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  • Marsà al hamem. La baia delle tortore

    3 27.27%
  • Notte molto dopo gli esami

    1 9.09%
  • Sera prima della festa

    1 9.09%
  • La conquista del mondo

    2 18.18%
  • Il mercante

    4 36.36%
  • La madre di Cecilia

    0 0%
  • Marguerite detta Gherta, Putain in Grenoble, marzo 1307

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Discussione: Nuovo sondaggio

  1. #11
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    La conquista del mondo


    La campana della cappella suonava già da un po’. Suor Maria si alzò dal suo stretto lettino e, mormorando una preghiera nel buio, cominciò a vestirsi. Sarebbe arrivata di nuovo in ritardo alle laudi, ma questa sveglia prima dell’alba era l’unica cosa della vita monastica a cui forse non si sarebbe mai abituata del tutto. Come ogni mattina si impose di pensare al suono della campana come alla voce di Dio, che le ricordava perché era lì. Fin da bambina per lei le prime ore del giorno erano state le peggiori.

    Sentiva fuori nel corridoio lo scalpiccio dei passi delle sorelle. Generalmente durante il giorno le grandi stanze comuni e i corridoi del convento riecheggiavano delle loro risate argentine, di un cicaleccio un po’ frivolo che nessun rimbrotto della Madre Superiora era mai riuscito a far tacere del tutto. Ma a quell’ora ognuna era ancora assorta nei suoi pensieri o troppo assonnata per parlare.

    Aprì la porta e si avviò giù per le scale e attraversò il chiostro. La piccola chiesa era quasi al buio, illuminata solo dai lumini posti sull’altare e sotto all’immagine della loro patrona, Santa Chiara.
    Prese posto insieme alle consorelle negli scranni che circondavano l’altare. Nel buio vedeva la grande grata nera che separava in due parti distinte la chiesa. Dall’altra parte stava seduto il poliziotto, con la sua divisa blu. Occupava la prima fila, come ogni mattina, il capo abbassato e le mani giunte.

    Avevano deciso di lasciare aperta la porta della chiesa anche durante la notte, nonostante il pericolo dei furti, ma in fondo la città era piccola e la popolazione dei vicoli circostanti nutriva per la piccola comunità di clausura un grande affetto e vigilava su ogni anomalia. E poi c’era il poliziotto, il loro silenzioso angelo custode, a sua volta in cerca di qualcuno che si prendesse cura delle sue afflizioni.

    Era bello vedere come a ogni ora del giorno e della notte qualcuno si affacciasse in cerca di un rifugio, di un momento di ristoro. Alcuni sedevano muti, fissando le suore dietro alla grata, come si guarda uno spettacolo televisivo, e come se le suore non potessero vederli. Altri partecipavano alle preghiere, ai rosari e alle litanie con l’aria diligente di bambini che ripetono la lezione e che sperano che questo aumenti i loro voti nella valutazione finale. Altri ancora giravano per la chiesa guardando gli affreschi e gli arredi sacri, come se passeggiassero in un museo. Poi si sedevano per pochi istanti, guardando in alto la volta. Magari leggevano qualche pagina nella loro guida turistica dell’Umbria, e poi si alzavano e uscivano.

    La preghiera del mattino era terminata e le suore, ormai non più insonnolite, lasciarono la chiesa. Ora cominciava l’intensa giornata del monastero. Raramente Suor Maria aveva un momento libero, fra il servizio in cucina e in refettorio, la Santa Messa, gli esercizi spirituali, il quotidiano esame di coscienza dopo l’ora Sesta, le preghiere scandite dalla liturgia delle ore.
    Ultimamente poi nel monastero si era affacciata una grande novità. Dopo un lunga disputa con la Madre Badessa, Suor Maria era riuscita a ottenere l’installazione di un computer con accesso a internet. Da sempre le suore si tenevano aggiornate tramite la lettura dei giornali e poche cose che succedevano nel mondo sfuggivano alla loro attenzione. Dopo il pranzo, nell’ora di ricreazione che le sorelle passavano insieme, si discuteva di tutto. Grande sgomento avevano suscitato le notizie dei recenti terremoti ad Haiti e in Cile. Preoccupazione e tristezza le notizie dal Medio Oriente.

    Là fuori tutto era colmo di sofferenza, guerre e dolore. Il caos sembrava voler inghiottire nel suo avido vortice la terra e le sue creature. Le monache sapevano che a loro era affidato il compito di riportare ritmo e ordine nel respiro scomposto e affannoso del mondo, con la testimonianza di una vita che seguiva ritmi secolari, priva di dissesto e irrequietezza. Esse incantavano la realtà, scandendo il tempo con le loro preghiere per impedirne la dissoluzione, riecheggiando con la loro vita monotona e armonica la serenità impassibile del cosmo e dei pianeti che orbitano intorno al sole.

