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Discussione: Piccolo Buddha

  1. #1
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    Predefinito Piccolo Buddha

    Un gruppo di religiosi buddisti arriva dal Nepal a Seattle per contattare Jesse Konrad, un ragazzino ritenuto la reincarnazione di un monaco morto da poco. Jesse accoglie subito con entusiasmo i nuovi arrivati, mentre i suoi genitori si dimostrano inizialmente scettici e perplessi. Il suicidio di un amico, tuttavia, spingerà il padre del bambino ad una riconsiderazione totale del senso della sua vita; e accetterà di accompagnare Jesse in Nepal, dove si accorgerà dell' esistenza di un mondo ricco di fascino e di spiritualità, che cambierà la sua visione del mondo. La storia si intreccia con quella di Siddharta, ricchissimo e privilegiato principe indiano che rinunciò ai suoi beni dopo aver preso coscienza delle miserie che circondavano il suo "palazzo dorato" e che dopo molti tentativi e molte prove divenne il Buddha, scoprendo l' importanza della moderazione in tutte le cose terrene.
    "Piccolo Buddha" affronta coraggiosamente e in profondità il problema della distanza fra "sacro" e "profano" nella nostra epoca, descrivendo in modo toccante la figura di un uomo, Siddharta, che non rifiuta la dura iniziazione alla consapevolezza ma sceglie di spingersi fino in fondo e addirittura oltre gli opposti che dominano la nostra vita terrena. Tanto che la sua importanza, a distanza di secoli, è ancora bene impressa nelle menti e nei cuori dei discepoli, che lungo tutto il corso del film manifestano una invidiabile e incrollabile serenità, in palese contrasto (sottolineato dal contrasto nei colori, caldi in Nepal e gelidi a Seattle) con le nevrosi e le "prigioni mentali" dei genitori di Jesse. Molti i momenti indimenticabili: il primo incontro con il bambino, le strade animate di Katmandu, il triplice riconoscimento finale dei tre candidati, la preparazione del monaco alla morte. E la grande bellezza del mandala di sabbia, che appena terminato verrà subito disperso, a testimoniare che l' essenza e l' importanza delle cose risiede, paradossalmente, nella loro transitorietà.

  2. #2
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    Un film di Bernardo Bertolucci. Con Bridget Fonda, Keanu Reeves, Ying Roucheng, Chris Isaak, Alex Wiesendanger, Jo Champa. Genere Drammatico, colore 135 minuti. - Produzione Italia 1993.


  3. #3
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    Bentornato Minas !

  4. #4
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    Predefinito Breve rassegna stampa

    Un bambino di Seattle potrebbe essere la reincarnazione di un importante maestro Lama morto nove anni prima. Due monaci buddisti bussano alla porta di una tranquilla, e scettica, famiglia americana per comunicare l’importante rivelazione. In parallelo (grazie all’escamotage di un libro di fiabe che il bambino sfoglia) Bertolucci mostra la storia dei principe Siddharta, cresciuto senza coscienza dei dolore, e del suo progressivo risveglio attraverso la presa di consapevolezza che lo spinge alla compassione per tutti gli esseri viventi e, infine, fa di lui il Buddha. Terzo e ultimo kolossal (dopo L ‘ultimo imperatore e Il tè nel deserto) del periodo americano del regista di Parma che, con grande disponibilità di mezzi (effetti speciali, ma anche l’impeccabile fotografia di Vittorio Storaro, le sontuose scene e i costumi di James Acheson), mostra, a cavallo tra leggenda e realtà contemporanea, la sua visione della vita e della morte. È una lettura, laica, della precarietà dell’esistenza umana in cui tutto è transitorio e revocabile, come il Mandala che viene distrutto nel finale.

