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Discussione: Hamas Hamas Hamas

  1. #171
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    La famiglia di Ismail Masawabi lo ricorda come Martire

  2. #172
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    La Chiesa della Natività di Betlemme ( i sionisti ancora non sono riusciti a demolirla!)

  3. #173
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    Betlemme
    Il luogo di nascita di Gesù Cristo. E' circa a 8 chilometri di distanza da Gerusalemme, in un'area ricca di oliveti millenari e colline. Il suo nome arabo e' Beit Lehem, che significa "città della carne", ossia dell'abbondanza. Betlemme e' principalmente un sacrario religioso, e la presenza della Basilica della Natività la rende una città santa per i cristiani non soltanto palestinesi.http://www.arabcomint.com/mappa_pal/maps.htm

  4. #174
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    I cristiani dimenticati
    di Anders Strindberg



    La "Passione di Cristo" di Mel Gibson viene proiettato nelle sale stracolme della capitale siriana Damasco. Vedere il film qui e' praticamente la stessa cosa che vederlo nella serata d'inaugurazione a New York - i frequentatori abitualmente turbolenti osservano un silenzio reverenziale, il consueto rumore degli involucri scartocciati e' sostituito da sospiri e singhiozzi, e, alla fine, la folla esce dai teatri in silenzio e meditazione. In questa occasione, molti di coloro che hanno assistito alla proiezione sono profughi cristiano-palestinesi, i cui genitori o nonni furono cacciati dalla loro terra natale - la terra di Cristo - quando fu creato Israele nel 1948. Per essi, il film ha un significato simbolico nascosto non facilmente percepibile in occidente: esso non rappresenta solo il processo, la flagellazione e la morte di Gesù, ma e' anche l'immagine simbolica del destino del popolo palestinese. "Ecco come ci sentiamo", dice Zaki, un palestinese cristiano 27enne, la cui famiglia proviene da Haifa. "Prendiamo un pugno dietro l'altro dal mondo, crocifiggono il nostro popolo, ci insultano, ma noi rifiutiamo di arrenderci".
    All'epoca della creazione dello stato d'Israele, nel 1948, i cristiani in Palestina erano circa 350.000, rappresentavano circa il 20% della popolazione e costituivano una comunità antica e vibrante, facente capo ai primi seguaci che ascoltarono le parole di San Pietro a Gerusalemme durante la prima Pentecoste. Eppure, la dottrina sionista dichiarava che la Palestina era "una terra senza popolo per un popolo senza terra". Degli oltre 800.000 palestinesi che furono costretti a lasciare la loro terra nel 1948, circa 60.000 erano cristiani - il 7% del numero totale di profughi ed il 35% del numero totale di cristiani che vivevano in Palestina.
    Nel processo di "giudaizzazione" della Palestina, numerosi conventi, ospizi, seminari e chiese furono distrutti oppure furono sgomberati dei loro proprietari e custodi cristiani. In uno dei più spettacolari attacchi contro un obiettivo cristiano, il 17 maggio 1948, il Patriarcato Ortodosso Armeno fu bombardato con oltre 100 proiettili di mortaio, lanciati dalle forze sioniste dal monastero dei Padri Benedettini sul Monte Sion già occupato in precedenza. Il bombardamento danneggiò anche il Convento di San Giacomo, il Convento dell'Arcangelo, le loro chiese, le loro due scuole elementari e seminari e le biblioteche, uccidendo otto persone e ferendone 120.
    Oggi, si ritiene che il numero di cristiani in Israele e nella Palestina occupata non superi le 175.000 unità, circa il 2% dell'intera popolazione, ma tale numero sta rapidamente diminuendo a causa dell'emigrazione di massa. Di coloro che sono rimasti nella regione, la maggior parte vive in Libano, dove condivide la stessa miseria senza fine di tutti gli altri profughi, confinati in campi in cui le scuole sono sovraffollate e insufficientemente finanziate, le case sono decrepite e le condizioni sanitarie terrificanti. Moltissimi comunque hanno lasciato del tutto la regione. Non sono disponibili dati definitivi, ma si ritiene che tra i 100.000 ed i 300.000 palestinesi cristiani vivano nei soli Stati Uniti.
    I palestinesi cristiani si considerano, e sono considerati dai loro compatrioti musulmani, parte integrante del popolo palestinese, e sono sempre stati una parte vitale della lotta palestinese. Come ha spiegato il vescovo anglicano di Gerusalemme, il reverendo Riad abu al-Assal, "gli arabi cristiano-palestinesi sono parte integrante della nazione araba palestinese. Abbiamo la stessa storia, la stessa cultura, le stesse abitudini e le stesse speranze".
    Invece i media ed i politici USA ci hanno abituati a pensare ed a parlare del conflitto israelo-palestinese come quello in cui una democrazia illuminata e' costantemente costretta a respingere gli attacchi di islamisti folli determinati a distruggere il popolo ebraico e ad imporre uno stato islamico. I palestinesi vengono assimilati agli islamisti, gli islamisti ai terroristi. Il fatto che la comunità difficilmente salga agli "onori" dei titoli giornalistici d'occidente e' probabilmente dovuto al fatto che tutte le attività organizzate dai cristiani palestinesi sono di norma non politiche.
    I cristiani libanesi e siriani furono essenziali nella concezione del nazionalismo arabo come scuola generale del pensiero anti-coloniale dopo il collasso dell'Impero Ottomano all'inizio del 20esimo secolo. Durante gli anni '30, Haji Amin al-Husseini, il leader della lotta palestinese contro i colonialisti britannici, si circondò di consiglieri e funzionari cristiani. Negli anni '50 e '60, mentre emergevano le varie fazioni che sarebbero confluite nell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), alcuni degli attivisti più prominenti erano di origine cristiana. Ad esempio, George Habbash, un medico di religione greco-ortodossa proveniente da Lod, creò il Movimento Nazionalista Arabo e fu in seguito il fondatore del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Naif Hawatmeh, anch'egli greco-ortodosso, fondò e guida ancora oggi il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. Tra i leaders più conosciuti in occidente, figura la cristiana di rito anglicano Hanan Ashrawi, uno dei più efficaci portavoce dell'Autorità palestinese.
    Tra le comunità che ancora restano in Palestina, molte appartengono alle confessioni cristiane tradizionali. Il gruppo più numeroso e' quello dei greco-ortodossi, seguito dai cattolici (di rito romano, siriaco, maronita e melkita), ortodossi-armeni, anglicani e luterani. Vi e' anche una piccola ma influente presenza quacchera. Queste comunità sono presenti in particolare a Gerusalemme, Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour e Ramallah.
    Per esse, ovviamente, il conflitto con Israele non e' il conflitto tra "Islam e illuminismo", ma semplicemente e' resistenza contro l'occupazione. A dire il vero vi sono stati momenti di tensione tra comunità cristiane e gruppi islamici, tuttavia, per la stragrande maggioranza dei palestinesi cristiani, i movimenti islamici sono considerati eroici nella loro lotta contro l'occupazione israeliana. In seguito all' atrofizzarsi degli ideali della sinistra, gli islamici vengono visti come gli unici in grado di combattere contro l'occupazione. Gli hezbollah libanesi, considerati ampiamente una organizzazione non settaria in grado e desiderosa di cooperare con persone di ogni fede, sono particolarmente ammirati sia dai profughi in Libano sia da coloro che sono restati in Palestina. "Abbiamo ricevuto molto più conforto e supporto dagli hezbollah del Libano che dai nostri correligionari, i cristiani occidentali", rimarca un profugo cristiano-palestinese da Damasco. "Vorrei sapere come mai i cristiani in occidente non facciano nulla per aiutarci. Forse che per loro gli insegnamenti di Gesù non sono altro che vuoti slogan?".
    Questa e' una domanda importante e giustificata, ma la risposta non e' lineare. La Chiesa Cattolica ha, in effetti, chiesto molte volte la fine dell'occupazione israeliana ed il miglioramento della situazione dei palestinesi. I leaders delle Chiese Ortodosse Orientali hanno espresso posizioni simili, con parole anche più forti. Allo stesso modo, molte Chiese Luterane e Calviniste gestiscono organizzazioni e programmi per alleviare le sofferenze dei palestinesi e richiamare l'attenzione sulle sofferenze che essi devono affrontare. Ma, lavorando all'interno di parametri di riferimento strettamente religiosi, il loro impatto sulla situazione politica e' minimo.
