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Discussione: Sulla Decrescita

  1. #11
    sionismo = infamità
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    Citazione Originariamente Scritto da Filippo Strozzi Visualizza Messaggio
    Ahò, si te sente La Grassa, te corca
    Cmq da le parti mie se dice "corga", con la G

  2. #12
    sionismo = infamità
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    Brevi osservazioni su quanto dice laformica

    Innanzi tutto complimenti per il progetto, dal momento che a mio avviso può avere un ruolo utilissimo un soggetto politico che, nel delirio sviluppista, faccia esplicitamente come proprio il tema della decrescita. Tra le culture politiche contemporanee, che nei loro numerosi rivoli, sono pressoché tutte organizzate in partiti, movimenti, reti e coordinamenti, c'è ne è una ricavabile dall'humus sul quale si sedimentano discorsi che spaziano dal tema della decrescita alla riscoperta del locale, dalla tutela integrale dell'ecologia al ripensamento degli assunti economici contemporanei, dalla lotta al signoraggio alla promozione del cooperativismo. Attualmente questo variegato insieme di idee e proposte "verdi-verdi" non assume un nome che lo coerentizzi e sistematizzi sotto una dottrina politica, un "-ismo" (sì, per quanto gli "ismi" siano nel dibattito odierno sinonimi di negatività per i più, io li rilancio polemicamente). Anche le stesse persone che materialmente già vi si ritrovano, soggettivamente ed idealmente spesso non sanno di appartenere a tale filone di pensiero più vasto. Perciò i sostenitori della decrescita spesso non si interessano dei discorsi sul signoraggio, e viceversa; i "cospirazionisti" in lotta contro la massoneria spesso non si interessano a sostenere i movimenti per un cooperativismo dal basso, e via dicendo. Da Arianna editrice al Movimento Zero, da Domenico De Simone (animatore l'anno scorso di Altramoneta, contro il signoraggio) ai sostenitori delle idee di Kirkpatrick Sale, Ivan Illich, Mangabeira Unger e Murray Bookchin, fino al Movimento per la Decrescita Felice, in Internet e nella società reale c'è un fermento di idee che costituiscono atualmente una trama, un groviglio di fili spesso in collegamento o in dialogo, ma che non si aggregano in maniera più coerente tra loro: e questo non tanto per difficoltà nel conciliare i diversi "sottofiloni", ma per l'atteggiamento odierno di parziale riflusso della politica, per cui chi dal passato ha avuto delusioni ritiene di far meglio ad interessarsi a cambiare un segmento del mondo anziché affrontare a viso aperto l'esistente nel suo complesso; certo è che idee come il local, l'ecologismo ed il bioregionalismo soprattutto in Italia sono state fatte proprie dai Verdi, che non le hanno sapute maneggiare bene prima per l'origine sessantottesca e demoproletaria di gran parte dei propri militanti, poi a causa di esigenze governiste; e dalla lega, che da subito le ha stravolte a scopo demagogico spesso delineandole in chiave xenofoba. Anche per questo non è facile coordinare le esperienze sane tutt'ora esistenti.


    Probabilmente, per quanto un Partito per la Decrescita sia in sé una cosa positiva, mi chiedo quindi se non sia il caso, un giorno, o più prima o più tardi, che esso si aggreghi ad altre reti ed esperienze, da "Futuro Ieri" ( http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/ ) a tutte le altre realtà sulle cui vetrine informatiche (siti interet) lo stesso utente laformica ha già provveduto a postare lo stesso messaggio (Greenplanet per esempio). Ricontattare De Simone, dialogare con Marcello Pamio di Disinformazione (a condizione che riveda il delirio cristiano integralista su cui è approdato nell'ultimo anno)... insomma, ci siamo capiti cosa intendo per tutta quest'area “verde-verde-ed oltre” (decrescita, no-signoraggio, bioregionalismo, sì-local, cooperativismo).


    Riguardo al discorso che fa laformica in cui dice: “Non ovviamente per i temi trattati, che non condivido minimamente, ma bensì per l'approccio avuto dal movimento leghista verso la politica di palazzo: entrare cioè in una dinamica di governo al fine di conseguire degli obiettivi specifichi”. Personalmente mi trovo contrario. Per il semplice fatto che rimettere in discussione l'odierno modello di sviluppo significa “uccidere” (voi che leggete, intendo nei loro interessi!) i ceti che da questo sviluppo ne traggono i maggiori profitti. Come possiamo pensare che lorsignori facciano entrare in un governo di coalizione il PPD per poi “suicidarsi” contro i propri interessi?
    La strada migliore è quella di coinvolgere le persone e le collettività, creare mobilitazione dal basso ed azione diretta. A questo punto, con un'opera di coinvolgimento dell'opinione pubblica, si potrà sperare che i governanti rivedano qualcosa (senza farci eccessive illusioni!)


    Intervenire su alcune esasperazioni del mercato per deviare la direzione che lo sviluppo ha intrapreso”. D'accordo se questo è l'obiettivo a breve-medio termine, pur non dimenticando che la decrescita non significa “ottenere uno sviluppo alternativo e sostenibile” o “come far diversamente aumentare il pil”: significa invece ribaltare la logica dello sviluppo intesa come pil, attraverso attività economiche dal basso non misurabili nel pil stesso. Per quanto poi di un certo gradualismo non si può fare a meno, non scordiamoci che il tempo (per l'umanità) stringe, e che ogni azione, per quanto graduale, al tempo stesso deve essere sostenuta e decisa.


    Sullo Statuto del PPD leggo che il Partito non intende, almeno per ora, adottare una proposta economica socialista. Sarà possibile in futuro? Non sarebbe ottima (se non ineludibile) l'integrazione di una prospettiva di decrescita con il socialismo?

  3. #13
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    Predefinito Decrescita e sviluppo

    Innanzi tutto mi presento come un aderente al Partito per la Decrescita.Vorrei specificare che nei nostri intendimenti, come peraltro nelle “idee guida”, non vi è alcuna apertura a favore dello sviluppo “sostenibile” che personalmente ritengo un alibi in nome del quale si è perpetrato uno scempio negli ultimi decenni.Se questo non appare evidente è forse perché l’ attenzione nel redigere i principi base si è più focalizzata sul concetto del “risparmio” :una parolina che racchiude in sé un potenziale esplosivo!Sappiamo tutti, se ci fermiamo a riflettere, che qualora ci limitassimo ad acquistare solo quello che realmente ci serve, le conseguenze per l’economia (se tutto non si svolgesse in modo graduale) potrebbero essere devastanti.Ma ugualmente ai più questa parola suscita sentimenti positivi (se non altro perché rammenta la favola della cicala e la formica che ci raccontavano da piccoli),e lo slogan “ riappropriamoci della possibilità di risparmiare” può coinvolgere positivamente buona parte di coloro che faticano a far quadrare il loro bilancio.Un effettivo vantaggio infatti per tutti coloro che vivono la dimensione frustrante di una povertà relativa per se stessi e per i loro figli .Un effettivo vantaggio per chi, pur vivendo in una società opulenta, vede le risorse passargli davanti perché drenate dalle grandi aziende ( spesso produttrici di ciarpame).Limitare l’acquisto delle merci inutili ed indotte è un principio che precede concettualmente quello di sviluppo sostenibile o meno.Qualora fossimo pervenuti a comprare solo quello che ci serve, lo sviluppo sarebbe quello che “deve” essere e a noi non resterebbe altro che il sincero compito di renderlo adatto al nostro habitat.

  4. #14
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    Davvero interessante il Partito della Decrescita...
    purtroppo ho leggiucchiato qualcosina velocemente ma direi che ,come concetto TEORICO, l'attuazione della "decrescita"del sistema economico nei Paesi industrializzati porterebbe grossi vantaggi al popolo (la mia chiave di lettura è sempre limitata al fine ultimo di un'azione che per me equivale al bene del popolo). Dal punto di vista PRATICO non mi trovo in accordo con tutti i punti citati nell'articolo di apertura del 3D! Giusto per citarne un esempio: aggravi fiscali sull'acqua in bottiglia per sostenere miglioramenti nella rete idrica pubblica ed indurre quindi al consumo della stessa! Mi pare fanta-politica...però se ne potrebbe parlare, potrebbe rappresentare un interessante punto di partenza.

  5. #15
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    laformica,
    benvenuto e grazie per il contributo. Cercheremo di entrare nel merito quanto prima possibile.

  6. #16
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    Da leggere e rileggere...


    Riflessioni per una decrescita senza confine
    Caro Pallante, ormai da alcuni anni decresco, individualmente, in maniera abbastanza felice, ma...

    12-04-2006 - Fonte: gondrano.it

    Mi ricordo che quando era piccola qui a Roma [mia figlia] una volta disse alla mamma "ma mamma, la coscia del pollo, l'ala del pollo, ma il pollo cos'è?". Conosceva soltanto i pezzi. (Sergio Quinzio) Caro Pallante,
    ormai da alcuni anni decresco, individualmente, in maniera abbastanza felice; non ancora fino al punto che vorrei ma penso di poter ancora migliorare. Non ho dunque domande di tipo pratico, operativo da porti - magari anche, ma a suo tempo. Vorrei invece andare a monte di ogni considerazione di carattere pratico e perfino della stessa critica dell'economia che è alla base dell'idea di decrescita. Vorrei insomma porre la questione etica, il problema del giusto atteggiamento verso la biosfera, che è poi ciò che mi ha motivato alla mia decrescita personale.
    Vorrei partire citando un uomo agli antipodi rispetto a me: il cattolico Lanza del Vasto, dal quale ho tratto un fondamentale insegnamento: il male, egli dice, non esiste; esiste il conseguimento di un bene parziale. Quel che percepiamo come male non è altro che l'operare per il bene di una singola parte del mondo vivente prescindendo dal danno che può venire a ogni altra. Da questa visione consegue un metodo, la non violenza, di cui Lanza del Vasto è stato uno dei maggiori protagonisti, una non violenza non limitata al contesto convenzionale del pacifismo ma estesa a tutto il mondo vivente, umano e non umano e a ogni aspetto dell'esistenza. Credo si possa dire che egli, con le comunità dell'Arca, da lui fondate, è stato il primo fautore della decrescita intesa come applicazione della non violenza alla vita materiale. Sua è la breve frase, di cui non è forse esagerato affermare che ne riassume tutto il pensiero: "Prova a schiacciare un bruco. Ecco fatto, facile vero? Bene, ora prova a rifare il bruco".
    Da questa idea del male come bene parziale deriva una conseguenza immediata: la necessità di non porre un confine all'oggetto della propria etica, perché lì dove si mette un confine si cade nella parzialità; di più, si crea una contrapposizione, un conflitto. Non si può perseguire alcun risultato positivo se esso non è per l'intero mondo vivente. Inoltre, poiché tutto ciò che oggi razionalmente sappiamo sul mondo vivente stesso ci parla dell'inesistenza di confini al suo interno, quando si stabilisce un confine lì dove esso non può essere posto se non in base a regole arbitrarie nulla vieta di arretrarlo altrettanto arbitrariamente. Fra l'antropocentrismo e il razzismo o il nazionalismo insomma c'è una sola differenza: la diversa, ma ugualmente arbitraria, scelta del confine.
    Quasi contemporaneamente a Lanza Del Vasto ho scoperto un altro profondo pensatore contemporaneo: Tiziano Terzani, e in lui ho ritrovato idee molto simili:
    «Solo se riusciremo a vedere l'universo come un tutt'uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo di un pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo» (1).

    Bene, io credo che non dovremmo limitarci a una critica dell'economia, a dimostrare che il PIL non significa nulla e tutto ciò che ne consegue; fare tutto questo sicuramente, ma anche risalire un gradino più a monte perché l'economia della globalizzazione, le teorie dello sviluppo, "illimitato" o "sostenibile" che sia, sono solo un sintomo di una malattia che risiede a un livello più profondo, nel vedere come un tutto ciò che è solo una parte: la specie umana; nel non avere insomma una onesta consapevolezza della nostra posizione nell'universo e soprattutto in quella parte di esso che è la biosfera; nell'agire secondo istinto predatorio per "il mio" (di individuo, di classe sociale, di nazione, di razza… di specie) piuttosto che secondo ragione per "il nostro" (di esseri viventi che condividono la stessa casa e la stessa sorte). Uno dei primi testi sulla decrescita che mi sono trovato di fronte è un tuo articolo che parte dal piccolo, dal parlarci dello yogurt fatto in casa. Io ora parto dal grande, dal parlare di un atteggiamento che abbia la visione, in ogni nostra scelta, della totalità del mondo vivente. Vorrei che questi due discorsi coesistessero, che si aiutassero e completassero a vicenda. Perché solo la visione del tutto - del vero tutto, quello che non si ferma al recinto antropocentrico dell'uomo - può darci il criterio guida delle nostre scelte quotidiane, così come, specularmente, solo la capacità di tradurre questa visione in concrete scelte quotidiane può calarla nel mondo reale.
    Invece insistiamo nel vedere le cose "a pezzi" e ad applicare a ciascun pezzo una terapia specifica e chiusa in sé, come se esso fosse sospeso nel vuoto, o comunque in qualche modo estraibile dal tutto. Un esempio di questa visione l'ho trovato perfino nel vostro/nostro manifesto di Serge Latouche, lì dove dice: "La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l'ambiente ma anche per ripristinare un minimo di giustizia sociale (…) sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano dunque strettamente legate". Strettamente legate? No. Indissolubili? Neanche. Coincidenti? Sì. Dobbiamo smettere di pensare a società e ambiente come due entità (eccolo qui il solito confine) e sostituire all'una e all'altro il concetto unitario, ecosistemico, naturale di biocenosi, di cui noi siamo una parte.

