Raggruppamento dei Lavoratori Sindacalisti Latino-Americani, l'ATLAS (Aggrupacion de Trabajadores Latino-Américanos Sindicalistas). Questa organizzazione anti-imperialista si oppone sia allo pseudo-sindacalismo dell'ORIT, vicino agli Stati Uniti, sia al reclutamento sindacale dei filo-sovietici della CTAL. Un dirigente sindacale cubano dei trasporti, Pérez Vidal, partecipa alla riunione costitutiva dell'ATLAS. Costretto all’esilio da Batista, egli sarà uno dei capi sindacalisti sotto Fidel Castro. Dalla creazione dell'ATLAS, egli occupa il posto di segretario alle relazioni estere e, nel 1953, egli è provvisoriamente nominato segretario generale di tale organizzazione. I rapporti tra movimento giustizialista argentino e movimento castrista non sono né occasionali né effimeri, come attesta la corrispondenza intercorsa tra i dirigenti operai castristi, allora già al potere, ed il segretario generale dell'ATLAS, l'argentino (e peronista) Juan Garone. Il 16 febbraio del 1960, Perez Vidal richiede l’invio di un delegato dell'ATLAS nei Caraibi o almeno a Cuba. Egli sottolinea che « grazie alla Rivoluzione, che regge il destino delle nazioni, abbiamo alla nostra testa un grande leader ed un grande uomo di Stato. Ma la nostra nazione ha una posizione marginale nel concerto delle libere nazioni del mondo, come la vostra patria quando si alzeranno gli striscioni gloriosi del giustizialismo, dell’indipendenza economica, della giustizia sociale e della sovranità politica ... ». Un’analisi condivisa dal dirigente operaio cubano Jose Gaysoso in una lettera da lui inviata allo stesso Garone - « il governo cubano persegue un obiettivo che è essenzialmente nazionale. Per l'ATLAS, credo sia opportuno che voi vi rivolgiate al compañero David Salvados, segretario generale della CTC, al fine di discutere con uomini cresciuti dagli ideali del giustizialismo della pratica oggettiva che presiederà alla riorganizzazione dei rapporti tra noi stessi e l'ATLAS» [18]. Per precisare le cose, va giunto che David Salvador è un ex dirigente comunista che nel 1947 ha rotto con i filo-sovietici prima di aderire al castrismo di cui ha diretto, durante la rivoluzione, un braccio sindacale, la Secciôn Obrera del M-26 de Julio che sarà conosciuta in seguito con il nome di Frente Obrero Nacional Unido (FONU). Durante gli anni di lotta contro la dittatura di Batista, Salvador scatena numerosi scioperi, ma parallelamente conduce delle azioni armate. Tra la presa castrista del potere ed il primo congresso nazionale della CTC (già trasformata in un sindacato unico), la lista di David Salvador, sostenuta dal Movimento del 26 Luglio ottiene il 90 % dei voti contro il 5 % degli autentici ed il 5 % dei comunisti. Malgrado le pressioni che vengono esercitate su di lui, Castro rifiuta in effetti di mettere su una lista comune con i comunisti. La sua decisione non deriva da un anticomunismo di destra. Secondo le stesse argomentazioni di un universitario marxista: « Durante la Rivoluzione, il PSP (filo-sovietico) non vedeva di buon occhio il Frente Obrero Nacional fondato dai castristi e diretto dall’ex comunista David Salvador. Egli dilatava le tendenze anticomuniste presenti nel M-26 e passava sotto silenzio i suoi appelli alla lotta armata. Non vi è un solo caso in cui i comunisti abbiano partecipato alla battaglia sul fronte urbano »; di fatto, lo sciopero generale del 9 aprile 1958 venne organizzato dal solo FONU.
