Per la Sardegna, uno-dieci-cento Statuti:
vana caccia alla pietra filosofale Si va a farfalle, tutto bloccato in Consiglio
di
Giorgio Melis
La Corte costituzionale ha detto no all'uso del termine “sovranità”, evocata in una legge regionale che istituiva la Consulta per il nuovo Statuto: peraltro rimasta lettera morta perché le beghe del Consiglio hanno portato al suo abbandono. È uno scandalo, colpa di Renato Soru e “dei suoi compagni” che “fanno a pugni col diritto”, proclama Mauro Pili a
La Nuova Sardegna. “È l'ennesima bocciatura… rappresenta il nuovo epilogo della demagogia fallimentare della Giunta. Questa Regione è incapace di difendere l'autonomia, figuriamoci quando si tratta di parlare di sovranità”. Ecco, Soru è sistemato dalle parole lapidarie del garrulo “Scarpette”.
Il tema non meriterebbe ulteriore trattazione se non fosse perché è una vicenda esemplare: dimostra in via definitiva che gran parte della politica isolana va a caccia di farfalle e annega in un vaniloquio permanente senza portare a casa in dieci anni lo straccio di un risultato. Ma insiste con una perseveranza diabolica, mettendo in campo ogni giorno nuovi (di solito vecchissimi) personaggi. Dopo il referendum sulla Statutaria, il Comitato del No si è trasformato in Comitato per lo Statuto. Adesso è stata presentata la bozza del nuovo Statuto elaborata da un'area del centrodestra: presto passerà alla seconda fase “Firma per la tua Sardegna”, punta ad ottenere i consensi necessari a trasformare l'iniziativa in legge popolare. Dalla quale dovrebbe scaturire nientedimeno che la nuova “Carta de logu” (quella di Eleonora d'Arborea: tra poco torneremo ad Amsicora e al re Barisone), come modestamente è stata definita.
Urge che i due comitati si fondano, si integrino. Altrimenti avremo due proposte di Statuto più quello nuovo che dovrebbe istituzionalmente scrivere il Consiglio: in concreto non ne avremo alcuno, resterà quello vigente. Però i sardisti protestano contro la Consulta sul rigetto della “sovranità”: ovvia, scontata, obbligata perché appartiene, e non può essere altrimenti, solo allo Stato. Per loro la Corte è la
longa manus del colonialismo italiano, dunque va “regionalizzata”: in modo da averne una tutta nuragica, che si pronunci a favore della nostra “sovranità”. Siamo al delirio a ruota e piede liberi. Perché se gli indipendentisti, coerentemente con la loro opzione virtuale (la Repubblica di Sardegna separata dall'Italia), contestano tutto e tutti, a cominciare dalla politica sarda “compradora”, si resta a bocca aperta davanti alle elucubrazioni e proliferazioni di iniziative dall'alto e dal basso, da sinistra e destra. Per un nuovo Statuto attraverso la ricerca della pietra filosofale. Capace di trasformare il piombo della nostra logorroica incapacità legislativa nell'oro a 24 carati di una carta costituzionale che dischiuda alla Sardegna un radioso avvenire.
Allora, mentre l'autonomia è stata ridotta a uno straccio negli ultimi ultimi quindici anni e pressanti problemi materiali incalzano, si insiste a tutto campo nella caccia al Santo Graal dello Statuto risolutivo e miracoloso. Mangeremo pane e costituzione, finiremo annegati in un mare di chiacchiere inconcludenti: e tutto finirà nel nulla.
Per dimostrarlo preventivamente, serve un piccolo riassunto. Nella passata legislatura, si sono persi tre anni inseguendo un'Assemblea costituente per varare il nuovo Statuto. Flop tanto clamoroso quanto risibile perché nel frattempo - governando il Polo, con presidenti Mariolino Floris e soprattutto Mauro Pili - non è stata approvata neanche la legge elettorale e la Statutaria per riorganizzare la Regione in funzione del presidenzialismo, introdotto con legge nazionale. Di questo vuoto è responsabile soprattutto il centrodestra, con Pili in primissimo piano: non si voleva regolamentare il presidenzialismo, convinti di poterlo usare a man salva e senza restrizione rivincendo le elezioni, straperse per l'ingresso in politica di Soru.
Dunque, né Statuto, né Statutaria, né legge elettorale: chiacchiere insulse e zero decisioni. Arriviamo al 2004. Parte la stagione delle riforme, il centrosinistra approva nel gennaio del 2006 la legge istitutiva della Consulta per lo Statuto: d'intesa con i sardisti (sono loro a richiedere e ottenere che si faccia menzione della “sovranità”) mentre il centrodestra abbandona l'aula e non partecipa alla votazione finale. La legge viene impugnata dal governo Prodi proprio perché richiama la “sovranità” regionale. Ma ben prima che la Corte costituzionale si pronunci, la Consulta per lo Statuto è morta di fatto: le dispute in Consiglio, diviso su tutto e capace a niente, l'hanno fatta accantonare: ai posteri la decisione. Ora è che è arrivata la sentenza della Corte costituzionale, ci si straparla addosso. Mentre si potrebbe procedere. Infatti la Corte non ha affatto cassato la legge. È anzi perfettamente pronta all'uso, operante: basta brandirla, con l'esclusione irrilevante del riferimento alla “sovranità”. In barba alla incontinenza del parolaio Mauro Pili, declamator con le scarpette griffate.
La legge prevede la riscrittura dello Statuto con larga partecipazione dei cittadini, degli enti locali, delle forze sociali. Non se ne farà niente: nel segno permanente dell'inerzia e inconcludenza di un'assemblea imbelle oggi come ieri. Conseguenze pratiche: meno di niente. L'unico provvedimento approvato - la Statutaria - è bloccato fin quando la Consulta non si pronuncerà sulla validità del referendum: imposto da 19 consiglieri regionali e al quale ha partecipato il 15 per cento dei sardi. Nell'attesa, continueremo ad avere il presidenzialismo operante dappertutto e non regolamentato, sia pure con norme controverse.
Questa è la sintesi del nulla su cui si dibatte: a vuoto. Dovendo riassumere, per dovere di cronaca, alcune reazioni alla sentenza della Consulta, oltre quelle già riferite di Pili. Per Giuseppe Atzeri, «i sardisti devono ammettere di essere stati eversivi osando evocare una nuova e moderna visione della sovranità. La pronuncia della Corte costituzionale è ineccepibile sul piano tecnico-giuridico, perché è fedele interprete della cultura statalista antifederalista che permea la Costituzione e i partiti italiani…. Sono stati i sardisti a proporre di inserire nella legge sulla Consulta il riferimento alla sovranità … un diritto fondamentale finora misconosciuto». Di qui l'intimazione: «Resta fermo che la Corte costituzionale dovrà essere regionalizzata nella sua composizione per evitare che continui a interpretare in senso riduttivo la specialita'”. Meno male che siamo periferia e pochi si accorgono delle nostre chiacchiere: altrimenti finiremo di diventare lo zimbello d'Italia.
Senza Sant'Efisio saremmo francesi:
è l'ora dell'autodeterminazione
Anche Bustianu Cumpostu, per “Sardigna natzione” contesta la Corte costituzionale perché «la sua funzione è quella di tutelare i privilegi dello stato-nazione Italia e impedire che la sua sovranità sul territorio “nazionale” venga messa in discussione. Mai la Consulta permetterà il riconoscimento ufficiale della nazione sarda e del suo diritto alla sovranità. La Sardegna è casualmente italiana: poteva essere francese se nel 1793 non fosse intervenuto Sant'Efisio a distruggerne la flotta; poteva essere inglese, austriaca o francese, se Cavour fosse riuscito a venderla, o indipendente se un falso papale non ne avesse rubato la sovranità». Insomma, di tutto e di più.