    Qualche giorno fa sul vostro forum ho letto un messaggio in cui ci si domandava perché la decrescita non decolla. Io non so se davvero non sta decollando, ma se così è, vorrei qui ipotizzare una possibile risposta. Perché è, come il pacifismo, i diritti umani, l'antispecismo, il mercato equo e solidale e altro ancora, un pezzo di un intero che stenta a formarsi. Se ho in mano una ruota non vado da nessuna parte; me ne servono due, e un manubrio, due pedali, un telaio, un paio di freni, e ho bisogno di saper mettere insieme tutto questo in maniera funzionale; solo così potrò disporre di ciò che mi serve per andare dove voglio: una bicicletta. Oggi non abbiamo alcuna bicicletta ma tanti pezzi sparsi, ognuno dei quali tenta di conseguire il proprio obiettivo parziale lasciando immutato tutto il resto. Impossibile.
    Uno di questi pezzi è notoriamente l'ambientalismo classico (nel cui seno, fra l'altro, è nato il concetto di sviluppo sostenibile) e per capire la sua inadeguatezza basti pensare che la sua visione del mondo vivente, in cui il valore di una vita non umana è inversamente proporzionale all'abbondanza puramente numerica di quella forma vivente, non è altro che l'applicazione alla vita stessa della legge economica della domanda e dell'offerta, dove l'esigenza di biodiversità è la domanda e l'entità numerica della specie è l'offerta. E' così che vogliamo vedere il mondo? Non io, non noi. Perché dietro l'angolo di questa visione c'è il comportamento predatorio (tradotto in linguaggio economico: lo sviluppo), mai negato da questo ambientalismo e sempre pronto a riaffacciarsi non appena l' "offerta" sarà tale da renderlo "sostenibile".
    E si potrebbe continuare. Inadeguato ad esempio è il pacifismo, quando tenta di raggiungere l'obiettivo del disarmo senza rendersi conto che le guerre sono congenite al sistema etico-economico dominante… si potrebbe continuare, appunto. A lungo.

    Mi fermo invece. Anche perché fin qui ho enunciato dei principi astratti, ho fatto il filosofo pur non essendolo. So per esperienza che è facile concordare su principi astratti, un po' meno quando si scoprono alcune implicazioni concrete di essi. Allora deduciamo da tali principi qualcosa a livello di comportamento concreto concentrandoci, a titolo di esempio, su un contesto specifico.
    Decrescere significa uscire dalla logica dello sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta; significa, ad esempio, operare delle scelte quotidiane nell'uso dei mezzi di trasporto mettendo l'automobile all'ultimo posto delle nostre preferenze. Ma significa anche operare delle scelte, fra l'altro, nel tipo di cibo. Non solo nel modo di produrlo ma anche in quale cibo produrre.
    Andiamo indietro di 30 anni, ai tempi dei noti (e dimenticati) rapporti del MIT al Club di Roma. In quegli anni Lester R. Brown pubblicava I limiti alla popolazione mondiale, in cui scriveva:
    «Occorre preoccuparsi del modo in cui si possono contenere le diete nelle nazioni ricche così da ridurre la domanda pro capite delle già scarse risorse di suolo e di acqua. Quali possibilità vi sono di sostituire ad esempio alla carne bovina tipi di proteine meno costose e più efficaci?
    Gli schemi di consumo degli USA fanno pensare che esistano due possibili soluzioni per ridurre la richiesta di risorse alimentari pro capite: una consiste nel sostituire gli oli vegetali ai grassi animali; l'altra nel sostituire le proteine vegetali alle proteine animali» (2).
    C'era dunque già allora la consapevolezza della natura fortemente dissipativa di un certo tipo di alimentazione, di quanto cioè sia grande l'inefficienza del sistema di trasformazione di proteine vegetali in proteine animali e di come nutrirsi in questo modo sia la maniera più efficace di dissipare risorse di ogni tipo.
    Andiamo avanti di un ventennio: nel 1992 esce Ecocidio di Jeremy Rifkin in cui questo tema trova pieno sviluppo:
    «Il complesso bovino moderno ha aperto la strada a una campagna mondiale senza precedenti volta a trasferire la produzione cerealicola dall'alimentazione umana a quella animale, negando a milioni di persone la propria sacrosanta quota di ricchezza. (...) Un terzo della produzione mondiale di cereali viene utilizzato per alimentare bovini e altro bestiame, mentre più di un miliardo di esseri umani soffre di malnutrizione. (...) In termini umani, il pedaggio imposto dal complesso bovino mondiale è impressionante. Nei paesi in via di sviluppo, milioni di persone sono state allontanate dalla loro terra per lasciare posto a pascoli» (3).

