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Discussione: Leonardo Sciascia

  1. #11
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    Da Il maestro di Regalpetra di M.Collura


    “Marchiarlo come mafioso sarebbe possibile solo facendo un torto alla nostra intelligenza ed alla sua memoria storica, fatta di acume e spirito critico. Non ce ne voglia, allora, l’illuminato uomo di cultura Leonardo Sciascia, se per questa volta, con tutta la nostra forza, lo collochiamo ai margini della società civile”, afferma in un comunicato il “Coordinamento antimafia” (trecento soci, tra i quali importanti esponenti politici della sinistra, magistrati, docenti universitari, studenti, familiari delle vittime dei sicari delle cosche: molti dei quali, Partito comunista compreso, dopo la pubblicazione del comunicato, dal Coordinamento stesso prenderanno le distanze). E prosegue: “Siamo certi che Sciascia, un po’ per una certa affinità di cultura oltrechè per spirito di anticonformismo, preferisca ad Orlando i sindaci che lo hanno preceduto: magari quelli degli anni ’60, come Ciancimino, che gestivano la cosa pubblica in nome e per conto della mafia”.
    Per quanto riguarda le obiezioni sul “caso Borsellino”, il Coordinamento parla di un “attacco diretto alla persona, ben studiato a tavolino, che ha il vago sapore di una tra le più sofisticate forme di avvertimento mafioso”.
    Ecco…per coloro i quali stilano il comunicato del Coordinamento antimafia, egli è diventato un “quaquaraquà”, vale a dire il più ignobile degli individui nella scala dei valori che, nel Giorno della civetta, elenca il capomafia don Mariano Arena.


  2. #12
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    Da "A futura memoria" di L.Sciascia




    Corriere della Sera, 14 gennaio 1987



    Il comunicato del cosiddetto Coordinamento antimafia è la dimostrazione esatta che sulla lotta alla mafia va fondandosi o si è addirittura fondato un potere che non consente dubbio, dissenso, critica. Proprio come se fossimo all’anno 1927.
    Nel mio articolo di sabato 10 gennaio, c’era in effetti soltanto un richiamo alle regole, alle leggi dello stato, alla Costituzione della repubblica: e questo cosiddetto Coordinamento – frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere – risponde con una violenza che rende più che attendibili le mie preoccupazioni, la mia denuncia. Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di che sa avere un’opinione, nella loro vera immagine. Ed è chiaro che non da loro né da chi sta dietro a loro – e ne è riconoscibile (si dice per dire) lo stile – verrà una radicale lotta alla mafia. Loro sono affezionati alla “tensione”, e si preoccupano che non cada. Ma le “tensioni” sono appunto destinate a cadere: e specialmente quando obbediscono a giochi di fazione e mirano al conseguimento di un potere.
    In quanto al dottor Borsellino, non ho messo in discussione la sua competenza, che magari può essere oggetto di discussione per i suoi colleghi; sono le modalità della sua nomina che mi sono apparse e mi appaiono preoccupanti. Ed è proprio nella sentenza di un processo che mi pare sia stato appunto istruito dal dottor Borsellino, sentenza pronunciata dalla corte d’assise di Palermo, seconda sezione, il 10 novembre dell’anno scorso, che trovo la migliore ragione, perché non ci si acquieti agli intendimenti del cosiddetto Coordinamento.
    Una sentenza che ha mandato assolti gli imputati e in cui ad un certo punto si legge: “Non può essere consentito al giudice lo stravolgimento delle regole probatorie da applicare solo ai processi per mafia; necessita sempre un serio e rigoroso controllo di tutti gli elementi del reato: le prove devono assumere carattere di certezza r gli indizi devono essere concordanti ed univoci; non c’è ingresso nel processo penale ai semplici sospetti e alle generiche opinioni. La lotta concreta al crimine potrà essere fatta solo con la seria utilizzazione degli strumenti normativi”. Parole che credo nessuna persona onesta e intelligente rifiuterebbe di sottoscrivere.

  3. #13
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    Da "A futura memoria" di L.Sciascia, ed. Bompiani

    L’Espresso, 25 gennaio 1987

    C’è gente che magari sa scrivere, e scrive, e stampa sui giornali quello che scrive, ma non sa assolutamente leggere. E’ chiarissimo nel mio articolo pubblicato dal “Corriere della Sera” del 10 gennaio, che non del fatto che fosse stato promosso il giudice Borsellino mi allarmavo, ma del modo: e invece eccoli in molti, anche tra quelli che condividono la sostanza del mio articolo, a rimproverarmi di avere attaccato il Borsellino. Ma quando ho scritto l’articolo, io nulla sapevo di lui, della sua capacità, dei suoi metodi e meriti: e non solo non mi permetto mai di dare giudizi sulle persone che non conosco, ma con molta cautela giudico anche quelle che conosco.
    Ora sul giudice Borsellino so un po’ di più; ma il punto della questione non era e non è la sua persona, ma quel che intorno alla sua nomina si legge nell’estratto dei verbali del Consiglio superiore della magistratura “concernenti la copertura del posto di procuratore della repubblica di Marsala”, dove ad un certo punto si coglie questa perla: che il dottor Alcamo, che a quel posto aspirava, non poteva essere preso in considerazione per la “lacuna” di non essere mai stato investito di processi di stampo mafioso: lacuna “a lui assolutamente non imputabile, non potendosi pretendere che egli pietisse l’assegnazione di questo tipo di procedimenti”. E si postula, dunque, che i processi di stampo mafioso sono quelli che fanno andare su un magistrato e che si può arrivare anche a “pietirli”. Brutta e allarmante parola, per chi ha un’idea piuttosto alta, piuttosto nobile, dell’amministrazione della giustizia.
    Mi si rimproverava, anche, di ignorare che il Consiglio superiore della magistratura non tiene nelle promozioni il criterio dell’anzianità: cosa non vera fino alla promozione del giudice Borsellino, e ne è prova il fatto che praticamente il Consiglio cerca giustificazione per non avere tenuto tale criterio nei riguardi del dottor Alcamo. Da quel punto in poi, pare che sia stato adottato il criterio della competenza, della professionalità, della specificità o specializzazione in processi di stampo mafioso. Ma su che cosa si misura tale competenza? Sul numero dei mandati di cattura o sull’esito dei processi dibattimentali? Credo che i cittadini siano in diritto di saperlo.
    Una simile curiosità forse non hanno molti che oggi discutono il mio articolo, e specialmente non ne ha Giampaolo Pansa, che anzi sembra del tutto ignaro dell’esistenza del diritto. Degnamente egli si allinea sulle posizioni del Coordinamento antimafia di Palermo (che peraltro dalle posizioni immediatamente assunte è in via di ritirata strategica), e spara contro di me la sua brava raffica. Dice di non riconoscermi più, pirandelleggia sull’uno che sonostato e sul due che sono, sul due che si è messo contro l’uno: e si veda “la Repubblica” del 15 gennaio. Con toni crepuscolari ricorda l’intervista che mi fece molti anni fa. E anch’io potrei dire di non riconoscere più l’umile cronista che allora cercava di capire in quest’uomo che ora crede di aver capito tutto, di poter giudicare chiunque.
    Non so se si è convinto di essere un padreterno; forse è più modesto, crede soltanto di stare scrivendo una specie di Divina Commedia: ma mi resta memorabile una sua “salita” in compagnia di uno degli istruttori del processo di Napoli; quello di Tortora, tanto per intenderci. Perché questo è il punto: Pansa è assolutamente refrattario all’idea del diritto. Forse nemmeno allora, quando mi ha intervistato, ha capito che contro la mafia io difendevo il diritto e la dignità umana, come oggi contro le storture dell’antimafia. Mi faccia “scendere” dunque, mi faccia “scendere” …

  4. #14
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    Noi, ex professionisti dell’antimafia

    intervista di Saverio Lodato a Paolo Borsellino pubblicata il 13 agosto 1991 sull' Unità.

    Spesso la cronaca è impietosa, cattiva, travolge tutto, costringe a liquidare in pochissime battute analisi, temi di ampio spessore, riduce la diversità di opinioni a un immediato, quanto generico e gratuito, due più due fa quattro. Schematizza, avendo la pretesa di assecondare quello che si presume sia volta per volta il punto di vista del lettore. Spesso cioè non si va per il sottile, il micidiale rullo compressore della notizia (e si sa che in questo mestiere la notizia è – o almeno dovrebbe essere – sacra) cancella al suo passaggio le sfumature, i precedenti storici, giudizi già consolidati. Col risultato di ridurre il fatto del giorno a un presente senza storia, squadrato con l’accetta, e dunque immensamente impoverito.

    E per quanti si occupavano di mafia e di antimafia (e non solo giornalisti) il fatto del giorno, in quel lontano 10 gennaio ’87, diventò immediatamente quel lungo articolo che Leonardo Sciascia pubblicò sul Corriere della Sera. Quel testo apriva, infatti, inconsapevolmente, ben al di là (come vedremo) delle reali intenzioni del suo autore, le violentissime polemiche contro i professionisti dell’antimafia.Caso volle che la scelta di quella data non fosse delle più felici. Il maxiprocesso era già cominciato da un anno. E stava già scemando, potremmo dire, passata l’ubriacatura di molti osservatori certissimi che le confessioni di Buscetta avrebbero sgominato per sempre Cosa Nostra.