    Queste limitazioni politiche non si applicano a quelle sezioni del movimento evangelista che hanno adottato il sionismo come nucleo della loro dottrina religiosa. I cristiani sionisti negli USA hanno organizzato un'alleanza con la lobby filo-israeliana e con gli elementi neo-conservatori del partito repubblicano, mettendo entrambi in grado di esercitare grande pressione sia sul presidente che sui membri del Congresso. In realtà essi sono i più influenti plasmatori della politica del paese, inclusi individui come Ralph Reed, Pat Robertson, Jerry Falwell, e gruppi come La Coalizione di Unità Nazionale per Israele, i Cristiani per Israele, l'Ambasciata Cristiana Internazionale di Gerusalemme e i Ministri del Popolo Eletto.
    Il Sionismo Cristiano e' una cosa bizzarra sotto molti aspetti. Un punto chiave e' il suo supporto assoluto verso Israele, la cui creazione ed esistenza, si ritiene, preannuncerà Armaggedon e la seconda venuta di Cristo. L'esito politicamente rilevante di ciò e' che, senza l'espansione di Israele non potrà esservi redenzione, e coloro che credono a tale interpretazione soni pronti a sacrificare i loro correligionari di Palestina sull'altare del sionismo. In realtà, non vogliono neppure sentir parlare delle loro sofferenze per mano di Israele.
    Fino a poco fa, i leaders israeliani ed ebrei-americani si erano tenuti alla larga dal movimento cristiano-sionista. Ma, con l'inizio dell'intifada palestinese nel settembre 2000 e la cruenta repressione israeliana, le organizzazioni sioniste hanno invertito la rotta, virando drasticamente verso destra. Da quel momento, Israele e i cristiani-sionisti si sono letteralmente gettati l'uno nelle braccia degli altri.
    Una delle forze più potenti dietro l'influenza Evangelico-Sionista a Washington e' Tom DeLay, leader della maggioranza repubblicana alla Camera. DeLay insiste col dire che la sua devozione verso Israele deriva dalla sua fede in Dio, il che gli permette chiaramente di capire che il conflitto in atto e' "una lotta tra il bene ed il male". Sia come sia, DeLay riesce a trarre cospicui profitti finanziari e politici dalla sua posizione. Parte della crescente influenza di DeLay all'interno del Partito Repubblicano e' dovuta al fatto che la sua commissione elettorale e' riuscita a racimolare un'impressionante cifra di 12 milioni di dollari nel 2001-2002. Il giornalista del Washington Post, Jim VandeHei, ha suggerito: "Negli anni più recenti, DeLay e' diventato uno dei più instancabili difensori di Israele, ed e' stato ricompensato con una montagna di donazioni da parte della comunità ebraica".
    Nell'ottobre 2002, Benny Elon, il ministro del Turismo di Sharon ed indefesso propugnatore della pulizia etnica dei palestinesi in Terra Santa, e' comparso con DeLay alla convenzione di Washington della Christian Coalition Crowds. DeLay agitava la bandiera israeliana, mentre il ministro citava l'autorità della Bibbia come strumento preferenziale nel modo di affrontare la fastidiosa questione palestinese. DeLay, a sua volta, ricevette un entusiastico benvenuto quando si appellò agli attivisti affinché sostenessero i candidati filo-israeliani che "non avevano vergogna di stare dalla parte di Gesù Cristo". Nel luglio 2003, Tom DeLay si recò in Israele e parlò dinanzi alla Knesset, dicendo che si sentiva "un israeliano, nell'anima". I palestinesi "sono stati oppressi e sfruttati", disse, "ma mai da Israele, solo dai loro leaders". Inutile dire che ricevette un'ovazione, con i parlamentari tutti in piedi.
    I cristiani di Terra Santa soffrono sotto il peso dell'occupazione israeliana non meno dei musulmani, eppure l'America - un paese che ama definirsi "cristiano" - non se ne cura, poiché i suoi cristiani più politicamente influenti hanno deciso che i cristiani palestinesi sono un danno collaterale accettabile a fronte del loro desiderio apocalittico. "Essere un cristiano della terra di Cristo e' un onore", dice Abbas, un cristiano palestinese la cui famiglia visse per secoli a Gerusalemme prima della pulzia etnica del 1948. "L'espulsione dalla nostra terra e' stata un disastro, e questi cristiani sionisti d'Americano aggiungono l'insulto al disastro".
    Abbas e' uno dei pochi palestinesi che fanno parte del ramo evangelico, lontanamente connessi alla Fratellanza di Plymouth. Recitando il ruolo dell'avvocato del diavolo, gli chiedo: "Ma la creazione dello stato d'Israele non e' dunque l'adempimento della promessa di Dio ed un passo necessario al secondo avvento di Cristo?". Abbas mi guarda brevemente e ride. "Stai scherzando, giusto? Tu sai cosa stanno facendo al nostro popolo ed alla nostra terra. Se pensassi che ciò fosse parte del piano di Dio, diventerei ateo in un secondo".