    Da Io Donna,5 dicembre 2003
    Paola Piacenza Sito: Il Corriere della Sera

  5. #5
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    Il piccolo Buddha non è il Grande Buddha da piccolo, ma un bambinetto americano in cui un Lama emigrato dal Tibet nel Nepal crede si sia reincarnato un altro Lama che aveva raggiunto l”illuminazione”. Lo va a cercare a Seattle, dove vive con i genitori, ottiene da loro di istruirlo sulla vita di Buddha (con lezioni e tramite libri a fumetti), quindi, lasciata la mamma a casa, se lo porta, insieme con il suo papà, nella lontana India dove quella possibile reincarnazione dovrà essere verificata alla luce di altri elementi; che difatti la confermano, confermando però anche quelle di cui avrebbero beneficiato due ragazzetti indiani, un maschietto e una femminuccia, divenuti presto anche loro motivo di venerazione. Intanto però il Lama muore e il piccolo americano farà ritorno in patria con le sue ceneri; che spargerà nelle acque di Seattle dopo aver appreso che la sua mamma aspetta un altro bambino; forse, anche quello oggetto di una futura reincarnazione. In parallelo con questa storia, moderna, ci vien raccontata (facendola scaturire dalle lezioni sul buddhismo impartite al bambino) la storia antichissima del principe Siddharta divenuto il Buddha dopo aver capito – lui che viveva in una reggia al riparo da tutto – che nel mondo ci sono la sofferenza e la morte e dopo aver compiuto un lungo cammino di ascetismi, di meditazioni e di prove che lo porterà, alla fine, alla “Illuminazione”. Confesso che la prima storia mi ha convinto a fatica, soprattutto quando, prima del viaggio in India, si ambienta in cornici americane illuminate simbolicamente dalla fotografia di Vittorio Storaro con luci bluastre e quasi livide. I personaggi hanno psicologie troppo semplici, le loro ragioni e le loro reazioni sono esposte in modo quasi frettoloso, se non proprio esteriore, e il senso intimo della vicenda, salvo qualche informazione sul buddhismo e sui suoi modi di guardare alla vita (con il tema della reincarnazione al centro), si coglie quasi a stento, lasciando comunque abbastanza freddi. I collegamenti con la storia del principe Siddharta sono spesso meccanici e perfino un po’ forzati, quando però ci si immerge in quella non si può non dare atto alla regia di Bernardo Bertolucci di averne ottenuto, almeno sul piano dello spettacolo, delle forti suggestioni visive e anche emotive. Non solo grazie alla fotografia di Storaro che si dedica adesso solo a toni effusi e scopertamente solari (la “luce” d’Oriente contrapposta al “buio” dell’Occidente?), ma per la sontuosità a volte addirittura grandiosa con cui quegli evi lontani e quel personaggio ieratico sono evocati grazie a un cinema che, nelle pagine più drammatiche – tutte quelle delle tentazioni prima dell’Illuminazione ad esempio – non esita a citare perfino l’Aleksandr Nevskij di Ejzenštejn e il Kagemusha di Kurosawa con movimenti di massa ed effetti guerrieri di grande impatto figurativo. Certo, io preferisco il Bertolucci intimista a quello hollywoodiano anche quando si propone con L’ultimo Imperatore, queste pagine “storiche”, però, non mancheranno di ottenergli, immagino, quel largo successo di pubblico che era mancato invece di recente al Tè nel deserto, e al cinema anche questo ha il suo peso. Siddharta che poi diventa il Buddha è, grazie alle sue origini hawaiane, Keanu Reeves, ora estatico, ora macerato, ma con pochi voli. Il “piccolo Buddha” è un biondissimo e americanissimo Alex Wiesendanger, che probabilmente rivedremo domani in qualche Mamma ho perso l’aereo, ai suoi genitori danno volto Bridget Fonda, che si mette presto in disparte, e Chris Isaak, con mimica incerta. Il Lama è l’attore cinese Ying Roucheng, già visto nell’Ultimo Imperatore.