    Molti scrivevano chiedendo consiglio, voci spesso disperate e angosciate. Alcuni lasciavano un bigliettino nell’apposita scatola posta in fondo alla chiesa, altri scrivevano lettere lunghe molte pagine nelle quali raccontavano le loro passioni, le loro paure, i loro lutti e i loro dolori. E allora Suor Maria aveva pensato di istituire un sito internet per il monastero, con un indirizzo e-mail. Il successo dell’iniziativa era stato incredibile e immediato.
    Ormai ogni giorno arrivavano almeno una decina di richieste di preghiere di suffragio, suppliche e domande angosciate sul da farsi. Suor Maria, con il consiglio della Madre Badessa, cercava di rispondere a tutti. Spesso le sorelle discutevano insieme un caso particolarmente difficile. Per esempio, ieri era arrivata l’e-mail di un uomo che qualche settimana prima, alla guida del suo camion, completamente ubriaco, aveva investito una madre con il suo bambino. Era fuggito senza prestare soccorso, ma ora il rimorso lo stava logorando ed egli meditava il suicidio.
    Aveva scritto anche una donna di ventinove anni che dopo qualche giro di parole, pieno di imbarazzo, aveva confessato di fare la prostituta. Un uomo, evidentemente un suo cliente (lei lo aveva definito un piccolo professore, vedovo e poco attraente) e per il quale lei non provava nulla, le aveva chiesto di sposarlo. Lei non sapeva che cosa fare: agli occhi di Dio era più grave fare la prostituta oppure vivere nella menzogna? C’era una donna che aveva sposato un musulmano, un turco, all’apparenza integrato nel mondo occidentale. Ora che la figlia stava crescendo voleva imporle a tutti i costi di indossare il velo. Che cosa doveva fare?

    Si, quanto dolore, quanta paura, quanta rabbia lì fuori nel mondo.
    E quanta pace, quanta felicità lì dentro, fra le alte mura medievali del monastero. Suor Maria spesso si sentiva profondamente in colpa per questa gioia, per questa immensa fortuna che le era capitata. Mentre apparecchiava il lungo tavolo del refettorio per la colazione, pensò alla reazione dei suoi genitori (era figlia unica), quando aveva annunciato che sarebbe diventata suora, e di clausura per giunta. Non aveva letto nei loro occhi solo stupore, quello che aveva visto era smarrimento e orrore. Entrambi atei, i genitori avevano pensato che la figlia fosse impazzita, che fosse vittima di una qualche sorta di plagio, di un raggiro. E poi erano arrivati i pianti, le urla, le minacce, i ricatti. Il padre era stato ricoverato a causa di un piccolo infarto, la madre non riusciva più a guardarla negli occhi. “Ma i tuoi studi di medicina, avevi quasi finito…” gemeva, e giù altre lacrime e recriminazioni. Come spiegarle che per guarire i mali del mondo non bastavano le medicine?

    Era stato un momento difficile, ma nulla al mondo avrebbe potuto farle cambiare idea.
    La sua avventura era cominciata per caso (se uno volesse credere al caso, e lei non ci credeva più da tempo). Aveva accompagnato il suo fidanzato di allora a un seminario di meditazione buddista, in uno di quei centri dove tutto sa di incenso a buon mercato e alle pareti ci sono mandala e diagrammi con i chakra.
    Meditare era stato facile per lei, naturale, e non aveva fatto nessuna fatica. Si era immersa in sé stessa e aveva immediatamente avvertito quella pace, aveva trovato dentro di sé quel luogo dove tutto è tranquillo e dal quale si può osservare il mondo senza giudicarlo. Poi per qualche anno aveva cercato la sua strada: seminari, corsi, gruppi, stage con sedicenti santoni e guru. Aveva pregato, cantato, recitato mantra in lingue sconosciute, sentito profumi nell’aria ed esperimentato stati alterati di coscienza.

    Poi, un bel giorno, con la scusa di fare un giro gastronomico dell’Umbria con un gruppo di amici, era entrata nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Nella grande basilica ottocentesca era conservata la piccola cappella costruita da San Francesco con le sue mani. Si era seduta lì al fresco. Fuori faceva molto caldo e la prospettiva di altre due ore in macchina non era affatto allettante e all’improvviso, era accaduto: d’un tratto l’aveva colta una profonda commozione, un senso di nostalgia, la certezza profonda di essere tornata a casa e di non aver più voglia di andar via. Aveva cominciato a singhiozzare e aveva sentito un alito di vento fresco sul volto. Dentro di lei aveva sentito una voce: “Non piangere, va tutto bene. Non avere paura.” Aveva venticinque anni.

