La conquista del mondo
La campana della cappella suonava già da un po’. Suor Maria si alzò dal suo stretto lettino e, mormorando una preghiera nel buio, cominciò a vestirsi. Sarebbe arrivata di nuovo in ritardo alle laudi, ma questa sveglia prima dell’alba era l’unica cosa della vita monastica a cui forse non si sarebbe mai abituata del tutto. Come ogni mattina si impose di pensare al suono della campana come alla voce di Dio, che le ricordava perché era lì. Fin da bambina per lei le prime ore del giorno erano state le peggiori.
Sentiva fuori nel corridoio lo scalpiccio dei passi delle sorelle. Generalmente durante il giorno le grandi stanze comuni e i corridoi del convento riecheggiavano delle loro risate argentine, di un cicaleccio un po’ frivolo che nessun rimbrotto della Madre Superiora era mai riuscito a far tacere del tutto. Ma a quell’ora ognuna era ancora assorta nei suoi pensieri o troppo assonnata per parlare.
Aprì la porta e si avviò giù per le scale e attraversò il chiostro. La piccola chiesa era quasi al buio, illuminata solo dai lumini posti sull’altare e sotto all’immagine della loro patrona, Santa Chiara.
Prese posto insieme alle consorelle negli scranni che circondavano l’altare. Nel buio vedeva la grande grata nera che separava in due parti distinte la chiesa. Dall’altra parte stava seduto il poliziotto, con la sua divisa blu. Occupava la prima fila, come ogni mattina, il capo abbassato e le mani giunte.
Avevano deciso di lasciare aperta la porta della chiesa anche durante la notte, nonostante il pericolo dei furti, ma in fondo la città era piccola e la popolazione dei vicoli circostanti nutriva per la piccola comunità di clausura un grande affetto e vigilava su ogni anomalia. E poi c’era il poliziotto, il loro silenzioso angelo custode, a sua volta in cerca di qualcuno che si prendesse cura delle sue afflizioni.
Era bello vedere come a ogni ora del giorno e della notte qualcuno si affacciasse in cerca di un rifugio, di un momento di ristoro. Alcuni sedevano muti, fissando le suore dietro alla grata, come si guarda uno spettacolo televisivo, e come se le suore non potessero vederli. Altri partecipavano alle preghiere, ai rosari e alle litanie con l’aria diligente di bambini che ripetono la lezione e che sperano che questo aumenti i loro voti nella valutazione finale. Altri ancora giravano per la chiesa guardando gli affreschi e gli arredi sacri, come se passeggiassero in un museo. Poi si sedevano per pochi istanti, guardando in alto la volta. Magari leggevano qualche pagina nella loro guida turistica dell’Umbria, e poi si alzavano e uscivano.
La preghiera del mattino era terminata e le suore, ormai non più insonnolite, lasciarono la chiesa. Ora cominciava l’intensa giornata del monastero. Raramente Suor Maria aveva un momento libero, fra il servizio in cucina e in refettorio, la Santa Messa, gli esercizi spirituali, il quotidiano esame di coscienza dopo l’ora Sesta, le preghiere scandite dalla liturgia delle ore.
Ultimamente poi nel monastero si era affacciata una grande novità. Dopo un lunga disputa con la Madre Badessa, Suor Maria era riuscita a ottenere l’installazione di un computer con accesso a internet. Da sempre le suore si tenevano aggiornate tramite la lettura dei giornali e poche cose che succedevano nel mondo sfuggivano alla loro attenzione. Dopo il pranzo, nell’ora di ricreazione che le sorelle passavano insieme, si discuteva di tutto. Grande sgomento avevano suscitato le notizie dei recenti terremoti ad Haiti e in Cile. Preoccupazione e tristezza le notizie dal Medio Oriente.
Là fuori tutto era colmo di sofferenza, guerre e dolore. Il caos sembrava voler inghiottire nel suo avido vortice la terra e le sue creature. Le monache sapevano che a loro era affidato il compito di riportare ritmo e ordine nel respiro scomposto e affannoso del mondo, con la testimonianza di una vita che seguiva ritmi secolari, priva di dissesto e irrequietezza. Esse incantavano la realtà, scandendo il tempo con le loro preghiere per impedirne la dissoluzione, riecheggiando con la loro vita monotona e armonica la serenità impassibile del cosmo e dei pianeti che orbitano intorno al sole.
Molti scrivevano chiedendo consiglio, voci spesso disperate e angosciate. Alcuni lasciavano un bigliettino nell’apposita scatola posta in fondo alla chiesa, altri scrivevano lettere lunghe molte pagine nelle quali raccontavano le loro passioni, le loro paure, i loro lutti e i loro dolori. E allora Suor Maria aveva pensato di istituire un sito internet per il monastero, con un indirizzo e-mail. Il successo dell’iniziativa era stato incredibile e immediato.
Ormai ogni giorno arrivavano almeno una decina di richieste di preghiere di suffragio, suppliche e domande angosciate sul da farsi. Suor Maria, con il consiglio della Madre Badessa, cercava di rispondere a tutti. Spesso le sorelle discutevano insieme un caso particolarmente difficile. Per esempio, ieri era arrivata l’e-mail di un uomo che qualche settimana prima, alla guida del suo camion, completamente ubriaco, aveva investito una madre con il suo bambino. Era fuggito senza prestare soccorso, ma ora il rimorso lo stava logorando ed egli meditava il suicidio.