Di altro avviso Stefano Pinna, di Progetto Sardegna: «La sentenza non ha bocciato affatto il Consiglio regionale. Si limita a dichiarare illegittima “la rubrica della legge&Hellip; limitatamente alle parole “e sovranità” e tutte le volte che compare nel testo il riferimento alla parola “sovranità”. Sapevamo bene, quando abbiamo approvato il testo, peraltro accogliendo emendamenti presentati in tal senso dai rappresentati del Psd'az, che su questo tema specifico avremo potuto incontrare delle difficoltà. Sul concetto di sovranità “diffusa” e “distribuita” esiste un dibattito aperto che trova fondamento proprio nell'articolo 1 della Costituzione, in cui si enuncia che la sovranità appartiene al popolo, e nelle successive modifiche del Titolo V introdotte nella riformulazione dell'articolo 114 dove si afferma che “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”.
Secondo Pinna, “L'impianto della legge, il suo articolato e il percorso che porterà al coinvolgimento dell'intera società sarda rimangono tutti in piedi e non vengono minimamente scalfiti dalla sentenza. La legge è la risposta migliore per quanti sono animati da un sincero spirito riformatore e vogliono cimentarsi nella riscrittura della nostra carta di specialità. Spiace constatare - aggiunge il consigliere di Progetto Sardegna - che qualcuno usi invece parole vane e prive di ogni fondamento di verità per il solo gusto di polemizzare: la Sardegna non ha affatto il bisogno di certe magre soddisfazioni».
Per A Manca pro S'Indipendetzia, «niente di nuovo sotto il sole coloniale!». In un documento, l'associazione prevede «il consueto teatrino della classe politica compradora, che mostrerà al popolo sardo tutta la propria “indignazione e costernazione”, che, naturalmente, non tarderanno a lasciar spazio all'attività quotidiana di servilismo e rapina dei nostri degni rappresentanti». Secondo
A Manca, «la Sardegna è una Nazione senza Stato, cui non può essere negato il diritto di autodeterminazione».
“Firma per la tua Sardegna”:
una bozza per la nuova “Carta de logu”
Più modesti ma concreti gli obbiettivi del gruppo, di area centrodestra, che ha prsentato la bozza di nuovo Statuto: il riconoscimento di un'effettiva continuità territoriale, la libertà di gestione del proprio patrimonio di beni culturali e la «libertà nelle scelte politiche». « quanto spiega il preambolo della bozza di nuovo Statuto, elaborata in un anno di lavoro dal comitato “Firma per la tua Sardegna”. Composta da 52 articoli, la proposta - come ha spiegato il segretario del comitato Antonello Carboni in una conferenza stampa in Consiglio - è stata ribattezzata
nuova Carta De Logu e sarà adesso sottoposta al confronto «quanto piu' ampio possibile» con il popolo sardo e le forze sociali.
Appena possibile inizierà la raccolta di firme - ne sono richieste almeno 20 mila - per una proposta d'iniziativa popolare. «Quello elaborato dal comitato è un articolato aperto ad ogni contributo», ha puntualizzato il coordinatore Gianfranco Pintore, già cronista nuorese, ex giornalista dell'Unità, poi passato all'ala ultra-sardista. Fra i proponenti, lo storico Francesco Cesare Casula: «Il nostro Statuto risale al '48. Quello della Catalogna è del '79 ed è stato già riformato tre volte” Casula ha sottolineato il carattere “rivoluzionario” della «nuova Carta De Logu rispetto agli Statuti della Catalogna e della Scozia. Quello che chiediamo allo Stato è il riconoscimento di un'autonomia al limite della sovranità». Insomma, piovono proposte di Statuto, ma non si fisce a partorine uno. Brutta cosa, una simile sterilità per una “nazione” che vorrebbe essere Stato e somiglia a una republichetta dei fichidindia.