    Si, aveva affrontato il noviziato, le prove, i colloqui. La Madre Badessa era stata molto dolce ma scoraggiante, le aveva illustrato tutte le difficoltà, le rinunce, i rimpianti ai quali andava incontro. L’aveva avvertita del fatto che molte ragazze cercano rifugio in monastero dalle difficoltà o dalle delusioni del mondo e che sono destinate a non trovare quello che cercano. Il monastero, spiegò, è un laboratorio, è un luogo dove, avendo eliminato tutte le variabili e le distrazioni, si incontra sé stessi senza veli e senza illusione alcuna. Si incontra i propri limiti senza poter trovare scuse altrove: l’impazienza, l’intolleranza, il fastidio per gli altri, la smania di primeggiare. E non è sempre un’esperienza piacevole.
    Ma nessuno di questi discorsi l’aveva dissuasa, anche perché la Madre Badessa mentre li faceva conservava sempre quel sorriso un po’ distratto e intimamente soddisfatto che, avrebbe imparato in seguito, appartiene a chi ha smesso di vivere in conflitto con il mondo. E adesso era lì, dopo aver preso i voti definitivi. Era difficile descrivere il senso di libertà che dava l’essersi finalmente affrancata dalle scelte. Non doveva più decidere nulla, né come vestirsi, né quando mangiare cosa o quando. Non doveva più arrovellarsi sull’andamento delle giornate, era libera di esistere e di offrire questa esistenza in dono a Dio. La libertà delle stelle nella loro orbita.

    E mentre Suor Maria usciva frettolosamente dal refettorio per correre in chiesa (era di nuovo in ritardo e già riecheggiavano gli ultimi rintocchi, sempre più flebili, della campana), non poté fare a meno di fare un saltino, di quelli che fanno le bambine quando giocano a campana.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  2. #12
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    Il mercante


    La casa della vecchia Annuska sta sul ciglio della strada che attraversa il bosco, dietro un campo di girasoli. Ha una veranda con la tettoia verde, inclinata, e la ringhiera di legno inciso.
    Con i semi dei girasoli la vecchia Annuska nutre le sue galline, ogni giorno i boscaioli trovano sul suo tavolo un pollo bollito e il latte di capra fresco. In cambio le danno legna da ardere, scambiano le uova con the e burro, a volte fanno riparazioni nella casa. Il giorno che mi fermai sotto la sua veranda ero diretto al mercato di Pinsk. C'erano stati tempi migliori, avevo attraversato il Gobi con carovane di dromedari, navigato in cerca di spezie con un galeone. Ma in quel momento la mutanza di fortuna mi aveva lasciato le mie gambe, undici coperte di lana e un sacchetto di terra che guarisce le ustioni. Poco, ma non era la prima volta che ricominciavo.

    Il pollo era freddo, il pane sciapo, ma non c'era da lamentarsi. Il vento autunnale portava già la promessa della neve, Annuska teneva sulle spalle il suo scialle rosso con le frange e beveva un intruglio caldo di the e vodka.

    " Posso darti una delle mie coperte per l'ospitalità ? "

    " Quel che vorrei veramente è un galletto giovane, ci vuole sangue nuovo nel mio pollaio. Tu stai andando al mercato ? "

    " Costano i galletti. Io cosa avrò in cambio ? "

    " Un sogno. Custodito in un guscio d'uovo, perchè tu possa tenerlo fino a quando ne avrai bisogno. "

    La piazza del mercato a Pinsk è un'isola lastricata in un mare di fango e pioggia.
    Una delle coperte l'avevo tesa tra due pali per farmi un riparo di fortuna, una per coprirmi, due le avevo vendute, sette ne rimanevano.
    La donna col bambino sembrava ridotta anche peggio di me, vestita di stracci si trascinava il figlio con una mano e con l'altra teneva una gabbietta con un galletto, forse l'unica sua ricchezza.
    Sento sempre un senso di calore in fondo alla pancia quando vedo la Provvidenza all'opera.

    " Panienka ! Vuoi delle coperte per i tuoi figli? Non hanno un buco nemmeno a pagarlo. "

    " Io nemmeno i buchi potrei pagare, gospodie, questo gallo è tutto quel che ho. "
    Era giovane, doveva ancora finire di crescere, ma le penne erano colorate e lo sguardo fiero, bella bestia. "

    " Ma le mie coperte costano poco ! Tutte e sette possono andare per un galletto e un sorriso. "

    " Il galletto è facile, ma il sorriso l'ho perduto. Il mio figlio più grande lo ha portato con se. Solo il Signore sa dove. "

    Le due coperte vendute mi permisero un letto asciutto e un piatto di pierogi, il giorno dopo Annuska ebbe il suo galletto e io un uovo dipinto di onde gialle e stelle rosse.
    Ci sono tanti mercati al mondo, ma un solo Mercato, pochi sanno come trovarlo, eppure tante sono le entrate da tanti mondi.
    L'importante è sapere che nei pressi di ogni entrata si troverà una casa ospitale con la veranda e la tettoia verde inclinata.
    Così m'incamminai e il campo di girasoli divenne bosco fangoso, poi foresta d'alberi dorati, infine mi trovai tra i banchi del Mercato.

