







da www.aljazira.it
I Palestinesi tra l'incudine dell'ANP e il martello sionista
.: Miscelarabica / articoli
di Dagoberto Husayn Bellucci
sabato, 25 giugno 2005
ANP e governo israeliano ostentano ottimismo, ma la popolazione palestinese è al bivio tra l'incubo di un nuovo conflitto e il sogno di una pace che non arriva.
Come viene vissuto dai palestinesi il clima di tensione che si respira a casa loro, in Palestina, da qualche settimana a questa parte?
E' un interrogativo che rivela sicuramente due facce, spesso contraddittorie, di un medesimo problema, ossia dare infine una Patria al popolo palestinese sotto occupazione dal 1948.
Nessuna delle diverse opzioni che hanno contrassegnato fino a questo momento l'azione di Governo dell'attuale Primo Ministro Mahmud 'Abbas (Abu Mazen) sembra rispondere ai desiderata del suo popolo che, tra l'angoscia di un nuovo conflitto e le speranze di pace, cerca di comprendere cosa riserverà il prossimo futuro a questa martoriata terra.
Ripercorrendo brevemente alcuni degli ultimi avvenimenti c'è da registrare un aumento delle tensioni sia all'interno delle stesse fazioni palestinesi (accuse di brogli nelle recenti elezioni e richiesta dell'ANP ai movimenti radicali di mantenere la tregua stabilita con "Israele" nel gennaio scorso) che rispetto alla politica israeliana. In particolar modo i principali gruppi della Resistenza (Hamas, Jihad Islamica, FPLP, FPDLP) hanno sovente dichiarato che l'annunciato 'ritiro' sionista da Gaza e dalla Cisgiordania settentrionale risulterebbe nient'altro che un "ennesimo inganno". Secondo i movimenti della Resistenza il nemico sionista starebbe prendendo tempo per ritardare questo ritiro, e d'altronde il "governo di occupazione" non cessa di costruire nuovi insediamenti ebraici nelle colonie della Cisgiordania meridionale. Oltre a questi dati il Movimento di Resistenza Islamica Hamas ha dichiarato che "mentre parlano di pace i sionisti continuano ad erigere un muro divisorio che mira alla completa ghettizzazione del popolo palestinese in una sorta di apartheid sul modello sudafricano".
Anche i dati recentemente forniti dall'Istituto Palestinese di Ricerca e diffusi in questi giorni parlano chiaro: sarebbero oltre 4.000 le vittime palestinesi cadute dall'inizio dell'Intifada (29 settembre 2000), e oltre 30.000 i feriti, senza tener conto dei numerosi giornalisti e dei militanti delle organizzazioni pacifiste internazionali caduti sotto il piombo dell'esercito sionista.
L'Autorità Nazionale Palestinese risponde a queste critiche sostenendo la necessità di favorire il processo di pacificazione, ora o mai più. Secondo al-Fatah, principale movimento dell'ANP, i palestinesi non dovrebbero lasciarsi sfuggire una "occasione unica" per arrivare alla pace con Israele e costituire una Patria. La realtà nella quale si trovano a vivere i palestinesi non è propriamente così rosea come quella che vorrebbero i dirigenti di Fatah. Secondo uno studio del Centro Palestinese per l'Opinione Pubblica, pur schierandosi in massa (75,3%) in favore dell'appello lanciato dal Presidente Abu Mazen per "la cessazione di qualsiasi atto ostile" contro Israele, i suoi compatrioti non ne condividerebbero comunque le strategie. Secondo questo studio, oltre il 25% dei palestinesi voterebbe a favore di Hamas. Un altro 69,5% si dichiara "preoccupato per la situazione interna" e affatto certo che i sionisti eseguiranno completamente il ritiro entro la data prevista.
Oltre a queste perplessità sull'azione del Governo palestinese, si registra una certa preoccupazione per gli ultimi avvenimenti che hanno visto militanti delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, di Hamas e di altre formazioni della Resistenza lanciare razzi qassam in direzione di insediamenti israeliani. L'ultimo di questa serie di attacchi (diretti contro le città israeliane di Gane'i Tal e Sderot) avrebbe provocato la morte di almeno tre civili (due dei quali palestinesi). L'organizzazione "Human Right Watch" ha lanciato un appello perché Hamas e gli altri gruppi della Resistenza cessino questa serie di attacchi sostenendo che "oltre a costituire una violazione degli accordi di Gennaio" sarebbero "controproducenti" per la causa palestinese. Secondo l'esercito di occupazione sionista (IDF), dal settembre 2000 non meno di 300 razzi qassam sarebbero stati lanciati contro insediamenti ebraici provocando la morte di 8 civili. In risposta a questi attacchi gli israeliani avrebbero causato la morte di oltre 400 palestinesi (per lo più civili). Ricordiamo che il campo profughi di Jabalya venne messo a ferro e fuoco per oltre due settimane dall'esercito sionista tre anni or sono causando la morte di 107 persone (un quarto dei quali al di sotto dei 18 anni) ed il ferimento di altre 431, in maggioranza civili, oltre alla distruzione - accertata anche da organizzazioni internazionali - di 91 abitazioni.
Il responsabile dell'IDF, Gen. Israel Ziv, dichiarò in quella occasione che "era giusto punire gli abitanti del campo di Jabalya per il loro sostegno alle formazioni terroriste". Non casualmente, e non senza una buona dose di messianismo religioso, l'operazione contro il campo di Jabalya venne chiamata dai vertici dello Stato Maggiore della Difesa israeliana "giorni di penitenza".
A preoccupare ulteriormente la popolazione palestinese giunge la notizia che l'ANP avrebbe condannato a morte quattro civili palestinesi: inizialmente si era diffusa la voce - poi smentita dalle stesse autorità palestinesi - che si trattasse di 'collaborazionisti' con il nemico israeliano. Secondo il Portavoce del Ministero degli Interni Palestinese, Tawfiq Abu Khaussa, i quattro erano "rei confessi". Mentre da un lato le organizzazioni dell'estrema destra sionista (movimenti Kach e Fronte della Torah, Yetshiva rabbiniche ultraortodosse, 'fedeli del Tempio' etc...) continuano la loro battaglia al fianco del movimento dei coloni per ritardare il ritiro da Gaza dichiarandosi pronti alla "disobbedienza civile" contro le autorità israeliane, e mentre il Primo ministro sionista, Ariel Sharon, si vede chiamato in causa quale "traditore" della patria (al pari dei suoi predecessori Yithzak Rabin e Ehud Barak), il popolo palestinese vive queste settimane nel timore che anche un piccolo incidente possa provocare quella scintilla, anche minima, che dia inizio all'incendio.
I movimenti palestinesi della "diaspora" (al di fuori dei Territori Occupati di Palestina) hanno messo in guardia i sionisti dal non "scherzare con il fuoco". Non più di ventiquattro ore or sono il Governo israeliano ha dichiarato di esser pronto a sradicare l'organizzazione islamica della Jihad Palestinese in quanto "focolaio di terrore e instabilità". I dirigenti della Jihad Islamica palestinese, non più di due settimane or sono, intervenendo alla tv libanese "al-Manar", avevano accusato i sionisti di "attuare un programma diabolico volto alla completa disintegrazione dell'identità nazionale e religiosa del popolo palestinese mediante ghettizzazione", di "procedere indistintamente, come in passato, ad arresti illegali" e di "lavorare per un nuovo conflitto nella regione al fianco dei loro alleati americani". La posizione delle organizzazioni palestinesi al di fuori dei Territori Occupati è nota: da Hamas alla Jihad Islamica, passando per i laici FPLP, FPDLP, PCP ecc., tutti i principali movimenti di Resistenza hanno dichiarato di essere in "sintonia" con l'appello al "sostegno totale alla causa palestinese" lanciato da Hassan Nasrallah - segretario generale di Hezbollah - in occasione della Giornata della Terra Palestinese, lo scorso 30 marzo.
La situazione nella quale si trovano dunque a vivere i palestinesi, tra l'incudine dell'ANP e il martello sionista, non prospetta quei "giorni di pace" del quale ha parlato il Presidente Abu Mazen durante il suo incontro con il Presidente americano Bush alla Casa Bianca. Numerosi segnali farebbero anzi pensare che (dietro i sorrisi di facciata, i tour de force del Segretario di Stato Condoleezza Rice, e le frasi di routine) il rischio che la polveriera palestinese sia pronta a saltare nuovamente non è poi così ipotetico...