    Da Il Tempo, 11 dicembre 1993 Sito: Il Tempo

  6. #6
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    C'era una volta...»: l'incipit di Piccolo Buddha è quello di una fiaba, ma ricorda anche quello di un mito che sia ancora vivo, che cioè sia ancora un racconto, ingenuamente ascoltato e creduto. D'altra parte, la «storia mitica» della Vita di Buddha (pubblicata nel 1913 da Ananda K. Coomaraswami in Mytts of the Hindus and Buddhists) inizia con una formula che sembra molto simile: «Centomila anni fa...». L'incipit orientale è propriamente mitico. Sottolinea infatti una verità, un fatto coerente con la teoria indù della reincarnazione (il buddhismo è una riforma dell'induismo). Il principe Gautama, poi detto Siddharta - così suona questa verità -, decise di diventare un Buddha, un «risvegliato», in una sua vita di gran lunga precedente a quella iniziata nel 563 a.C. circa, presso la corte del padre Suddhodana (raja degli Shakya, popolazione indoeuropea stabilitasi un centinaio di miglia a nord di Benares). Nella cultura occidentale che senso ha l'altro incipit, quello del film? Per noi, certo, non vale il realismo mitico: non ne abbiamo i presupposti culturali e simbolici (i nostri presupposti reggono e giustificano altri miti, altre "ingenuità"). Quel che per noi vale nel «C'era una volta...» è il realismo fiabesco. Entrambi, il mito e la fiaba, si riferiscono a un racconto: il realismo del primo deriva da un'ingenuità che gli preesiste; il realismo del secondo ne crea una nuova, particolare. In Piccolo Buddha questa ingenuità deve nascere dalla magia dello schermo, dalla sua capacità di farci tener per vero qualcosa che, nella nostra cultura, appare invece palesemente falso. Il clamore, il fastidioso rumore non cinematografico che accompagna l'uscita del film di Bernardo Bertolucci impedisce a molti di prenderlo per quello che pare proprio voglia essere: non un racconto mitico ma un racconto fiabesco. Qualcuno ne denuncia il pericolo cultural-religioso, qualcun altro lo saluta come se fosse portatore di nuovi orizzonti per l'anima esausta dell'uomo occidentale. Che sia un film, e che come tale vada giudicato e soprattutto vada goduto, sfugge ai più. Di questo fraintendimento Bertolucci non porta responsabilità cinematografiche. Piccolo Buddha è il suo film più dichiaratamente fiabesco, più sinceramente ingenuo. Il suo pubblico ideale non è lo stesso di Il tè nel deserto (1990): è meno pretenzioso, più generoso e più disposto a lasciarsi andare al racconto in quanto racconto.
    Costruito come un intreccio fra due storie che finiscono per fondersi, Piccolo Buddha affianca i toni grigi della quotidianità occidentale ai colori esotici di una «vita di Buddha» a fumetti. Nella storia ambientata a Seattle, Bertolucci resta più legato al suo cinema tradizionale: al suo cinema che sta dentro la crisi di un mondo la cui anima, per dirla con il titolo talleyrandiano di un suo film del 1964, è orfana della dolcezza che aveva la vita Prima della rivoluzione. Una crisi, questa, che si è manifestata volutamente capovolta nei suoi film politici - nei migliori come La strategia del ragno (1972), e nei peggiori come Partner (1968) e Il conformista (1970) -, e che si coglie al meglio anche nei grandi piccoli film che se ne stanno nascosti in film grossi come Novecento (1976) o L'ultimo imperatore (1987). La storia fiabesca della vita di Buddha, invece, non sembra avere precedenti in Bertolucci: né nella sua poetica né nel suo linguaggio. Forse proprio per questo è molto più fresca, molto più convincente, molto più "da vedere" del1~ prima: ossia, molto più cinematografica. Se non fosse disturbata dall'altra questa parte di Il Piccolo Buddha riuscirebbe appieno nel tentativo di indurre il pubblico a lasciarsi andare allo spettacolo, a perdersi nel suo realismo fiabesco. Purtroppo, spesso l'incanto è guastato da sottolineature di una crisi esistenziale troppo di maniera. C'è il sospetto che, nella sceneggiatura, Bertolucci e Mark Peploe a un certo punto ne avvertano il peso affaticante. E infatti, quando le due storie finiscono per convergere, Seattle viene abbandonata, e con essa viene abbandonata la madre di Jesse. Il racconto può così procedere con la leggerezza richiesta dalla fiaba, e riesce a mostrare la sua "verità". Al di là della fede nella reincarnazione, al di là di una cultura troppo grande per esser ridotta a passatempo di moda, quella verità sta nei bambini, nella loro capacità di essere per noi una grande vittoria sulla morte. La tenerezza contenuta con cui Bertolucci osserva i tre piccoli protagonisti, la dolcezza con cui accenna ai giovanissimi allievi dei monaci buddhisti, l'insistenza delicata con cui si sofferma sulla nascita di Gautama: qui sta il senso più profondo di Piccolo Buddha, capace anche da solo di giustificare quel «C'era una volta...».
    Da
    Sito: Il Sole-24 Ore

 

 

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