    Dopo alcuni giri avevo diverse offerte da valutare per l'uovo. Izmirolu il turco offriva due delle sue sigarette, ci sono posti dove per due paglie si può avere un vaso smaltato pieno di diamanti, basta sapere quale uscita prendere. Ma passai presso la torre diroccata dei poliziotti, i guardiani del Mercato. Uno di loro custodiva il recinto in cui vengono raccolti i ladruncoli per essere messi all'asta come schiavi. Le leggi del Mercato sono dure, necessariamente. I prigionieri erano tutti ragazzi, uno in particolare aveva dei capelli biondo pallido e degli occhi che avevo già visto prima. Mi rivolsi al poliziotto.

    " Sono ragazzi scappati di casa questi ? "

    " Regolare ! Vagabondano, finiscono qua e si mettono a rubacchiare. Tutti uguali. L'asta inizierà al quinto canto dei fringuelli. "

    " E' possibile trattare in privato quello col panno verde ? "

    " Io cosa avrò in cambio ? "

    Gli mostrai l'uovo dipinto.

    " Il sogno che non riuscivi a ricordare... "

    Nel Mercato il tempo scorre diversamente, quando tornai a Pinsk col mio acquisto era già inverno inoltrato, un freddo cane e muri di neve.
    La madre fu molto contenta di riavere il figlio perduto, in cambio ottenni il sorriso che mi doveva e un paio di valenki appartenuti al marito morto.
    Senza quegli stivaloni non sarei riuscito ad attraversare il bosco innevato fino alla casa di Annuska.

    Ero seduto al tavolo di legno, bevevo il the bollente con i chiodi di garofano mentre la vecchia con il padellone di ferro preparava delle palacsinta ungheresi, con lo zucchero a velo e i semi di papavero.
    " Allora sono stati questi i tuoi affari ? Alla fine hai barattato undici coperte con due vecchi stivali che la neve ha già deformato. Speravo che usassi meglio il sogno che ti ho dato. "

    Tirai fuori una pezza di tela vergine, l'avevo presa al Mercato in cambio del sacchetto di terra.

    " Due stivali vecchi e delle lacrime di gratitudine.. "

    La padella rovente le cadde per terra, bai bai palacsinta, riuscì di poco a non bruciarsi. Io continuavo a parlare con indifferenza.

    " Lo sai cosa ci si può fare, vero ? "

    Quasi piangeva la vecchia.

    " La giovinezza perduta.. un altro giro della ruota.. "

    " Io cosa avrò in cambio ? "
    __________________
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  3. #13
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    La madre di Cecilia


