User Tag List

Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 18

Discussione: Giuseppe Fava

  1. #1
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Giuseppe Fava




    Palazzolo Acreide (Siracusa), 15.09.1925 - Catania, 5.01.1984


    Giuseppe Fava nasce a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 Settembre del 1925.
    Profondamente innamorato del paese natale, dove i genitori abitarono sino alla fine degli anni ’90, lo visitava spesso e lo ha celebrato nei suoi scritti.
    Negli anni ’40 si trasferì a Siracusa per frequentare il Ginnasio ed il Liceo. Fu tra i migliori alunni del Liceo Gargallo, che recentemente ha intitolato all’illustre allievo la Biblioteca dell’Istituto. Visse a Siracusa gli anni della guerra in Sicilia, dedicando a quel soggiorno splendide pagine.

    Dopo gli studi liceali si trasferì a Catania e si laureò in Giurisprudenza. Alla carriera di avvocato preferì la professione di giornalista, che iniziò come cronista al giornale Sport Sud di Catania.
    Dal 1951 al 1954 fu capocronista al Giornale dell'isola, e successivamente al Corriere di Sicilia.

    Alla fine degli anni ’50, col cambiamento di gestione di quel quotidiano, passò al giornale L'Isola – Ultimissime, prima di approdare, sempre come capocronista, al quotidiano catanese del pomeriggio Espresso sera, ove lavorò per oltre venti anni.
    In quel periodo, oltre l’impegno quotidiano al giornale, fu inviato speciale del settimanale milanese Tempo, e corrispondente del Tuttosport di Torino.

    Oltre alle numerose inchieste giornalistiche, raccolte successivamente nei volumi Processo alla Sicilia (1970) e I Siciliani (1980), negli stessi anni maturò una straordinaria vocazione artistica, letteraria e pittorica.

    Nel 1966 vinse il Premio Vallecorsi con Cronaca di un Uomo, e nel 1970 il Premio IDI con La Violenza, da cui Florestano Vancini trasse il film di successo Violenza Quinto Potere (1974). Gli anni successivi videro la pubblicazione dei romanzi Gente di rispetto(Bompiani, 1975) da cui Luigi Zampa trasse il film omonimo, Prima che vi uccidano (Bompiani, 1977) e Passione di Michele (Cappelli, 1980) dal quale Werner Schroeter trasse il film Palermo oder Wolfsburg vincitore dell’Orso d’oro al festival di Berlino del 1980, e delle opere teatrali de Il Proboviro (1972)Bello Bellissimo (1975), Foemina ridens (1980). Opere di grande maturità e complessità che hanno consacrato lo scrittore siciliano come acuto testimone del suo tempo e come profondo studioso ed esperto del fenomeno della mafia siciliana.

    Nel decennio 1965-1975 realizzò a Catania e Roma quattro personali degli oli e delle grafiche realizzate in quegli anni.

    Nel 1980 fu chiamato alla direzione del Giornale del Sud, idea editoriale maturata all’interno dell’ambiente imprenditoriale, politico e giornalistico della Catania di quegli anni.
    Fu subito un giornale irriverente, senza prudenze, né ossequi. I notabili furono chiamati a rispondere dei loro misfatti, il sacco edilizio, l’arrembaggio dei mafiosi, la rassegnazione degli onesti. La reazione al pericolo rappresentato da Fava e dal Giornale del Sud fu immediata e forte: la censura, le minacce, gli attentati ed infine il licenziamento. Pochi mesi dopo la rottura di Fava con l’editore il giornale cessava le pubblicazioni.

    Nel 1982 Giuseppe Fava costituisce, insieme alla parte della redazione del Giornale del Sud, che ne aveva condiviso le scelte di fondo, fonda la cooperativa editoriale Radar e registra una nuova testata I Siciliani.
    Con quel mensile, dall’elegante veste tipografica, Fava aveva scelto di raccontare la Sicilia come metafora di quei tempi: la devastazione dell’ambiente, la trappola nucleare di Comiso, la sfida della mafia. Temi che aveva già affrontato nella attività letteraria e che trattava ora col rigore del giornalista.
    Giornale di inchieste in tutti i campi della società: politica, attualità, sport, spettacolo, costume, arte, che vuole essere appunto il documento critico di una realtà meridionale che profondamente, nel bene e nel male, appartiene a tutti gli italiani. Un giornale che ogni mese sarà anche un libro da custodire. Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno.

    I temi sviscerati quotidianamente nelle inchieste, strettamente contestualizzati nel decennio italiano che tentava disperatamente di lasciarsi alle spalle gli anni di piombo, maturarono la forte idea teatrale de Ultima Violenza, andata in scena al Teatro Stabile di Catania nel novembre-dicembre 1983. Dramma documento di quello che può succedere quando la società ferita e morente farà l’ultimo tentativo di salvezza; un processo a sette personaggi coinvolti forse in un solo assassinio, politici, finanzieri, terroristi e mafiosi, emblematici di tutta la violenza.
    Il palazzo di giustizia stretto in assedio; fuori l’imminenza della tragedia; può essere una terribile rivolta popolare, oppure il trionfo degli assassini. Una tragedia collettiva dalla quale emerge la vicenda di un uomo solo in cui si aggrovigliano tutte le componenti drammatiche, il dolore, la paura, l’ironia, la vendetta, la speranza, il sogno.
    Un personaggio che si eleva solitario e misterioso nel cuore della tragedia fino alla rivelazione finale. Arcangelo o diavolo? Domanda giusta, poiché non sappiamo chi sarà presto o tardi il padrone della società italiana e quindi della nostra vita.

    Ancora una reazione al pericolo Fava, questa volte ancora più forte, cinque pallottole umide di pioggia la sera del 5 Gennaio del 1984, alle 21,30.

    Non fa in tempo a voltarsi né a stupirsi.
    Probabilmente non si accorge neppure di morire.
    Sarà l’unico effimero conforto per la famiglia.


    Da www.fondazionefava.it

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito

    http://it.youtube.com/watch?v=jAogBSvaSyU.

    Quella che avete ascoltato è l'ultima intervista a Giuseppe Fava, giornalista ed intellettuale siciliano. Era il 28 dicembre 1983 e gli italiani la videro su Rete4, nel programma di Enzo Biagi "Filmstory".
    Catania. 5 gennaio 1984. 7 giorni dopo quell'intervista. Le 10
    di sera. Giuseppe Fava sta per scendere dalla sua auto. Mezz'ora prima ha chiuso dietro di sé, come ogni sera, la porta della redazione de "I Siciliani", la rivista da lui fondata appena un anno prima. Un saluto veloce al grafico Salvo Consoli, la responsabile dell'amministrazione, Cettina Centamore, e al cronista Micki Gambino, uno dei suoi "carusi". Fava posteggia la sua Renault 5. Deve solo attraversare la strada ed entrare nel teatro. La sua nipotina Francesca, che è impegnata nelle repliche della commedia di Pirandello "Pensaci, Giacomino!", lo sta aspettando. Ma in quel teatro, Giuseppe Fava non entrerà mai. Un sicario lo uccide con 5 proiettili di calibro 7,65.

    Giuseppe Fava nasce il 15 settembre del 1925 a Palazzolo Acreide. E' giornalista, scrittore, autore di teatro. Fra le sue opere più note "Prima che vi uccidano", "Gente di rispetto", "Passione di Michele". Come giornalista é per anni redattore e caposervizio de "La Sicilia" di Catania. Dal 1980, dirige il "Giornale del Sud". Sul "Giornale del Sud", Fava scrive i nomi e i cognomi dei boss della Mafia locale: Nitto Santapaola e Alfio Ferlito. E contro di lui c'é già chi minaccia. Un giorno, la prima pagina con un articolo sulle attività del boss Ferlito viene requisita in tipografia, censurata e rimaneggiata, mentre fava é fuori sede. Scoppia una bomba davanti alla saracinesca della tipografia. Fava a quel punto se ne va e con lui una decina dei suoi giovani cronisti. Nel 1982,da vita al mensile "I Siciliani". Sul primo numero, Fava firma un lungo articolo intitolato "I 4 cavalieri dell'apocalisse mafiosa". Analiza il fenomeno mafioso a Catania, partendo dalle ultime dichiarazioni di Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso in un agguato un anno prima. Il Generale aveva detto in un'intervista a Giorgio Bocca: "I quattro maggiori imprenditori catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?"

    Riccardo Orioles é un giornalista. Si é trovato sempre a fianco di Pippo Fava sin dalla prima esperienza al "Giornale del sud":
    Le parole di Orioles sono confermate da Niccolò Marino, oggi consulente della Commissione parlamentare sulle ecomafie, Pubblico Ministero a Catania agli inizi degli anni '90

    Compiamo ora un passo indietro. A poca distanza dal luogo del funerale di Giuseppe Fava, l'Onorevole della Dc Nino Drago avverte: "E' meglio che le indagini si chiudano in fretta. Altrimenti i Cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al Nord". Per gli investigatori é un delitto di mafia ma poi indagano sulla situazione patrimoniale di Giuseppe Fava, della sua famiglia, dei suoi collaboratori. Accusano Michele Gambino, una delle tre persone presenti quella sera in redazione, di essere coinvolto nell'assassinio. Nel luglio 1984, il pentito Luciano Grasso é intenzionato a fornire i nomi degli assassini di Fava. Ma il quotidiano "La Sicilia" brucia la notizia prima che l'interrogatorio avvenga. Il pentito Grasso alla fine parlerà. Ma c'é un fatto strano. Quel giorno, il pentito non fornirà il suo racconto al titolare dell'inchiesta, ma ad un altro sostituto. Il Procuratore Generale ha inviato quest'ultimo in missione. Sono molti i tentativi di depistaggio in questa lunga e tormentata inchiesta. Claudio Fava, figlio di Pippo, giornalista ed europarlamentare:

    1985. Il sostituto procuratore aggiunto venne trasferito per incompatibilità ambientale. Il processo Fava riparte da zero.1994. Il collaboratore di giustizia, Maurizio Avola fornisce nuovi particolari: a progettare la morte di Pippo Fava fu Nitto Santapaola, un favore ad alcuni imprenditori catanesi e al boss palermitano Luciano Liggio. E arriva la stagione dei processi.1998, la prima corte d'Assise condanna all'ergastolo il capomafia Nitto Santapaola, il mandante, Aldo Ercolano, l'esecutore, Marcello D'Agata e Francesco Giammuso gli organizzatori. In un processo stralcio, la seconda corte d'Assise condanna all'ergastolo Vincenzo Santapaola, nipote del boss catanese perché avrebbe fatto parte del commando. Il pentito Avola ottiene il rito abbreviato: 6 anni e 6 mesi per l'omicidio. In appello, però, Vincenzo Santapaola, Giammuso e D'Agata sono assolti. Confermati invece gli ergastoli per Santapaola e Ercolano e la condanna di Avola che aumenta a 9 anni. La Corte di Cassazione rende esecutiva la sentenza. Il Pm Marino commenta così la conclusione del processo:

    Anche per il figlio di Giuseppe Fava, Claudio, la sentenza della Cassazione non dice tutto riguardo ai moventi e ai mandanti di quell'omicidio.

    Pippo Fava una volta ha scritto una frase. Dentro c'è tutta la sua storia, la sua vita e la sua morte: "A che serve vivere se non c'è il coraggio di lottare?" Oggi, a distanza di tempo, gli si può dare solo ragione.

    a cura di Daniele Biacchessi

    Da www.2.radio24.ilsole24ore.com

  3. #3
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", gennaio 1983

    Per parlare dei cavalieri di Catania e capire cosa essi effettivamente siano, protagonisti, comparse o semplicemente innocui e spaventati spettatori della grande tragedia mafiosa che sta facendo vacillare la Nazione, bisogna prima avere perfettamente chiara la struttura della mafia negli anni ottanta, nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i politici. E per meglio intendere tutto bisogna prima capire ed identificare le prede della mafia nel nostro tempo. Una breve storia, terribile e però mai annoiante, poiché continuamente vedremo balzare innanzi, come su un'immensa ribalta, tutti i personaggi. Ognuno a recitare se stesso (Pirandello è qui di casa) nel gioco delle parti.
    ***
    Negli anni ottanta le prede della mafia si dividono in due categorie perfettamente separate che trovano punti di contatto soltanto in alcune fatali complicità organizzative. L'una categoria raggruppa tutte le tradizionali vocazioni criminali volte al taglieggiamento dell'economia, i cosiddetti "racket", che controllano quasi tutte le attività economiche di una grande città: i mercati generali; le concessionarie di prodotti industriali, auto, elettrodomestici, televisori; negozi, teatri, alberghi, night; e su ogni attività impongono una taglia, una specie di tassa che l'operatore economico è costretto a pagare se non vuole correre il rischio di veder bruciare la propria azienda, o vedersi sciancato da alcune revolverate. In taluni casi d'essere ucciso.
    Si tratta di un giro di centinaia o migliaia di miliardi, però frantumati e dispersi in un'infinità di rivoli e canali. Un apparato mafioso che lentamente, inesorabilmente ha risalito la penisola, inquinando anche le grandi città del nord, oramai da anni anch'esse violentate da sparatorie, stragi, violenze dalle quali emergono sempre volti e nomi di criminali emigrati dalla Sicilia, da Napoli, dalla Calabria. E' la mafia cosiddetta dei manovali, senza vertici, continuamente sconvolta da una battaglia interna per il predominio in un quartiere o un settore.
    Basta che un racket tenti di invadere il territorio di un altro, o cerchi di imporre estorsioni in un diverso settore economico, e lo scontro è fatale. Sempre mortale. Dura sei mesi, un anno, una fiamma di odio che insanguina un quartiere, a volte percorre anche il territorio della nazione da una grande città all'altra, Catania, Napoli, Milano, Torino laddove i racket in lotta cercano disperatamente alleanze e armi, spesso tra consanguinei, amici, parenti, fratelli. Una caratteristica di questa mafia è infatti la presenza costante della famiglia, cioè il rapporto di parentela fra molti membri dello stesso clan. Un giudice milanese ebbe a dire, forse senza nemmeno voler essere cinico: «Una buona famiglia meridionale all'antica, in cui sono ancora molto forti i sentimenti tradizionali della famiglia, può costruire un racket mafioso di tutto rispetto. E' più temuta!». Questo spiega anche talune agghiaccianti efferatezze dello scontro, vittime legate piedi e collo con un filo elettrico in modo che lo sventurato lentamente si autostrangoli, organi genitali resecati e infilati in bocca, teste mozzate e depositate dinnanzi all'uscio di casa. Una crudeltà che scaturisce dall'odio definitivo di chi ha visto cadere per mano avversa il padre, il figlio, il fratello. Lo scontro non ha possibilità di pace, di armistizio, nemmeno di compromesso e spesso dura mortalmente fino al fatale annientamento del clan avverso, dovunque abbia trovato scampo lo sconfitto o il superstite. La vendetta lo perseguiterà fino nella più profonda cella di carcere.
    E' la mafia che miete la quasi totalità delle vittime, centinaia, forse migliaia ogni anno in tutte le città della Sicilia e dell'Italia. Quasi tutte le vittime sono anch'esse creature criminali, o loro complici, talvolta anche avvocati, medici, funzionari, insospettabili burocrati o professionisti che in un modo o nell'altro si sono lasciati adescare e sottomettere da un racket mafioso. Al momento in cui quel racket entra in guerra cadono anche le loro teste. E' una mafia che sembra animata da una tragica vocazione al suicidio e tuttavia continuamente si rinnova, una specie di fetido tenia oramai intanato nel ventre della Nazione, dove si ingrassa, ininterrottamente divora se stesso e ricresce. Sociologicamente sarebbe forse più esatto definirlo gangsterismo ma, come ora vedremo, esso è però, mortalmente, indissolubilmente legato, proprio in un rapporto fra manovalanza e ingegneria, al grande fenomeno mafioso.
    E qui c'è il salto di qualità, diremmo di cultura criminale, fra le prede mafiose tradizionali di base, mercati, estorsioni, sequestri di persona e le nuove grandi prede che caratterizzano gli anni ottanta ed hanno fatto della mafia una autentica tragedia politica nazionale. Esse sono essenzialmente due: il denaro pubblico e la droga. Il distacco è vertiginoso. E' come se un grande corpo, un grande animale, lo stato italiano, mai morto e continuamente in agonia, fosse divorato ancora da vivo.
    In basso c'è un brulicare orrendo di vermi insanguinati, in alto un rapace con il profilo misterioso e terribile dei mostri di Bosch, e gli artigli piantati nel cuore della vittima. Non riesco a trovare un paragone più amabile ed egualmente preciso.
    La droga anzitutto. essa costituisce uno degli affari mondiali, come il petrolio o il mercato delle armi. La valutazione globale degli interessi che la droga coinvolge si può fare solo nell'ordine di decine di migliaia di miliardi. La contaminazione del vizio oramai è intercontinentale, dall'Asia all'Africa, dall'Europa alle due Americhe. I guadagni sono incalcolabili.Si calcola che ci siano al mondo circa cento milioni di persone, molte ormai tossicodipendenti, che fanno quotidianamente uso della droga, spendendo ciascuno in media (ma la valutazione forse è troppo esigua) circa diecimila lire al giorno. Sono mille miliardi. Quasi quattrocentomila miliardi all'anno. Una cifra che fa paura. Molto più alta del bilancio di una grande nazione industriale. I guadagni sono anch'essi incalcolabili. Secondo gli studi attuali un quantitativo di cocaina, acquistata alle fonti di produzione per poco più di un milione, dopo la raffinazione può valere sul mercato da due a tre miliardi, secondo la purezza del prodotto.
    E non basta la semplice e pur stupefacente valutazione economica per capire appieno la imponenza del fenomeno droga su scala mondiale, un evento quotidiano che minaccia di deformare la società contemporanea. Ogni anno centomila esseri umani, per lo più giovani o addirittura adolescenti e ragazzi, muoiono per causa della droga; almeno nove o dieci milioni diventano irrecuperabili alla vita sociale, sia per la loro definitiva incapacità intellettuale o inettitudine fisica al lavoro, sia per la loro costante pericolosità, cioè la disponibilità a qualsiasi proposta criminale. Milioni di famiglie vengono praticamente distrutte poiché quasi sempre, accanto alla pietosa tragedia del ragazzo drogato, c'è la infelicità di un intero gruppo umano, i genitori, i fratelli, la moglie, per i quali il recupero - spesso impossibile - del congiunto diventa una costante di dolore e di disperazione.
    La droga ha ammorbato oramai anche alcune istituzioni fondamentali della nostra società, la scuola, lo sport, le carceri, gli ospedali, che si stanno trasformando in un luogo di autentico contagio. Punti fermi della grande struttura civile collettiva vengono così destabilizzati, ed è tutta la struttura che comincia a vacillare. La stessa lotta quotidiana a livello internazionale contro la droga, esige un prezzo che diventa sempre più insostenibile; milioni di giornate lavorative perdute, migliaia di uomini, magistrati, studiosi, poliziotti, medici, mobilitati costantemente per arginare l'avanzata della droga; migliaia di miliardi spesi, talvolta sperperati, per tenere in vita ospedali, centri di emergenza, istituti e cliniche di recupero umano e sociale. E su tutto questo oceano, sporco e insanguinato di denaro, che scorre ininterrottamente da un continente all'altro, l'ombra invulnerabile della mafia.
    Da dieci anni la mafia tiene nel pugno l'immenso affare. Dapprima nelle capitali del mercato, che erano soprattutto Beirut, Il Cairo, Istambul, la grande plaga del Medioriente, Marsiglia, New York, e ora definitivamente anche in Sicilia. L'isola è nel cuore del Mediterraneo e quindi passaggio obbligato per il cinquanta per cento dei traffici dell'area afroasiatica verso le grandi nazioni dell'occidente. Per qualche tempo in Sicilia la mafia si è limitata a controllare questo passaggio, garantendo punti di approdo e reimbarco, sicurezza e rapidità in qualsiasi operazione ed esigendo in cambio una tangente. La Fiat fabbrica automobili e le affida ai concessionari: ebbene la mafia pretende una tangente dai concessionari perché possano svolgere il loro lavoro senza rischi, ma la mafia non si sogna di sostituirsi alla Fiat per fabbricare automobili. Per anni, incredibilmente, la mafia si comportò allo stesso modo per la droga. Guardava, osservava, valutava, studiava, proteggeva, copriva, incassava la sua tangente, faceva i conti, cercava di capire perfettamente l'ingranaggio. Forse c'era una residua repugnanza morale (siamo in Sicilia dove ogni paradosso psicologico è possibile) verso un affare che era portatore di morte e di dolore per un'infinità di esseri umani, soprattutto giovani. Ma anche senza complicità mafiosa la droga avrebbe viaggiato lo stesso per tutta la terra. E alla fine i calcoli furono perfetti e abbaglianti, e l'ultima repugnanza venne vinta. La mafia assunse in proprio il traffico, anche in Sicilia, e lo fece alla sua maniera, eliminando qualsiasi concorrenza e aggiudicandosi tutto il ciclo completo di mercato: la ricerca alle fonti di produzione, la creazione di stabilimenti segreti per la raffinazione della droga e la spedizione nelle grandi capitali dell'occidente. In quell'attimo compì un salto di cultura criminale che avrebbe fatto tremare l'Italia.
    Migliaia, decine di migliaia di miliardi, una montagna, un fiume travolgente, una tempesta, un mare di denaro che arriva da tutte le parti, che si rinnova e cresce continuamente. Via via perfezionandosi negli anni, mettendo radici sempre più profonde, integrando gradatamente e infine totalmente anche camorra napoletana e 'ndrangheta calabrese, coinvolgendo definitivamente una massa di uomini sempre più vasta, la mafia ha creato una struttura criminale che, per le sue proporzioni e per il suo distacco da quella che è la logica comune, appare quasi un congegno da fantascienza. In verità molte componenti di questa struttura si sono determinate quasi per forza di cose, per la concatenazione fatale di un gioco d'interessi, ma c'è voluta indubbiamente una grande capacità di fantasia per intuire questa forza delle cose e questa concatenazione d'interessi e costruirle insieme in un perfetto mosaico. Va detto che la mafia del nostro tempo ha genio. Negarlo sarebbe diminuire il merito di Domineddio.
    Questa struttura ha tre livelli, indipendenti, talvolta quasi sconosciuti l'uno all'altro, eppure completamente fusi in un identico fenomeno. Cominciamo dal basso. Il livello più propriamente criminale: gli specialisti dell'assassinio. Centinaia di migliaia di miliardi, abbiamo detto. Per gestire valori economici così imponenti, legati all'impunità della produzione e del traffico di migliaia di tonnellate di droga è indispensabile un controllo costante e totale del territorio di traffico. Non ci deve essere un ostacolo, un rischio, una trappola. E' necessaria quindi una folla di complicità dovunque, in ogni settore della società, criminali comuni, impiegati del fisco, piccoli armatori marittimi, dipendenti delle linee aeree, funzionari dello Stato, probabilmente anche funzionari di polizia, magistrati, ufficiali di finanza, amministratori di enti locali, sindaci, assessori. Tutti costoro stanno al livello che abbiamo detto della manovalanza criminale, ognuno pagato e ricattato per suo conto, all'interno di un gruppo che garantisce il dominio di un piccolo territorio o quartiere della città.
    Solo alcuni di loro gestiscono la droga, ognuno però con piccoli compiti, avvolti, protetti, nascosti dal clan, ed ogni clan a sua volta con la funzione soltanto di garantire il territorio. Ogni tanto taluno di questi gruppi si scontra con un altro per il predominio su un territorio e allora accade l'ecatombe, trenta, quaranta assassinii finché un gruppo viene sterminato e la supremazia criminale affermata. La strage terrificante fra i clan catanesi dei Santapaola e dei Ferlito, conclusa con l'assassinio di Alfio Ferlito, assieme a i tre carabinieri che lo accompagnavano nel trasferimento dal carcere di Enna a quello di Trapani, rappresenta una delle battaglie più feroci per aggiudicarsi la supremazia in una grande area metropolitana. Gli spettacolari assassinii di Stefano Bontade e di Gaetano Inzerillo a Palermo, epilogo spettacolare di una catena di cinquanta omicidi, sono stati un altro momento di questa lotta che ha visto la sanguinosa vittoria del clan dei Greco e dei Marchese.
    Ma anche i vincenti, i padroni del clan, sono poco più di subappaltatori dell'immenso palinsesto mafioso: governano l'impresa criminale su una zona, conoscono alcune segrete strade della corruzione, sono ammessi in alcune anticamere del potere. La loro autentica forza è la capacità di uccidere, disporre di trenta, quaranta individui che sanno maneggiare tutte le armi più micidiali e all'occorrenza poter contare sulla loro devozione e infallibilità. Capimastri, non di più! Governano la loro parte di cantiere ma non sono mai entrati nella stanza dei progetti.
    Molto più in alto dei cosiddetti uccisori c'è il livello dei pensatori, con la lontananza, il distacco di autorità che può esserci tra una fanteria alla quale è affidato soltanto il compito di conquistare, uccidere, presidiare, morire, e le stanze imperscrutabili dello stato maggiore dove si elabora la grande strategia mafiosa. Scopo unico e massimo di questa strategia è la riclicazione del denaro continuamente prodotto dall'operazione droga, cioè la fase ultima e più delicata, quella appunto che esige una capacità tecnica e finanziaria. Si tratta infatti di centinaia e migliaia di miliardi che, per essere immessi nel mercato economico e diventare quindi usufruibili, debbono passare attraverso una serie di operazioni legali che li assorbano e magicamente li riproducano come ricchezza. Ci vuole talento, ci vuole fantasia, competenza tecnica. Non a caso abbiamo parlato di un salto di cultura mafiosa.
    Gli strumenti essenziali sono due: le banche e le grandi imprese economiche. Anzitutto le banche: ricevono il denaro, lo fanno proprio, lo celano, lo amministrano, conservano, proteggono reimpiegano (cento miliardi provenienti dalla droga, alle cui spalle sono decine di persone miseramente morte o uccise, migliaia di infelicità umane, possono essere impiegati per la costruzione di un grattacielo, un ponte, una diga, un'autostrada). Le banche gestite e controllate dallo Stato difficilmente potrebbero (ma non è detto che non possano) poiché c'è sempre il rischio di un funzionario di vertice che indaga, spia, riferisce, protesta, accusa. Le banche private. Talune banche private, ovviamente. Non a caso Sindona aveva la vocazione di creare banche, ne aveva l'estro, la fantasia. Il giorno in cui dovesse decidere di raccontare finalmente tutta la verità, molti imperi finanziari vacillerebbero. E in realtà Sindona, invecchiato, gracile, stanco, terrorizzato, preferisce starsene in un tiepido carcere americano. All'aria aperta, in libertà, non avrebbe certamente più di un giorno di vita! Per decifrare perfettamente la tragedia mafiosa sarebbe interessante sapere appunto quante banche e quali banche con il suo vertiginoso talento, per cui riusciva a sconvolgere persino gli altri burocrati della Banca d'Italia, Michele Sindona, piccolo ragioniere di provincia, riuscì in meno di quindici anni a creare in tutta Italia e soprattutto in Sicilia. Banche che fiorivano, si moltiplicavano, esplodevano letteralmente nelle grandi città e nei centri di periferia dove per gestire gli affari economici, i micragnosi affari della piccola borghesia commerciale e agricola sarebbe stata già d'avanzo una agenzia del Banco di Sicilia. Banche invece che spalancavano i loro battenti: «Eccomi qua, io sono la nuova banca! A disposizione!», tutto l'apparato già pronto, direttori, impiegati, casseforti, banchi di metallo, sistemi elettronici, computerizzazione, vetri antiproiettile, uscieri, gorilla con la divisa di sceriffo e la Smith Wesson, epiche cerimonie inaugurali con intervento di parlamentari, sottosegretari, ministri, questori, prefetti, «Taglia il nastro la gentile signora di sua eccellenza», fiori, applausi, banchetto, champagne, capitali già depositati nelle casseforti.
    Quante di queste banche furono inventate da Sindona, con i capitali di Sindona e che Sindona riceveva da imperscrutabili fonti? Un incauto giudice milanese dette incarico a un famoso commercialista, l'avvocato Ambrosoli, di venire a Palermo per indagare, capire. Era un professionista principe, ma molto ingenuo. Praticamente lo condannarono a morte. Prima ancora che potesse venire in Sicilia gli fecero la pelle. Da allora non ha tentato più nessuno.
    In verità c'era stato un primo lontanissimo botto che avrebbe dovuto far trasalire la nazione e invece parve soprattutto cosa da ridere: quando un cocciuto magistrato palermitano scoprì che il senatore democristiano Verzotto, per anni segretario regionale del partito e presidente dell'Ente minerario siciliano aveva versato centinaia di milioni di fondi neri e diversi miliardi dello stesso ente minerario presso la filiale di una delle banche di Sindona e ne percepiva clandestinamente gli interessi. Che la vicenda inducesse più all'ironia che allo spavento, dipese probabilmente dalla sagoma del protagonista, il nominato senatore Verzotto. Alto, imponente, ridente, capelli grigi, taglio impeccabile del vestito, grande sigaro in bocca, cappotto di pelo di cammello svolazzante sulle spalle, sembrava anche visivamente il personaggio perfetto per una pochade politica più che per una tragedia mafiosa. Invece fin da allora si sarebbe dovuto intuire da quali altre e ben più profonde oscurità arrivavano i capitali per le banche di Sindona e dei suoi alleati, e come esse servissero soprattutto alla riciclazione di una massa enorme di denaro che non si sarebbe potuta altrimenti impiegare. Lo spiraglio aperto da un giudice coraggioso e tenace avrebbe dovuto spalancare la strada e invece esso venne precipitosamente sbarrato. Incredibilmente nemmeno ai vertici della Banca di Stato, che dovrebbe controllare tutto il movimento del denaro sul territorio nazionale, valutandone origini e destinazioni, venne presa alcuna iniziativa d'inchiesta sulle banche che stavano proliferando nel Sud.
    Nemmeno il governo del tempo e i ministri finanziari batterono ciglio. Tutti arretrarono di qualche passo per prendere le distanze, a spintoni e calci venne fatto avanzare il solo tuonitonante Verzotto, il quale infatti rimase solo alla ribalta, perché l'opinione pubblica potesse farci in conclusione una bella risata di scherno.
    Verzotto veniva dalla scuola di Enrico Mattei, il più sottile cervello politico italiano del dopoguerra, ma non gli rassomigliava in niente; quanto quello era ansimante, frettoloso, sciatto, ruvido ma geniale, tanto Verzotto era invece calmo, quasi regale, elegante, cortese e, probabilmente, anche un po' minchione. Per la magniloquenza del suo tratto era uno di quei personaggi capaci di procurare grandi catastrofi con perfetta noncuranza e senza probabilmente rendersene conto. Tuttavia dal suo esilio di Beirut, dove ebbe l'agilità di scappare una settimana prima dell'ordine di cattura, disse una cosa significativa: «Come potete pensare che io vada a sporcarmi le mani per un semplice affare di poche centinaia di milioni di interessi, quando in una banca si possono manovrare invece interessi per centinaia di miliardi!». Tutti pensarono alla malinconica battuta di uno sconfitto. Del senatore Verzotto si sono perdute le tracce.
    Anzitutto banche, dunque! Talune banche, naturalmente. Che noi non conosciamo e che però il potere politico e i vertici finanziari dello Stato dovrebbero ben conoscere. Ma le banche possono ricevere il denaro nero, sotterrarlo nei propri forzieri, nasconderlo, mimetizzarlo, far perdere le tracce della sua provenienza, cioè reinvestirlo e così purificarlo, ma non possono certo condurre in proprio le operazioni tecniche di investimento. Qualcuno deve farlo. Accanto alle banche ecco dunque le grandi imprese industriali e commerciali che, opportunamente, saggiamente, prudentemente, garbatamente, silenziosamente, amabilmente finanziate, possono riuscire ad impiegare quei capitali, trasformandole in opere di sicuro valore economico. E non è detto che non siano opere di mirabile importanza e perfezione civile: un moderno ospedale, un carcere modello, una città giardino, un complesso sportivo, persino una nuova chiesa.
    E qui sul palcoscenico avanzano, quasi a passo di danza, i quattro cavalieri catanesi. Dopo quello che è accaduto, vien facile perfino la citazione: i quattro cavalieri dell'apocalisse. L'Italia è uno stano paese in cui si sperimentano bizzarre onorificenze, per le quali cavaliere del lavoro invece di essere un bracciante, anche analfabeta, che per trent'anni si è spaccata la vita in una miniera tedesca pur di riuscire a costruirsi una casa a Palma di Montechiaro, è invece un appaltatore che riesce a trovare fantasia e modo di moltiplicare la sua ricchezza. Tutto questo in un paese dove la gestione e la moltiplicazione della ricchezza, la grande fortuna economica o finanziaria, per struttura stessa della società politica, deve fatalmente passare attraverso un compromesso costante con il potere, con i partiti che sostanzialmente amministrano la nazione, con gli uomini politici o gli altissimi burocrati ai quali i partiti delegano praticamente tale funzione, lo spirito di nuove leggi e decreti, la scelta delle opere pubbliche, la assegnazione degli appalti.. Chi afferma il contrario è candidamente fuori dal mondo oppure è un amabile imbecille.
    A questo punto della storia dunque avanzano sul palcoscenico i quattro cavalieri di Catania, loro avanti di un passo e dietro una piccola folla di aspiranti cavalieri di ogni provincia del Sud, affabulatori, consiglieri, soci in affari, subappaltatori. Chi sono i quattro cavalieri di Catania? E' una domanda importante ed anche spettacolare poiché i quattro personaggi sembrano disegnati apposta per costruire spettacolo.
    Profondamente dissimili l'uno dall'altro, nell'aspetto fisico e nel carattere, Costanzo massiccio e sprezzante, Rendo improvvisamente amabile e improvvisamente collerico, Finocchiaro soave, silenzioso e apparentemente timido, Graci piccolino e indefettibilmente gentile con qualsiasi interlocutore, vestono però tutti alla stessa maniera, almeno nelle apparizioni ufficiali, abito grigio o blu anni cinquanta, cravatta, polsini, di quella eleganza senza moda propria dell'industriale self-made-man .
    Tutti e quattro hanno imprese, aziende, interessi in tutte le direzioni, industrie, agricoltura, edilizia, costruzioni. Non si sa di loro chi sia il più ricco, a giudicare dalle tasse che paga sarebbe Rendo, ma altri dicono invece sia Costanzo, il più prepotente, l'unico che abbia osato pretendere e ottenere un gigantesco appalto a Palermo; altri ancora indicano Graci, proprietario di una banca che, per capitali, è il terzo istituto di credito della regione. La ricchezza di Finocchiaro non è valutabile. Molti ancora si chiedono: ma chi è questo Finocchiaro.
    Costanzo costruisce di tutto. Case popolari, palazzi, villaggi turistici (la Perla Jonica, sulla costa di Catania, ha nel suo centro un palazzo dei congressi che non esiste nemmeno a Roma, i partecipanti al congresso nazionale dei magistrati in cui era appunto all'ordine del giorno la lotta contro la mafia, improvvisamente si accorsero di essere riuniti in uno dei templi del potere di Costanzo). Costanzo costruisce anche autostrade, ponti, gallerie, dighe; e possiede anche le industrie necessarie a produrre tutto quello che serve alle costruzioni: travature metalliche, macchine, tondini di ferro, precompressi in cemento, infissi in alluminio, tegole, attrezzature sanitarie. Un impero economico autonomo che non deve chiedere niente a nessuno. Poche aziende in Europa reggono il confronto per completezza di struttura. Ha un buon pacchetto di azioni in una delle più diffuse emittenti televisive private. E' anche presidente e maggiore azionista della Banca popolare. Rendo ha interessi più diversificati, diremmo più moderni, almeno culturalmente la sua azienda sembra un gradino più in alto. Anche lui costruisce case, palazzi, ponti, autostrade, dighe, ma possiede anche aziende agricole modello che guardano con estrema attenzione agli sviluppi del mercato europeo e alle ultime innovazioni tecniche. Ha un suo piccolo fiore all'occhiello, una fondazione culturale che destina fondi alla ricerca scientifica a livello universitario. Quanto meno ha capito che i soldi non possono servire solo a produrre altri soldi. La sede della holding è il ritratto stesso dell'azienda, una serie di palazzi d'acciaio, alluminio e metallo, l'uno legato all'altro, sulle cime di una collina alle spalle di Catania, una immensa sagoma grigia e azzurra, come i tre palazzi della RAI di via Mazzini, incastrati insieme, e circondati da un immenso giardino al quale si accede soltanto per un ingresso sorvegliato da uomini armati. Sembra il passaggio di un confine. Anche Rendo naturalmente ha la sua televisione privata con la quale garbatamente interviene nella informazione della pubblica opinione. Ricordiamoci che Andropov, l'uomo nuovo del Cremlino successore di Breznev, è riuscito ad arrivare al vertice dell'impero sovietico poiché, mentre era a capo dei servizi segreti inventò l'ufficio di disinformazione, specializzato nel confondere la realtà. Si tratta di una scienza ammessa al massimo livello politico.
    L'impero di Graci non ha sede. Cuore e cervello motore di tutte le iniziative è probabilmente la Banca agricola etnea, di sua proprietà. Per il resto Graci è pressoché invisibile. Amico di Gullotti e Lauricella, vive gran parte del suo tempo a Roma, dove studia, coordina, dirige. Fra tutti è quello che ha la più vasta copia di interessi, cantieri di costruzione in ogni parte dell'isola e dell'Italia, aziende agricole, villaggi turistici, immense estensioni di terra dappertutto. Negli ultimi tempi la sua predilezione sono i grandi alberghi di fama internazionale: il suo più recente acquisto l'hotel Timeo, sulla collina di Taormina, a ridosso del Teatro Greco, uno degli alberghi più belli del Mediterraneo, arredato in stile inglese primo novecento. Pare abbia acquistato dal duca di Misterbianco (sembra una storia del Gattopardo, raccontata cento anni dopo) il famoso lido dei Ciclopi, il più prezioso giardino equatoriale, ricco di piante esotiche che non hanno eguali in Europa e che per quarant'anni nessuno ha osato sottrarre alla sua destinazione balneare. Di tutti i cavalieri del lavoro Graci, che fino a qualche anno fa era sconosciuto a Catania, è il più riservato, raramente compare di persona. Possiede anche lui la maggioranza azionaria di un'emittente privata e di un giornale quotidiano, ma il suo nome non figura nei rispettivi consigli di amministrazione. Narrano anche della sua generosità. Ogni tanto organizza per i suoi amici mitiche partite di caccia in uno dei suoi feudi siciliani! Possiede anche una favolosa cantina di vini pregiati ai quali sono ammessi soltanto amici di vertice.
    Finocchiaro sembra il cavaliere meno forte. L'ultimo arrivato dei quattro al rango di massima potenza. Costruisce soltanto, e quasi sempre solo palazzi. Ha però una sua regola: efficiente, preciso, puntuale, rapido, i suoi appalti sono sempre stati terminati a tempo di record. In meno di due anni ha costruito il nuovo palazzo della Posta ferrovia, un gigantesco edificio moderno sul lungomare di Catania, accanto alla stazione, e la nuova pretura, altro massiccio edificio incastrato proprio nel cuore della città, a cento metri dal palazzo di Giustizia.
    Poiché la pretura di Catania convoglia quotidianamente gli interessi di migliaia di persone, non appena il nuovo edificio entrerà in funzione, il traffico di tutta quella zona essenziale della vita cittadina, resterà probabilmente paralizzato. Esempio di come possa essere nefanda un'opera pubblica pur perfettamente realizzata. Finocchiaro infine è anche il più lezioso. La sede della sua impresa sorge sulla litoranea fra Catania e i Ciclopi, in uno dei tratti più splendidi della riviera, una grande villa, in verità bellissima, sovrastata e circondata dal verde e da una serie di piscine intercomunicanti, sicché, una levissima massa d'acqua si muove ininterrottamente dalle terrazze ai patii. La gente passa, guarda e s'incanta.
    Questi, almeno dal punto di vista dello spettacolo, i quattro cavalieri di Catania. Ma chi sono in verità? Perseguiti dalla magistratura con mandati di cattura e ordini di comparizione, alcuni sospettati di gigantesche frodi fiscali e addirittura di associazione a delinquere, assediati dalla guardia di Finanza che sta frugando fra tutti loro conti, rifiutati dalla pubblica opinione, soprattutto dai più poveri e sfortunati i quali non riescono mai ad amare le fortune troppo rapide e sprezzanti, ed al momento in cui le vedono crollare hanno un trasalimento di felicità e un grido: "lo sapevo!", i quattro cavalieri sono nell'occhio del ciclone, in mezzo al quale sta immobile e sanguinoso l'assassinio del prefetto Dalla Chiesa, la più feroce e tragica sfida portata dalla mafia all'intera nazione.
    Chi sono dunque i quattro cavalieri? Quale il loro ruolo in questo autentico tempo di apocalisse? Già il fatto che questi quattro personaggi si siano riuniti insieme per discutere e decidere il destino futuro dell'imprenditoria e quindi praticamente dell'economia di mezza Sicilia, e stiano lì segretamente, due più due quattro, seduti l'uno in faccia all'altro, a valutare, soppesare, scartare, annettere, distribuire, in una sala che è facile immaginare di vetro e metallo, inaccessibile a tutti, nel cuore segreto dell'impero Rendo, con decine di uomini armati dislocati ad ogni ingresso del palazzo; e che al termine del convegno uno di loro, Costanzo, il più plateale, chiaramente tuttavia portavoce di tutti e infatti mai smentito, dichiari spavaldamente: «Abbiamo deciso di aggiudicarci tutte le operazioni e gli appalti più importanti, quelli per decine o centinaia di miliardi, lasciando agli altri solo i piccoli affari a due o tre miliardi, tanto perché possano campare anche loro!»; e che tutti e quattro siano giudiziariamente accusati di evasioni per decine e forse centinaia di miliardi, tutto denaro pubblico, quindi appartenente anche al maestro elementare, all'operaio, al piccolo artigiano, al contadino, al manovale, all'impiegato di gruppo C, all'emigrante, poveri innumeri italiani che sputano sangue per sopravvivere e spesso maledettamente nemmeno ci riescono; e che taluni di loro siano stati amici del bancarottiere Michele Sindona, o del boss Santapaola ricercato per l'assassinio di Dalla Chiesa, o del clan Ferlito il cui capo venne trucidato insieme a tre poveri carabinieri di scorta: ebbene tutto questo non corrisponde all'immagine, secondo costituzione, di cavalieri della Repubblica.
    Ma non è questo il punto. Il quesito è un altro, ben più duro e drammatico: i quattro cavalieri, o taluno di loro, e chi per loro, stanno in quel massimo e misterioso livello che fa la storia della mafia? A questa domanda si possono dare tre risposte secondo tre diverse prospettive: quello che appare, quello che la gente pensa, e quello che probabilmente è. Quello che appare è ciò che abbiamo descritto, cioè di quattro potenti di colpo sospinti nel cuore di una tempesta politica, inquisiti fiscalmente e giudiziariamente per possibili gravi delitti. Solo il magistrato potrà dire una verità che può essere tutto e il contrario di tutto.
    Quello che la gente pensa è più brutale e cioè che i cavalieri di Catania, o taluno di loro, partecipano alla grande impresa mafiosa e furono loro ad impartire l'ordine di uccidere Dalla Chiesa, appena il generale osò chiedere allo Stato gli strumenti legali per rovistare nei loro imperi economici. Ma quello che pensa la gente (e che anche tutti i grandi giornali, con perigliose acrobazie di linguaggio, hanno dovuto riferire) non può avere alcun valore giuridico e nemmeno morale, poiché può nascere da pensieri spesso mediocri, rancori sociali, invidie umane. Non ci sono prove e quindi fino ad oggi non esiste!
    Infine quello che probabilmente è: cioè di quattro personaggi i quali, con superiore astuzia, temerarietà, saggezza, intraprendenza, hanno saputo perfettamente capire i vuoti e i pieni della struttura sociale italiana del nostro tempo e della classe politica che la governa, ad essere più rapidi e decisi nel trarne i vantaggi. Enrico Mattei era maestro in questa arte. Anche Agnelli deve essere più rapido e deciso dei concorrenti. Il rapporto con la mafia è stato agnostico: noi facciamo i nostri affari, voi fate i vostri! Noi vogliamo costruire strade, palazzi, ponti, dighe, essere proprietari di banche e aziende agricole, ottenere gli appalti delle grandi opere pubbliche. Questo è affar nostro. Voi volete gestire la droga! Affar vostro! E pretendete anche i subappalti per i lavori di scavo e trasporto! Che sia! Però non vogliamo bombe nei nostri cantieri, né persecuzioni criminali, nemmeno estorsioni, nemmeno che i nostri figli, parenti, amici possano essere rapiti o sequestrati.
    Se così è, tutto questo non è morale, ma non è nemmeno reato! E purtroppo non è nemmeno una vera risposta in un momento storico terribile in cui la tragedia mafiosa non abbisogna di ipotesi ma di verità definitive anche se agghiaccianti. Esiste infatti una realtà innegabile: perché la mafia possa amministrare le sue migliaia di miliardi, debbono pur esserci imprese private ed istituti pubblici, uomini d'affari o di politici capaci di garantire l'impiego e la purificazione di quell'ininterrotto fiume di denaro. La Nazione ha finalmente il diritto di identificarli! E la Sicilia il diritto di non essere data in olocausto alla incapacità dello Stato (o peggio) di identificarli. Esiste oltretutto una realtà che è anche un fatto morale e politico di cui bisogna onestamente parlare. Da decenni, forse da secoli la società siciliana non ha avuto una imprenditoria capace di esprimere le sue esigenze e metterle al passo con la tecnica e la civiltà. Venivano tutti dal Nord, prendevano il denaro e il territorio, costruivano e se ne andavano. Spesso costruivano male. Talvolta le loro opere erano autentiche rapine o devastazioni o truffe. Il saccheggio del golfo di Augusta e l'avvelenamento di centomila abitanti di quel territorio con gli scarichi petrolchimici costituirono una di queste imprese. I giganteschi ruderi industriali nel golfo di Termini Imerese, stabilimenti che non hanno mai funzionato e che hanno divorato montagne di miliardi della Regione, rappresentano un'altra impresa. In tutto quello che è stato costruito in Sicilia, i siciliani sono stati al più subappaltatori (se possibile anche mafiosi) o soltanto miserabile manodopera. Erano poveri, ignoranti, disponibili, costavano poco, non si ribellavano mai. I colossi petrolchimici della Rasiom furono costruiti con migliaia di pecorai e braccianti trasformati in manovali. La Sicilia è stata sempre una terra tecnodipendente. Improvvisamente, nell'ultimo ventennio sono emersi questi cavalieri del lavoro (non soltanto questi quattro), rapaci, temerari, prepotenti, aggressivi, qualcuno anche grossolano e ignorante, però dotati di fantasia, di straordinarie capacità industriali e tecniche, e di talento, precisione, velocità. Hanno realizzato opere pubbliche a tempo di record, hanno creato aziende e tecnici di altissima specializzazione, incorporato in questa grande macchina di lavoro decine di migliaia di altri siciliani, e la loro intraprendenza si spinge ormai su tutto il territorio nazionale, in Europa, in Africa, nel Sudamerica. La loro concorrenza è spietata. Molte grandi aziende del Nord non solo hanno perduto il loro tradizionale feudo meridionale, ma si vedono insidiati nel loro stesso territorio. Bene, la tragedia mafiosa certamente ha offerto la possibilità di una controffensiva su tutto il fronte, una specie di santa inquisizione. Il tentativo di ristabilire un rapporto di colonizzazione è chiaro.
    Allora a questo punto il discorso è già perfetto. Se tutti i cavalieri di Catania e di Sicilia, tutta l'imprenditoria dell'isola fa parte della struttura mafiosa che la si sradichi e distrugga con tutti i mezzi della giustizia. Se solo alcuni di loro sono dentro la mafia, allora bisogna colpire soltanto loro, implacabilmente, eliminandoli dalla società, e rilasciando così agli altri, ai superstiti, una possibilità politica e morale di continuare l'opera di evoluzione tecnica che per molti versi stava trasformando la Sicilia. Colpire tutti, anche gli innocenti, equivale a non colpire nessuno lasciando quindi i mafiosi nel loro ruolo; significa egualmente il trionfo della mafia. La mafia che finalmente si identifica con lo Stato! Ed è qui che entra in gioco l'ultimo livello della struttura, l'imperscrutabile vertice che finora ha paralizzato la giustizia. Riguardiamola questa struttura. In basso la sterminata folla di manovali che si contendono il sottobosco del potere criminale, tutte le infinite cose dalle quali può nascere la ricchezza: i mercati, le concessioni, i subappalti, le estorsioni, una moltitudine confusa e terribile che appesta e insanguina quasi tutte le funzioni della società, sottomettendo le provincie, le città, i quartieri. Più in alto, molto più in alto, i due livelli paralleli, i grandi, insospettabili finanzieri ed operatori che gestiscono migliaia di miliardi della droga; le banche ricevono, nascondono e riciclano la massa infame e infinita di denaro; le grandi holding siciliane, romane, milanesi che assorbono quel denaro e lo trasformano in ammirabili operazioni pubbliche e private. Manca l'ultimo livello, il più alto di tutti, senza il quale gli altri non avrebbero possibilità di esistere. Il potere politico! Vi racconto una piccola atroce storia per capire quale possa essere talvolta la posizione del potere politico dentro una vicenda mafiosa, una storia vecchia di alcuni anni fa e che oggi non avrebbe senso e che tuttavia in un certo modo interpreta tutt'oggi il senso politico della mafia. Nel paese di Camporeale, provincia di Palermo, nel cuore della Sicilia, assediato da tutta la mafia della provincia palermitana, c'era un sindaco democristiano, un democristiano onesto, di nome Pasquale Almerico, il quale essendo anche segretario comunale della DC, rifiutò la tessera di iscrizione al partito ad un patriarca mafioso, chiamato Vanni Sacco ed a tutti i suoi amici, clienti, alleati e complici. Quattrocento persone. Quattrocento tessere. Sarebbe stato un trionfo politico del partito, in una zona fino allora feudo di liberali e monarchici, ma il sindaco Almerico sapeva che quei quattrocento nuovi tesserati si sarebbero impadroniti della maggioranza ed avrebbero saccheggiato il Comune. Con un gesto di temeraria dignità, rifiutò le tessere.
    Respinti dal sindaco, i mafiosi ripresentarono allora la domanda alla segreteria provinciale della DC, retta in quel tempo dall'ancora giovane Giovanni Gioia, il quale impose al sindaco Almerico di accogliere quelle quattrocento richieste di iscrizione, ma il sindaco Almerico, che era medico di paese, un galantuomo che credeva nella DC come ideale di governo politico, ed era infine anche un uomo con i coglioni, rispose ancora di no. Allora i postulanti gli fecero semplicemente sapere che, se non avesse ceduto, lo avrebbero ucciso, e il sindaco Almerico, medico galantuomo, sempre convinto che la Dc fosse soprattutto un ideale, rifiutò ancora. La segreteria provinciale s'incazzò, sospese dal partito il sindaco Almerico e concesse quelle quattrocento tessere. Il sindaco Pasquale Almerico cominciò a vivere in attesa della morte. Scrisse un memoriale indirizzato alla segreteria provinciale e nazionale del partito denunciando quello che accadeva e indicando persino i nomi dei suoi probabili assassini. E continuò a vivere nell'attesa della morte. Solo, abbandonato da tutti. Nessuno gli dette retta, lo ritennero un pazzo visionario che voleva continuare a comandare da solo la città emarginando forze politiche nuove e moderne.
    Talvolta lo accompagnavano per strada alcuni amici armati per proteggerlo. Poi anche gli amici scomparvero. Una sera di ottobre mentre Pasquale Almerico usciva dal municipio, si spensero tutte le luci di Camporeale e da tre punti opposti della piazza si cominciò a sparare contro quella povera ombra solitaria. Cinquantadue proiettili di mitra, due scariche di lupara. Il sindaco Pasquale Almerico venne divelto, sfigurato, ucciso e i mafiosi divennero i padroni di Camporeale. Pasquale Almerico, per anni, anche negli ambienti ufficiali del partito venne considerato un pazzo alla memoria.
    E' una storia oramai lontana e dimenticata, nella quale erano in gioco soltanto quattrocento voti di preferenza: una piccola storia però perfetta come un teorema poiché spiega come può il potere politico gestire la vicenda mafiosa e starci da protagonista. E come ancora oggi, negli anni ottanta, al vertice di ogni livello di mafia stia immobile e inalterabile una parte del potere politico. Il potere politico che è misterioso sempre e mai perfettamente identificabile, spesso nemmeno perseguibile dalla giustizia, che ha nelle mani tutti gli strumenti, positivi e negativi della potenza: dovrebbe proteggere ecologicamente un territorio e invece lo abbandona alla morte chimica o alla speculazione selvaggia; già da dieci anni avrebbe dovuto abolire il segreto bancario e non lo ha mai fatto; dovrebbe emarginare gli uomini corrotti, ignoranti, violenti e viceversa li induce talvolta in Parlamento e gli affida gli uffici ministeriali onnipotenti; dovrebbe garantire la regolarità dei concorsi pubblici e invece assedia le commissioni d'esami con raccomandazioni e violenze morali; dovrebbe costruire una diga in quella provincia e invece costruisce un villaggio turistico in un'altra; dovrebbe smantellare determinati uffici di Procura e invece li abbandona nelle mani di giudici inerti, paurosi, o peggio. Il potere politico che nasconde, protegge, mimetizza, informa, contratta, archivia. Il potere politico che stabilisce la spesa di miliardi per opere pubbliche, determina l'ubicazione e consistenza delle opere, ne affida gli appalti. Il presidente della Regione Pier Santi Mattarella, anche lui democristiano onesto, venne ucciso perché aveva deciso di spendere onestamente i mille miliardi della legge speciale per il risanamento di Palermo. Quasi certamente fra coloro che assistettero commossi ai funerali, espressero sincere condoglianze, e baciarono la mano della vedova, c'erano i suoi assassini. Probabilmente gli stessi che avevano seguito dolorosamente i funerali del vicequestore Boris Giuliano, del giudice istruttore Cesare Terranova, del procuratore della Repubblica Gaetano Costa, del segretario comunista Pio La Torre. Tutti e quattro assassinati perché stavano già scoprendo i punti di sutura tra politica e mafia.
    Anche il generale Dalla Chiesa aveva capito. Era uno sbirro nel senso eccellente della parola. Non dimentichiamo che aveva presentato domanda di iscrizione alla loggia P2. La domanda non era stata accettata poiché Gelli aveva fiutato l'infido e cercato di prender tempo. E lo stesso Dalla Chiesa ebbe poi a giustificarsi affermando di aver compiuto quella oscura mossa personale per scoprire alcune verità politiche all'interno della loggia massonica segreta. Quanto potesse essere sincero lo seppe soltanto lui. Certo era un uomo che da tempo aveva intuito la connessione fra potere politico, ricchezza e violenza. La lunga e atroce lotta contro le Br gli aveva fornito preziosi elementi di prova, ed altri ne aveva acquisiti in centinaia di interrogatori. Si stava disegnando una sua mappa dell'occulto. Quando arrivò a Palermo con la carica di superprefetto, i vertici criminali sapevano perfettamente di avere di fronte l'avversario più duro e cosciente. Rispetto agli altri che erano caduti prima di lui, egli aveva in più un prestigio mitico, ma soprattutto stava per avere in pugno gli strumenti giuridici, le armi decisive per condurre la lotta fino in fondo: quei superpoteri che incredibilmente (un giorno bisognerà pur riscriverla perfettamente questa storia) lo Stato continuava a negargli e che tuttavia alla fine avrebbe dovuto concedergli.
    Dalla Chiesa commise un solo errore. Di vanità. In fondo egli restava un militare e quindi soprattutto un retore. Gli piaceva trasformare qualsiasi lotta in guerra aperta, con tutte le vanaglorie del combattimento: bandiere, tamburi, proclami, applausi, dimostrazioni d'amore popolare. Tutto questo contro un avversario che era sempre sottoterra, un gelido, sinistro groviglio di serpenti che potevano essere dovunque, in ogni momento sotto i suoi piedi, che potevano sedere accanto a lui sul palco di una festa nazionale, stringergli la mano, fargli auguri e congratulazioni. Seguire poi tristemente il suo funerale, come poi certamente accadde. La guerra contro un tale nemico è oscura e senza gloria, e infinitamente più terribile di ogni altra. Non si può vincere con una serie di scaramucce, poiché i serpenti restano ovunque, muoino e si moltiplicano, ma bisogna vincerla una volta sola, una sola battaglia, preparata con paziente perfezione in ogni dettaglio.
    Invece il generale Dalla Chiesa faceva discorsi, rilasciava interviste, invocava, accusava, era l'unico personaggio italiano che poteva chiedere ed ottenere i poteri speciali, e quindi anche la facoltà di indagine nelle banche e nei patrimoni privati, e lo fece sapere a tutti: praticamente come se dicesse a tutti, gridasse: «So chi siete, da un momento all'altro vi strapperò la maschera! Fate presto a uccidermi o non avrete tempo!».
    E come tutti i retori era anche ingenuo. Avrebbe dovuto preparare la battaglia, chiuso in un bunker, protetto da cento carabinieri e da ogni diavoleria elettronica, e invece viaggiava su una macchinetta con la giovane moglie accanto e solo un povero agente di scorta. Proprio questo poveraccio avrebbe dovuto rifiutarsi: «Generale, io così con lei non viaggio!» Ma Dalla Chiesa era un mito! Infatti lo uccisero con una facilità irrisoria, a colpo sicuro, (se è vero quello che finora ha detto la magistratura) con due rozzi killer, proprio manovali della mafia fatti venire da un'altra provincia della Sicilia e addirittura dalla Calabria.
    Dalla Chiesa morì, ma il suo colpo tremendo lo aveva già vibrato, forse proprio con la sua ingenua retorica, indicando con discorsi e proclami a tutta la Nazione, clamorosamente, quello che tanti altri, anche ministri, anche altissimi ufficiali e magistrati sapevano e però non dicevano, cioè dov'era il groviglio di serpenti, e quali dunque i mezzi per portarli allo scoperto e schiacciarli.


    Da www.claudiofava.it

  4. #4
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Ti lascio in eredità i missili di Comiso

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", gennaio 1983

    Voglio fare un discorso corretto e sereno sui siciliani, premettendo naturalmente che io sono perfettamente siciliano. Un discorso sulla stupidità dei siciliani. Noi affermiamo spesso di essere straordinariamente intelligenti, quanto meno di avere più fantasia e piacere di vivere, rispetto a qualsiasi altro popolo della terra. Non è vero! La storia è là a dimostrarlo. Da migliaia di anni siamo semplicemente terra di conquista, gli altri arrivano, saccheggiano, stuprano, costruiscono qualche monumento, ci insegnano qualcosa, e se ne vanno. Noi ci appropriamo di una parte di quella civiltà, a volte diventiamo anche i custodi del tempio, in attesa che arrivi un'altra ondata saccheggiatrice. Siamo quasi sempre colonia per incapacità di essere veramente popolo. Presi i siciliani ad uno ad uno, può anche accadere che taluno riesca ad esprimere (nella poesia, nel delitto, nella finanza, nell'arte) attimi di ineguagliabile talento. Sono quelli che ci fottono, che ci danno l'impressione, spesso la certezza, di essere i migliori. Nella realtà, presi tutti insieme, siamo quasi sempre un popolo imbecille.
    L'ultimo monumento civile che gli altri stanno erigendo nella colonia Sicilia, sotto lo sguardo inerte degli indigeni, sono le rampe per i missili atomici. Discutiamone per un istante poiché si tratta della nostra vita e soprattutto di quella dei nostri figli. La guerra nucleare è come un assassinio mafioso: non si dichiara, ma si esegue, cioè si scatena senza preavviso e nel momento più imprevedibile. Accade che una delle due parti, nella disperazione di essere condannata alla sconfitta, o nell'illusione di poter fulmineamente annientare il nemico e vantare alla fine una popolazione superstite, decida l'aggressione atomica. La quale naturalmente deve essere totale e contemporanea, cercando anzitutto di colpire e distruggere il maggior numero di strutture belliche avversarie. Anche questo è un perfetto principio mafioso: mai dare uno schiaffo al rivale, né sparargli alle gambe, ma mirare direttamente al centro degli occhi in modo da non correre nessun rischio di reazione.
    A sua volta la nazione aggredita ha una sola possibilità di sopravvivenza: incurante cioè delle sue città annientate e dei suoi milioni di morti, reagire quanto più fulmineamente e spaventosamente possibile, cercando di colpire subito gli obiettivi essenziali dell'avversario, anzitutto naturalmente le strutture di offesa nucleare. Anche questo rientra nella perfetta logica della lotta: tu mi spari al centro degli occhi, prima di morire debbo disperatamente tentare di spararti al cuore. L'ipotesi di una guerra nucleare è questa soltanto: una reciproca, folgorante distruzione delle rispettive strutture atomiche e delle grandi città, dopo di che, gli eserciti tradizionali, in tute d'amianto e piombo, cominceranno lentamente ad avanzare, eliminando pietosamente gli agonizzanti e imprigionando i superstiti.
    Tutti sanno questo. Da quarant'anni migliaia di scienziati, generali e politici lavorano a perfezionare questo progetto di distruzione contemporanea e totale sicché è assolutamente certo che in Russia e America hanno raggiunto in tal senso la perfezione: oramai sono in condizione nel giro di due minuti di colpire gli obiettivi essenziali del nemico ed essere annientati. Il tutto completamente computerizzato: all'essere umano non resta neanche il compito di premere il fatidico pulsante. Per gli esseri viventi i cervelli elettronici hanno calcolato esattamente il tempo di farsi la croce.
    Ciò premesso, per capire esattamente la situazione siciliana, valutare cioè il significato dell'impianto dei missili nucleari in Sicilia, sarebbe opportuno immaginare (ma non ci vuole molta fantasia) la cronaca di quanto accaduto un giorno imprecisato dello scorso agosto, poco prima di mezzogiorno a Mosca, in uno dei misteriosi sotterranei del Cremlino (a prova di offesa atomica, naturalmente, poiché i capi politici ed massimi strateghi, siano essi duri capitalisti reganiani, oppure cupi marxleninisti, hanno provveduto per tempo e perfettamente alla loro incolumità e scamperebbero certamente all'apocalisse atomica, salvo poi essere impiccati dai vincitori o, alla meglio, essere divorati da qualche affamata banda di superstiti).
    Ebbene in quel mattino dell'imprecisato giorno d'estate, al Cremlino si è riunito un vertice strategico al quale hanno partecipato ministri della guerra, marescialli e scienziati. Dall'Italia era arrivata notizia che erano stati concessi i primi appalti per la costruzione della base di missili nucleari a Comiso. La notizia precisava che gran parte degli appalti erano stati concessi a cavalieri del lavoro, siciliani e settentrionali, e questo particolare aveva fatto una grande impressione, perché anche al Cremlino è giunta voce della straordinaria bravura e rapidità dei cavalieri nell'esecuzione delle opere pubbliche. Su una parete del grande salone sotterraneo moscovita si stendeva la mappa dei due emisferi, sulla quale Comiso era indicata come un puntolino rosso luminoso in mezzo all'azzurro del Mediterraneo.
    La riunione è stata lunga e approfondita. Politici e militari sovietici hanno esaminato tutti gli aspetti della situazione, al fine di indicare quali obiettivi in terra russa i missili siciliani potrebbero eventualmente colpire e, viceversa, da quali basi sovietiche l'impianto di Comiso poteva essere raggiunto e distrutto nel più breve tempo possibile. Pare che dieci missili a testata atomica bastino. Si tratta di stabilire esattamente traiettorie e rotte, roba che i sofisticatissimi congegni elettronici di punteria possono decifrare in pochissimo tempo. Comunque alla fine è stato deciso di affidare a una équipe scientifico-militare il compito di mettere perfettamente a punto entro due anni (cioè prima che la costruzione della base sia completata) una struttura offensiva che da basi di terra e dal fondo del mare, per mezzo di sommergibili atomici, o forse anche dallo spazio dagli imminenti satelliti nucleari, possa concentrare su Comiso (guerra offensiva o reattiva, non importa) un uragano nucleare in meno di novanta secondi. Nei calcoli è prevista una approssimazione del dieci per cento, il che significa che, per avere la certezza di distruggere la base di Comiso nel raggio di dieci chilometri, viene prevista una distruzione dell'area circostante, per il raggio di cento chilometri. Vale a dire da Messina a Capo Passero. Circa trecento fra città e paesi e tre milioni di abitanti.
    L'équipe sovietica si è messa subito al lavoro. Scienziati e militari designati accoppiano la disciplina cieca del buon marxista alla paziente fantasia della gente russa. In questo momento dunque in un laboratorio misterioso del territorio russo, c'è un team di tecnici e strateghi che sta lavorando esclusivamente a questo progetto: un sistema di offesa nucleare che, in meno di cento secondi, possa infallibilmente uccidere tre milioni di siciliani in mezzo a ai quali ci onoriamo di essere io che scrivo e voi che leggete, i nostri genitori, fratelli, figli, amici, ed anche le case dove nascemmo, le strade dove camminammo, i nostri libri pazientemente raccolti, le fotografie di tre generazioni, il diploma di laurea, il libretto di risparmio e tutte quelle altre infinite, minuscole, preziose cose che compongono la nostra vita. Da quel giorno d'estate, mezza Sicilia, quelli che siamo vivi e quelli che nasceranno, sarà costretta a vivere con questa ipotesi di morte atomica sopra la testa, un'apocalisse che forse non si verificherà mai, e tuttavia niente esclude che possa accadere (anche per errore) da un momento all'altro in meno di cento secondi. Si sono appropriati di una parte di noi e anche di una parte dell'amore per i nostri figli. Un giorno accadrà che che i nostri figli o nipoti che ancora debbono nascere ci guarderanno negli occhi con un sorriso sprezzante, e ci chiederanno: voi dove eravate quando fu deciso di costruire la base dei missili a Comiso e e condannarci quindi a una vita provvisoria. Come vi siete permessi di appropriarvi anche del nostro destino umano prima ancora che fossimo concepiti. Un essere umano afflitto da un'atroce inguaribile deformità, il quale apprende che il padre per sapendo che sarebbe stato malato, deforme, infelice, volle tuttavia egualmente farlo nascere, ha il diritto di sputare in faccia al padre.
    E mentre tutta questa cosa terribile accade, la nostra massima reazione è stata una lamentosa protesta all'assemblea regionale, i politici siciliani si sono intabarrati nel loro impaurito silenzio, i sindacati nazionali disposti a battersi soltanto per le "una tantum", sono rimasti in stato di ebetitudine, migliaia di buoni ragusani hanno espresso soprattutto la loro preoccupazione sull'equo prezzo degli espropri per gli impianti militari, altri stanno febbrilmente organizzando qualche buona iniziativa commerciale, alberghi, villaggi turistici, balere, ristoranti tipici (da quelle parti si fa la migliore salsiccia del mondo) per la popolazione dei militari che presiederanno la base. Inutile indignarci se da cento anni lo Stato italiano ci tratta da colonia. Per incapacità politica, per strafottenza popolare, troppo spesso meritiamo di esserlo. E invece sarebbe tempo che imparassimo ad essere finalmente padroni del nostro destino storico, specie quando coincide con una grande causa civile ed umana.

    Da www.claudiofava.it

  5. #5
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito I verbali della mafia

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", marzo 1983

    Per uno straordinario concorso di circostanze siamo in condizione di pubblicare i verbali di alcune sedute del consiglio direttivo della mafia. Rivelazione tanto più clamorosa in quanto i verbali della commissione antimafia restano invece gelosamente segreti, e celati persino al Parlamento.


    Assassinio all'unanimità

    Addì 24 febbraio dell'anno del Signore, in località nota solo ai convenuti a mezzo di convocazione segreta, si raduna il consiglio direttivo della mafia.
    Sono presenti un generale, un direttore di ministero, due monsignori, tre killer in pensione, due presidenti di banca, tre bosses americani, Luciano Liggio in congedo speciale da San Vittore, due assessori, sette sindaci, un prefetto, due grossisti di cocaina, un gestore di case di appuntamento, un canonico, uno scrittore, un industriale di prodotti igienici, tre proprietari terrieri, tre docenti universitari, un cantante, un appuntato di questura, un sottosegretario, due alti magistrati, il vicedirettore dell'istituto di medicina legale, due docenti di storia antica, un pittore, un cavaliere del lavoro, due altissimi funzionari, il dirigente delle bische clandestine di Milano, il rappresentante del racket dei night, discoteche e piano bar del settentrione, una anziana prostituta, un pretore con funzione di segretario senza voto. Assistono come invitati due rappresentanti della camorra, un rappresentante della nuova camorra (vengono isolati in settori diversi dell'aula), un banchiere di New York, un rappresentante personale di Cutolo il quale, indisposto, fa pervenire un caloroso messaggio di buon lavoro. A tutti i presenti vengono distribuite cuffie per la traduzione simultanea in italiano, siciliano, napoletano e slang italo-americano.
    Il presidente svolge la relazione sul bilancio consuntivo e illustra le persistenti difficoltà determinate dal rincaro della droga per la guerra nel Libano, espone la situazione finanziaria per gli investimenti nelle banche svizzere, e legge l'elenco degli appalti pubblici per il prossimo semestre. Viene osservato un minuto di silenzio per il presidente della banca centrale immaturamente stroncato da un infarto e per il giovane killer caduto in un agguato a Napoli. La relazione viene approvata per alzata di mano. Il presidente conclude la sua inneggiando ai sacri valori della famiglia e della patria. L'assemblea si leva in piedi applaudendo lungamente. Il cavaliere del lavoro viene colto da una crisi di pianto.
    Vengono quindi svolte due relazioni introduttive, l'una sulla tecnica per la suddivisione degli appalti pubblici in appalti privati minori, a loro volta suddivisi in appalti piccolissimi, in modo da offrire lavoro a quanta più gente; e l'altra sulla possibilità di investire proficuamente i proventi della droga in appalti pubblici per case popolari, dighe, scuole, ospedali, asili nido e istituti di beneficienza.
    Alla fine viene messa ai voti la proposta di assassinare una importante personalità. La proposta viene approvata per acclamazione. Si decide di demandare a una commissione ristretta lo studio della operazione.


    Metodologia dell'assassinio

    Addì 25 febbraio, ore 17, nel sotterraneo del Palazzo di città, in prosecuzione della seduta precedente. Tutti presenti. In via di urgenza viene chiamato a fare il punto sulla situazione il comitato dei saggi di metodologia dell'assassinio, composto rispettivamente dal condirettore dell'istituto di medicina legale, dell'ordinario di fisica nucleare e dal docente di storia rinascimentale della famiglia Borgia, al fine di esporre quale possa essere il modo più rapido e sicuro per la esecuzione del delitto. Vengono esposte e vagliate numerose ipotesi alcune anche suggestive: avvelenamento col cianuro nello champagne in occasione del brindisi per l'inaugurazione del nuovo asilo d'infanzia, contaminazione atomica mediante dono di cronometro d'oro con capsula a scissione nucleare, recita di beneficienza pro orfani mafia, con rappresentazione shakespeariana di «Antonio e Cleopatra» e affidamento del ruolo di Cesare alla vittima e vibrazione (parole testuali nel testo dei saggi) di ventitré autentiche pugnalate alle spalle e alla vena giugulare; oppure ancora spifferi e correnti d'aria onde provocare una fulminante polmonite bilaterale (proposta tratta da un testo di Zavattini); abbattimento dell'aereo di linea nel cielo di Ponza mediante missile radiocomandato da attribuire a Gheddafi; imputazione di alto tradimento, processo sommario con testi falsi e fucilazione alla schiena.
    Tutte le proposte sono state attentamente valutate e l'assemblea, nel riconoscere al comitato dei saggi l'ampiezza e profondità del lavoro svolto, ha deciso di proseguire nel dibattito alla ricerca di mezzo d'assassinio più rapido e sicuro. Animatissima la discussione. Bocciata la proposta del generale il quale suggerisce un assalto alla baionetta con grido fatidico di «Avanti Savoia» e lancio di bombe a mano. Bocciata anche la seconda proposta del generale il quale propone un agguato con mine anticarro e bazooka, residuati bellici, ovvero un minuscolo missile uomo-uomo di fabbricazione catanese.
    Bocciata anche la proposta di monsignore il quale con dotte citazioni e proiezione di diapositive sulla santa inquisizione propone la tortura della vittima con arrotamenti e bruciatura di inguine, sostenendo la funzione altamente ammonitrice di tale pratica. In subordine propone quale strumento del delitto la ghigliottina. Bocciate entrambe. Monsignore si offende.
    Alla fine viene ritenuta più consona alle necessità la esecuzione dell'omicidio mediante mezzi tradizionali con fucile kalashnikov e pistole calibro 38 in pubblica via, anche per avere la certezza immediata dell'operazione, sia per la doverosa pubblicità dovuta all'evento. La decisione viene presa per alzata di mano con voti trenta contro uno, quello del monsignore il quale piamente ritiene che, essendo sicuramente la vittima un cattolico praticante, sarebbe più pietosa la morte per impiccagione la quale darebbe il tempo di pentirsi dei propri peccati e quindi di guadagnarsi la certezza del paradiso. Il presidente decreta censura per il generale che ha rumorosamente sghignazzato.
    Viene infine approvata per acclamazione la proposta di bandire un concorso per l'assunzione di tre killer. Nel bando di concorso viene ufficialmente ribadito di non tener conto di alcuna sollecitazione politica, e raccomandazione per spartizione clientelare dei posti in concorso.


    Bando di concorso per killer

    Addì 1 marzo nel roof garden dell'Hotel Centrale, alle ore 18. Piove. Dall'alto si scorge la distesa della città immersa nella nebbia e punteggiata da migliaia di luci. Il generale afferma che con solo cento uomini fidati potrebbero conquistarla manu militari. La dichiarazione non viene messa a verbale. La seduta si apre con la mesta commemorazione del presidente della confederazione agricola e affini, il quale dopo una laboriosissima vita spesa al servizio della società, sopravvivendo a vili agguati, più volte ferito da lupara, scampato a venefici e raffiche di mitra, ha dovuto soccombere a male incurabile. Le parole di monsignore, che ha invitato ad una breve preghiera in memoria e suffragio, hanno commosso l'assemblea che ha osservato un minuto di raccoglimento, approvando quindi per battimani la proposta di intitolare allo scomparso una delle sezioni di studio per successo in appalti e concorsi.
    Si passa quindi al punto centrale dell'o.d.g., cioè alla organizzazione dell'omicidio dell'anno (la definizione è del presidente della banca centrale). Il comitato degli esperti riferisce ampiamente sull'esito del concorso per l'assunzione dei killer. Il vicedirettore dell'istituto di medicina legale, parlando anche a nome degli altri membri della commissione, dà conferma anzitutto sulla regolarità legale del concorso che venne bandito in termini previsti dalla legge e con i requisiti richiesti dalla stessa: nazionalità italiana, certificato dei carichi pendenti, licenza di scuola media inferiore, età non superiore ai 35 anni, regolare porto d'armi con certificazione di eccellenza del poligono di tiro, statura rigorosamente media (il relatore ha sottolineato, destando ilarità, che se uno come Fanfani facesse il killer sarebbe subito identificato) ed ancora patente di terzo grado e certificato medico.
    A detto concorso si erano presentati circa trecento candidati, in maggioranza meridionali, quasi tutti in possesso di attestati e benemerenze sull'arte di uccidere, taluni di attestati di assassinii commessi con vipere, ragni velenosi, tossici, investimenti con treno, catastrofi aeree, pistole ad acqua caricate a vetriolo, bitter al curaro, duelli alla sciabola, precipitazione della vittima dal ventesimo piano. Alla fine, secondo mandato, la commissione aveva ritenuto di dovere assumere tre killer specializzati in esecuzioni pubbliche con mezzi tradizionali, più due guardaspalle con patentino di formula due, e infine un superkiller specializzato dell'Alabama, con fucile a cannocchiale, per eliminare, nelle ventiquattr'ore successive al delitto, i cinque primi killer sunnominati.
    Era stato concesso un periodo di addestramento: i cinque killer (tre più due) si erano allenati in città diverse e diverse condizioni operative. A titolo di prova erano stati uccisi due ragionieri, un geometra, due tassinari, un poliziotto in borghese, due commessi viaggiatori e un medico della mutua. La polizia stava vanamente indagando. Questo ultimo particolare provoca favorevoli commenti e battute che non vengono messe a verbale. L'assemblea decide di tributare alla commissione degli esperti un plauso per l'opera svolta e decide di aggiornarsi per lo studio di ulteriori particolari (data, luogo e designazione della vittima).


    Cercasi falso superteste

    Addì 4 marzo, ore 24 nell'oratorio del convento illuminato da torce. Luciano Liggio arriva in ritardo poiché intrattenuto nella cappella in preghiera. Dopo varie ed eventuali (crisi della cocaina e svalutazione della lira; sperpero di denaro pubblico per funerali di Stato, forniture di doppiette a lupara e kalashnikov; abbandono del racket della prostituzione, oramai inflazionato e antieconomico; contatti con l'Alfa Romeo e la BMW per cento nuove auto blindate con mitragliatrice sul cofano; domanda di ammissione di otto brigatisti pentiti) viene data la parola al presidente del comitato degli esperti per la organizzazione di quello che oramai viene già definito «il delitto dell'anno», il quale riferisce sulla opportunità di confondere le indagini mediante la presentazione ai carabinieri di un superteste che giuri di aver visto perfettamente in volto gli assassini e di averne gli indirizzi e le foto. In concomitanza gli amici della Rai dovrebbero organizzare un dossier con intervista televisiva al superteste. Solo dopo una settimana il superteste dovrebbe palesare la sua completa pazzia, sputando in un occhio a Biagi durante l'intervista e subito denudandosi dinnanzi alle telecamere per darsi a furenti pratiche di piacere solitario.
    Anche per tale superteste il relatore informa essere già stato bandito un opportuno concorso che aveva riscosso notevole interesse. Tra gli altri, al provino, si erano presentati anche Vittorio Gassman e Paolo Poli, entrambi però scartati nonostante la loro innegabile bravura: il primo perché avrebbe voluto presentarsi ai carabinieri direttamente in obitorio e recitare quindi l'orazione di Antonio in morte di Cesare, il secondo perché diverso e la cosa non sarebbe stata seria, contrastando con i fini istituzionali dell'associazione che considera il membro maschile uno dei punti morali fondamentali. Alla fine era stato prescelto l'attore Manfredi, per la sua collaudata e apprezzata capacità di rappresentare (Pane e cioccolata, Café Express, Sporchi brutti e cattivi) personaggi di ebetudine completa.
    L'assemblea esprime soddisfazione per la scelta, con trenta voti contro uno, quello di monsignore il quale ha insistito perché il ruolo del superteste possa essere affidato ad un prelato.
    Nel corso della lunga discussione viene anche esaminata la opportunità che i killer designati all'assassinio adottino opportuni travestimenti per accostarsi al bersaglio evitando di suscitare sospetti e comunque di essere successivamente riconosciuti. Numerosi i travisamenti proposti: da carabinieri in uniforme di gala, da suore della carità, da accattoni, da posteggiatori con banjio e mandolini, da vigili urbani incazzati, da boy scouts o da ritardati mentali. Pone saggiamente termine alla discussione il presidente di turno il quale fa opportunamente rilevare che il rischio che i killer possano essere riconosciuti è assolutamente minimo data la storica vigliaccheria dei testimoni, ed in ogni caso si tratta di un'ipotesi di rischio marginale e ininfluente dato che (come da verbale precedente) i killer destinati al delitto dovranno essere a loro volta eliminati entro le 24 ore e che in proposito esiste già una opzione con uno specialista dell'Alabama con fucile a cannocchiale.


    Aspetti turistici del delitto

    Addì 6 marzo ore 19, nella biblioteca del palazzo di governo. Assente Luciano Liggio perché è scaduta la licenza da San Vittore. Presente un inviato della 'ndrangheta che porta il saluto della nobile Calabria. La seduta viene dedicata agli aspetti economico-finanziari dell'operazione «delitto dell'anno». E' stato presentato uno studio di natura turistica elaborato da tre esperti dell'assessorato ai beni culturali, con la collaborazione del Comune e dell'azienda di cura e soggiorno. Secondo la unanime previsione il clamore del delitto, la personalità della vittima, la sicura presenza del presidente della Repubblica alle solenni esequie, provocheranno l'arrivo di una folla di inviati speciali di tutti i giornali e periodici ed anche di ministri, generali di corpo di armata, ispettori, funzionari, sindacalisti, rappresentanti del governo e del Quirinale (molti profittando dell'occasione ricreativa con moglie e figli), uffici di segreterie e simpatizzanti.
    L'esperienza maturata in passato è stata preziosa: in occasione infatti dell'assassinio del prefetto generale per tre giorni tutti gli alberghi e le pensioni registrarono l'esaurito tanto che il presidente dell'EPT, il sindaco della città, e il commissario dell'azienda di cura e soggiorno, in una loro relazione all'assessorato competente sottolinearono compiaciuti come gli avvenimenti avessero portato ad un notevole incremento turistico di oltre il trecento per cento, nonostante la bassa stagione. Al maggiore guadagno degli impianti ricettivi, che ancora una volta si erano palesati inadeguati alle necessità di una città, sede di eventi nazionali, si doveva peraltro aggiungere il massiccio incremento commerciale registrato da altri settori di attività terziarie, soprattutto commerciali, per la presenza di carovane di dimostranti e cortei di protesta che avevano a loro volta beneficamente influito sulle attività di ristoranti, tavole calde, pizzerie, cinema, vendita di bandierine e cartoline ricordo, tabacchi, francobolli, generi di abbigliamento, pasticcerie. Secondo gli studi portati a termine risultano triplicati anche gli utili di tassisti, scippatori, borsaioli e topi d'auto. Considerato il benefico incremento economico, l'assemblea decide pertanto all'unanimità di chiedere per la prossima operazione un contributo una tantum alle categorie economiche. Per gli eventuali trasgressori e ritardatari sgarrettamento oppure incendio del locale pubblico.
    Monsignore propone che il dieci per cento di tali contributi vengano destinati alle famiglie iscritte all'elenco dei poveri a titolo di elemosine. Dopo breve discussione la destinazione di beneficienza viene ridotta al due per cento. La seduta viene aggiornata.


    Mafia rilancia cultura

    Addì 20 marzo, nella sala congressi della Fiera Mediterranea. In mattinata c'è stata la visita del presidente della regione. Carabinieri in alta uniforme e garrire di bandiere. Assente il generale per improvvisa crisi di emorroidi. L'atmosfera è particolarmente eccitata. La Regione ha bandito concorso per la restaurazione del centro di Palermo per tremila miliardi. In prosecuzione della discussione sugli aspetti finanziari ed economici del «delitto dell'anno» viene data la parola al professore ordinario di letteratura siciliana il quale, parlando anche a nome di alcuni colleghi dell'ateneo con i quali ha elaborato un particolare studio sull'argomento, fa presente che il nuovo delitto, come già i precedenti, contribuirà in modo decisivo all'avanzamento culturale della città. Proseguendo nella sua relazione (sovente interrotta da applausi e consensi) il professore ricorda come infatti in occasione dell'ultimo grande delitto, data la risonanza dello stesso in tutti gli ambienti intellettuali, erano stati convocati simposi, dibattiti, riunioni, assemblee, convegni e tavole rotonde cui avevano partecipato innumerevoli studiosi, professori di diritto, magistrati, giuristi, giornalisti di varie nazionalità, esperti in mass media, rettori di università, ordinari di diritto e procedura penale e medicina legale, oltre a scrittori, saggisti, venditori di enciclopedie e foto ricordo.
    Gli avvenimenti hanno avuto un'ampia eco anche sulla televisione privata e sulle emittenti del network, persino in "Domenica in" e "Blitz". Biagi, Montanelli, Baget Bozzo, Bocca e Scalfari avevano inviato calorosi telegrammi di solidarietà, scrivendo fondi ed elzeviri che avevano riscosso l'unanime compiacimento. Due produttori cinematografici avevano annunciato la decisione di girare altrettante opere di alto livello tecnico e messaggio civile, ed una serie di film minori sulla questione meridionale, con la partecipazione di Massimo Troisi, Diego Abatantuono, Tuccio Musumeci, Pino Caruso, Nino Manfredi, Paolo Villaggio e Celentano.
    Il presidente della regione, nella sua prolusione al convegno "Mafia e cultura" aveva sottolineato come gli eventi avessero portato ad un notevole salto di qualità culturale nel meridione i cui problemi avevano avuto finalmente riconoscimento a livello continentale. In conclusione - aveva detto il presidente - per tenere viva nel cuore degli italiani la questione meridionale bisogna in media assassinare ogni anno una decina tra prefetti, magistrati, vicequestori e uomini politici. La frase aveva destato molte polemiche. Il ministro della giustizia Darida aveva infatti opposto che cinque assassinii basterebbero.
    Il rilancio culturale era stato altresì confermato dalla iniziativa del magnifico rettore il quale aveva annunziato la imminente costituzione di una facoltà di mafiologia che avrebbe dato accesso alle carriere militare, giudiziaria o diplomatica. La Cassa di risparmio aveva a sua volta annunciato un premio di arte figurativa dal tema "la mafia nella grafica e nell'acquaforte". Alla presidenza della commissione giudicatrice era stato designato Renato Guttuso.
    L'assemblea decide a questo punto di istituire un premio letterario, intitolato a "Villalba", patria di Calogero Vizzini, e di nominare alla presidenza del comitato organizzatore lo scrittore Leonardo Sciascia il cui nome viene lungamente acclamato dai presenti. Su proposta subito approvata per battimani viene deciso di donare allo scrittore una targa ricordo per la esemplare descrizione del personaggio mafioso di Mariano Arena, ne "Il giorno della civetta". L'assemblea viene quindi aggiornata per le ultime decisioni sul delitto, cioè la scelta della vittima.


    Il delitto dell'anno

    Addì 8 aprile, nella villa del presidente. Seduta particolarmente animata ed eccitante fin dall'inizio poiché si tratta di procedere alla scelta della vittima designata per il "delitto dell'anno". Innumerevoli le proposte tal che alla fine viene accolta la proposta di monsignore di procedere alla scelta per esclusione, cioè cominciando a cancellare dall'elenco delle personalità tutti coloro il cui assassinio sarebbe inutile, o inopportuno, o comunque contrastante con i fini istituzionali. Si dà subito inizio ai lavori. Per acclamazione (essendo quasi tutti i presenti cattolici praticanti) viene escluso il Papa al quale si stabilisce anzi di inoltrare una petizione per una nuova visita pastorale in Sicilia. Sempre per acclamazione viene escluso il presidente della Repubblica Pertini, poiché, come hanno tenuto a sottolineare numerosi interventi, è simpatico, non può fare alcun danno, non detiene segreti pericolosi (non gli hanno fatto vedere nemmeno i verbali dell'antimafia), interviene a tutti i funerali della grandi vittime mafiose il che accresce, anche all'estero, ulteriore prestigio all'evento e infine consente a molti boss politici di farsi fotografare in cattedrale alle sue spalle, accrescendo lustro e dignità alla propria persona. Da sottolineare infine che il Presidente nei suoi accorati discorsi infallibilmente dichiara che il popolo riuscirà alla fine a sconfiggere la mafia, il che denota raffinato senso dell'humour poiché sarebbe come dire che alla fine il popolo riuscirà a sconfiggere il cancro.
    Proseguendo nel dibattito vengono via via esclusi altri nomi prestigiosi: Eduardo De Filippo il cui nome viene salutato da un caloroso battimani di simpatia; Amintore Fanfani poiché data la minuscola statura gli esperti lo ritengono un bersaglio estremamente difficile; Giulio Andreotti poiché molto vendicativo e per obiettive difficoltà di riconoscimento data la sua vocazione ad uscire fuori casa camuffato da accattone o da religiosa; il ministro Lagorio, il ministro Malfatti, Alberto Sordi, il ministro De Michelis, Enrico Montesano e il ministro Formica poiché sono personaggi che fanno ridere e la loro scomparsa provocherebbe malumore popolare.
    Esclusi altresì i presidenti dell'ENI e dell'IRI perché cambiano sempre da un momento all'altro e non c'è mai certezza sulla loro identità; Gianni Agnelli poiché quello che si vede in giro è solo un poveraccio di sosia. La discussione ha momenti tumultuosi. Monsignore propone l'assassinio del cardinale in modo da provocare piamente il processo di beatificazione. Il generale propone l'assassinio dell'ambasciatore russo, mediante solito assalto all'arma bianca con appoggio di residuati bellici, mortai e lanciafiamme. Il rappresentante della nuova camorra propone di assassinare Pasqualino testa 'e muorto, suo nemico personale. Zittito con frasi di scherno, rivendica la primogenitura della cultura partenopea; privato della parola si mette a cantare "Palumma 'e notte" e viene espulso dalla seduta.
    Alla fine viene deciso di restringere la scelta a una terna di categorie: cioè assassinare un alto magistrato, oppure un generale di corpo d'armata, oppure un politico capopartito, ma - sempre su proposta di monsignore - al fine di evitare qualsiasi malinteso si dà mandato ad una ristretta commissione di esperti di coloro i quali non sono ancora iscritti alla mafia. Ci vorranno almeno due settimane. La seduta viene quindi aggiornata per la scelta definitiva.

    Da www.claudiofava.it

  6. #6
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Mafia e camorra - Chi sono, chi comanda

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", marzo 1983

    Una prima differenza è fondamentale tra mafia e camorra. La mafia nasce, cioè concettualmente si forma in Sicilia, una grande isola per tremila anni violentata da decine di invasioni diverse e che, nonostante guerre, rivolte, ribellioni, splendori e grandezze, battaglie e rivoluzioni tutte tese a conquistare una dignità di nazione, non è mai praticamente riuscita a essere uno Stato. Lo Stato erano gli altri. Lo Stato erano i conquistatori. Lo Stato che amministra, garantisce, impone, costruisce, preleva, insegna, percepisce, fa le leggi, esercita giustizia, questo Stato erano gli altri, cioè i nemici. Per tremila anni lo Stato in Sicilia è stato nemico, cioè una entità quasi sempre assente e che si appalesava soltanto per infliggere danno: le tasse, decime, gli arruolamenti, le confische. Né l'unità d'Italia ha dato questa certezza dello Stato presente e amico, semmai per successivi abbandoni e continue delusioni ha reso più amara questa solitudine. Gli avvenimenti politici per i quali in questi ultimi quarant'anni la capitale Palermo è stata soltanto colonia del potere romano, il fallimento della Cassa per il Mezzogiorno, il bluff delle grandi opere pubbliche mai realizzate, la collusione sempre più spavalda fra vertici di violenza e rappresentanti politici che hanno saccheggiato, diviso, lottizzato, devastato, spartito potere ed economia, e infine la crisi paurosa della giustizia (Scaglione, Terranova, Costa, Ciaccio Montalto, quattro alti magistrati impunemente uccisi) ha dato una certezza drammatica a questa sensazione che lo Stato fosse assente, cioè a questa solitudine del siciliano. Siamo dinnanzi a un dato storico e culturale terribile che tuttavia bisogna riconoscere e ammettere perfettamente. Il contrario sarebbe solo lamentazione imbecille e retorica.
    Da questo dato storico bisogna partire per definire quale possa essere il rapporto sociale - cioè identità, semplice rassomiglianza, oppure diversità e quale tipo di diversità - tra mafia e camorra. In verità, secondo immagine (stavamo per dire secondo spettacolo) mafia e camorra sembrano possedere la stessa facies criminale, cioè la medesima immoralità nel rapporto fra clan criminale e società, e altresì l'identica maniera di delinquere, cioè l'anonimo potere di realizzare qualsiasi delitto e contemporaneamente trasformare il delitto in potere. Infine sembrano identici anche gli obiettivi: la conquista passiva (senza offrire in cambio che la sola ipotesi della morte) di una percentuale sempre più vasta della economia di un territorio, soprattutto la economia emergente, i mercati più pingui, le attività più lucrose, siano esse legittime (grandi appalti o circuiti commerciali perfettamente in regola con le leggi) o anche beni economici fuori legge come il contrabbando e la prostituzione. Anche in questo la identità tra mafia e camorra sembra dunque perfetta.
    Nella realtà, al di là di occasionali alleanze storiche o contingenti complicità, i due fenomeni criminali sono profondamente diversi. Una differenza che è culturale e politica e bisogna dunque perfettamente valutare quando si vuole definire la identità dell'una o dell'altra, e quindi capire quali siano i mezzi più opportuni per lottare (sconfiggere mai, storicamente non è più possibile poiché bisognerebbe distruggere il territorio umano delle due regioni) lottare, dicevamo, un fenomeno di violenza che è diventato la tragedia più profonda del Sud, che conduce allo sperpero di migliaia di miliardi, che costa ogni anno la vita ad almeno duemila esseri umani, che sta praticamente contagiando tutto il resto dell'Italia e che, attraverso una umiliazione quotidiana, spesso sprezzante, sempre sanguinosa, aggrava la debolezza di uno Stato i cui connotati sono già gracilità, paura, stupidità.
    In Sicilia dunque da migliaia di anni una nazione senza Stato, ed a Napoli invece uno Stato che da secoli ha sopraffatto e talora schiantato la nazione, prevaricandola, angariandola, cercando di appropriarsi di ogni attività, idea, concetto della collettività. Napoli è la città nella quale il potere clericale cercò persino di appropriarsi del teatro popolare, negandogli spontaneità, imponendogli liturgie, temi, conclusioni e persino norme drammatiche. Negli ultimi secoli prima gli spagnoli, poi i francesi, infine i borboni e per ultimi i piemontesi hanno imposto la presenza ossessiva di uno Stato che cercava di governare anche nelle abitudini e nell'animo della gente. La presenza dello Stato a Napoli non sono state mai le buone leggi, ma le alte mura, i gendarmi, le prigioni, il capestro. Non è un caso che l'anima napoletana abbia cercato da secoli la sua libertà di esistere nell'unica, altissima cosa umana che nessun potere potrà mai sopprimere nello spirito di un popolo: la musica. La musica napoletana, per questo, è un continuo grido di amore, di bellezza e di libertà.
    Il siciliano è vissuto in uno spazio di solitudine dentro il quale le città erano solo capisaldi di inimicizie. Il napoletano è vissuto dentro una sola immensa città che è stata la sua unica nazione, il suo fantastico ma angusto spazio e quindi anche la sua prigione. Se guardate bene anche dentro la letteratura, i grandi narratori siciliani, Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Brancati, Vittorini, lo stesso Sciascia, raccontano soprattutto storie e drammi di individui dentro la società: i napoletani invece, Marotta, Viviani, Eduardo, raccontano soprattutto Napoli, popolata da una infinità di individui.
    In Sicilia la mafia, cioè l'immensa, tragica, oscura forza criminale nasce così per sostituire lo Stato assente, per determinare leggi proprie al posto di quelle leggi che lo Stato non riesce a imporre, cioè stabilire comunque un ordine, una sia pur barbara regola di vita. E se lo Stato improvvisamente si appalesa, lo abbatte; e se qualcuno cerca legittimamente di rappresentarne leggi e giustizia, lo corrompe e lo fa suo, altrimenti lo uccide.
    A Napoli invece la forza criminale, che non è una determinazione infame della storia e non ne ha quindi la tragica esperienza, grandezza e crudeltà, ma è soprattutto un prodotto umano della miseria, una necessità drammatica di sopravvivere, cerca disperatamente di ribellarsi allo Stato sempre presente e prevaricatore, e non potendo scegliere la rivolta armata, cerca di insinuarsi dentro lo Stato che già esiste, di conquistarlo dall'interno con un'opera di erosione pressoché invisibile che comincia necessariamente dal basso e coinvolge quasi tutta la collettività. Così paradossalmente accade che, a Palermo, mille grandi mafiosi insediati in quasi tutti i vertici economici, politici, burocratici, possano dominare una città di un milione di abitanti e da quella capitale quasi tutto il territorio dell'isola, in un distacco sprezzante dal resto della popolazione; ed a Ottaviano, un intero grande centro abitato di decine di migliaia di abitanti, possa vivere in una fedeltà cieca, assoluta e soprattutto palese a Cutolo e alla sua organizzazione camorrista.
    Via via, così per successivi diagrammi, la mafia appare diversa dalla camorra. La mafia è Stato ed ha le sue colonie a Roma, Milano, Torino, Napoli (Napoli certo), Marsiglia, New York, Chicago; la camorra è dentro lo Stato di Napoli dovunque esso si estenda. La mafia governa migliaia di miliardi, le banche, la droga, i grandi sequestri criminali, gli appalti nazionali, probabilmente la elezione di taluni parlamentari, talvolta persino la designazione di uomini di governo; la camorra lotta ancora e si massacra per il pullulare delle estorsioni, anche le più miserabili, il contrabbando delle sigarette, le tangenti sulla prostituzione. La mafia uccide soltanto chi gli si para dinnanzi, la camorra fa soprattutto strage di se stessa per la spartizione del bottino.
    Se cinque milioni di siciliani si ribellassero alla mafia, non accadrebbe niente. Alla mafia non gliene fotte. Ha un solo nemico che può batterla: lo Stato vero, lo Stato di diritto, con i magistrati che fanno veramente giustizia, funzionari incorruttibili, politici disposti a interpretare con assoluta moralità il loro mandato. Se tre milioni di napoletani si ribellassero alla camorra, la camorra sarebbe morta. Stiamo parlando di ipotesi di fantascienza, ma esse spiegano perfettamente una differenza storica, sociale, politica, umana, criminale, psicologica e in definitiva perciò culturale, poiché ogni cosa accade dentro una società umana, nel bene e nel male, nell'arte o nella violenza, nella filosofia o nell'omicidio, appartiene sempre alla cultura di un popolo.
    Essendo dunque diverse le origini dei due fenomeni, mafia e camorra, pur quasi identiche nell'immagine, debbono essere diverse le valutazioni della lotta e gli strumenti, soprattutto politici e sociali. Che in questo tempo storico mafia e camorra siano alleate e sempre più profondamente complici nell'affare criminale per eccellenza, la droga, non significa che l'una si sia sovrapposta all'altra o sia riuscita a incorporarla. Guai se ciò dovesse accadere. Ci sarebbe un nuovo, terrificante regno delle Due Sicilie, dinnanzi al quale la battaglia dello Stato italiano sarebbe forse definitivamente perduta.

    Da www.claudiofava.it

  7. #7
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito 5 milioni di siciliani bruceranno in un lampo

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", marzo 1983

    Inimitabile destino della Sicilia, posta sempre al centro della storia, di tutte le sue civiltà e di tutte le sue violenze. Un'isola esattamente sulla linea di confine fra due mondi eternamente diversi e nemici, l'Europa e l'Africa, e perciò eterno luogo di battaglia, il posto della confluenza perfetta fra gli interessi militari, economici, politici, persino culturali dei popoli che avanzavano dal mare o calavano dal continente. Chi era padrone della Sicilia era certamente protagonista della civiltà del suo tempo.
    Fra l'altro era una maniera suggestiva e romantica di fare la storia, poiché venivano qui a farsi la guerra, lontano dalle loro case e palazzi, reggie e campi di grano, sulla terra dei siciliani, gli esseri umani presi nel mezzo delle battaglie, calpestati dai cavalli, massacrati alla fine di ogni assedio vittorioso o d'ogni battaglia perduta, erano soltanto siciliani, così le donne stuprate, i bimbi decapitati, i vecchi chiamati a seppellire i morti, le case distrutte, i monumenti abbattuti, i palazzi incendiati. Decidevano, proclamavano: andiamo a conquistare il nostro tempo. E venivano in Sicilia, partivano da due o tre luoghi diversi della terra, cartaginesi, greci, romani, oppure saraceni, svevi e angioini, oppure francesi, spagnoli, inglesi e tedeschi insieme.
    Anche nell'ultima guerra per decidere le sorti del conflitto mondiale dovettero prima scannarsi per conquistare la Sicilia; all'appuntamento c'erano tutti, americani, tedeschi, inglesi, canadesi, australiani, italiani, marocchini, indiani, polacchi, persino mafiosi e assassini tirati fuori da Sing Sing. Bombardarono con i cannoni, le fortezze volanti, le corazzate, demolirono città e paesi, massacrarono decine di migliaia di donne e bambini, svuotarono anche i magazzini del frumento, per un mese a Catania molti sopravvissero cibandosi con bucce di fico e scorze di cetriolo.
    Io ero un ragazzo e rimasi ferito sotto un bombardamento aereo che distrusse il mio paese. Ebbi una gamba e un braccio spezzati, e un occhio quasi lacerato da una scheggia. Mi tennero una settimana in un ospedale da campo, mi ricucirono le ferite e tolsero le schegge senza anestesia. Ci davano un pomodoro al giorno per sopravvivere, dopo una settimana finirono anche i pomodori. Allora scappai; avevo ancora le stesse bende insanguinate e putrefatte del primo giorno, avevo perduto dieci chili, con quella gamba spezzata percorsi venti chilometri per tornare al mio paese, volevo soprattutto disperatamente sapere se mia madre era ancora viva.
    Quando arrivai alla periferia del mio paese distrutto, c'erano i soldati inglesi che rastrellavano i vecchi contadini e i ragazzi delle campagne. Presero anche me e mi dettero una vanga. «Seppellisci quei morti!» dissero. Lungo la strada, accanto al cimitero, c'erano quattrocento miei compaesani morti nel bombardamento di sette giorni prima, una montagna di corpi spezzati, divelti, gonfi, dilaniati, putrefatti, e in mezzo a loro c'erano esseri umani che per anni io avevo salutato per strada, ragazzi con cui avevo giocato, certo anche miei compagni di scuola, nessuno tuttavia riconoscibile poiché nessuno aveva sembianza umana. Con le baionette innestate i soldati inglesi ci spinsero verso quella cosa orrenda. «Seppelliteli!». Con i bulldozer avevano scavato un'immensa fossa in un campo. Io ero un ragazzo, con la gamba e il braccio spezzati, una crosta di sangue su mezza faccia e almeno cinque o sei schegge ancora dentro che l'ufficiale medico non aveva avuto tempo di estrarmi, pesavo altri dieci chili di meno e soprattutto ero convinto che sarei morto per la fame. Ero cioè in uno di quei momenti eccezionali della vita (può capitare una volta, talvolta non capita mai) in cui ci si sente disposti a un gesto di eroismo. Perciò finalmente dissi: «Perché io?». E l'ufficiale inglese, con la benda bianca sul naso e il berretto rosso disse dolcemente su per giù: «because you fall the war and those are your dead people!». Pressappoco: perché tu hai perduto la guerra e questo è il tuo popolo sconfitto!
    Solo molto più tardi nella vita capii che per tremila anni innumerevoli eserciti si erano dati battaglia per conquistare la Sicilia e che comunque i siciliani erano stati sempre sconfitti e avevano dovuto alla fine sempre seppellire i loro morti.
    Questo concetto mi si para perfettamente dinnanzi, autentica verità storica, al cospetto della cosiddetta sindrome-Comiso, cioè della installazione della base di missili nucleari in Sicilia e di tutto quello che sta accadendo intorno. La viltà, anzi la vile menzogna del mondo politico italiano, la impaurita inerzia dell'opinione pubblica italiana dentro la quale ognuno tende ad arroccarsi in cima alla propria montagna nella speranza che i saraceni si limitino a menare strage nella valle, e la sprezzante, quasi crudele indifferenza (sprezzante perché non ha dato spiegazione di niente; e perché crudele lo vedremo subito dopo) degli alti comandi militari che hanno adottato la inaudita soluzione: invece cioè di dotare le difese del Mediterraneo di altri due sommergibili atomici, con missili nucleari, installare la base a Comiso, nel centro della Sicilia, esponendo l'intera regione e tutti i suoi cinque milioni di abitanti a un pericolo mortale. E qui sta il punto: poiché nell'ipotesi atroce di un conflitto fra grandi potenze (dunque né voluto, né deciso dai siciliani) non è Comiso e il suo hinterland - 50-70 chilometri di raggio - a correre il rischio di sparire in un globo di fuoco, ma tutta la Sicilia.
    Qui, sia chiaro, non si sta facendo alcun discorso di politica internazionale, poiché non vedo come possa esistere idea o ideale (a meno della venuta di un nuovo Cristo) tale da turbare o deformare l'equilibrio dei massimi sistemi politici ed economici mondiali. La Nato esiste e l'Italia ne fa parte per libera scelta parlamentare; ovvio quindi che sia fedele ai principi e alle necessità strategiche della grande alleanza occidentale. Qui si discute semplicemente - come è nostro inalienabile diritto - la vita e la morte della Sicilia e dei siciliani, e quanto sia giusto, anche strategicamente, scegliere Comiso per la installazione di una base nucleare, e quanto infine sia morale ingannare la nazione, i siciliani innanzitutto, continuando a far capire che, nell'ipotesi spaventosa di una guerra, solo Comiso sarebbe bersaglio di totale distruzione. Il ragionamento che segue (che non rivela alcun segreto militare ma è frutto di semplice logica) dimostra infatti esattamente la terribile verità contraria.
    Ora è chiaro che, al momento in cui si decida di installare una base di missili nucleari in un territorio delimitato, nessuno stato maggiore, pur formato da paraplegici, stabilirebbe di mettere gli ordigni, ammucchiati tutti insieme in uno spazio ristretto e ben determinato, anzi addirittura pubblicizzato da polemiche, articoli, inchieste, pubblici dibattiti. Già è strategicamente suicida (o idiota se più vi piace) installare una base missilistica su uno spazio individuato e su un'area di pochi chilometri quadrati, poiché significa segnare un cerchietto su una carta geografica, con ordinate e coordinate, e consegnare il progetto all'eventuale nemico: ecco, questo è il vostro bersaglio, potete perfettamente puntare i vostri missili atomici. All'occorrenza premete il pulsante. Ma sarebbe sommamente inutile concentrare in questa base, distruggibile comunque implacabilmente in meno di tre minuti, anche le rampe di lancio e relativi ordigni nucleari, cioè destinare all'annientamento certo, non soltanto il territorio prescelto, ma anche gli stessi mezzi bellici di offesa e ritorsione per i quali la base è stata realizzata. Così fosse il comando supremo della Nato sarebbe una pura convocazione di mentecatti. Un po' come quegli strambi giocatori della infantile battaglia navale sui vecchi quaderni a quadretti, giocata al riparo da pile di libri e vocabolari, i quali ammucchiavano corazzate, incrociatori e sommergibili tutti in un angolo. Basta la solita corazzata di sondaggio dell'avversario e la partita finisce in tre mosse.
    E non crediamo che i reggitori delle sorti militari dell'Occidente siano tali. Nello studiare le posizioni più opportune per una base missilistica, non gliene fotte decisamente niente della sorte di un territorio, del destino delle città, magari nobilissime e antiche che per millenni sono sopravvissute a inondazioni, assedi, pestilenze, terremoti, né della vita di milioni di esseri umani che abitano in quelle contrade; tanto, antiche città e esseri viventi sono italiani, anzi peggio, stavolta sono siciliani, ci sono molti mafiosi in mezzo a loro; ma quanto a mettere tutti insieme in bel mucchio, su quel bersaglio predestinato, tutti i missili atomici, crediamo proprio che siano stati molto più saggi. Cinismo e saggezza infatti possono coabitare. E appunto secondo saggezza hanno certamente deciso di decentrare l'autentico deterrente di offesa-difesa, cioè sparpagliare i missili atomici in luoghi ben distanti dalla base di Comiso, quanto più lontani e mimetizzati possibile in modo da sfuggire certamente ad un primo attacco contro la cosiddetta base madre, e costituire comunque un bersaglio imperscrutabile e difficilissimo, tale che, scampando i missili alla prima imprevedibile aggressione nucleare, possono essere subito utilizzati per un'immediata azione di ritorsione atomica.
    Un missile atomico non è una corazzata; con tutto il suo vettore terrestre è un poco più grande di un Tir, può viaggiare in qualsiasi strada o campagna, essere facilmente mimetizzato in un bosco, nella vegetazione di un fondo valle, in una caverna, in un grande capannone industriale, perché no in una vecchia chiesa requisita come magazzino, in un vecchio tunnel ferroviario. Perciò è logico, perfettamente, inesorabilmente logico, inoppugnabilmente, spaventosamente logico che i missili atomici in dotazione alla base di Comiso saranno decentrati in tutta la Sicilia, in ogni luogo si presti ad una completa mimetizzazione e ad un costante controllo militare. La base di Comiso, quella attorno alla quale schiuma l'ingenua protesta di migliaia di pacifisti, avvengono i sit-in delle femministe, sfilano con cartelli e bandiere i cortei dei lavoratori, è praticamente solo una semplice base logistica e organizzativa, dove avranno sede gli uffici, gli alloggi per la truppa, il villaggio per le famiglie di militari, gli schedari, la mensa, le cucine, la fureria, l'ospedale, il circolo ricreativo, i campi da tennis e la piscina per la giusta ricreazione, forse anche un paio di night club per scapoli, le piste di atterraggio per i carghi volanti che trasporteranno vettovaglie e truppe, probabilmente nemmeno le centrali elettroniche per intuire l'eventuale attacco nemico, centrali di calcolo e punteria per elaborare in pochi secondi, quanti ne restano dall'allarme al grande lampo, i dati di reazione, difesa e offesa. E forse nemmeno i rifugi atomici per coloro che dovranno sicuramente sopravvivere per guidare il lancio dei missili. I missili dislocati in tutta l'isola, in boschi, caverne, tunnel, fondovalli, capannoni e chiese sconsacrate.
    Comiso, come base nucleare, è un grande bluff del quale gli alti comandi e probabilmente anche gli strateghi politici italiani sorridono da due anni.
    E sorridono tutti quegli intrepidi intellettuali e scienziati, sociologi, firmano manifesti contro la base di Comiso, e partecipano alla marcia della pace, fanno i primi dieci chilometri marciando col pugno levato, e poi sgattaiolano in un vicolo dove hanno nascosto la BMW (la Sicilia maledizione è così lontana, c'è anche la mafia, vaffanculo!) e a sera se ne stanno in un salotto o una bettola romana a disegnare cartine e fare calcoli per valutare il raggio del fall-out di un ordigno nucleare che colpisca esattamente Comiso, e quante altre città, paesi e villaggi distruggerebbe tutt'intorno, e quanti milioni di siciliani del territorio morirebbero subito bruciati dal lampo, e quanti altri contaminati potrebbero orribilmente sopravvivere, ciechi, mutilati o rimbambiti. C'è sempre qualcuno che alla fine conclude positivamente che - meno male - alla fine le correnti del vento trasporterebbero la nube radioattiva verso il mare in direzione dell'Africa.
    Qualcuno fa anche dello spirito: così Gheddafi non ci potrà mai colpire con un'atomica perché dopo due giorni la nube radioattiva gli rotolerebbe indietro. Alla maniera di Angelo Musco («Domani il sole illuminerà uno dei nostri cadaveri!» - «Cumpari e ssi chiovi?») l'imbecille di turno conclude: E se cambia il vento?
    La verità è che gli alti comandi - e naturalmente anche alcuni politici italiani di vertice - sanno che la situazione è ben più terrificante. I missili atomici in dotazione ufficiale alla base di Comiso, saranno dislocati in tutta la Sicilia, sicché in caso di un conflitto, l'aggressore non colpirà soltanto l'impianto di Comiso, ma sarà costretto a colpire tutta la Sicilia, ogni luogo, ogni paese, bosco, profonda vallata, montagna dove i missili atomici potrebbero essere nascosti. La previsione è logica come un teorema: cinque, sette, dieci testate atomiche si abbatterebbero su tutta l'isola per distruggere sicuramente il potenziale di offesa nucleare; Non una città o una provincia, o territorio più remoto potrebbe sfuggire alla tragica successione di lampi atomici. L'ipotesi è di una distruzione totale per milioni di siciliani. Questo va garbatamente spiegato anche a catanesi, palermitani, trapanesi i quali magari sulla questione avranno avuto un maligno, spontaneo pensiero: tanto Comiso è nel centro degli Iblei. Certo mi dispiace, però... Comunque una bella lettera di protesta, voglio scriverla. Subito, anzi domani, per ora mi vedo in TV Pippo Baudo con i Siculissimi!


    Da www.claudiofava.it

  8. #8
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito La sconfitta socialista è durata cento anni