    Insomma, un'alimentazione a base di carne equivale a usare un'automobile di grossa cilindrata per andare all'edicola dietro l'angolo. Vogliamo dunque inserire all'interno degli obiettivi della decrescita il suo superamento a favore di una scelta felicemente vegetariana? Mi pare inevitabile.
    E qui si innesta il discorso, da cui siamo partiti, sull'inscindibilità dei vari contesti, perché con questa semplice scelta, calata in quella fitta rete di relazioni che è il mondo, abbiamo realizzato una quantità di obiettivi pratici e simultaneamente - sinergicamente - etici che ha dell'incredibile.
    · abbiamo liberato grandi aree del pianeta oggi usate per la produzione di foraggio destinato agli allevamenti intensivi. Esse possono essere ora destinate al rimboschimento o alla produzione di alimenti per l'uomo,
    · abbiamo con ciò fra l'altro eliminato una delle cause della distruzione della foresta amazzonica e abbiamo fatto un passo avanti nel rendere possibile la soluzione della crisi alimentare del terzo mondo,
    · poiché servono circa 9 litri di benzina per produrre 1 kg di carne bovina abbiamo dato un forte contributo al risparmio energetico,
    · poiché 1 kg di carne costa all'ambiente 3150 litri di acqua abbiamo contribuito a non prosciugare le non infinite risorse idriche del pianeta,
    · abbiamo migliorato la nostra salute sottraendoci a tutti i noti pericoli dell'alimentazione carnea abbassando così quella parte del PIL dovuto alla produzione di farmaci e prestazioni sanitarie,
    · abbiamo messo fine allo sfruttamento e al massacro di miliardi di esseri viventi non umani che questo sistema tratta né più né meno come oggetti produttivi da sfruttare - letteralmente - fino all'osso, senza alcun riguardo per le sofferenze loro inflitte,
    · abbiamo assestato un colpo micidiale a uno dei più grassi (in senso sia metaforico che letterale) settori della globalizzazione: la megaindustria della carne,
    · E infine, avendo con tutto ciò dato un piccolo (piccolo?) contributo a far venir meno alcune delle cause di tensione internazionale, abbiamo anche contribuito alla pace,
    · Ah, dimenticavo: abbiamo scoperto l'esistenza di nuovi (nuovi?) cibi non meno gustosi e certamente più salutari di quelli che abbiamo abbandonato.

    Abbiamo rinunciato a qualcosa? No (io non ho mai mangiato così bene come da quando sono vegetariano), abbiamo soltanto sterzato un po' pensando a conseguire un bene totale anziché parziale, con ciò migliorando la condizione di tutti noi, umani e non umani. E siamo giunti a capire una cosa: che contrariamente a quanto comunemente crede il signor Rossi (quello perennemente con la borsa del supermercato in mano), una scelta tanto più è spinta in avanti sul piano dell'etica tanto più è capace di creare qualità della vita. Dunque, che aspettiamo?



    Note:
    (1) Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi, 2002
    (2) Lester R. Brown, I limiti alla popolazione mondiale - nell'interesse dell'umanità, Mondadori, 1974
    (3) Jeremy Rifkin, Ecocidio, Mondadori, 2001 (ed. or. 1992)


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    Testo di: Filippo Schillaci
    Tratto da: www.gondrano.it

 

 
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