    “Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, (…) quando il suo sguardo s’incontrò in un oggetto…”
    *** ***
    Renzo fa il netturbino in un comune della provincia di Lecco (lui ancora non lo sa, ma da oggi è solo. Un’ora fa, sua moglie è fuggita con un ricco calciatore di origine spagnola, Rodriguez, ma questa non è la nostra storia). Di solito, con una grande scopa di saggina spazza le strade e i vicoli più stretti, quelli dove non si riesce a farlo con le moderne scope meccaniche. Questa mattina però è su un motofurgone: deve ritirare i pacchi di rifiuti di carta (quotidiani, riviste, cartoni ecc.) che gli utenti hanno lasciato fuori dalle case, vicino alla porta. Ora scende dal furgone. Un signore ha appena posato una piccola pila di vecchi giornali di fianco all’ingresso di un condominio.
    “Buongiorno, Renzo” dice il signore allontanandosi.
    “Buongiorno, Giovanni” risponde Renzo.
    Renzo solleva il pacco lo getta nel cassone, ma un foglio scritto, formato A4, scivola fuori dal mucchio e cade a terra. Renzo raccoglie il foglio di carta gli dà un’occhiata, lo piega e se lo mette in tasca. Risale sul furgoncino, parte. Al portone successivo si ferma e ricompie quasi meccanicamente la stessa operazione. Riparte, ma poco dopo è costretto a fermarsi perché in mezzo alla strada c’è un grosso camion che sta scaricando dei mobili. Il conducente del camion gli fa segno di avere pazienza un paio di minuti. Renzo è un tipo tranquillo. Spegne il motore, solleva un poco il sedere dal sedile, tira fuori dalla tasca il foglio raccolto poco prima e legge.
    *** ***
    Io sono qui, nessuno mi vede, nessuno mi sente. Superfluo dirvi che milioni di persone conoscono già la mia breve, drammatica vicenda. Chi tra quelli che hanno seguito gli avvenimenti dei quali essa fa parte, non ha gioito, sperato, esultato, provato indignazione oppure solo noia o addirittura fastidio? In questo luogo io vivo un immenso, riletto dolore; così è sempre stato per me e per sempre sarà, nel tempo e con le future generazioni quando mi leggeranno, perché così ha voluto colui che mi ha creato: M.. E’ colpa sua se io sono costretta a sopportare infinite volte il ripetersi della mia tragica storia. Parole scritte per una sofferenza senza fine per chi non ha potuto provare mai gioie, ansie, fatiche, né brevi vittorie. Solo in questa occasione, per queste poche righe e grazie al suggerimento di un tale indotto da un gioco, con il piccolo miracolo di un attimo di serenità, mi sforzo di raccontare qualche cosa di me. E può anche darsi che a voi queste altre mie parole sembrino un poco strampalate, ma provate a mettervi nei miei panni e cercate di capire il mio punto di vista.
    Io e le mie figlie non siamo mai state padrone del nostro destino. Io non smetterò mai di portare la croce. Gesù non ha potuto liberarmi dal dolore, né il pensiero di Lui mi ha dato la forza o il tempo di riuscire a sopportarlo. Nella mia vicenda non si fa, si sconta, c’è solo insensata pietà, non giustizia. Perciò non ho nulla qui da chiedere, da rammentare a Dio, alla “Divina Provvidenza”, che Egli già bene non sappia. Sempre che Egli ci sia anche per quelli come me, ma di questo è lecito dubitare. Io non so quanto grande sia la mia fede, né se ho praticato mai la carità. Ciò nonostante, non ho perso la speranza. Lui ha fatto voi a Sua immagine e somiglianza, ma in principio anche Dio fu solo parole.
    Come ogni madre avrei voluto poter parlare alle mie figlie, raccontare loro di me, dei fiori nei prati, degli uccelli sui rami, del vento che li muove, dell’acqua dei fiumi che scorre, delle lucertole che al mattino cercano il primo raggio di sole, della volpe che sfugge la tagliola. Delle cose del mondo.
    Che valore ha essere buoni, sentirsi capaci di amare a lungo, per le pagine di un intero libro o della propria possibile vita narrata, se nessuno ne scrive? No, non ha alcun valore essere buoni o voler amare se nessuno lo sa.
    O figlie che siete state dentro di me…
    O figlie, figlie che avrei voluto stringere …
    O figlie, che volevo vedere sorridere…
    O amate figlie, che avrei voluto nutrire, crescere ancora…
    Perdonate se in questo breve spazio mi sfogo, ma tutto ciò mi è stato negato, ed è proprio questo il mio rammarico maggiore. Devo, invece, sopportare il peggiore dolore per una madre, quello di veder morire una figlia e restare in perenne attesa della morte dell’altra e della propria. Solo chi ha provato l’orrore di queste immense disgrazie può veramente comprendermi. Non ci sono consolazioni per una bimba che muore, nessun dolore è più grande. Un urlo straziante che sale nel profondo dello spirito e ridiscende sino nella carne. A lacerartela, strappartela. Quando la mia Cecilia muore tutto muore. Anzi, tutto di me resta in attesa della morte. Ma per M. nasce una madre, quella che persuade alle lacrime, la madre di Cecilia.
    No, malgrado lo sconosciuto e il suo video-confronto, non posso sollevare il capo e sorridere. Prego, questo sì. Dio sa che non è colpa mia se non posso provare pace ed adeguarmi al Suo silenzio.
    Da tempo ho imparato ascoltando le deboli vibrazioni delle pagine lette che si sollevano e ricadono una sull’altra, a capire quando sarà il mio momento. Ora so che la maggior parte delle volte c’è di mezzo un professore, uomo o donna, magari piccolo, con gli occhiali.
    Si siederà alla cattedra, aprirà il libro, chiederà ai presenti di fare silenzio, rifletterà un attimo e dirà “Quello di Cecilia è un drammatico, intenso, commovente episodio che si svolge durante l’epidemia della peste, a Milano… Chi vuole leggere?”.
    Questi minimi fatti, altre parole, si sovrappongono alla lettura di me, perciò un poco li conosco, in una continua dissolvenza.
    Ma sento il preciso istante in cui tutto fatalmente sta per riaccadere. A chi toccherà, questa volta?
    [...] “Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta…”
    S’ è fermato un momento. E’ un bambino e mi legge abbastanza bene. Riesce quasi a farmi sentire sofferente come veramente sono. Gli anni passeranno per lui, diverrà uomo con i suoi problemi, le sue speranze e le sue certezze. Difficilmente riaprirà questa pagina. Dico questo perché, a parte i professori, capita sempre più raramente che a leggere di me siano persone mature. Per la maggior parte sono ragazzini che sanno leggere poco e male, e vanno così ad aggiungere alla mia un’altra tristezza, lasciandomi quasi gelida, sovente privandomi persino della mia dignità. Neanche nella realtà c’è vera, completa misericordia per me.
    [...] “ Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione volontaria.” .
    Per qualche ragione, la lettura si è interrotta di nuovo. E allora posso ancora dirvi di costui, il monatto che conduce il carro degli appestati: egli è ubriaco. Nessuno può conoscere questo particolare meglio di me, che l’ho avuto di fronte. M. non ha voluto scrivere che aveva bevuto, ha preferito dire “turpe” piuttosto che sbronzo. Più del suo rispetto per la morte, credo che lo abbia frenato il suo moralismo. Non si è reso conto che certi lavori si è disposti più facilmente a farli se si ha alzato un po’ il gomito. Il vino che ha in corpo aiuta il monatto ad accettare la sua inderogabile sorte, a causa della quale un po’ mi rassomiglia. Condannato per sempre alla peggiore delle fatiche ne prova eterna sofferenza.
    […]Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva ma coi segni della morte in volto. (…)
    “O Signore”esclamò Renzo: “esauditela! Tiratela a Voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! Hanno patito abbastanza!”…