    Anders Strindberg e' un accademico ed un giornalista specializzato in questioni mediorientali
    traduzione a cura di www.arabcomint.com

  5. #175
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    Tulkarem – 20 ott. 2007
    Bimba palestinese ferita alla testa da pallottole dell’esercito israeliano. E’ in fin di vita
    Una pallottola dell'esercito israeliano ha raggiunto una bimba palestinese alla testa, ferendola gravemente.
    Si tratta di Zeina Mir'i, 8 anni, della cittadina di Izbat Al-Jarad, nei pressi di Tulkarem, in Cisgiordania.
    Ieri sera, l'esercito di occupazione israeliana ha invaso l'area sparando alla cieca contro le abitazioni civili: una pallottola ha raggiunto la piccola ferendola alla testa.
    Mir'i è stata trasportata all'ospedale Thabit Thabit di Tulkarem e poi trasferita al Maqassid di Gerusalemme. E' grave.

  6. #176
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    Il rap della rabbia

    Musica di guerra Non vivono nei ghetti di New York. Ma nelle strade di Gaza. Sono i giovani palestinesi che combattono a colpi di hip hop
    di Michela Sechi

    Foto di Gabriele Stabile
    Foto di S. Tufankjian/Polaris/G. Neri

    Potrebbe venire da Brooklyn questo teenager che si presenta con occhiali scuri, T-shirt e pantaloni larghi con i tasconi e il cavallo basso. Invece siamo a Gaza City e Mohammed al Farra è il leader del primo gruppo hip-hop della Striscia. Ventun anni, ha cominciato con il rap insieme agli amici di scuola, tre anni fa. E adesso ai suoi concerti lo osannano ragazzi e ragazze che - grande scandalo - ballano insieme. Tanto che alcuni mesi fa alcuni sostenitori di Hamas hanno sparato in aria a un suo concerto al grido di "Allah è grande": è dovuta intervenire la polizia a proteggere il gruppo. "Molti ci accusano di imitare gli americani, ma non è vero. Il rap viene dalla lotta e dalla sofferenza. Noi abbiamo subito l'occupazione, ed è di lotta e sofferenza che vogliamo parlare", spiega. "Cerchiamo di evitare problemi con quelli di Hamas, perché siamo tutti palestinesi. Ma loro ci metteranno un po' ad abituarsi alla nostra musica. A chi ci critica io dico: ascoltateci. E in genere cambiano idea", conclude Mohammed. Le canzoni dei Palestinian Rappers - così si chiama il gruppo - sono tutte a sostegno della causa palestinese. Perché l'hip-hop, nato nei ghetti neri di New York e affermatosi nel mondo intero, viene usato sempre più spesso anche dai giovani arabi dei Territori. Per dare voce alla rabbia contro Israele, come dimostra il testo di una loro canzone:"Bombardamenti e missili, carri armati da occupazione. Questi anni sono pieni di ingiustizia e attacchi. Perché il mondo non vede l'ingiustizia e il dolore?". E ancora: "Ascoltami fratello, non chiamare nessuno. Nessuno là fuori pensa a te, a nessuno dispiace di te. Non fidarti che di Dio: solo lui sa e solo lui può proteggere". Un altro brano dei Palestinian Rappers è incentrato sulla storia vera di un amico della band, ucciso tre anni fa da un soldato israeliano. Mohammed ha cominciato a scrivere canzoni quando, in una chat, si è accorto che alcuni americani ed europei non volevano avere a che fare con lui in quanto palestinese. "Ho chiesto il perché e mi hanno risposto che noi palestinesi di Gaza siamo tutti criminali e terroristi suicidi", racconta. "Così ho deciso che dovevo raccontare come viviamo davvero. E ho cercato di farlo con le canzoni. Certo, non bastano per far cambiare idea alla gente. Ma io ci provo lo stesso: cos'ho da perdere?". Il rap è uno strumento di protesta potente anche per gli arabi di Israele, che si sentono discriminati nel loro stesso Paese, dove rappresentano oltre il 20% della popolazione. Tamer Nafar, 27 anni, è il leader dei Dam, il più noto gruppo hip-hop arabo-israeliano. Viene da Lod, città a pochi chilometri da Tel Aviv, ma quando gli chiedi se si sente israeliano o palestinese si infuria. "Noi siamo palestinesi che abitano in Israele. Anzi, in realtà è Israele che abita qui da noi: Lod era Palestina, prima del 1948. Qui è tutto territorio occupato. Sono 50 anni che gli israeliani cercano di risolvere il problema palestinese con il potere e la forza: non hanno ottenuto niente. Buona fortuna per i prossimi 50". Tamer parla a raffica, seduto nella stanza dove abita fin da quand'era bambino e che divide con suo fratello Suhell, 22 anni, altro rapper del gruppo. La camera è così piccola che c'è posto appena per i due letti e per una scrivania con il computer. Siamo nella periferia araba di Lod, dove i palazzi si alternano alle baracche, i bambini giocano in mezzo a mucchi di spazzatura e molte strade non hanno neppure un nome. "Lod è la città con il più alto tasso di criminalità in Israele, una sorta di grande supermercato della droga", racconta Suhell. "La polizia spara, è violenta e ce l'ha con noi arabi. Volete un esempio?Due mesi