Con la pubblicazione di questo appello prende il via la campagna di solidarietà con il popolo palestinese, per la fine dell’embargo a Gaza.
La mostruosità dell’azione genocida di Israele diventa ogni giorno più evidente: soltanto due giorni fa il governo sionista ha fatto la sua dichiarazione di guerra definendo Gaza come “entità nemica”.
Finora la risposta a questa enormità è stata debole.
Con questo appello ci prefiggiamo di rompere il silenzio, di chiamare le cose con il loro nome, ma soprattutto di creare le condizioni per poter sviluppare una vera azione di solidarietà politica con il popolo palestinese in un frangente così grave.
L’appello vuole dunque essere solo il primo passo di una campagna, che ci auguriamo di riuscire a costruire insieme a tutti i soggetti disponibili.
La raccolta di firme che iniziamo da oggi è dunque estremamente importante: ogni firma non solo avrà un grande significato politico, ma sarà anche una spinta ad andare avanti con l’iniziativa per renderla più ampia ed incisiva.
Ci rivolgiamo quindi non solo a tutti quanti appoggiano la lotta di liberazione del popolo palestinese, ma a chiunque avverta l’insopportabilità dell’ingiustizia perpetrata nei confronti degli abitanti di Gaza.
La prima cosa da fare è sottoscrivere l’appello, la seconda è quella di diffonderlo con tutti i mezzi, la terza è quella di costruire insieme le prossime tappe della mobilitazione.
Tutte le firme devono essere inviate a info@gazavive.com
e verranno pubblicate su www.gazavive.com
Oltre a nome e cognome è importante comunicare la città e la qualifica di ogni firmatario.
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GAZA VIVRA’
Appello per la fine di un embargo genocida
Nel 1996, votando massicciamente al-Fatah, i palestinesi espressero la speranza di una pace giusta con Israele. Questa speranza venne però uccisa sul nascere dalla sistematica violazione israeliana degli accordi. Essi prevedevano che entro il 1999 Israele avrebbe dovuto ritirare le truppe e smantellare gli insediamenti coloniali dal 90% dei Territori occupati.
Giunto al potere dopo la sua provocatoria «passeggiata» nella spianata di Gerusalemme, Sharon congelò il ritiro dell’esercito e accrebbe gli insediamenti coloniali — ovvero città razzialmente segreganti i cui abitanti, armati fino ai denti, agiscono come milizie ausiliarie di Tsahal. Come se non bastasse, violando anche stavolta le risoluzioni O.N.U., diede inizio alla edificazione di un imponente «Muro di sicurezza» la cui costruzione ha implicato l’annessione manu militari di un ulteriore 7% di terra palestinese.
Nel tentativo di schiacciare la seconda Intifada, Israele travolse l’Autorità Nazionale Palestinese e mise a ferro e fuoco i Territori. Migliaia i palestinesi uccisi o feriti dalle incursioni, decine di migliaia quelli rastrellati e arrestati senza alcun processo. Migliaia le case rase al suolo. Decine i dirigenti ammazzati con le cosiddette «operazioni mirate». Lo stesso presidente Arafat, una volta dichiarato «terrorista», venne intrappolato nel palazzo presidenziale della Mukata, poi bombardato e ridotto ad un cumulo di macerie.
Evidenti sono dunque le ragioni per cui Hamas (nel frattempo iscritta da U.S.A. e U.E. nella black list dei movimenti terroristici) ottenne nel gennaio 2006 una straripante vittoria elettorale. Prima ancora che una protesta contro la corruzione endemica tra le file di al-Fatah, i palestinesi gridarono al mondo che non si poteva chiedere loro una «pace» umiliante, imposta col piombo e suggellata col proprio sangue.
Invece di ascoltare questo grido di aiuto del popolo palestinese, le potenze occidentali decisero di castigarlo decretando un embargo totale contro la Cisgiordania e Gaza. Seguendo ancora una volta Israele (che immediatamente dopo la vittoria elettorale di Hamas aveva bloccato unilateralmente i trasferimenti dei proventi di imposte e dazi di cui le Autorità palestinesi erano i legittimi titolari), U.S.A. e U.E. congelarono il flusso di aiuti finanziari causando una vera e propria catastrofe umanitaria, ciò allo scopo di costringere un intero popolo a piegare la schiena e ad abbandonare la resistenza.
Questa politica, proprio come speravano i suoi architetti, ha dato poi il suo frutto più amaro: una fratricida battaglia nel campo palestinese. Coloro che avevano perso le elezioni, con lo sfacciato appoggio di Israele e dei suoi alleati occidentali, hanno rovesciato il governo democraticamente eletto per rimpiazzarlo con un altro abusivo. Hanno poi scatenato, in combutta con le autorità sioniste, la caccia ai loro avversari, annunciando l’illegalizzazione di Hamas col pretesto di una nuova legge per cui solo chi riconosce Israele potrà presentarsi alle elezioni. USA ed UE, una volta giustificato il golpe, sono giunte in soccorso di questo governo illegittimo abolendo le sanzioni verso le zone da esso controllate, e mantenendole invece per Gaza.
Un milione e mezzo di esseri umani restano dunque sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare. Come nei campi di concentramento nazisti essi sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali. Come se non bastasse l’esercito israeliano continua a martellare Gaza con bombardamenti e incursioni terrestri pressoché quotidiani in cui periscono quasi sempre cittadini inermi.
Una parola soltanto può descrivere questo macello: genocidio!
Una mobilitazione immediata è necessaria affinché venga posto fine a questa tragedia.
Ci rivolgiamo al governo Prodi affinché:
1. Rompa l’embargo contro Gaza cessando di appoggiare la politica di due pesi e due misure per cui chi sostiene al-Fatah mangia e chi sta con Hamas crepa;
2. si faccia carico in tutte le sedi internazionali sia dell’urgenza di aiutare la popolazione assediata sia di quella di porre fine all’assedio militare di Gaza;
3. annulli la decisione del governo Berlusconi di considerare Hamas un’organizzazione terrorista riconoscendola invece quale parte integrante del popolo palestinese;
4. cancelli il Trattato di cooperazione con Israele sottoscritto dal precedente governo.
PRIMI FIRMATARI
- Gianni Vattimo – Filosofo ed ex parlamentare europeo
- Danilo Zolo – Università di Firenze
- Margherita Hack – Astrofisica
- Edoardo Sanguineti – Poeta, Università di Genova
- Gilad Atzmon – Musicista
- Franco Cardini – Università di Firenze
- Mara De Paulis – Scrittrice, Premio Calvino
- Lucio Manisco – Giornalista, già parlamentare europeo
- Costanzo Preve – Filosofo, Torino
- Giulio Girardi – Filosofo e teologo della Liberazione
- Giovanni Franzoni – Comunità Cristiane di Base
- Domenico Losurdo – Università di Urbino
- Marino Badiale – Università di Torino
- Aldo Bernardini – Università di Teramo
- Piero Fumarola – Università di Lecce
- Giovanni Bacciardi – Università di Firenze
- Giovanni Invitto – Università di Lecce
- Alessandra Persichetti – Università di Siena
- Bruno Antonio Bellerate – Università Roma tre
- Rodolfo Calpini – Università La Sapienza, Roma
- Ferruccio Andolfi – Università di Parma
- Roberto Giammanco – Scrittore e americanista
- Gianfranco La Grassa – Economista
- M. Alighiero Manacorda – Storico dell’educazione
- Alessandra Kersevan – Ricercatrice storica, Udine
- Nuccia Pelazza – Insegnante, Milano
- Stefania Campetti - Archeologa
-Carlo Oliva – Pubblicista
- Gabriella Solaro – Ist. Naz. Storia del Movimento di Liberazione in Italia
- Giuseppe Zambon – Editore
- Bruno Caruso – Pittore
-Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia
- Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano
- Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano
- Hamza Roberto Piccardo – Direttore www.islam-online.it
- Nella Ginatempo, Movimento contro la guerra, Roma
- Mary Rizzo – blog Peacepalestine
- Tusio De Iuliis – Presidente
Associazione “Aiutiamoli a Vivere”
- Cesare Allara – Com. Sol. Palestina,
Torino
- Angela Lano – Giornalista Infopal
- Umar Andrea Lazzaro – Collettivo www.islam-online.it, Genova
- Marco Ferrando – Partito Comunista dei Lavoratori