    Quell’articolo cadde in un momento in cui la curva dell’antimafia iniziava a farsi discendente, per precipitare poi negli anni successivi. E Sciascia indicava in Paolo Borsellino promosso dal Csm per “meriti antimafia” e in un “sindaco che per sentimenti o per calcolo comincia a esibirsi...” due semplificazioni visibili a tutti dell’ “antimafia come strumento di potere”. Pericolo che lo scrittore avvertiva sensibilissimo. Semplificazioni visibili a tutti perchè – come molti ricorderanno – a quella data Paolo Borsellino e Leoluca Orlando erano già Borsellino e Orlando. Colpiva, faceva male che il fatto che Sciascia che tanto aveva contribuito nel trentennio precedente a denunciare la mafia e i suoi orrori, facendola conoscere al mondo attraverso romanzi in cui ogni riferimento a fatti e persone di Sicilia era tutt’altro che casuale, all’improvviso prendeva di petto due esponenti di primo piano di una stagione finalmente diversa. Una stagione che vedeva giudici e uomini politici siciliani, per la prima volta, nel ruolo di un convoglio antimafioso. L’impressione fu questa. Ma come accade in questi casi una parola tirò l’altra, e qualcuna se ne disse di troppo.

    Oggi, a quasi due anni dalla scomparsa di Sciascia, in presenza di un maxiprocesso finito a coda di topo (in carcere non c’è più nessuno), all’indomani dello spappolamento del pool antimafia, e mentre – purtroppo – mafie varie continuano a eliminare giudici scomodi, abbiamno pensato che fosse giusto ritornare su quelle polemiche. Ritornarci giornalisticamente, si intende, ma senza più l’assillo del “fatto del giorno”. Quasi a freddo, ma con la consapevolezza che tanti interrogativi di allora siano rimasti ancora aperti e che valga davvero la pena discuterne. C’è una vena di rimpianto: se Sciascia ci fosse ancora chissà quali stimoli e quali arricchimenti avrebbe offerto a questa discussione...

    Per cominciare, siamo andati a trovare proprio lui, Paolo Borsellino, oggi procuratore capo di Marsala. La sua nomina a quell’incarico (nel gennaio ’87) rappresentò il cerino che diede il via alla polveriera.
    Sì. Io ero uno dei professionisti dell’antimafia. L’altro, in campo politico, era Orlando. Successivamente Sciascia, quantomeno con riferimento ai professionisti dell’antimafia in campo professionale, ritengo che abbia cambiato profondamente idea. C’è un’intervista poco conosciuta che Sciascia rilasciò al mensile palermitano Segno – credo nell’89 – in cui sosteneva che le sue idee espresse nell’articolo del Corriere della Sera, e in quelli successivi sull’onda della polemica innnescata dal comunicato del coordinamento antimafia (definì Sciascia un quaquaraquà, ndr) erano state parecchio travisate. Sinceramente debbo dire che non fui mai tanto convinto che le sue idee fossero state travisate, però ritengo che lui in seguito ebbe un ulteriore momento di riflessione. E soprattutto con riferimento ai professionisti antimafia in magistratura, cambiò profondamente idea. In quell’intervista a Segno sostenne a spada tratta di non essere stato capito a suo tempo quasi da nessuno. E diede merito a me – a suo giudizio: uno dei pochissimi – di averlo invece capito. Non aveva inteso indicare magistrati, ma aveva inteso criticare un certo metodo di comportamento del Consiglio superiore. A voler essere leali il senso dell’articolo sul Corriere era ben altro.

    Attaccava lei?
    No. Non attaccava me. Mi citava come esempio di magistrati che facendo antimafia facevano carriera. Poi Sciascia, rimeditando sulla faccenda, convenne sul fatto che in magistratura con l’antimafia non aveva mai fatto carriera nessuno. Nè tantomeno l’avevo fatta io. Sono estremamente convinto della sua buona fede, e del fatto che lui abbia rimediato, arrivando ad altre conclusioni, anche perchè fu lui a dirmelo personalmente in un paio di incontri che abbiamo avuto, e in un paio di lettere che mi ha scritto.

    Un momento. Questa è una novità: incontri, lettere, fra lei e Sciascia?
    Prima gli incontri.
    Ero stato appena nominato procuratore a Marsala. E gli incontri avvennero uno a Gibellina, l’altro a Marsala. Era il gennaio 1988, un anno dopo la pubblicazione dell’articolo. Gibellina: fu in occasione del ventennale del terremoto del Belice. Incontro casuale, lui era relatore ufficiale in quella manifestazione. Io che c’entravo? Gibellina intanto era nella giurisdizione del Tribunale di Marsala. Ed è chiaro che intervenni come “autorità”... Sciascia in quell’occasione, lui, di sua iniziativa, mi ha avvicinato, mi ha detto...

    Vi conoscevate?
    Mai visti: ci conoscevamo nel senso che io sapevo benissimo chi era Sciascia, ci siamo incontrati... e Sciascia iniziò un discorso dicendo di questo suo articolo sul Corriere della Sera, e mi disse che era stato travisato, strumentalizzato in malafede da molti, mentre in realtà lui aveva inteso dire tutt’altro, e che assolutamente non aveva inteso indicarmi come esempio di professionista dell’antimafia. Aveva invece inteso indicare il Consiglio superiore della magistratura come esempio di autorità amministrativa che non aveva il coraggio di darsi certe regole e di decidere in conformità alle stesse. Cioè: ricordo che lui insisteva che il Csm si era data la regola dell’anzianità per gli incarichi direttivi.

    Non osava cambiarla perchè questo disturbava il corporativismo diffuso fra i magistrati e per riuscire a nominare in taluni posti taluni che non corrispondevano a questo modello di regola faceva i salti mortali... Mentre invece sarebbe stato più onesto se il Csm avesse avuto il coraggio di cambiare le regole. In sostanza la posizione di Sciascia era questa: se voi ritenete che il criterio dell’anzianità non è un criterio valido, che vi può portare a fare scelte sbagliate, cambiatele queste maledette regole, abbiate il coraggio di cambiarle... A Gibellina fu uno scambio di battute, in mezzo alla gente. Cosa risposi a Sciascia? Quello che le dico ora io: su questa osservazione di Sciascia, su questa mancanza di coraggio, o di capacità del Consiglio superiore della magistratura di darsi nuove regole in materia, e di agire in conformità, concordo perfettamente.

    Ma lei oggi è procuratore a Marsala. Stiamo parlando anche di questo.
    So bene che la mia nomina fu motivata arrampicandosi sugli specchi. Naturalmente non ritengo allora, nè ritengo ora, che Sciascia, nel suo articolo originario avesse voluto dir questo... Confesso che non glielo feci rilevare: io ebbi l’impressione che Sciascia, nel dirmi quello che mi disse, fosse profondamente imbarazzato nei miei confronti anche se mi parlava sinceramente riferendomi quella che era la sua opinione in quel momento del nostro incontro. A mio parere perchè lui sapeva che nell’articolo originario del Corriere aveva invece detto cose diverse. Bisogna riconoscere a tutti il diritto di cambiare opinione.

    Comunque questi concetti me li ribadì, ribadendo che ce l’aveva con il Csm, a Marsala, in presenza del collega Alcamo... A Marsala, infatti, il nostro non fu un incontro a due, fu un incontro a tre. Ci incontrammo io, Sciascia, io e il collega Alcamo, lo stesso che avevo scavalcato con la mia promozione. Beh, non fu un pranzo organizzato; anche per l’occasione fummo invitati per presenziare alle manifestazioni promosse dall’Ente Teatro Mediterraneo.

    Il giudice Alcamo, contrariamente a quanto molti possono pensare, ha avuto con me sempre rapporti che definire ottimali è già poco: la polemica non ha lasciato nessuno strascico. Quando io venni nominato procuratore capo, lui, a Marsala, era giudice, così per un paio d’anni lavorammo insieme nei rispettivi ruoli. Anche durante quel pranzo Sciascia ribadì la sua tesi che il Csm da un lato non sapeva rinunciare a certe sue regole, dall’altro aveva fatto salti mortali per lasciare fisse le regole ma nominare me che ero meno anziano. In quell’occasione volle ribadirmi che con i suoi articoli aveva inteso criticare pesantemente quelli che con l’antimafia facevano politica. In seguito avemmo anche uno scambio epistolare. Due lettere che conservo ancora...

    Una me la inviò quando apprese dai giornali che stavo indagando su un barbone di Marsala, di nome Tommaso... che teoricamente, in un primo momento, avrebbe potuto essere il fisico Ettore Majorana e sulla cui scomparsa Sciascia aveva a lungo scritto... Espresse il suo punto di vista letterario e mi fece osservare che quel barbone gli sembrava assomigliasse di più a un personaggio di Conrad mentre Majorana gli sembrava più un personaggio venuto fuori dalla fantasia di Pirandello...

    Contemporaneamente, quando ricevetti quella lettera giungevo da un punto di vista giudiziario alle stesse conclusioni: acquisii la prova provata che quel barbone non poteva essere Majorana. Scoprii che quel barbone di Marsala era stato arrestato nel 1938, prima della scomparsa di Majorana e dunque non poteva essere lui... Risposi a Sciascia dicendogli che ero giunto alle sue stesse conclusioni anche se in maniera molto più pedestre... Un’altra lettera me la inviò perchè nell’ultimo periodo della sua vita aveva intenzione di scrivere un libro su un mafioso che, partito dalla Sicilia negli anni ’20, aveva fatto “fortuna” in America. Sciascia era interessato a un processo che si era tenuto a Trapani in quegli anni, collegato a quella vicenda, e mi chiese di trovargli gli atti. Li cercai affannosamente nell’Archivio di Stato a Trapani ma non trovai nulla: la conservazione del materiale documentale in Italia è quella che è. Il tutto avveniva fra noi, ormai, in un’atmosfera di cordialità e di vera amicizia...

    Fermiamoci un attimo. Torniamo ancora allo Sciascia che solleva pesantemente una questione comunque molto interna alla magistratura, che presupponeva una conoscenza approfondita di documenti del Csm. A suo giudizio, qualcuno richiamò intenzionalmente l’attenzione dello scrittore sulla sua nomina a procuratore di Marsala?
    Intanto, a mio parere, Sciascia era molto preoccupato di un fenomeno che in quel momento si era verificato. L’antimafia era qualcosa che politicamente rendeva, e conseguentemente, accanto a coloro che cavalcavano quella tigre perchè ci credevano c’erano anche molte persone che la cavalcavano per tornaconto individuale. Lui intese indicare questo fenomeno all’opinione pubblica come esecrabile. Il suo intervento ebbe quantomeno il merito di stroncare molte carriere di politici che stavano salendo su quel carro con troppa disinvoltura. Se Sciascia indicò insieme a questi protagonisti politici anche dei magistrati, ciò significa che probabilmente il suggerimento ci fu. Non so da parte di chi.

    Ma so bene che all’interno della magistratura l’emergere di un gruppo di magistrati antimafia, che si erano cioè occupati sembra di questo tipo di indagini, aveva creato delle resistenze. A qualcuno non andava giù. Sono quelle stesse resistenze di cui c’è traccia nel diario di Rocco Chinnici: quando parla dell’atmosfera di ostilità che avvertì non appena iniziò ad occuparsi di mafia. E quelle resistenze non nascevano tanto da mancanza di sensibilità antimafia o addirittura dall’esistenza in magistratura di una sensibilità mafiosa. Ma dall’esistenza di una chiusura corporativa di una parte della magistratura che riteneva di finire in ombra proprio a causa dei professionisti dell’antimafia.

    Se qualcuno volle imboccare Sciascia, se qualcuno volle dargli un suggerimento mettendogli in mano il bollettino del Csm, va ricercato proprio in quell’ambiente.

    L’ “anzianità” oggi. Lei, dottor Borsellino, che ne farebbe?
    Questo criterio, lo rimuoverei al più presto, sapendo bene che in magistratura è stato sempre un totem, un qualcosa che alla fine tutela tutti. E’ per questo che ogni volta che qualcuno solleva il problema, compresa l’Associazione magistrati, sono in molti a insorgere... Ma il fatto è che su questo aspetto di sostanza Sciascia aveva visto giusto. (...)

  5. #15
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    Predefinito Sciascia e Guttuso

    NOTIZIE RADICALI, 1 settembre 1980 - LA REPUBBLICA, 30 agosto - 1 settembre 1980)

    Roma 1 settembre ‘80 - N.R. - La polemica che oppone il deputato radicale e scrittore Leonardo Sciascia e il segretario del PCI, Enrico Berlinguer (scaturita, com’è noto, da una querela di questo nei confronti di quello), si arricchisce d’un nuovo capitolo.
    La vicenda, com’è noto, vede tra i protagonisti anche il pittore comunista Renato Guttuso, recentemente intervistato dal quotidiano “La Repubblica”. Nel corso dell’intervista, tra l’altro, Guttuso afferma:
    “Con Leonardo ci conosciamo da tanti anni, sento molta affezione per lui. Ma ha talmente paura di essere mafioso, che alla fine lo diventa. Non voglio adesso ripescare l’episodio. Però come gli è venuto in mente di mettermi in mezzo, di chiamarmi a testimone. Io dovevo smentire lui o smentire il segretario del mio partito: che bella alternativa. E’ una cosa che io nei confronti di un amico non avrei mai fatto”.
    Prontamente ha replicato Sciascia, in una lettera inviata allo stesso quotidiano.
    Sciascia, tra l’altro afferma:
    “… La mia mafiosità dunque, consisterebbe nel fatto che io l’ho messo in mezzo, che l’ho chiamato a testimone, che l’ho costretto alla scelta o di smentire me o di smentire il segretario del suo partito. Non passa per la mente a Guttuso che la scelta in cui l’ho posto è quella tra la verità e la menzogna.


    Non credo sia necessario aggiungere altro. Dovrei forse, per Guttuso, aggiungere delle scuse: per aver creduto che nel nostro rapporto di amicizia vigesse il codice della verità e non quello della
    omertà e della falsa testimonianza. Ma - mafiosamente - non me la sento”.

    Da www.radioradicale.it

  6. #16
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    Predefinito Sciascia e Guttuso

    Da “Il maestro di Regalpetra”, di M.Collura



    In una seduta della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio del presidente della Democrazia cristiana, Sciascia chiede ad Andreotti se è vero che, durante il sequestro di Aldo Moro, a livello governativo si era parlato di collegamenti internazionali nel terrorismo italiano. Andreotti risponde di no. Sorpreso e irritato, lo scrittore replica che perfino Berlinguer, in un incontro privato, gli aveva detto di temere per quei collegamenti, facendo riferimento alla Cecoslovacchia e ad alcuni cittadini di quel Paese che stavano per essere espulsi dall’Italia. Come poteva un presidente del Consiglio non esserne informato? Le parole dette da Sciascia in commissione, sui giornali fanno esplodere un caso, con un concitato succedersi di conferme e smentite. Ed è in un esasperato clima di incertezza e di lacerazioni, in cui sembrava che le fondamenta dello Stato – attaccate sempre più duramente dai terroristi – stessero per cedere, che Berlinguer querela per diffamazione Sciascia, il quale a sua volta lo denuncia per calunnia, chiamando a testimoniare Renato Guttuso che all’incontro tra lo scrittore e il segretario del PCI aveva assistito.
    Il pittore (che era stato rieletto senatore comunista) dà torto all’amico, smentendolo. Dopo circa un anno, entrambe le denunce vengono archiviate dalla Procura della Repubblica di Roma: quella di Berlinguer contro Sciascia, perché si trattava di opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni; quella dello scrittore contro Berlinguer, perché “le falsità dell’onorevole Sciascia” escludevano il reato di calunnia. Sciascia, dunque, per il sostituto procuratore Antonio Marini che aveva indagato sul caso, e per il giudice istruttore Claudio D’Angelo che aveva deciso di archiviare, aveva detto il falso. Ma c’era un piccolo particolare di cui tener conto: lo scrittore non era mai stato ascoltato dai magistrati.
    “Guai ai soli. E agli assenti”, è il suo commento. “Perché, a prescindere da ogni considerazione su quel che si suole chiamare il merito, questo è il punto incontrovertibile per cui come cittadino mi sento leso nei miei diritti: l’essere stato tenuto accuratamente assente da questa vicenda giudiziaria, il non essere stato sentito nelle mie ragioni, nella mia verità. E potrei dire:nella ragione, nella verità. Assolutamente. Con ferma memoria e tranquilla coscienza. Il fatto è – e qui entro nel cosiddetto merito – che se avesse sentito me, il giudice sarebbe stato costretto a sentire altri. E per esempio: le persone cui, lo stesso giorno del colloquio con Berlinguer e Guttuso, nello studio di Bruno Caruso, ho raccontato quello che si era detto esattamente come l’ho poi raccontato alla Commissione Moro, e queste persone possono darmi atto che l’ho raccontato con accenti di cordialità nei riguardi di Berlinguer, così come senz’ombra di intenzione diffamatoria l’ho raccontato in Commissione Moro…”
    Un palese caso di ingiustizia. Berlinguer e Guttuso hanno parlato con il magistrato inquirente, hanno spiegato le “loro” ragioni. Lui non ha potuto farlo. E’ uno scrittore autorevole, è un deputato, Sciascia, ma è un uomo solo. Ed è questa la ragione per cui ha scelto di candidarsi in “un partito che partito non è”, quello radicale, composto da un gruppo di guastatori, dove ognuno per proprio conto sferra il suo attacco al potere dei partiti, e soprattutto a quei partiti che, inneggiando allo “statista Moro”, lo avevano voluto morto.
    E’ importante questo incidente giudiziario nella vita di Leonardo Sciascia: da questo esemplare caso di ingiustizia deriveranno molte delle sue “scandalose” prese di posizione, lui sempre più uomo solo, bersaglio facile di coloro i quali, in nome della giustizia e del vivere civile, rafforzeranno il loro potere.



    E dando un taglio netto e definitivo alla sua amicizia con Guttuso, in un articolo rivela: “A Natale, inaspettatamente, mi è giunto – portato dal suo Isidoro – un suo biglietto di auguri. Diceva che le cose spiacevoli che c’erano state tra noi non dovevano impedire che ci facessimo gli auguri. Ne sono stato sorpreso e, in un certo senso, sconvolto. Perché dovevamo farci gli auguri, far finta di niente, se uno di noi due era così gravemente mentitore? Ho risposto ricambiando, ma facendogli notare che le cose spiacevoli tra di noi avrebbero potuto non esserci. Qualche giorno dopo, un comune amico si propose come intermediario. Risposi che non vedevo ragione di far pace con Guttuso e di riprendere ad essere amici: uno di noi due, e lasciavo al comune amico la scelta, non era persona stimabile…”
    Non si incontrarono né si parlarono più. Due amici, due siciliani, due celebrità siciliane: eppure niente poteva essere più lontano e diverso di quanto lo erano loro. Il pittore, passionale, impulsivo, narciso, protagonista mondano, ideologicamente fedele al Partito comunista; lo scrittore, freddo, timido, schivo, le abitudini borghesi, assolutamente refrattario alla mondanità e alle ideologie. Quando, nel 1987, Guttuso morì, Sciascia, piangendo, confessò a un amico: “Ora sento come un rimorso. Il rimorso di non aver più voluto stringergli la mano”.

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    LEONARDO SCIASCIA

    (Racalmuto, Agrigento, 8 gennaio 1921 - Roma, 20 novembre 1989)

    di Angiolo Bandinelli

    SOMMARIO: Sommaria sintesi della esperienza parlamentare di Sciascia, eletto nel 1979 nelle liste radicali.

    (IL PARLAMENTO ITALIANO, Storia parlamentare e politica dell’Italia, 1861 - 1992 - Volume 23·, 1979 - 1983 - Nuova CEI Informatica, Milano - dicembre 1993)

    Leonardo Sciascia entrava in Parlamento nel giugno 1979, al culmine della sua fortunata carriera di scrittore. Era presentato come indipendente nelle liste del Partito radicale e veniva eletto sia al Parlamento europeo che alla Camera dei deputati. Optò per la Camera e per il collegio di Roma, preferito a quelli di Milano e Torino dove pure aveva raccolto un congruo numero di suffragi.
    L’ingresso dello scrittore siciliano in Parlamento poteva essere interpretato come il logico coronamento di un’opera caratterizzata, fin dagli esordi, dalla straordinaria coerenza tra gli esiti prettamente letterari e una scelta di temi ed argomenti permeata di acri umori civili che trovavano adeguata espressione anche nella forma della polemica, un genere che Sciascia frequentò assiduamente. Lo scrittore si sentiva erede e continuatore di Paul Louis Courier e degli illuministi, studiati e coltivati quasi a risarcimento di quella »sicilianità di cui si sentiva intriso e condizionato. Del resto, già nel 1975 era stato eletto consigliere comunale a Palermo come indipendente nelle liste del Partito comunista. Da questo incarico si dimise agli inizi del 1977, quando avvertì come non ulteriormente accettabile la divergenza politica che lo separava dal partito cui doveva l’elezione: »Non amo il compromesso storico , tenne a precisare.
    Il distacco dal PCI e l’avvicinamento ai radicali non furono casuali: la svolta e il nuovo approdo vennero maturando negli anni ed esplosero nel corso del grande confronto apertosi nel Paese sulla vicenda drammatica del rapimento di Aldo Moro. Alla presenza e al significato delle Brigate rosse Sciascia aveva prestato attenzione, in realtà, già dal 1974 quando in polemica con certi troppi corrivi giudizi egli riportò la loro matrice ideale, o una sua gran parte, nell’alveo della cultura di sinistra. Di qui, anzi, la prima rottura col PCI faticosamente recuperata con l’elezione a consigliere comunale. Nel maggio 1977 si apriva poi a Torino l’atteso processo contro un gruppo di brigatisti, e il Tribunale dovette confrontarsi con il rifiuto opposto dai cittadini chiamati al delicato compito di giudici popolari. La grave emergenza apriva un doloroso dibattito, nel quale Sciascia si trovò a fianco del poeta Montale pronunciatosi in difesa del diritto al dubbio e alla paura e per questo fu biasimato aspramente da Giorgio Amendola, il quale deprecò le storiche viltà della classe intellettuale italiana incapace di assumersi responsabilità civili. Sciascia intervenne con un giudizio severo sulla inadeguatezza dello Stato dinanzi al fenomeno eversivo. Nell’agosto del 1978, infine, usciva il pamphlet “L’affaire Moro”, dove erano condensate le convinzioni dello scrittore, difensore della linea della trattativa umanitaria per salvare lo statista democristiano e dunque avversato dai fautori della linea della fermezza; tra i quali, appunto, il PCI.
    La convergenza tra Sciascia e i radicali di Pannella era, insomma, nei fatti, e spiega al scelta del giugno 1979. Da deputato, Sciascia continuò a seguire la vicenda Moro, partecipando ai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte dello statista e presentando anzi una propria »relazione di minoranza dai toni fortemente critici. Sostenne anche una dura polemica con il segretario del PCI Enrico Berlinguer sulla questione delle responsabilità dei servizi segreti dell’Est nel rapimento.
    Nel dicembre 1980 le Brigate rosse rapivano a Roma il giudice Giovanni D’Urso. Il deputato Sciascia prendeva posizione, come il Partito radicale, per la tesi del »dialogo , di un dialogo che aprisse la strada alla liberazione del rapito. La spaccatura nel Paese fu più profonda, forse, che per lo stesso caso Moro: dietro i protagonisti in primo piano si scorgevano ombre preoccupanti, e si sospettava la occulta presenza della P2 con le sue trame. Nel gennaio 1981, Sciascia indirizzava un appello ai brigatisti perchè restituissero D’Urso evitando di farsi strumenti di interessi e disegni altrui. La vicenda ebbe, diversamente che nel caso Moro, una conclusione positiva, incruenta.
    Il 10 agosto 1979 lo scrittore aveva preso la parola sulla fiducia al governo Cossiga, motivando il suo voto contrario ad un esecutivo presieduto da colui che era stato ministro degli Interni all’epoca del rapimento Moro. Il 12 febbraio 1980 esprimeva le sue perplessità in merito alle conclusioni della Commissione antimafia. Nel corso della legislatura Sciascia ebbe modo di intervenire in Aula una decina di volte; per lo più su temi riguardanti la giustizia, il terrorismo, la mafia, la Sicilia.
    La conclusione dell’esperienza parlamentare, interrotta dallo scioglimento anticipato delle Camere nel 1983, non fece cessare il coinvolgimento di Sciascia in polemiche e battaglie civili, sempre in sintonia con il Partito radicale. Va ricordata la solidarietà manifestata ad Enzo Tortora, il giornalista televisivo arrestato per spaccio di droga e associazione a delinquere di stampo mafioso, solidarietà che si rafforzò durante il processo, fino alla sua conclusione in appello e al clamoroso proscioglimento. Ancora nel 1987, apertasi l’aspra campagna per i referendum per una »giustizia giusta e per la responsabilità civile del magistrato promossi da radicali e socialisti, Sciascia si pronunciava a favore del »sì .


    In un’ultima polemica, il direttore di »Repubblica Eugenio Scalfari accusava nel 1988 lo scrittore siciliano di essere sostanzialmente corresponsabile, con le sue prese di posizione, del calo di tensione nella lotta contro la mafia. Nel febbraio 1989, infine, Sciascia sottoscriveva l’appello per la presentazione alle imminenti elezioni di una lista »verde, alternativa, libertaria, nonviolenta promossa da personalità politiche e della cultura con l’obiettivo di rompere finalmente i vecchi schieramenti partitici ormai logori e inutili.



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    Mafia: così è (anche se non vi pare)

    Di Sciascia Leonardo - 19 settembre 1982


    Mafia: così è (anche se non vi pare)

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO: Lo infastidisce esere ritenuto un esperto di mafia, e gli spiace dover rilasciare tante interviste in merito. Così, ” a una decina di giorni dall’assassinio del generale dalla Chiesa”, dopo aver rilasciato una gran quantità di interviste, non sa se Bocca abbia ragione o meno di essere irritato con lui per dichiarazioni che egli avrebbe rilasciato, ma che non può controllare se siano state riferite esattamente dal giornalista. Bocca gli rimprovera di avere della mafia “un’immagine indefinibile, cangiante, misterica, raffinatissima”. Sciascia rivendica solo l’aggettivo “cangiante, e ricorda quanto ebbe a scrivere “più di vent’anni fa”; oggi bisogna constatare che, “in fatto di droga, la mafia non è più intermediaria, ma produttrice”, un fatto di cui Bocca non si è accorto. Bocca gli rimprovera anche di aver sostenuto che Dalla Chiesa andava in giro “senza protezione e precauzione”. Ma questa è’ la verità, e Sciascia ritiene che Dalla Chiesa si comportasse così per una sua visione letteraria e comunque “arretrata” della mafia. Dalla Chiesa si riconosceva, erroneamente, nel capitano dei carabinieri protagonista del “Giorno della civetta” (che invece era modellato sull’allora maggiore Renato Candida, poi trasferito al nord). Dalla Chiesa escludeva ogni collusione tra mafia e terrorismo politico, ma non prendeva in sufficiente considerazione il nuovo carattere “eversivo” dei delitti mafiosi. La mafia di oggi non è quella di ieri, è cambiata: il problema di oggi è la droga, ed è la droga che ha spaventato e spaventa alcuni politici e che fa sì che i partiti cerchino di ritrarsi dalle vecchie, usuali commistioni. Di questo tentativo di “sganciamento” la mafia ha paura, e questo giustifica “la catena di omicidi che va da Boris Giuliano a Dalla Chiesa”.

    (CORRIERE DELLA SERA, 19 settembre 1982)

    Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un “mafiologo”. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte. E non amo le interviste ex abrupto: preferirei rispondere per iscritto ad ogni domanda, tranquillamente, ponderatamente.
    Eppure ad ogni avvenimento di matrice mafiosa accondiscendo a tante interviste all’improvviso e improvvisate, sforzandomi, facendomi violenza. E per due ragioni: mi pare di venir meno a un dovere civico rifiutandomi di parlare; e mi pare di venir meno alla cortesia, e di non rispettare quello che è l’altrui lavoro, chiudendo la porta in faccia a una persona che ha fatto un centinaio di chilometri per venire a registrare la mia opinione. Cosi, a una diecina di giorni dall’assassinio del generale Dalla Chiesa, mi trovo ad aver fatto interviste a un grado di inflazione; né le ho tutte viste sui giornali in cui sono apparse. Non so dunque se qualcuna delle cose che ho detto è stata amplificata o ridotta o falsata: e perciò non riesco a rendermi conto se l’irritazione che Giorgio Bocca manifesta nei miei riguardi (la Repubblica del 10 settembre) ha fondamento su mie affermazioni imprecisamente riferite o se invece su cose che ho effettivamente detto e che sono state esattamente riportate. Ma può anche darsi si sia irritato per il gusto di irritarsi.
    Qualche anno fa, in un suo libro sul terrorismo, Bocca ha riconosciuto che io sono stato il solo, al momento del sequestro Sossi, ad aver capito che il terrorismo rosso era propriamente rosso, e non nero camuffato da rosso come molti si baloccavano a credere; e lo riconosce aggiungendo che io a quella verità ero forse arrivato per intuizione di letterato. Ora io non so se i letterati hanno intuizioni specialissime. Io non credo di averne: e magari non sarò un letterato. Per me c’è chi capisce e chi non capisce, chi ha volontà di capire e chi di capire se ne infischia.
    E il riconoscimento di Bocca, di essere stato il solo a capire, mi deprimerebbe invece di esaltarmi, se non sapessi che come me tanti allora avevano capito che non scrivono sui giornali e non fanno libri.
    Comunque, oggi sembra proprio che sia il mio intuito letterario a irritare Bocca. Secondo lui, io avrei della mafia un’immagine indefinibile, cangiante, misterica, raffinatissima. Troppi aggettivi: e soltanto uno cangiante potrebbe cautamente andare; ma a misura di un cangiamento oggettivo, non soggettivo. Più di vent’anni fa, ho dato della mafia una definizione che credo resti di sintetica esattezza. “La mafia è un’associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo stato.
    Dopo più di vent’anni, quel che vedo di cambiato è questo: che in fatto di droga la mafia non è più intermediaria, ma produttrice; e che nell’intermediazione tra il cittadino e lo Stato, e nel servirsi lei stessa dello Stato, nello stare dentro lo Stato, non gode della stessa sicurezza di cui godeva prima. Se di questi mutamenti e particolarmente del secondo Bocca non si accorge, nonché dell’intuito di letterato, è sprovvisto dell’intuito di storico (qualche suo libro porta nel titolo la parola storia) e dell’intuito di giornalista. Che peraltro non occorrono, bastando il semplice buon senso, per arrivare a questa ipotesi. Ed è soltanto questa ipotesi che spiega la qualità eversiva dei delitti di mafia degli ultimi anni.
    Sospetto che proprio questa ipotesi a Bocca non piaccia, così come certamente non gli piace sentir dire che il generale Dalla Chiesa non si proteggeva sufficentemente e accortamente. Nulla di più evidente: il generale Dalla Chiesa andava per le strade di Palermo senza protezione e precauzione; ma pare che il dirlo venga considerato un’offesa alla memoria del generale e una remora alla lotta contro la mafia.
    Non molti anni fa, a rendere impronunciabili certe verità, si diceva che facevano il gioco di qualcuno o di qualcosa che bisognava invece combattere; oggi l’interdetto sulle verità cade con l’espressione di “alleanza oggettiva”. Ricatto insopportabile e che non sopporto. La verità, piccola o grande che sia, non stabilisce “alleanze oggettive”, con ciò di cui non si vuole essere alleati e fa soltanto il gioco della verità. E dunque ribadisco: il generale non si proteggeva per come avrebbe dovuto. Dire che lo facesse ragionevolmente, poiché inutili sono tutte le protezioni, inutili tutte le scorte, è una sciocchezza: agguati come quello in cui il generale è caduto sono soggetti a elementi imponderabili. Chi poi crede che la mafia sia in queste operazioni perfetta e infallibile, finisce col conferirle quella onniveggenza, onnipresenza e onnipotenza che non ha, che non può avere. Si è parlato e molti che non ne hanno parlato ci hanno creduto della “geometrica” perfezione di certe operazioni delle Brigate rosse: e si è poi visto di che pasta son fatti i brigatisti e come la loro efficienza venisse dall’altrui inefficienza. Arriveremo alla stessa constatazione almeno lo spero anche con la mafia.
    Non posso dire di aver conosciuto bene il generale Dalla Chiesa. L’ho incontrato un paio di volte a Palermo, quando comandava la legione, e le due volte che è venuto alla commissione Moro. L’ho seguito, per come potevo, durante il caso De Mauro. La sua linea era diversa da quella di Boris Giuliano. La linea dei carabinieri, la linea della polizia: come, purtroppo, quasi sempre avviene. Ma avevo l’impressione che quella di Giuliano fosse la più concreta: e tante cose, perciò, credo siano scattate a fermarlo. Erano uomini di uguale dirittura, di uguale passione, facevano fino in fondo il loro dovere: ma Giuliano aveva il vantaggio di essere siciliano.
    Negli ultimi tempi, dalle confessioni di Peci in poi, c’è stata la tendenza a fare di Dalla Chiesa un mito. Il più bravo di tutti contro il terrorismo, il più bravo di tutti contro la mafia. E ancora di più si tende a farne un mito da morto. Non c’è dubbio che nell’attuale dissoluzione le sue qualità facessero giustamente spicco. Era un ufficiale dei carabinieri di vecchio stampo: onesto, leale, coraggioso. E intelligente. Ma aveva i suoi limiti e ha fatto i suoi errori. In un vecchio, indimenticabile film di Duvivier che si svolge in una casa di riposo per attori, alla morte di Michel Simon (non ricordo i nomi dei personaggi, e perciò do loro quello degli attori), Victor Francen ne deve fare l’elogio: comincia col dirlo grande attore, inarrivabile interprete; ma ad un certo punto si ferma, dice: “No, non posso dire questo”; e allora sorge, dalla verità l’elogio più vero e commovente. E così dovrebbe essere sempre e per tutti. Il generale Dalla Chiesa ha fatto i suoi errori, dunque: e l’ultimo, fatale, è stato quello di non avere stabilito un sistema di vigilanza e protezione intorno alla sua persona. Dire che sarebbe stato inutile è tanto più insensato del dire che sarebbe sicuramente servito.
    Domandarsi perché non ha voluto creare intorno a sé un tale sistema è del tutto naturale e legittimo. E la risposta che ci si può dare potrebbe anche essere di un qualche lume e servire. E dunque: perché? Come diceva Savinio, avverto gli imbecilli che le loro eventuali reazioni a quanto sto per dire cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza. E la mia risposta è questa: il fatto che il generale Dalla Chiesa si fosse identificato nel capitano dei carabinieri del “Giorno della civetta” è dimostrazione, piccola quanto si vuole, di quel che pensava di sé e della mafia.
    In questi giorni, per ristabilire la verità (e anche per abito di discrezione), sono stato costretto a dire che l’ufficiale dei carabinieri dalla cui conoscenza e amicizia mi era venuta l’idea di scrivere il racconto non era Dalla Chiesa, ma l’allora maggiore Renato Candida, comandante del gruppo di Agrigento. Candida aveva acquisito una tale coscienza e nozione del problema mafia, che si trovò a un certo punto a scrivere un libro molto interessante, che fu pubblicato dall’editore mio omonimo e che io recensii sulla rivista “Tempo presente”.
    Più tardi mi si accusò, su un giornale siciliano, di essermi adoperato presso Candida, e per sollecitazione di un deputato comunista, a fargli eliminare dal libro una parte che riguardava certe collusioni tra partito comunista e mafia. Accusa assolutamente falsa: e lo dimostra il fatto che, nel libro, certe collusioni locali tra comunisti e mafiosi (non tra partito comunista e mafia) vi sono registrate.
    Pubblicato il libro, Candida fu regolarmente trasferito: alla scuola allievi carabinieri di Torino. Ed è da notare come allora ufficiali dei carabinieri e commissari di polizia, non appena mostrassero intelligenza e volontà nel combattere la mafia, venivano prontamente allontanati dalla Sicilia; mentre si è ora verificato, col generale Dalla Chiesa, esattamente il contrario: lo si è fatto ritornare in Sicilia appunto per la sua competenza in fatto di mafia. Per la sua intelligenza e volontà di combatterla.
    Tirato in scena da me (e me ne scuso con lui), Candida, su La Stampa del 12 settembre, giustamente dichiara di non riconoscersi nel capitano Bellodi del “Giorno della civetta”. Dice, in effetti, quello che io, in autocritica, ho sempre detto: che il capitano vi è troppo idealizzato, che è un portatore di valori e non un personaggio reale. “Il boss,” dice Candida, “è personaggio reale, anche il maresciallo che opera accanto a Bellodi è credibile. Bellodi lo è meno.” In questo personaggio idealizzato e non credibile. Dalla Chiesa invece si riconosceva. Questo era il suo limite. Nobilissimo limite, ma limite. Aveva di sé e dell’avversario immagini letterarie e comunque “arretrate”.
    Che tali immagini non agissero sul concreto lavoro che andava svolgendo, si può senz’altro ammettere; ma che fossero condizionamento al suo comportamento personale, è senz’altro possibile. E s’intende che sto parlando di Dalla Chiesa come era come probabilmente era a prescindere dalla sua lettura del “Giorno della civetta” e dal suo riconoscersi nel personaggio del capitano Bellodi. Il riconoscersi, insomma, è da considerarsi come un segno, una manifestazione, un sintomo. E non di vanità, sia ben chiaro.
    So per certo che il generale escludeva la possibilità di una collusione tra mafia siciliana e terrorismo politico. Giustamente. Ma credo che non prendesse in sufficiente considerazione la qualità “eversiva” dei delitti di mafia avvenuti negli ultimi anni e da cui è possibile arrivare alla constatazione di un mutamento. Di un tale mutamento si può cogliere un riflesso anche nel solo parlare della mafia da parte di quegli uomini politici siciliani di partiti ritenuti infeudati alla mafia o infeudanti la mafia: che mentre prima e fino agli anni in cui il generale lasciò il comando della legione di Palermo della mafia parlavano leggermente e persino spavaldamente, minimizzando o negando, facendo ironia su chi ci credeva e la temeva, negli ultimi tempi hanno preso a parlarne non solo credendoci, ma visibile anche nelle loro facce con paura.
    Ciò vuol dire che il tentativo di districarsi dalla mafia, e di districarne i loro partiti, è in atto. Che poi qualcuno non sappia districarsene o non voglia, può essere di turbativa o di remora a questa specie di volontà generale: ma tant’è che questa volontà c’è e che, per renderci conto di quel che accade, dobbiamo prenderne conoscenza.
    Ci sarebbe a questo punto da riassumere tutto quello che della storia della mafia sappiamo, dalla relazione del procuratore Ulloa (1838) ai saggi di Hobsbawm ed Hess: ma anche chi questa materia conosce per sentito dire facilmente si accorge che tra Portella della Ginestra e l’assassinio del generale Dalla Chiesa corre un grosso divario. Il rapporto di reciproca protezione tra uno stato in sclerosi di classe e una mafia in funzione di sottopolizia e avanguardia reazionaria, cui veniva lasciata a compenso l’esazione di determinati tributi, si è certamente infranto. Per due ragioni. Una, perché lo stato disordinato, inefficiente, disfatto quanto si vuole non è più in sclerosi di classe. Ragione politica, dunque. L’altra ragione che si potrebbe dire morale, anche se nasce da precauzione e da calcolo che la gestione della droga, pur essendo fonte di redditi ingenti, ha spaventato quegli uomini politici che, ormai appagati di quel che già avevano in potere e in beni, non volevano correre ulteriori e meno protetti rischi.
    A parte i figli, i nipoti, i familiari che nell’uso della droga potevano essere coinvolti (la famiglia è ancora un valore piuttosto ossessivo) non ci vuole grande perspicacia per capire che quello della droga è un nodo che deve venire al pettine, anche in un paese come l’Italia in cui pare che il pettine non ci sia. Verrà, comunque, al pettine di altri paesi: e conseguentemente del nostro. E qui è il caso di chiarire che molto probabilmente gli uomini politici indicati generalmente come mafiosi dall’Unità ad oggi non sono mai stati propriamente “dentro”: l’hanno protetta e ne sono stati elettoralmente protetti, ne hanno agevolato gli affari e sono stati compartecipi dei profitti: che poi i loro successi, nelle fazioni interne di partito e nelle elezioni, e i loro profitti negli affari, comportassero violenze ed omicidi, loro hanno finto di ignorare: così come il Sant’Uffizio ignorava la sorte degli eretici affidati al braccio secolare. Ma la droga non era più “qualche omicidio”; era una rete di omicidi vasta e continuata. E credo che anche una parte della mafia, pur minoritaria, sentisse allo stesso modo. La parte ancora radicata nel mondo contadino.
    In coincidenza all’emergere di questo crinale di divisione, c’è stata l’enunciazione della teoria del “compromesso storico”. Teoria che non ha fatto bene al partito comunista, ma ne ha fatto alla democrazia cristiana. Coloro che, nella democrazia cristiana, alla realizzazione del “compromesso storico” aspiravano, hanno coinvolto tutto il partito nell’ansietà di farsi assolvere, dal rigoroso e quasi ascetico partito comunista, dai tanti peccati commessi dal 1948 ad oggi, il peccato di mafia incluso.
    Da queste cose insieme, e da altre, viene il tentativo di sganciarsi, di defilarsi: ma senza un effettuale processo di autocritica, quasi che il tentativo sia una somma che tirerà poi lo storico di casi personali, di personali calcoli e paure.
    A sua volta, da questo tentativo di sganciamento dei politici, la mafia ha paura. Non solo il tessuto protettivo intorno le si dismaglia, ma si accorge che anche gli strumenti per combatterla vanno facendosi concreti e precisi. Il fatto che le istituzioni siano in disfacimento non basta alla sua sicurezza: ci sono degli uomini che possono farle funzionare e che non sono facilmente sostituibili. Da ciò la catena di omicidi che va da Boris Giuliano a Dalla Chiesa. Da ciò l’assassinio a carattere ammonitorio di Pio La Torre: ad ammonire il partito che nella lotta contro la mafia ha posizione di punta.


    Ho ricordato altre volte il vecchio capomafia Vito Cascio Ferro che, condannato per un omicidio, disse ai giudici che per un omicidio non commesso stavano condannandolo, mentre per i tanti cheaveva commesso non erano riusciti a condannarlo. Alla democrazia cristiana oggi sta accadendo qualcosa di simile. Non in quanto partito, ma attraverso un certo numero di singoli che ne partecipano, per anni ha dato alla mafia protezione, sicurezza e prosperità; oggi che vuole distaccarsene, come non mai è accusata di esserci dentro. Le si volge contro anche la Chiesa: fatto che meriterebbe lunga disamina. E forse la faremo.

    www.radioradicale.it

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    Anche i generali sbagliano

    Di Sciascia Leonardo - 28 febbraio 1983


    Anche i generali sbagliano

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO: Esclude che la categoria degli intellettuali in quanto tale possa essere chiamata a precise responsabilità in ordine all’impegno profuso (o non profuso) dopo l’assassinio del generale Dalla Chiesa: non c’è una categoria degli intellettuali, “ogni intellettuale è una monade” che risponde solo di quel che fa lei stessa. Ma si sente chiamato in causa dall‘“accusa” del figlio del generale, il quale deplora che solo dopo l’assassinio lo scrittore abbia rivelato che ad ispirare la figura del capitano dei carabinieri di “Il Giorno della civetta” non era stato Dalla Chiesa. Dichiara di non aver sentito il bisogno di una smentita o precisazione fino, appunto, alla morte del generale, quando lui, Sciascia, rischiò di apparire un “profeta”. Ugualmente respinge il rimprovero fattogli, di aver deplorato che Della Chiesa non prendesse sufficienti precauzioni. Così, affermando che Della Chiesa non aveva capito la trasformazione della mafia in “multinazionale del crimine” non si sente responsabile di fare “il gioco della mafia”. Occorre comunque evitare di mitizzare la figura del generale, come tende a fare anche il figlio. Per questo, lamentare che a Dalla Chiesa non fossero stati dati “certi poteri” è una “mistificazione”. In Sicilia la polizia ha già fin troppi poteri. Ribadisce peraltro certi suoi dubbi sul comportamento del generale nell’episodio della morte del brigatista Peci, a Genova, come anche per la sua affiliazione alla Loggia P2.

    (L’ESPRESSO, 20 febbraio 1983)

    Per ragioni di salute, in questi ultimi tempi ho letto pochissimo i giornali e i settimanali. Avevo già sperimentato, e ora ne sono certo, che a non leggerli si sta forse un po’ meglio e sicuramente non peggio. Ma il non leggerli non basta a tenerci lontani dalle notizie: c’è sempre qualche samaritano che ce le porta. Sicché non ignoro che sui giornali è corsa una polemica, avviata da una lettera che ho poi letta del figlio del generale Dalla Chiesa agli intellettuali, all’intellettuale (“Caro intellettuale…”). E la polemica stava tra chi ritiene che l’impegno degli intellettuali sia stato, dopo l’assassinio del generale, non molto vibrante e chi invece ritiene che gli intellettuali non sono tenuti a simili impegni e anzi meglio sarebbe se non li prendessero.
    La polemica a me appare alquanto astratta e gratuita. Non solo non riesco a vedere gli intellettuali come corpo a sé, come categoria o corporazione, ma ho del mondo intellettuale una nozione così vasta da includervi ogni persona in grado di intelligere, di avere intelligenza della realtà. Non mi pare si possa restringere il mondo dell’intelligenza a coloro che hanno a che fare con la carta stampata o con altri mezzi di comunicazione: e credo se ne abbia prova nel fatto, quotidianamente verificabile, che tanti che scrivono libri o articoli non sono minimamente in grado di leggere la realtà, di capirla, di farne giudizio. Conosco persone di astrale cretineria che trovano spalancate le porte di case editrici e giornali; e presumo ce ne siano in circolazione, da noi, più di quanti una società bene ordinata possa sopportarne senza cadere in collasso.
    Fintanto, dunque, che si parla all’intellettuale come a uno che partecipa di una categoria o corporazione, non mi sento chiamato in causa. Anche ammettendo la restrizione che intellettuali siano quelli professionalmente e sindacalmente definibili in quanto tali, credo si possa senz’altro affermare che ci sono, all’interno della corporazione, tanti singoli tipi d’intellettuale quanti sono per cosi dire gli iscritti. Ogni intellettuale è una monade. E c’è la monade con porta e finestre, e c’è la monade chiusa. E nessuno dovrebbe azzardarsi a giudicare stante le non lontane e nefaste esperienze che la monade chiusa (la propria camera, la biblioteca, il labirinto) merita ostracismo o disprezzo mentre da coltivare, da preferire e da privilegiare è la monade aperta. Ci sono monadi spalancate che sono del tutto cieche, e monadi chiuse che vedono tutto.
    Non credendo, dunque, di far parte di una categoria, corporazione o sindacato, se qualcuno mi corre dietro chiamandomi intellettuale, non mi volto nemmeno. Mi volto e rispondo se mi si chiama per nome e cognome: ma a patto, si capisce, che le domande abbiano un senso; che non siano dettate da imbecillità o malafede; che non riguardino cose da me già dette, e cioè già scritte. Il ripetere può essere di giovamento agli ignoranti; ma nell’ambito della carta stampata, di coloro che vi lavorano, l’ignoranza anche se c’è non è da ammettere, come non è ammessa di fronte alle leggi.
    Sarebbe, per esempio, una domanda sensata quella che è invece, nei miei riguardi, da parte del figlio del generale Dalla Chiesa un’accusa (non nella lettera al “caro intellettuale”, ma nell’intervista ad un settimanale): perché per anni ho lasciato credere che ad ispirarmi la figura del capitano dei carabinieri, nel “Giorno della civetta”, fosse stato Dalla Chiesa e solo dopo che Dalla Chiesa è stato assassinato mi sono deciso a smentire?
    Confesso che è una domanda cui rispondo di controvoglia, come tirato per i capelli. Ma è una domanda legittima. Ed ecco la risposta: che il generale si identificasse in quella figura, mi faceva piacere e mi pareva (per me e per ogni cittadino che tenesse alle istituzioni democratiche) un fatto rassicurante; e in questi termini una volta ne ho parlato, prendendomi i rimproveri de l’Unità. E mi pareva inutile ristabilire la piccola verità che allora (1961) io non sapevo dell’esistenza di Dalla Chiesa e che, se mai, a darmi l’idea del personaggio era stato il maggiore Renato Candida. Che differenza faceva? Di ufficiali dei carabinieri di quel tipo evidentemente allora ce n’erano più di uno. Ma quando Dalla Chiesa fu assassinato e non solo si scatenò intorno a me, in quanto veggente profeta, la caccia giornalistica, ma il mio editore stesso tornò a fare la pubblicità al libro indirettamente avallando la veggenza, la profezia, mi sono sentito in dovere di dichiarare quella piccola verità che avevo fino allora tac
    iuta. Detesto passare per profeta: sono uno che sommando due e due dice che fa quattro. Ma proprio dal Giorno della civetta in poi, quasi puntualmente ad ogni libro che pubblico e ad ogni intervento di un qualche rilievo che faccio, ora da una parte ora dall’altra, c’è sempre chi salta su a dire che ho sbagliato la somma. Salvo poi, di fronte all’accertamento dei fatti, a riconoscermi il dono della profezia. Che non ho.
    Sta accadendo la stessa cosa intorno ad un mio articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 19 settembre dell’anno scorso: è saltato su qualcuno a rimproverarmi che due e due non fa quattro, ma tre o cinque. Il figlio del generale arriva ad affermare, in una intervista, che con le mie dichiarazioni avevo fatto “il gioco della mafia”, poiché avevo sostenuto che suo padre non aveva capito cos’è il nuovo fenomeno della mafia. E aggiunge: “Mentre è vero proprio il contrario.” Affermazione che si può giustificare nell’ordine dei sentimenti e dei risentimenti, ma del tutto inconsistente, di vacua retorica, in ordine alla verità effettuale. Il generale Cappuzzo, uomo d’esperienza e siciliano, ha detto il 29 settembre le stesse cose che io avevo detto il 19. Era stato anzi più esplicito, se ad un certo punto aveva detto: “Questo ufficiale che alla sua età sposa una giovane donna, non voleva probabilmente far pesare su di lei il suo ambiente di precauzioni, di mancanza di libertà, di coercizione, per cui avrà probabilmente ecceduto nel senso opposto. In più, confidava che non osassero attentare alla sua vita.”
    Non aveva capito, insomma, la mafia nella sua trasformazione in “multinazionale del crimine”, in un certo senso omologabile al terrorismo e senza più regole di convivenza e connivenza col potere statale e col costume, la tradizione e il modo di essere dei siciliani. La frase che i giornali riferirono come pronunciata dal presidente Pertini “Potevano almeno risparmiare la signora” in effetti muoveva dalla stessa ingenuità da cui il comportamento di Dalla Chiesa è stato dettato: la mafia ormai non solo uccideva giudici, ufficiali dei carabinieri e della polizia, uomini politici dei partiti che la combattevano, ma anche le signore (la moglie di Sirchia davanti al carcere dell’Ucciardone).
    Ora io non riesco a capire perché dicendo queste cose si faccia “il gioco della mafia” (lo fa anche il generale Cappuzzo?). Non si fa il gioco della retorica nazionale e familiare, questo sì. Ma dire che si fa il gioco della mafia è gratuita e sciocca diffamazione. Se il figlio del generale Dalla Chiesa continua ad affermare che le cose stanno esattamente al contrario, ha due doveri da assolvere: primo, dimostrare documentalmente che il generale aveva messo le mani su qualcosa che costituisse per la mafia pericolo immediato; secondo, mettersi lui a lavorare stante il suo mestiere di sociologo a una descrizione della mafia attuale che contraddica quella che io ho sommariamente cercato di tracciare. Se non fa né l’una né l’altra cosa, il suo agitarsi e inveire produce nell’opinione pubblica soltanto confusione. Già il generale Cappuzzo, nell’intervista che ho ricordato, constatava che la retorica rischiava di deteriorare la figura di Dalla Chiesa: “Tutto quello che mettiamo di contorno, che tende, diciamo così, a farne un personaggio da romanzo, finisce col danneggiarlo. Quindi io sarei molto cauto. Stiamo ai fatti. E i fatti sono quelli che conosciamo.”
    La cautela raccomandata dal generale Cappuzzo non c’è stata. Sicché tirato, come ho già detto, per i capelli debbo, a chi crede di poter dire quello che vuole, dire quel che certamente non ama sentire. Ed è questo: che l’accusare e il drammatizzare sui poteri che in Sicilia non sono stati dati al generale Dalla Chiesa, il far credere che appena avuti certi poteri il generale avrebbe tirata fuori dalla manica una radicale panacea contro la mafia, è una mistificazione. Non si sa quali poteri uno stato democratico può dare a un prefetto, anche se investito di particolari funzioni, senza venir meno alla propria essenza. Già in Sicilia polizia e magistratura hanno poteri sufficentemente acostituzionali, se non anticostituzionali, come quello del ripristinato confino di polizia. Che cosa si vuole oltre: il coprifuoco, la deportazione in massa, la decimazione? Io sono convinto che di poteri il generale Dalla Chiesa ne ebbe già troppi nella lotta contro il terrorismo: e ne è discesa quella legge sui pentiti che
    nessuno, spero, verrà a dirmi abbia a che fare con l’idea della giustizia e con lo spirito e la lettera della Costituzione.
    Nella relazione che ho consegnato al presidente della commissione Moro il 22 giugno dell’anno scorso (si badi: il 22 giugno 1982) è brevemente fissato un giudizio sul generale che la sua tragica morte non può mutare. Pirandello chiamava i morti “pensionati della memoria”: ma dobbiamo sempre pensionarli di verità, non di menzogna. La menzogna è offesa ai morti quanto ai vivi. E lasciando da parte quel che tutti potranno leggere nella mia relazione e sui verbali di audizione che la suffragano (una volta che usciranno dal segreto non segreto in cui per ora stanno), mi fermerò a quel che molti sanno, che se hanno luce di memoria ricordano, che se hanno amore anche minimo alla verità non possono rimuovere: la vicenda Peci e la vicenda P2. Molti sono i punti della vicenda Peci che non mi convincono; e non ultimo quello dell’uccisione dei brigatisti in via Fracchia, a Genova. Non sono per nulla convinto, voglio dire, che quelle persone non potessero essere catturate vive e senza rischi per quei carabinieri che partecipavano all’azione. Né posso ammettere che un corpo di polizia bene addestrato, quale il generale diceva fosse il suo, si fosse fatto sfuggire Peci una prima volta semplicemente perché la casa in cui Peci abitava aveva due porte. “Elementare,” direbbe non dico Sherlock Holmes, ma qualsiasi sottufficiale dell’Arma, “quasi tutte le case hanno due porte.” E in quanto alla P2: non mi convince per nulla che il generale ci fosse entrato (dietro consenso del generale Mino, che era già della P2) per andare a vedere quel che vi succedeva. C’era già suo fratello: poteva farselo dire da lui.