Aveva scritto anche una donna di ventinove anni che dopo qualche giro di parole, pieno di imbarazzo, aveva confessato di fare la prostituta. Un uomo, evidentemente un suo cliente (lei lo aveva definito un piccolo professore, vedovo e poco attraente) e per il quale lei non provava nulla, le aveva chiesto di sposarlo. Lei non sapeva che cosa fare: agli occhi di Dio era più grave fare la prostituta oppure vivere nella menzogna? C’era una donna che aveva sposato un musulmano, un turco, all’apparenza integrato nel mondo occidentale. Ora che la figlia stava crescendo voleva imporle a tutti i costi di indossare il velo. Che cosa doveva fare?
Si, quanto dolore, quanta paura, quanta rabbia lì fuori nel mondo.
E quanta pace, quanta felicità lì dentro, fra le alte mura medievali del monastero. Suor Maria spesso si sentiva profondamente in colpa per questa gioia, per questa immensa fortuna che le era capitata. Mentre apparecchiava il lungo tavolo del refettorio per la colazione, pensò alla reazione dei suoi genitori (era figlia unica), quando aveva annunciato che sarebbe diventata suora, e di clausura per giunta. Non aveva letto nei loro occhi solo stupore, quello che aveva visto era smarrimento e orrore. Entrambi atei, i genitori avevano pensato che la figlia fosse impazzita, che fosse vittima di una qualche sorta di plagio, di un raggiro. E poi erano arrivati i pianti, le urla, le minacce, i ricatti. Il padre era stato ricoverato a causa di un piccolo infarto, la madre non riusciva più a guardarla negli occhi. “Ma i tuoi studi di medicina, avevi quasi finito…” gemeva, e giù altre lacrime e recriminazioni. Come spiegarle che per guarire i mali del mondo non bastavano le medicine?
Era stato un momento difficile, ma nulla al mondo avrebbe potuto farle cambiare idea.
La sua avventura era cominciata per caso (se uno volesse credere al caso, e lei non ci credeva più da tempo). Aveva accompagnato il suo fidanzato di allora a un seminario di meditazione buddista, in uno di quei centri dove tutto sa di incenso a buon mercato e alle pareti ci sono mandala e diagrammi con i chakra.
Meditare era stato facile per lei, naturale, e non aveva fatto nessuna fatica. Si era immersa in sé stessa e aveva immediatamente avvertito quella pace, aveva trovato dentro di sé quel luogo dove tutto è tranquillo e dal quale si può osservare il mondo senza giudicarlo. Poi per qualche anno aveva cercato la sua strada: seminari, corsi, gruppi, stage con sedicenti santoni e guru. Aveva pregato, cantato, recitato mantra in lingue sconosciute, sentito profumi nell’aria ed esperimentato stati alterati di coscienza.
Poi, un bel giorno, con la scusa di fare un giro gastronomico dell’Umbria con un gruppo di amici, era entrata nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Nella grande basilica ottocentesca era conservata la piccola cappella costruita da San Francesco con le sue mani. Si era seduta lì al fresco. Fuori faceva molto caldo e la prospettiva di altre due ore in macchina non era affatto allettante e all’improvviso, era accaduto: d’un tratto l’aveva colta una profonda commozione, un senso di nostalgia, la certezza profonda di essere tornata a casa e di non aver più voglia di andar via. Aveva cominciato a singhiozzare e aveva sentito un alito di vento fresco sul volto. Dentro di lei aveva sentito una voce: “Non piangere, va tutto bene. Non avere paura.” Aveva venticinque anni.
Si, aveva affrontato il noviziato, le prove, i colloqui. La Madre Badessa era stata molto dolce ma scoraggiante, le aveva illustrato tutte le difficoltà, le rinunce, i rimpianti ai quali andava incontro. L’aveva avvertita del fatto che molte ragazze cercano rifugio in monastero dalle difficoltà o dalle delusioni del mondo e che sono destinate a non trovare quello che cercano. Il monastero, spiegò, è un laboratorio, è un luogo dove, avendo eliminato tutte le variabili e le distrazioni, si incontra sé stessi senza veli e senza illusione alcuna. Si incontra i propri limiti senza poter trovare scuse altrove: l’impazienza, l’intolleranza, il fastidio per gli altri, la smania di primeggiare. E non è sempre un’esperienza piacevole.
Ma nessuno di questi discorsi l’aveva dissuasa, anche perché la Madre Badessa mentre li faceva conservava sempre quel sorriso un po’ distratto e intimamente soddisfatto che, avrebbe imparato in seguito, appartiene a chi ha smesso di vivere in conflitto con il mondo. E adesso era lì, dopo aver preso i voti definitivi. Era difficile descrivere il senso di libertà che dava l’essersi finalmente affrancata dalle scelte. Non doveva più decidere nulla, né come vestirsi, né quando mangiare cosa o quando. Non doveva più arrovellarsi sull’andamento delle giornate, era libera di esistere e di offrire questa esistenza in dono a Dio. La libertà delle stelle nella loro orbita.
E mentre Suor Maria usciva frettolosamente dal refettorio per correre in chiesa (era di nuovo in ritardo e già riecheggiavano gli ultimi rintocchi, sempre più flebili, della campana), non poté fare a meno di fare un saltino, di quelli che fanno le bambine quando giocano a campana.




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iango:
). quasi comico aggiungerei. e il finale è molto bello. da un'immagine di armonia e serenità.. 
onf:
