Il brusio, quello speciale, distintivo, rumoreggiante vocio che in un teatro precede l’ingresso degli artisti nella sala, si quietò all’apparire sulla scena di una esile figura scarmigliata in cui il nero della mise dominava sul biondo cenere della folta e lunga capigliatura.
Alcuni, in fondo alla sala, ancora in piedi con il cappotto in mano, si misero comodi ed un assordante silenzio, calò improvvisamente. Simultaneamente le luci del teatro attenuarono i loro raggi.
Lo sfondo delle quinte, ornato di velluti azzurri incastonati nella rossa cornice lasciava al pianoforte il dominio al centro del palco. L’incedere leggero di quella corporatura si accompagnava ad alcuni tratti del volto che tradivano un sorriso appena abbozzato. Quel pizzetto e quei baffi donavano al suo aspetto una acerba maturità che conferiva a tutto quell’essere ed a quell’indole serena, una limpida trasparenza compassata. Quasi una autorità.
Appena fu giunto al lato della tastiera, l’inchino in direzione del pubblico fece scivolare in avanti, quella chioma che a tratti, in quella posizione, nascondeva il viso. Nel ricomporsi, aiutandosi con le mani, allargò impercettibilmente il suo sorriso, trasfigurando l’espressione sicché da essa permeasse il nitido animo luminescente.
Ripeté l’inchino appoggiando la mano sinistra sul piano. L’applauso cessò.
Poi prese posto e sedé sul panchetto.
Il pianista era pronto.
Le morbide note di Brahms uscivano dalle azzurre dita del giovane che parevano toccare il cielo mentre il pubblico, piano piano, sprofondava in quella mistica realtà ove il pensiero di ognuno, abbandonandosi alla propria ineluttabile sorte, spiombava i sigilli di tanti sepolcri emigrando altrove. In quell’universo di armonie conquistava spazio la divina immensità dell’arte.
Il sublime entrava dal pertugio da cui erano fuggiti gli affanni.
Le mani seguivano un vaporoso movimento sopra quei tasti a volte carezzati, appariva così che una vaga brezza notturna a cui era stato comandato un dolcissimo soffio, eseguisse cedevoli danze e piccoli vortici tra i tasti bianchi e quelli neri, scomponessero i garbati accordi di uno spartito immaginario.
Tra le oscurità di quella platea elevata alla sommità delle armonie e trascinata da impeti inattesi e bizzarri, un uomo di mezza età, in un angolo, quasi appiattito tra la poltrona ed il muro, oscillava tra gli opposti sentimenti ispirati dai movimenti del brano. Guardava assorto il pianista. Osservava il dorso di quelle mani nervose seguendole nel loro melodioso percorso. La meditazione di quello spettatore si fissò in un tempo passato allo stesso modo in cui la pupilla scruta la cruna di un ago.
Quello sguardo svelava una infossata tristezza.
Il turbinio dei ricordi si avvedeva di presenze lontane, benevoli spettri che scortano sempre le ombre di quà. Pareva a quell’uomo di scorgere familiari parvenze accanto al pianista. Ritta al lato sinistro del piano, di fronte al pubblico, si ergeva una piccola folla di anime dall’aspetto gioioso.
Angeli senza ali che, nel silenzio del nostro universo, alimentano la felicità del mondo.
Una spontanea lacrima sgorgata dal basso arco dell’iride, cedette e lentamente, nascostamente, inumidì i suoi lineamenti.
L’emozione procurata da Liszt fu smisurata.
A volte il cuore dell’uomo, strapazzato dagli eventi della vita, evapora davanti alla sovrumana grandezza. Brucia. Si incendia come il legno contorto che nutre la fiamma.
Tutti i pensieri erano contriti. Tutte le riflessioni erano intenerite. L’intelletto era inzuppato nel luccicone di un sogno che quell’esistenza aveva conosciuto.
I resti del passato, ruderi nella sua memoria, resistevano al tempo, immobili, quasi pietrificati nelle immagini delle foto incorniciate sopra la coda del pianoforte della sua casa di città.
Ora lo sguardo dell’uomo di mezza età era perduto nelle nebbie cosparse da un etereo raccoglimento sfuggito al controllo delle forze cosmiche. Un assorbimento ultraterreno.
Inconsapevole di tutte le commozioni, di tutte le percezioni, di tutti i turbamenti e di tutti i trasporti sull’onda dei quali, sapientemente aveva saputo condurre gli spettatori, il giovane pianista concluse il concerto non senza avere prima conceduto il bis tra l’entusiastico frastuono delle ovazioni, delle acclamazioni e dei tripudi.
Poi, pago di quel momento, senza scomporsi e con lo stesso aperto sorriso con il quale era entrato in scena, rivolto all’uditorio, al terzo inchino, compiaciuto, voltando le spalle ai destini di quanti lo avevano ascoltato, scomparve dietro le quinte di quel teatro, inghiottito nel ventre dell’annunciato successo.




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