    *** ***
    Da dietro, sulla strada, si sente il suono di un clacson appena premuto. Renzo alza lo sguardo, la strada è libera, il camion dei mobili è partito. Si volta a guardare indietro, ci sono già tre o quattro macchine che aspettano e un automobilista gli fa capire che deve svegliarsi e muoversi.
    Ripiega il foglio, lo rimette in tasca, accende il motore e riparte.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    Marguerite detta Gherta, Putain in Grenoble, marzo 1307


    Le dita bruciavano per il freddo. L’acqua prorompeva dalla bocca barbuta del leone di ferro, sgorgava dal mascherone nero e faceva ruotare i tournasol nella tinozza. Li aveva raccolti nei prati appena fuori porta, la neve si stava sciogliendo lasciando sui campi qualche isoletta bianca, sotto la stoppia spuntavano i teneri cuori di tarassaco, il momento giusto per la raccolta, qualche giorno ancora ed il sole avrebbe fatto diventare amare le foglioline croccanti.
    La “Fount de la Vilo”: lavare lì, la terra di quella povera verdura, era come gustare un attimo di libertà. Quella faccia nera, imperterrita e paffuta era il primo volto che aveva incrociato nella città di pietra, l’unico che mai si sarebbe permesso di guardarla con disapprovazione, di scorrere gli occhi giù dalla treccia nera fino ai piedi scalzi, l’unico che non le avrebbe mai rivolto una parola di scherno o di disprezzo.
    Una primavera gelida solo qualche anno prima … l’erba non nasceva più, la neve continuava ad allungare dita bitorzolute sulle pendici dei monti, nei campi bruciati dal gelo un’altra vacca era morta di fame. Con l’incoscienza dell’infanzia se ne era rallegrata, una bestia ossuta era crepata, cibo sicuro per parecchi giorni … Non capiva la rabbia amara degli anziani, lo sgomento impotente di suo padre che imprecava alla sorte. Erano vacche magre, si ma si potevano mangiare! Dopo tanta fame era una festa anche una bestia dura. Non sapeva che erano finite le scorte di segale e d’orzo, non poteva capire che la fine era vicina per tutti.

    Un uomo aveva bisbigliato qualcosa nell’orecchio di suo padre,ma non doveva aver detto qualcosa di buono: uno sgabello era volato alto per la stalla e lui se n’era andato gridando. Parole che dovevano aver sortito un certo effetto, la notte dopo suo padre e sua madre parlottarono a lungo mentre tutti dormivano, c’era stato anche qualche singhiozzo ma il sonno di Gherta era quello di una bambina: si era riaddormentata tranquilla senza darci peso. Si stava preparando qualcosa, se ne accorse per prima. I bambini del paese vivevano la giornata come sempre, divisi fra i giochi ed il lavoro dei campi, lei osservava i grandi che complottavano qualcosa. La vita sui monti esigeva l’impegno di tutti fin dai primi anni ma quell’anno di tempo libero ce n’era stato fin troppo: c’erano più pastorelli che bestie e i campi seminati non avrebbero dato messe o quasi, così quando le dissero che sarebbe andata al mercato di Guillestre ne fu contenta.

    Scrollò l’acqua dai tournasol mondati dalla terra e tornò alla locanda, rubò un tocchetto di sugna alla cuoca intenta a sorvegliare la carne sugli spiedi e respirò l’odore dell’arrosto assaporandolo attentamente, non ne avrebbe assaggiato di quella carne, a meno che qualche cliente non avanzasse qualcosa, possibilità abbastanza remota. Senza farsi accorgere dalla maitresse spalmò il briciolo di sugna sul dorso e sul palmo delle sue mani, fregandole bene perché assorbissero il grasso, glielo aveva insegnato una delle donne che lavorava in casa, in quel modo le mani sarebbero rimaste bianche e morbide anche dopo il lavoro in cucina … Ai cavalieri si sa, non piacciono le mani ruvide delle contadine, le signore hanno mani morbide e bianche, se voleva guadagnare tanti soldi doveva tenerle curate.

    In cambio della bambina quel mercante di Guillestre aveva dato a suo padre viveri e sementi; Gherta aveva dovuto subire la libidine del vecchio per parecchi mesi, obbedire a tutto ciò che le comandava e mangiare pane ammuffito. Almeno mangiava tutti i giorni, cercava di pensare, ma quei tozzi di pane sapevano solo di segatura, chiudevano la gola e stentavano a scender giù nello stomaco. Nella locanda il cibo era migliore, la carne era solo per chi la pagava, ma la maitresse lasciava che le ragazze raccogliessero il sugo sotto gli spiedi, e poi dava loro del pane e del latte, lei raccoglieva erba e frutta nei campi, aveva imparato quel lavoro dopo aver mosso i primi passi, seguiva la madre al pascolo e raccoglieva il cibo dei prati come tutte le altre donne e bambine dei monti. Le piaceva lavorare in cucina, la cuoca era vecchia e sapeva far poco, aveva lavorato su nelle camere per tutta la vita ed era rimasta lì perché non avrebbe saputo dove altro andare. Quando il mercante l’aveva lasciata al bordello era poco più di un fagotto, dieci anni, forse undici, avvilita e malnutrita osservava il seno enorme della maitresse sbordare dal vestito di broccato, col vocione profondo l’aveva severamente ammonita, terrorizzandola su quel che le sarebbe potuto accadere se si fosse allontanata da lì, - guai a lei se tentava la fuga! Con uno sguardo languido si era voltata ad osservare i fornelli, non si sarebbe allontanata, non ce n’era ragione. Alle ragazze non piaceva il servizio in cucina, preferivano restare tutto il giorno nelle camere luride, ingermarsi con nastri e perline e parlare di cavalieri, di mercanti e di proprietari terrieri, ma gli avventori di quel locale erano solo contadini e soldataglia.
    Sognavano di andar via, di diventare ricche … volevano vestiti di broccato, con quel filo nuovo che arrivava dalla Cina, come quello della maitresse, che in chiesa, aveva distratto dalla messa pure le suore del convento: cornacchie altezzose, guardavano le peccatrici di sbieco e si vantavano di tessere il miglior lino della regione, non avevano la pur minima idea di cosa fosse la seta!
    Ridevano di lei che si contentava di una casa scaldata dal fuoco e del cibo che le davano. A Gherta non andava bene tutto quel che lì accadeva, ma c’era di peggio sotto al cielo, e poi non conosceva cavalieri, solo marmaglia sguaiata che mangiava, rideva ed allungava le mani; per chiamarla le strattonavano la treccia nera, aveva smesso di arrabbiarsi per questo, reagiva con un sorriso, un occhiataccia con i suoi occhi grigi e si lasciava toccare dalle manacce lerce.
    Con un gesto preciso, la maitresse versò un filo di quell’olio che aveva fatto arrivare dalla costa sulle rosette di tournasol, deliziata da quella bambina che invece di dormire tutto il giorno se ne andava nei prati a far erba:
    - Montanari! Gente che conosce soltanto il lavoro … pensava, alzò gli occhi accigliata e mise in guardia la cuoca da quel giovane che s’era infilato nel locale e che, indifferente, cercava di nascondersi in mezzo agli atri clienti: - non dargli nulla se non paga prima! Era chiaro che quello non avesse un soldo, doveva essere scappato da casa, dalla fame nera dei valligiani l’inverno.
    - Se io fossi in te invece gli darei qualcosa! - Disse ridendo Gherta, ed allo sguardo stupito delle due commentò affabile, - non la spezzerò io la legna domani! non ce la faccio certo, lo farete voi?
    La vecchia comprese ed annuì scotendo il seno enorme, un giovane che le sbrigasse qualche lavoretto era sempre utile, aveva imparato a sue spese che era meglio averne sempre uno nuovo e a far filar via quello che già si sentiva insediato in quel piccolo regno di abbondanza alimentare e femmine facili … - Cos’è, lo vuoi conoscere forse? - Maitresse aveva l’aria maliziosa, Gherta negò col capo e rispose con una smorfia di disprezzo. - Non ne voglio di squattrinati, io!
    Con lo sguardo lungo aveva già valutato la sala, l’indomani avrebbe avuto qualche denaro da cucire nell’orlo della sua vesto di lana, quella che portava sopra la camisa di lino. Era scalza ma ben vestita e, quel che per lei era più importante, sapeva contare: 12 denari per un soldo, 20 soldi una libbra d’oro; 2 soldi erano il suo valore, quelli che doveva alla maitresse per il riscatto, qualcosa doveva portarsi dietro per poter ritornare a casa, il denaro serviva anche in montagna, intanto però doveva calcolare il valore di un paio di scarpe, quelle se le voleva proprio comprare.