Sintesi
Come ha potuto una rivoluzione nazionale da terza via, strettamente apparentata al peronismo storico, sfociare in un sistema a partito unico di tipo marxista-leninista? Ancora il 2 dicembre del 1961, la rivoluzione cubana era considerata come vicina al giustizialismo, piuttosto che al comunismo. È d’altronde la risposta che fecero i dirigenti cubani alle preoccupazioni mostrate dagli Stati Uniti: « La nostra rivoluzione non è né capitalista né comunista ». Nel quotidiano Revolucion, Fidel Castro dichiara: « Di fronte alle ideologie che si disputano l’egemonia mondiale, la rivoluzione cubana emerge con delle idee e dei contenuti nuovi. Noi non vogliamo essere confusi con i popoli che si sono fatti ingannare dal comunismo ». E in un documento intitolato Bohemia e pubblicato il 14 giugno 1959, Ernesto Che Guevara indica « Se fossi comunista, non sarei più qui per dirvelo ». Questa rivoluzione era nazionale e solo l’embargo imposto dagli Stati Uniti spinse i dirigenti cubani a radicalizzare le loro posizioni. A titolo di esempio, quando i Cubani decisero di importare il petrolio russo, le raffinerie gestite dalle multinazionali americane presenti a Cuba rifiutarono di lavorarlo. Per rappresaglia Fidel Castro nazionalizzò i beni posseduti dagli Americani, i quali sospesero l’importazione dello zucchero. Castro contrattaccò sospendendo le relazioni diplomatiche con gli USA e ottenendo un primo prestito dall’Unione Sovietica. È allora che gli Stati Uniti finanziarono ed organizzarono, nell’aprile 1961, lo sbarco cosiddetto della Baia dei Porci. Ed è a partire da questo momento che Fidel Castro si proclamerà marxista-leninista. Come riconosce Ernesto Guevara in un’intervista concessa a L. Bergquit per la rivista Look di novembre 1961, questo radicalismo è stato in larga parte provocato dagli Stati Uniti: « Eccezion fatta per la nostra riforma agraria, reclamata da tutti, e che noi abbiamo fatto scattare spontaneamente, tutte le nostre iniziative radicali sono state delle risposte agli atti di aggressione dei monopoli del vostro paese e dei loro rappresentanti politici. Per conoscere quale sarà l’avvenire di Cuba, bisogna prima chiedere al governo degli Stati Uniti quali sono le sue intenzioni e poi le scelte che ci saranno imposte ». La totalità del movimento castrista non aderisce a questa scelta di appoggiarsi ai Russi contro il ricatto yankee. Carlos Franqui distingue almeno quattro correnti interne al movimento: « i filo-americani, ostili a Batista e favorevoli ad una democratizzazione; i nazional-democratici; una corrente proletaria-rivoluzionaria socialista ma non filo-sovietica: essa comprende essenzialmente dei sindacalisti castristi; infine, la piccola borghesia autoritaria alleata ai comunisti che finirà per imporsi » [19]. I simpatizzanti peronisti, « nazional-democratici » e « socialisti-rivoluzionari » saranno costretti all’esilio (Pardo Llada e molti militanti ortodossi) o imprigionati (Salvador David e numerosissimi dirigenti sindacali); essi non hanno voluto fare la scelta tra la « democrazia » americana ed il comunismo sovietico. Ora il recente passaggio dell’ex Unione Sovietica nel campo imperialista occidentale ha comportato l’isolamento quasi totale di Cuba, che non può ormai contare che sull’aiuto dei paesi latino-americani meno compromessi con gli Stati Uniti, il che pone di nuovo la questione centrale: la rivoluzione cubana potrà sopravvivere con le proprie forze? Il castrismo saprà evolversi verso una forma di terza via rivoluzionaria che rappresenta una parte importante delle sue radici? Se la storia e la libera volontà del popolo cubano vanno in questa direzione, la grande isola dei Caraibi potrà ben essere l’avamposto della lotta per l’emancipazione dell’America Latina e di una giustizia sociale rispettosa della libertà e della dignità dell’uomo distanti, a questo titolo, tanto dal capitalismo che dal comunismo.
* Javier Iglesias, militante peronista rivoluzionario di origine spagnola, era l’animatore del gruppo Lucha Peronista e dei Sin Techos (l’equivalente del DAL argentino), era il corrispondente in Argentina del Front Européen de Libération e del bimestrale francese precursore di Résistance, Lutte du Peuple. Nel settembre 1996, Javier Iglesias fu ucciso a Buenos Aires dalla polizia durante un’azione di guerriglia.
NOTE :
[1] - Revista Patria Obrera, 15 agosto 1990.
[2] - José Pardo Llada, Fidel y el Che, Plaza y Janès, Madrid 1988, p. 115.
[3] - Pardo Llada pubblicò un certo numero di articoli su ATLAS nel 1953.
[4] - Carlos Franqui, Retrato de Familia con Fidel, Seix Barral, Barcelona, 1981.
[5] - Christian Buchrucket, Nacionalismo y Peronismo, Editions Sudamericana, Buenos Aires, 1987.
[6] - Discorso a la Confederacion Argentina de Intelectuales, pubblicato da Hechos e Ideas, agosto 1950
[7] - Libre Negro de la Segunda Tirania, 1958.
[8] - German Sanchez Otero, Los partidos politicos burgueses en Cuba neocolonal 1899-1952, Editoriale
di Ciencias Sociales, 1985.
[9] - Francisco Lopez Segrera.
[10] - Fabio Grobahr, El movimiento Obrero cubano de 1925 a 1932, Revista della Universidad de Oriente,
Cuba.
[11] - German Sanchez Otero, op. cit.
[12] - KS Karol, Los Guerrilleros en el Poder, Seix Barral, Barcelona 1972.
[13] - Antonio Cafiero, Desde que Grite « Viva Peron », Pequè, Buenos Aires 1983.
[14] - Pardo Llada, op. cit.
[15] - Los partidos politicos burgueses, op. cit.