    Non sto facendo delle postume malignità. Sto soltanto ricordando cose che, nella euforia celebrativa, si vogliono dimenticare e far dimenticare. Cerchiamo di tirare il collo alla retorica, per come prescrive una buona regola. E cerchiamo di andare avanti, anche senza la retrospettiva illusione (che sarebbe un alibi) che soltanto il generale Dalla Chiesa sarebbe stato in grado di debellare la mafia. Io mi sono rallegrato, e l’ho pubblicamente dichiarato, della sua nomina a prefetto di Palermo; e la sua morte mi ha dato apprensione e dolore e sul piano umano e sul piano della valutazione delle cose siciliane. Ma non bisogna né farne un mito né conseguentemente affogare nella disperazione. Qualche speranza c’è ancora.

    Da www.radioradicale.it

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    Un Dalla Chiesa piccolo piccolo

    Di Sciascia Leonardo - 6 marzo 1983


    Un Dalla Chiesa piccolo piccolo

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO: Esprime stupefazione per l’intervista rilasciata da Nando Della Chiesa a “L’Espresso”, nella quale il figlio del generale lo accusa (“delirio, cose dell’altro mondo, ‘ragli’”) di aver avuto rapporti con Michele Sindona al quale avrebbe addirittura fornito “consigli”, e di aver scritto un articolo su “L’Espresso” per avviare una sorta di “controffensiva”, forse anche dietro spinta della stessa DC. Sciascia assicura che si tratta, nei due casi, di “insinuazione” senza basi alcune di fondamento.

    (L’ESPRESSO, 6 marzo 1983)

    [Introduzione de L’Espresso] »Il professor Nando Dalla Chiesa l’anno scorso rimproverò gli intellettuali (con una lettera aperta sulla “Repubblica”) accusandoli di non fare abbastanza per contrastare la mafia che aveva assassinato suo padre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Poi (con una intervista apparsa su “Panorama”) Nando Dalla Chiesa entrò in polemica contro Leonardo Sciascia che su “Corriere della Sera” di mafia aveva ragionato, analizzandone gli aspetti nuovi e ritenendo che forse il generale non li aveva capiti in pieno. Chiamato direttamente in causa da Nando Dalla Chiesa, Sciascia ha scritto un articolo di puntualizzazione sull‘“Espresso” n. 7 che porta la data del 20 febbraio (e intitolato “Anche i generali sbagliano”). Il professor Dalla Chiesa ha replicato con una intervista sulla “Repubblica” del 20-21 febbraio. All’intervista Leonardo Sciascia risponde così.
    —————————————-
    Un Dalla Chiesa piccolo piccolo

    di Leonardo Sciascia

    Domenica scorsa, prima che mi portassero il giornale “la Repubblica” con l’intervista al figlio del generale Dalla Chiesa, ho avuto molte telefonate che me la segnalavano e la commentavano. Tutti, a definirla, la dicevano “delirante”; e più di uno aggiunse: “Cose dell’altro mondo.”
    Quando più tardi la lessi, constatai che era davvero delirante e che vi si dicevano cose dell’altro mondo cioè, appunto, del mondo del delirio, della mania. E la mia prima reazione è stata quella di lasciar perdere e di scrivere soltanto al direttore de L’Espresso per chiedergli il favore di ripubblicare intera l’intervista. Cosa che mi piacerebbe si facesse, ma rendendomi conto delle ragioni che vi si oppongono mi limito a pregare coloro che non l’avessero letta di cercarla: si trova a pagina 9 de la Repubblica di domenica 20 febbraio. Ma a questa prima reazione ne è seguita altra, sollecitata dall’automatico affiorarmi alla memoria di una grande, emblematica frase del Don Chisciotte. Il delirio, le cose dell’altro mondo; ma Cervantes avverte che quando dalle cose che sembrano dell’altro mondo vengono dei ragli, è segno che sono di questo mondo. E l’intervista era quasi tutta un ragliare, un rabbioso ragliare di questo nostro mondo in cui più non si analizzano i fatti e non si discutono le opinioni.
    Ma lasciando da parte i ragli, cui ovviamente non si può rispondere che ragliando, e ne sono del tutto incapace, c’è a tratti nell’intervista qualcosa che più inequivocabilmente dei ragli appartiene a questo nostro mondo, o almeno a un certo settore di questo nostro mondo: ed è la menzogna, la menzognera diffamazione e calunnia, la fredda mascalzonata. Questo passo dell’intervista, per esempio, vale la pena riportarlo: “Non vorrei che in tutto questo, qualcuno seguisse lo stesso ragionamento fatto a suo tempo da Michele Sindona nei confronti di Sciascia, quando gli mandò degli emissari per chiedergli di impostare una campagna di opinione a suo favore, che poi Sciascia non fece, limitandosi a dare qualche consiglio.”
    Ora io ho raccontato subito, allora, a tutti i miei amici, della visita che avevo avuto di un mio concittadino residente in America e che soltanto mi aveva parlato dell’innocenza del suo amico Sindona e di come fosse vittima di una macchinazione. Senza nulla chiedermi, mi disse che mi avrebbe fatto avere dei documenti che provavano innocenza e macchinazione. Documenti che non ebbi; e soltanto nell’estate dell’anno scorso mi è pervenuto un memoriale, che non ho ancora letto. Più tardi, da una lettera di Sindona pubblicata da un settimanale, seppi quel che Sindona avrebbe voluto da me, ma che il mio concittadino non si attentò a chiedermi. Che io abbia dato “qualche consiglio” è dunque una menzogna e una diffamazione: e se il figlio del generale non specificherà da quale fonte ha appreso che io abbia dato consigli a Sindona e in che questi consigli consistessero, sarò in diritto di considerarlo un piccolo mascalzone.
    Altra mascalzonata è la frase finale dell’intervista, quando il figlio del generale considera il mio articolo pubblicato da L’Espresso come possibile inizio di una controffensiva che si augura “si fermi alle parole”. Non solo dimentica vuole dimenticare e far dimenticare che è stato lui a provocare quel mio articolo, ma insinua che mi è stato come dire? commissionato dalla democrazia cristiana (e per lui la DC è tout court la mafia) e che alle parole, alle mie parole!, possono seguire dei fatti. E soltanto un essere privo d’intelligenza e carico di abiezione ambizione poteva arrivare a una simile insinuazione.


    Il fatto è che a questo poveretto è stato fatto credere che non si deve, e non si può, parlar male del generale Dalla Chiesa così come un tempo (e forse ancora) di Garibaldi. Ma la figura del generale appartiene alla cronaca di questi anni e alla storia; né io ho voluto genericamente dirne male. Ho parlato di fatti ed ho espresso opinioni: ma su questo terreno il figlio si è rifiutato di scendere. Come si suol dire, buon pro gli faccia. E credo ne vedremo il pro che saprà spremerne.


    Da www.radioradicale.it

 

 
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