    Dall’angolo del camino, una delle donne del bordello alzò gli occhi a guardarla, seduta al caldo allattava suo figlio, avvilita dalla certezza che anche quello se ne sarebbe andato, fame, malattia o altro, tutte le prostitute della casa avevano avuto dei figli ma nessuna era mai riuscita a tenerne uno con sé, neanche maitresse. Incrociò lo sguardo della cuoca e dell’anziana tenutaria, tutte e tre conoscevano i progetti di Gherta, tornare a casa ed avere una vita normale, forse lei ce l’avrebbe fatta, accadeva di rado ma poteva sempre succedere, era il sogno di tutte, ma casa era anche lì e lì o in altro posto simile era sempre dove si finiva per restare …
    Ultima modifica di Betelgeuse; 20-03-10 alle 15:44
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  5. #15
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    ma ero sloggato. come cazzo facevo? oh basta.. ce l'avete con me.. iango:iango:
    "extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
    ----------------------------

    grazie a tutti..

  6. #16
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    notte molto dopo gli esami mi è piaciuto ma l'ho trovato un po' prolisso nelle descrizioni degli interni.le descrizioni esterne invece sono meno lunghe e più scorrevoli, a parer mio. un flusso di coscienza scritto bene.

    sera prima della festa è molto tenero. un'immagine a carattere familiare molto tranquilla. qualche breve descrizione di persone a caso, ma non va più in là, purtroppo..

    la conquista del mondo l'ho trovato un po' lento all'inizio. molto curato comunque nei dettagli sulla giornata ordinaria di una suora, così come il suo corso di vita. mi è piaciuto molto il pezzo dei genitori atei scandalizzati (). quasi comico aggiungerei. e il finale è molto bello. da un'immagine di armonia e serenità..

    il migliore è il mercante, a parer mio. bella la ricostruzione. sembra addirittura una parabola, o una favola. si. è favoleggiante. particolare.. soprattutto per l'astrattezza racchiusa in alcuni spunti. si. davvero bello.

    la madre di cecilia l'ho trovato troppo lento anche se scritto molto bene, e privo di azioni. statico. poi ben fatto per carità. ma non è il mio genere..

    bello anche il racconto di marguerite, devo dire. anche se devo rileggerlo un'altra volta per farmi un'idea definitiva..
    "extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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    grazie a tutti..

  7. #17
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    Citazione Originariamente Scritto da cacomassi Visualizza Messaggio
    ma ero sloggato. come cazzo facevo? oh basta.. ce l'avete con me.. iango:iango:
    Eccerto, perché sei piccolo e nero. ma va'!

  8. #18
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    sono piccolo e nero. si. ma dalla vita in su.. un'inutilità paradossale.
    "extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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    grazie a tutti..

  9. #19
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    Ho votato "Il mercante", bellissimo e asciutto squarcio su un mondo arcaico denso di atmosfere brumose ed essenziali che oscuramente mi parlano...un mondo che è anche metafisico e pieno di simboli e si intreccia a quello reale senza che vi sia soluzione di continuità. Per me il migliore in assoluto.

    Gli altri, pur scritti molto bene, restano sullo sfondo. Ho apprezzato quello sulla putain in Grenoble, molto ben illustrato nella miseria del suo contesto...ma anche perchè io ho una forte predilezione per ciò che è ambientato nell'antichità e mi pone davanti a mondi perduti.

    Originale anche "La madre di Cecilia".

    Una curiosità: ma perchè Fenris è stato censurato? onf:
    Ultima modifica di primahyadum; 21-03-10 alle 14:04
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
    (Sutra di diamante)

  10. #20
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    Non è stato censurato, è Caco che ha fatto confusione col copincolla e non se n'è accorto subito.

 

 
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