- Leonardo Mazzei – Portavoce Comitati Iraq Libero
- Mara Malavenda – Slai Cobas, Napoli
- Moreno Pasquinelli – Campo Antimperialista
- Marco Riformetti – Laboratorio Marxista
-Maria Ingrosso – Colletivo Iqbal Masih, Lecce
- Antonio Colazzo – L.u.p.o. Osimo (Ancona)
- Gian Marco Martignoni – Segreteria provinciale Cgil, Varese
- Luciano Giannoni – Consigliere provinciale Prc Livorno
- Dacia Valent – ex Eurodeputata, dirigente dell’Islamic Anti-Defamation League
- Pietro Vangeli – Segretario nazionale Partito dei Carc
- Ascanio Bernardeschi – Prc Volterra (PI)
- Fabio Faina – Capogruppo Pdci al Consiglio comunale di Perugia
- Roberto Massari – Editore, Utopia Rossa
- Fausto Schiavetto – Soccorso Popolare
- Luca Baldelli – Consigliere provinciale Prc Perugia




"Eppure Sharon qualche preoccupazione deve averla avuta, dopo il viaggio di Bush in Medioriente ai primi di giugno del 2003, che era stato ampiamente cosniderato un passo importante nell'impegno della promozione alla pace del presidente. Poco dopo il ritorno di Bush negli Stati Uniti, Israele tentò, fallendo, di assassinare Abdel Aziz Rantisi, uno dei capi di Hamas. Fu il primo dei sette tentativi di omicidio nei cinque giorni successivi".
John Mearsheimer Stephen Walt, La israel lobby e la politica estera americana, Milano 2007, pag. 261


Il candidato passa l'ultima notte pregando. Se aveva dei debiti con qualcuno, li ha pagati. Prima di avviarsi, esegue ancora una volta l'abluzione rituale che precede la preghiera, indossa indumenti puliti, si rade, e se le circostanze lo consentono, partecipa un'ultima volta alla preghiera comune nella moschea. Dio vuole che gli si chieda perdono di tutti i peccati. Poi si infila un piccolo Corano nel taschino sinistro del giubbotto e si fissa bene addosso il carico esplosivo. La procedura è sempre la stessa, è stata ripetuta decine di volte. Nessuno in famiglia sa del suo proposito e anche all'interno di HAMAS i gruppi che preparano gli attentati sono suddivisi in cellule minime, le unqud,i grappoli d'uva, in cui ogni responsabile conosce solamente i membri della sua cellula.
Non appena l'attentatore ha compiuto la sua micidiale missione, l'organizzazione in nome della quale ha agito distribuisce ai media le videocassette con il testamento.....


Ismail al Ma'suabi era il suo nome. Chiamato poi da tutti 'Ismail l’Eroe', 'Ismail il Martire'. Ma perché proprio lui? Figlio di un ricco costruttore di finestre che poteva avere tutto quello che desiderava. Era un abile disegnatore, un calligrafo. Il suo testamento di sette fitte pagine ha vinto il premio istituito dall’Università di Gaza per la migliore formulazione. Forse, tra quelle pagine si può scoprire il movente.
“Grazie a Dio che da la vittoria ai Mujhaidin, che sconfigge i dittatori. E siano lodati Maometto, tutti i suoi amici e coloro che hanno seguito la sua strada. Cari giovani musulmani, ovunque voi siate nel mondo, vi mando i saluti benedetti dell’Islam. Saluti a tutti quelli che sono convinti combattenti e martiri. In nome di Gerusalemme e della moschea di al-Aqsa e in nome di Dio, preferisco andare ad incontralo e abbandonare gli uomini. Per questo ho detto a me stesso che domani sarò con il profeta Maometto e con i suoi fedeli. Vi saluta un martire, il quale si augura di rivedervi tutti un giorno nel paradiso di Dio, il creatore del cielo e della terra. Saluto tutti quelli mi hanno conosciuto e amato e che amano la strada della Jihad e del Mujhaidin, spero che Dio mi accetti come martire.”
L’attentato suicida ci colpisce profondamente, evoca l’esistenza di persone per le quali la causa per cui combattono è più importante della loro stessa vita. C’è ben poco da fare di fronte ad individui che non soltanto sono decisi ad uccidere, ma sono anche decisi a morire. Non si possono minacciare persone che non hanno paura di nulla.