fa mi sono messo a discutere con i poliziotti e mi hanno portato in commissariato. Lì mi hanno preso a calci. Poi sono stato accusato di averli aggrediti. Li ho denunciati, ma non serve perché loro hanno sempre ragione". Interviene Tamer: "Non è soltanto un'occupazione fisica, ma anche mentale. Tanto che nelle scuole gli israeliani ci insegnano la loro storia, non la nostra". Una casa discografica britannica ha pubblicato Dedication, il primo album dei Dam a essere distribuito nei negozi. Per cinque anni, il gruppo non aveva avuto un'etichetta e diffondeva la propria musica nei suq, attraverso musicassette e cd autoprodotti, duplicati all'infinito. "La nostra canzone più nota, Meen Erhabe? (Chi è il terrorista?, ndr) è del 2001, ma è circolata lentamente", dicono oggi. Il testo è - dalla prima all'ultima rima - un'accusa esplicita a Israele. "Come posso essere io il terrorista quando tu hai preso la mia terra? Tu sei il terrorista! Tu hai preso tutto quello che avevo, ci uccidi come hai ucciso i nostri genitori. Vuoi che mi rivolga alla legge? Perché dovrei farlo? Tu sei testimone, avvocato e pure giudice. Sarò condannato a morte". E poi, ancora: "Quando smetterò di essere un terrorista? Quando mi colpirai e ti darò l'altra guancia? Come fai ad aspettarti che ringrazi chi mi fa male? Mi dici come devo essere. In ginocchio con le mani legate, i miei occhi a terra, circondato da corpi, case distrutte e orfani. Tu opprimi e uccidi, noi seppelliamo". Di questo brano esiste anche una versione in ebraico. "Quando abbiamo un messaggio per gli israeliani cantiamo nella loro lingua", spiegano i due fratelli. "Fare Meen Erhabe soltanto in arabo sarebbe stato un limite perché gli arabi, che vivono l'occupazione tutti i giorni, sanno già qual è la situazione. Sono gli israeliani che hanno bisogno di saperlo". Il maggiore problema dei rapper arabi in Israele è che non c'è una casa discografica disposta a produrre i loro album. "Ma non ci vogliono nemmeno quelle dei Paesi arabi, perché siamo di nazionalità israeliana", racconta Adi Krayem, 22 anni, leader dei Weh, gruppo hip-hop di Nazareth. "D'altronde, etichette palestinesi non ne esistono ancora, perché mancano i soldi". Il verbo musicale si diffonde così attraverso i concerti o in internet. E i guadagni per i rapper sono miseri. Mahmoud Shalabi, 25 anni, di Akko, ha fatto per molto tempo il cuoco in un ristorante per poter continuare a cantare. Sameh Zakout, 24 anni, di Ramallah, ha un diploma in arte grafica ma non riesce a trovare lavoro perché - in quanto arabo - non ha fatto il servizio militare giudicato fondamentale nella società israeliana. Si arrangia facendo il cameriere. Ma in questo difficile mondo hip-hop ci sono anche le donne. Come Safaah Hathot, una delle poche rapper, che per mantenersi vende telefoni cellulari; la sua amica Nahawa Abed Alaal invece, quando non ha in mano il microfono lavora in una profumeria. Le due ragazze, 21 e 24 anni, entrambe di Akko, hanno dovuto superare non poche difficoltà per potersi esibire. "Quando abbiamo iniziato, qualche sconosciuto - gente di qua - veniva a dirci: "Siete donne, arabe e musulmane. Il rap non è cosa per voi". Sapete, la comunità araba in Israele è conservatrice. Ma genitori e amici non ci hanno mai fatto mancare il loro sostegno. E adesso ai concerti abbiamo un buon seguito", racconta Safaah. Nelle canzoni le Arapyat, ovvero "Ragazze arabe che fanno rap" parlano anche dei problemi delle donne. Perché "la libertà delle ragazze musulmane è limitata e chiediamo che ci sia restituita. Non è questione di poter uscire con i ragazzi o di andare a divertirsi la sera. Ci vengono negati diritti ben più importanti, come poter studiare e lavorare, essere indipendenti. Molte di noi hanno il destino segnato: stare a casa, sposarsi, fare bambini". Colpa della religione? "No, affatto: molti credenti hanno una mentalità aperta. I limiti vengono semmai da questa società, che è troppo conservatrice". "Anche noi arabi abbiamo le nostre responsabilità, non possiamo soltanto accusare Israele", ammette Tamer Nafar, componente dei Dam. "Nelle canzoni parlo anche di come trattiamo le nostre donne e di come noi arabi di Lod mangiamo la nostra stessa carne. Cosa significa? Voglio dire che molti, troppi palestinesi vengono uccisi dai palestinesi stessi. Arabi contro altri arabi".La situazione non accenna a migliorare, come dimostra la decisione, presa dai Palestian Rappers, di annullare tutti i loro concerti. "Troppi morti, troppi lutti, troppi funerali: non è il momento di ballare su un palco", dichiarano in proposito. "Abbiamo deciso di concentrarci sul nostro prossimo album", spiega Mohammed. "Perché, sembra strano dirlo, ma non appena la situazione migliorerà, riprenderemo in mano il microfono e ci divertiremo, qui a Gaza City". http://dweb.repubblica.it/dweb/2007/...mus540129.htmlTorna al sommario