[16] - Eduardo « Eddy » Chibas fonda il partito Ortodosso.
[17] - Mario Lienera, La revolucion insospechada : origen e desarollo del castrisme, EUDEBA,
Buenos Aires, 1981.
[18] - Sullo scambio di corrispondenza con l'ATLAS, cf. CGT y ATLAS de Manuel Urriza, Éditions Legasa,
Buenos Aires, 1988.
[19] - Carlos Franqui, op. cit.
SULLA MORTE DEL COMANDANTE GUEVARA
Madrid, 24 ottobre 1967
Compañeros,
è con profondo dolore che ho preso conoscenza di una perdita irreparabile per la causa dei popoli che lottano per la loro liberazione. Noi salutiamo come dei fratelli tutti quelli che, in qualche parte del mondo, e sotto qualsiasi bandiera, lottano contro l’ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento. Noi sentiamo il legame che ci unisce a tutti coloro che affrontano con coraggio e determinazione l’insaziabile voracità dell’imperialismo che asserve i popoli con la complicità degli oligarchi antinazionali sostenuti dal Pentagono. Oggi, un giovane che fu anche uno straordinario combattente è morto eroicamente difendendo questa causa. La rivoluzione latino-americana gli deve molto: Ernesto Che Guevara. La sua morte ci commuove perché egli era dei nostri, il migliore tra noi, un esempio di moralità, di spirito di sacrificio e di disinteresse. La sua fede assoluta nella giustezza della causa che difendeva gli ha dato questa forza, questo coraggio e questo valore che lo elevano oggi al rango degli eroi e dei martiri. Alcune agenzie di stampa hanno voluto presentarlo come un nemico del peronismo. Quale assurdità! Anche supponendo che nel 1951, egli abbia realmente partecipato al tentativo di colpo di Stato contro il governo popolare d'Hipolito Yriongoyen, cosa per nulla dimostrata, questo resterebbe un evento isolato, un episodio della sua vita, durante il quale egli sarebbe stato utilizzato dall’oligarchia. L'essenziale è riconoscere i suoi errori, e nessuno potrà pretendere che il Che non ne abbia fatto onorevole ammenda. Nel 1954, mentre egli lotta a fianco del governo popolare guatemalteco di Jacob Arbenz, attaccato militarmente dall’esercito degli Stati Uniti, io diedi personalmente delle istruzioni al ministro per gli affari esteri, in modo di trovare una soluzione alla difficile situazione in cui questo giovane e valoroso argentino si era trovato. Egli poté così raggiungere il Messico sano e salvo. La sua vita, la sua epopea devono servire da esempio per la nostra gioventù, per la gioventù di tutta l’America Latina. L'imperialismo tenta di macchiarne la memoria perché teme il fascino e l’enorme prestigio che egli ha acquisito tra le masse popolari che subiscono la dura realtà dei popoli assoggettati. Sono stato informato che il Partito Comunista argentino aveva preso l’iniziativa di una campagna di denigrazione. Questo non ci sorprende. Essi hanno sempre difeso delle posizioni contrarie agli interessi nazionali. I peronisti possono testimoniare che i comunisti hanno costantemente combattuto i movimenti nazionali e popolari. Un giorno o l’altro, l’ora dei popoli, l’ora delle rivoluzioni nazionali verrà in America Latina, il processo è irreversibile. L'equilibrio è rotto ed è infantile pensare che si potrebbe vincere senza rivoluzione la resistenza delle oligarchie e dei monopoli reazionari dell’imperialismo. La rivoluzione socialista si farà, e se un combattente cade, è già pronto un altro che prenderà il suo posto. I movimenti rivoluzionari nazionali devono saperlo. È anche la sola cosa di cui devono convincersi per poter abbattere gli usufrutti del privilegio. La maggior parte dei governanti dell’America Latina sono incapaci di risolvere il problema nazionale perché essi non rispondono agli interessi nazionali. La verbosità rivoluzionaria non basta, ci vuole un’azione rivoluzionaria, con una struttura, una visione strategica e una tattica che diano una forma concreta alla rivoluzione. Noi non miglioreremo la nostra condizione a meno che non se ne siamo capaci. La lotta sarà aspra, anche se io resto convinto che i popoli sono sempre destinati a trionfare. I nostri avversari hanno su di noi una superiorità materiale incontestabile; ma noi possiamo contare sulla straordinaria forza morale che ci anima, sulla giustezza di una causa che ha per sè la giustificazione della storia. In accordo con la sua tradizione e le sue lotte, il peronismo, movimento nazionale, popolare e rivoluzionario rende omaggio all’idealista, al rivoluzionario, al comandante Ernesto Che Guevara, il guerrigliero argentino morto in battaglia per il trionfo delle rivoluzioni nazionali in America Latina.
Juan Domingo Peron
Traduzione dal francse a cura di Belgicus
Tratto dal sito www.voxnr.com




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