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  7. #177
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    HAMAS - MOVIMENTO DI RESISTENZA ISLAMICA

    Hamas trova le sue origini nel movimento dei Fratelli Mussulmani, un movimento islamico molto forte in Egitto già nel periodo di Nasser. Per questo la Fratellanza Mussulmana era presente nell'Università islamica e nella moschea di Gaza fin dagli anni '60.
    Dopo la guerra del '67 e quindi la fine della repressione nasseriana, la Fratellanza Mussulmana si è rinvigorita nella Striscia di Gaza.
    La figura chiave di Hamas è lo Sciecco Ahmad Yassin, nato ad Ascalona nel 1936. Nel 1948 si rifugiò nella Striscia di Gaza. Nel 1952 rimase semiparalizzato in seguito ad un incidente sportivo. Diventò insegnante elementare e a partire dal 1968 ha diretto le attività della Fratellanza Mussulmana nella Striscia di Gaza.
    Alla fine degli anni '70 la Fratellanza, sotto il mantello legale dell'Associazione Islamica, metteva a disposizione dei credenti e delle loro famiglie, non solo risorse come associazione spirituale, ma pure asili, scuole elementari e superiori, biblioteche, ambulatori e cliniche, club sportivi ed anche una banca del sangue.
    Verso la fine degli anni '80, con lo scoppio della Prima Intifada, la Fratellanza Mussulmana di Yassin passò dalle attività socio-educative all'attivismo politico-militare, portando alla creazione il 9/10 dicembre 1987 di Hamas, che in arabo significa coraggio, zelo, fervore.
    Hamas diventa in effetti una componente importante nella Prima Intifada nella Striscia di Gaza e in minor misura in Cisgiordania.
    Hamas teorizza l'uso delle armi da fuoco contro le truppe israeliane e a marzo del 1988 effettua la sua prima operazione militare: un'imboscata a Gaza ferendo un ingegnere israeliano.
    Il primo volantino diffuso con la firma di Hamas risale sempre al 1988 e vi si proclamano gli obiettivi di Hamas: lottare contro il nemico sionista, opporsi agli sforzi di pacificazione e riportare i paesi arabi sulla retta via dell'Islam, coinvolgendoli nella lotta. Il perfetto giovane mussulmano vi veniva descritto come colui che è pronto a conquistarsi il paradiso col martirio lottando contro Israele.
    Negli anni '90 Hamas ha scatenato una serie di azioni militari contro Israele con lo scopo preciso di far fallire i negoziati fra lo Stato di Israele e l'OLP.
    Nella seconda metà del '91, il braccio militare di Hamas, i Battaglioni 'Izz Al-Din Al-Qassam, ha portato avanti una campagna di eliminazione contro i collaborazionisti palestinesi.
    Tuttora Hamas è molto presente nei Territori Occupati anche grazie ai servizi che offre alla popolazione palestinese.
    Rifiuta qualsiasi rapporto o accordo con lo Stato Israeliano.

  9. #179
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    JIHAD ISLAMICA

    Nel 1980/81 un gruppo di intellettuali di Gaza, capeggiati da un medico della città Fathi Shkaki e da 'Abd Al-'Aziz 'Odeh (entrambi ex militanti della Fratellanza Mussulmana) rompevano con la Fratellanza e cominciavano a praticare la lotta contro l'occupazione e per la radicale riforma in senso islamico della società araba, non solo in Palestina.
    Gli attivisti formavano cellule di 5/7 membri e alla fine la rete adottò il nome di Jihad Islamica per la Palestina.
    Le prime azioni militari anti-israeliane di portata molto limitata risalgono al 1985/86.
    La leadership è stata arrestata nell'86 ed espulsa il 1° agosto 1988.
    In seguito la direzione si insediò a Damasco.
    Dalla sua nascita fino ai primi anni '90, le azioni militari della Jihad Islamica erano sovente coordinate con gli attivisti di Al-Fatah dato che erano venuti a contatto gli uni con gli altri nelle prigioni israeliane ed erano uniti dal proposito di mettere fine all'occupazione israeliana. Successivamente si è sviluppato un maggior coordinamento fra Hamas e la Jihad Islamica soprattutto nella Striscia di Gaza, a scapito di quello precedente con Hamas.
    La spettacolare evasione nel maggio del 1987 di sei militanti della Jihad Islamica dal carcere di Gaza, oltre a mettere in moto una nuova campagna di guerriglia ha fatto loro guadagnare una grande simpatia per l'eccezionalità dell'evento.
    Alla fine del 1992, il fulcro dell'attività militare della Jihad Islamica s'era spostata dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania dove nascondersi ed organizzare gli attacchi appariva più facile.
    In seguito all'uccisione di otto soldati israeliani da parte delle forze islamiche nelle prime due settimane del dicembre 1992, Israele effettuò la più grande retata mai vista nei confronti degli islamici fermandone complessivamente 1.600. Di questi 415 furono espulsi in Libano il 17 dicembre. Il governo libanese si rifiutò di accoglierli e così rimasero accampati per un anno (per la gioia delle televisioni di tutto il mondo) sulle aride colline fra la zona di sicurezza israeliana e il Libano meridionale.
    La Jihad Islamica rifiuta qualsiasi rapporto o accordo con lo Stato Israeliano.


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    TANZIM

    Braccio armato di Fatah, gioca un ruolo determinante nel salto di qualità dell'Intifada 2000: dalle pietre alla lotta armata. Rende Fatah partecipe nella lotta armata non lasciandone così il monopolio ai gruppi di opposizione, di sinistra ed islamici.
    I Tanzim possono essere considerati come l'esercito non ufficiale dell'Autorità Nazionale Palestinese.
    Sono organizzati in cellule e fanno riferimento al loro leader riconosciuto, Marwan Barghouti, segretario generale di Al-Fatah.

 

 
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