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", aprile 1983

    Per tradizione storica il partito socialista rappresenta la forza politica che ha avuto un peso determinante nella evoluzione siciliana. C'è anche una profonda ragione sociale che diventa anche un fatto culturale. Negli ultimi centocinquant'anni l'isola infatti è stata divisa, spesso insanguinata dallo scontro fra due forze totalmente opposte che nascevano proprio dalla profondità della società meridionale come era stata strutturata dalla storia: da una parte le casate nobiliari, i grandi proprietari terrieri che rappresentavano appena il dieci per cento della popolazione e tuttavia possedevano quasi il novanta per cento di ogni ricchezza immobiliare, detenevano la totalità delle cariche, amministravano i pubblici uffici, dalla giustizia al fisco; e dall'altra il poverissimo popolo siciliano, le masse oscure degli operai, manovali, braccianti, contadini, autentici servi della gleba, i quali non possedevano niente, spesso non sapevano nemmeno leggere e scrivere.
    E in realtà la società siciliana degli ultimi centocinquant'anni è stata sconvolta periodicamente da scontri di inaudita violenza e ferocia che avevano la tragica vastità dell'evento storico e che tuttavia la storia d'Europa ha relegato ai suoi margini. Questa isola lontana, rapinosa e selvaggia, arcana e terribile che il visitatore sfiorava appena lungo le coste e il cui interno era un'anima oscura dove nessuno osava penetrare. Chi ha mai saputo effettivamente valutare, sotto il profilo storico, le rivolte dei contadini, esplosioni di collettiva disperazione umana e le immediate repressioni dei grandi padroni ai quali lo Stato (una volta a Bronte persino rappresentato da Garibaldi) prestava le sue truppe per restaurazioni sanguinose. Autentiche ondate ricorrenti nella storia: le moltitudini contadine armate di falci, roncole, bastoni, tridenti che sembravano sommergere di colpo la società, poi lo sgomento, lo scoramento di chi non aveva nemmeno la minima cultura sufficiente per governare il proprio destino, la dispersione, la fuga. E dal riflusso di queste ondate che si lasciavano dietro corpi umani fucilati in mezzo alle piazze, ombre di impiccati, riemergeva l'immobilità degli antichi padroni, il nobile marchese-principe-barone, conte-duca, il grande feudatario, il prete.
    In questo contesto i fasci siciliani rappresentarono un avvenimento di cui forse solo ora si sta cercando di riconoscere la grande forza umana e morale, certamente la prima grande rivoluzione proletaria d'Europa con la quale i poveri tentarono di proporre un tipo di società più giusta, diritti dell'uomo che la rivoluzione francese avevano intravisto e che la restaurazione durata tutto un secolo aveva cancellato. Fu un grande evento morale e politico, un grido che avrebbe dovuto far tremare l'Europa e che si spense nel Meridione d'Italia. E fu anche per la ferocia della repressione una grande tragedia popolare di cui quasi nessuno si accorse.
    Ecco, la funzione storica del socialismo nel Sud, comincia probabilmente ad emergere in quel tempo. In una società così profondamente divisa e lacerata, senza possibilità di mediazione, senza capacità di soluzione che non fosse la soppressione degli uni o degli altri, i socialisti si posero come unica proposta storica possibile. In realtà, fra le due forze contrapposte, stava crescendo, o meglio stava assumendo fisionomia, un terzo strato sociale: la piccola borghesia delle città, gli artigiani che sapevano leggere un giornale, gli studenti, gli impiegati, i piccoli coltivatori che riuscivano finalmente a strappare al padrone un primo lembo di terra, i maestri elementari, i piccoli professionisti, i muratori, fabbri, falegnami i quali non sopportavano più il prepotere dei grandi padroni e nemmeno però desideravano che la trasformazione accadesse con una rivolta che fosse anche una strage. Era un grande ceto emergente, composto da una moltitudine di cittadini senza omogeneità culturale o sociale e tuttavia accomunati da un dato fondamentale, cioè avevano già fatto una prima conquista e non la potevano perdere, possedevano già qualcosa da difendere, fosse soltanto il loro lavoro, la capacità produttiva, la piccola clientela, le speranze culturali. Se fossero stati costretti a scegliere, avrebbero scelto la rivoluzione. Ma sapevano altresì che essa sarebbe finita con un inutile massacro ed una spaventosa sconfitta.
    Il socialismo che nasce nel Meridione è dunque proletario certamente, ma anche astuto, abbastanza acculturato, sicuramente animato da grandi ideali umani ma senza ferocia, aggressivo e prudente, più disposto alla ragione, ama più il grande comizio popolare che le barricate. Gli anni di De Felice in Sicilia e nel Meridione rappresentano questo momento di crescita storica. Fra due grandi istanze politiche, l'una troppo cieca ancora e senza struttura, l'altra troppo gelida e crudele, il socialismo si pone come unica possibilità di soluzione politica.
    Gli eventi storici spezzano questo sogno: la prima guerra mondiale, gli anni del fascismo, la seconda guerra mondiale, gli anni del dopoguerra che per qualche anno ristabiliscono crudamente la contrapposizione antica: i grandi latifondisti e i grandi mafiosi da una parte, la disperata miseria popolare dall'altra. E' in questi anni che i socialisti smarriscono fatalmente la loro identità, sopraffatti dalla violenza della lotta e dalla personalità dei contendenti e dalla loro stessa immutata violenza: da una parte i comunisti che hanno il fascino della grande rivoluzione definitiva e somatizzano qualsiasi alleato o compagno, e dall'altra parte semplicemente soltanto gli anticomunisti, cioè la democrazia cristiana che non ha programmi ma ha saputo scegliere lo slogan vincente.
    Presi nel mezzo i socialisti non hanno la forza, o più semplicemente il coraggio storico di proporsi agli italiani come terza soluzione, quella appunto della ragione, che sia cioè sempre giustizia nella libertà. Forse non hanno nemmeno in quel momento un leader storico che sappia lucidamente interpretare questo grande ideale di evoluzione e indipendenza. Finiscono schiacciati dall'una parte e dall'altra, prima dagli uni poi dagli altri. Siamo ai nostri giorni cioè ad un altro momento storico perfetto per l'ideale socialista. La lotta è dura e difficile come sempre, quando si tratta di andare all'assalto per conquistare cime perdute. Molti dovranno cadere (politicamente) per strada. Bisogna avere coraggio per pagare i prezzi necessari alla storia.

    Da www.claudiofava.it

  9. #9
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Sindrome Catania

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", aprile 1983

    Sindrome Catania è quel tale stato d'animo per il quale, da un anno a questa parte, ovunque in Italia il siciliano viene innanzitutto ritenuto catanese. Ciò perché qualunque cosa sia accaduta in questi ultimi tempi in Sicilia, essa è accaduta a Catania o l'hanno fatta i catanesi. Sono catanesi i cavalieri del lavoro che hanno fatto impazzire mafiologi ed economisti di mezza Europa, che gestiscono ognuno centinaia di miliardi, che costruiscono in ogni parte della Sicilia e dell'Europa, dell'Africa, dell'America del Sud, autostrade, dighe, ponti, grattacieli, chiese, centrali nucleari, chiodi e locomotive. E' catanese l'uomo che viene braccato sotto l'accusa di aver organizzato e personalmente eseguito con un Kalashnikoff l'assassinio del generale Dalla Chiesa. E' catanese la Procura generale sottoposta a inchiesta del consiglio superiore della magistratura per accertare se clamorose indagini su evasioni fiscali e collusioni mafiose abbiano subito colpevoli ritardi o siano state addirittura imboscate. Tutto sommato è anche catanese la cooperativa di giornalisti che realizza questo giornale, unica cooperativa giornalistica in tutta Italia che possieda i suoi strumenti editoriali, sia proprietaria del giornale che realizza e non abbia alle spalle alcun potere politico e finanziario che possa deviarla dalla verità. E' catanese l'unico teatro stabile del Sud: nemmeno Napoli e Palermo che hanno maestà e presupponenza di autentici capitali ci sono riuscite. E' catanese altresì quel tipo di Siciliano, che gli altri italiani ritengono il più perfettamente siciliano ma che non rassomiglia ad alcun altro siciliano, che non è triste, né superbo, né tragico, né lamentoso, ma sempre allegro, sempre sprezzante, sfottente, ridente. Catanese è infine il dialetto siciliano che gli altri italiani conoscono, lingua parlata da Giovanni Grasso, Angelo Musco, Turi Ferro, una maniera di parlare nella quale non si capisce mai se il catanese stia parlando sul serio o da un momento all'altro ti scoppi a ridere in faccia.
    Non è senza motivo dunque che gli italiani abbiano la sindrome Catania, e allora noi senza voler fare scienza della società, e nemmeno tentare di definire se questa sindrome sia inganno o verità, dovuto rispetto o malattia, e quanto questa sia grave o inguaribile, cercheremo più semplicemente di capire cos'è Catania, anzi più esattamente chi è il catanese. E quanto egli sia diverso dagli altri nel bene e nel male.
    Dicono che Catania, onde potersi confrontare con Palermo, anzi paradossalmente affrancarsi da Palermo, alla fine si sia inventata la mafia. Per entrare da protagonista negli affari giganteschi della droga, per proteggere politicamente e giudiziariamente i crescenti imperi finanziari, e infine per poter eliminare chiunque (leggi Dalla Chiesa) avesse in animo di opporsi. La realtà probabilmente è un'altra. La realtà è che il catanese è diverso (ecco la sindrome) da ogni altro italiano anche nella criminalità, anzi della genesi stessa della criminalità.
    Le ragioni del catanese sono infatti esattamente il contrario di quelle che muovono la violenza criminale in altre grandi città italiane. Ad esempio Milano è devastata da violenze esterne che arrivano nella metropoli contemporaneamente al flusso migratorio del Sud: decine, centinaia di migliaia di individui che Milano chiama per fornire di braccia la sua evoluzione industriale, una moltitudine di meridionali per lo piú miseri braccianti, contadini, pecorai, manovali, gente povera sradicata da paesi che sembrano di un altro universo e che si porta appresso la speranza di un riscatto sociale, il sogno di una casa confortevole e di un buon salario, ma anche la disperazione di un viaggio senza ipotesi di ritorno e quindi una capacità di violenza dinnanzi a un eventuale inganno. E la grande metropoli (diciamo Milano per citare anche Torino) non riesce ad accogliere tutti, gelidamente accoglie soltanto la forza umana e appaga i sogni di quanti le sono utili o indispensabili; gli altri, i superflui, li rifiuta, li respinge verso i ghetti sordidi della periferia, nei tuguri dove le famiglie si ammucchiano in un unico ambiente, negli stanzoni dove venti persone, calabresi, siciliani, napoletani, dormono insieme peggio che nei lager di Dachau.
    Gli alien della miseria, ignoranza, dolore, violenza. Dopo sei mesi sono disponibili a tutto pur di sopravvivere, pur di non tornare nel Sud, nell'antico paese spopolato, a bivaccare dinnanzi a un bar con cinque sigarette soltanto in tasca, ad attendere un lavoro che non arriva, a studiare tutte le arti del leccaculo per un posto di bidello. Trentamila, cinquantamila, forse centomila emarginati, nessuno riesce a capire nemmeno quanti siano, poiché arrivano continuamente, scompaiono, tornano. Basta un criminale di piccolo genio, basta soltanto che uno di loro abbia maggior carica di violenza, più astuzia e fantasia, per radunare attorno a sé un gruppo disponibile ad ogni malvivenza: rapine, scippi, estorsioni, contrabbando, sequestri. Da ogni parte di questa periferia muovono alla conquista della metropoli che li ha chiamati con la seduzione delle sue fabbriche e però li ha respinti, e perciò ingannati. Cioè Milano (o Torino) viene assalita dagli altri, dai diversi, dagli alien .
    Bastano le definizioni popolari: «la famiglia dei calabresi», «la cosca dei palermitani», «i fratelli di Mergellina», «il clan dei catanesi» tutti lanciati all'assalto delle grandi prede che la metropoli sprezzante, la grande città gelida e senza cuore, e tuttavia inerme e indifesa, offre alla cupidigia dei disperati: le case da gioco clandestine, i night club, la prostituzione, il racket delle estorsioni, il contrabbando della droga. Spesso in lotta mortale gli uni contro gli altri, per il predominio criminale, ma tutti insieme con eguale ferocia, contro l'immensa città che gronda denaro, trasuda opulenza, pullula di vetrine, grattacieli, empori, ciminiere, e non ha avuto nemmeno il pudore di riconoscere la loro miseria.
    A Catania il processo è incredibilmente l'opposto. A Catania negli ultimi quarant'anni non sono arrivati i miserabili dall'interno dell'isola, ma decine di migliaia di famiglie borghesi le quali non cercavano dignità civile, ma prestigio sociale nella più grande città dell'oriente siciliano: agricoltori che vendevano le loro terre per trasferire i piccoli capitali in speculazioni edilizie, giovani professionisti, medici, avvocati, architetti, ingegneri che fuggivano la tetraggine della provincia per scoprire ben altri spazi di lavoro e di affermazione, commercianti che vedevano la loro piccola economia vacillare nei paesi sempre più spopolati dalla emigrazione, e radunavano le forze per tentare nuova fortuna in una città che era l'unico grande emporio di approvvigionamento per almeno sei province e per tre milioni di abitanti, studenti che interrompevano gli studi universitari perché avevano trovato una collocazione politica.
    Tutta gente avida, forte, talvolta rapace, spesso dotata di talento, con quella limitata ma precisa preparazione culturale della provincia che riempie i lunghi tedii invernali di letture e polemiche intellettuali, gente comunque animata da fantasia e spirito di iniziativa, indotta dallo stesso complesso di inferiorità ad una aggressività costante, in tutti i settori: gli ospedali, la scuola, l'edilizia, i commerci, le professioni, gli appalti, la politica.
    In quarant'anni gli immigrati e comunque i più abili, preparati, aggressivi, intelligenti, si sono impadroniti della città, conquistando almeno il settanta per cento di quel livello sociale che conta e dirige un grande centro civile: le docenze universitarie, le cariche di partito, le clientele professionali, le cliniche, le costruzioni, gli appalti, gli alberghi, le presidenze, le banche. Eccoli i cavalieri del lavoro! Solo un paio di loro sono catanesi, gli altri arrivano dalla provincia, da piccoli paesi, e arrivano quasi sempre con dignitosa povertà, in punta di piedi, con il silenzioso garbo che ha sempre il provinciale che si accosta a Catania e teme che il suo accento ne possa svelare le origini, dapprima una bottega, un piccolo appalto, l'ammissione al salotto borghese, la benevolenza del politico, un negozio più grande, un altro appalto più vasto, un grande magazzino, un palazzo, dieci, cento palazzi, l'industria, l'amicizia del sottosegretario o ministro, dell'alto magistrato, del funzionario di vertice, la villa regale e misteriosa, il grande motoscafo bianco. Mi piace abitare in quell'albergo, è aristocratico e riservato. Me lo compero! Catania non sarebbe Catania se non avesse avuto i cavalieri del lavoro, i quali hanno dato una misura aritmetica all'anima catanese; il denaro, tutto si può fare con il denaro, comperare potenza, buona salute, prestigio e amicizia, e una misura psicologica: l'individualismo, il piacere di essere solo e diventare il solo padrone.
    I cavalieri del lavoro vennero in povertà e silenziosamente dai lontani centri della provincia, erano stranieri e tuttavia interpretano perfettamente l'anima catanese, anzi ne danno rappresentazione. Qui c'è la sindrome. Mentre gli immigrati infatti si impadronivano di Catania, contemporaneamente si verificava un fenomeno quasi magico, anche questo tipicamente catanese e che appartiene a pochissime altre città italiane, forse solo a Milano: cioè gli immigrati smarrivano velocemente la loro identità provinciale, le abitudini, le superstizioni del loro territorio, persino la cadenza dialettale, e diventavano perfettamente catanesi, nel linguaggio, nella presupponenza, nello sfrenato individualismo, persino nell'allegria del rapporto con la vita. Catania ha questa facoltà straordinaria: si fa conquistare docilmente da chi arriva e contemporaneamente lo trasforma e lo fa suo.
    Questa moltitudine umana arrivata da Caltanissetta, Ragusa, Agrigento, Enna, Caltagirone, Licata, Modica, Lentini, Augusta, decine di migliaia di individui che si portavano appresso non soltanto le famiglie ma anche tutti i loro beni economici, ha dilatato l'economia della città e la sua stessa estensione territoriale. Dapprima ha acquistato gli appartamenti migliori del centro, poi ha edificato migliaia di nuovi terrificanti palazzi, quindi si è impadronita di tutta la zona pedemontana, che sovrasta la città, e dell'intera riviera fino ad Acitrezza, dove ha costruito villaggi residenziali con piscine, campi da tennis, parrucchieri, boutique, alimentari; le famiglie possono abitarci senza necessità nemmeno di uscire, il principio è quello stesso del ghetto, però confortevole, soave, al riparo da ogni pericolo. Tutta la grande plaga verde, da Acicastello ad Acireale, fino a San Gregorio, Gravina, S. Giovanni La Punta, Mascalucia, Tremestieri, si è popolata di villaggi così, quasi invisibili: appaiono per un attimo fra un giardino e l'altro e scompaiono fra una collina e l'altra, in quel misterioso Eden abitato dai duecentomila catanesi più ricchi.
    Catania ha conglobato tutti gli splendidi paesini che le facevano corona, li ha trasformati in altrettante città satelliti dalle quali, ogni giorno, per strade diverse, calano tutte in una volta cinquantamila automobili, e all'imbrunire se ne risalgono.
    Sono gli industriali, i titolari dei grandi commerci, gli appaltatori, uomimi politici, alti magistrati, grandi professionisti, docenti dell'Ateneo, deputati, architetti, funzionari. Nel vecchio centro della città sono rimasti gli impiegati, studenti, operai, artigiani, piccoli commercianti, droghieri in mezzo ai quali non è più possibile distinguere il catanese nuovo dall'antico: costui sospinto sempre più in basso, verso la pianura, verso Sud, negli sterminati quartieri popolari che hanno nomi mitici e terribili, San Cristoforo, zà Lisa, Fortino, Antico Corso, un dedalo di strade, vicoli, cortili, palazzi fatiscenti, ai quali si sono addossati i nuovi quartieri popolari, subito infami e tristi, nuovo San Berillo, Librino, Monte Po, i duecentomila catanesi più poveri, pescatori, manovali, braccianti, in un territorio dove i servizi sociali, le condutture idriche, le fogne, le scuole, sono ancora quelle di cento anni fa.
    Qui, in questa serie di lager, dove non c'è nemmeno spazio per una partita a calcio fra ragazzini, è maturata la criminalità catanese la quale, come tutte le cose di questa singolare città, ha avuto una ragione delinquenziale, diremmo addirittura una immagine sociale e politica, completamente diversa da ogni altra: migliaia, forse decine di migliaia e quasi tutti giovani. Figli di quella parte più povera della popolazione che si è fatta letteralmente espropriare della città, ricacciati ai margini nella indifferenza quasi brutale delle pubbliche amministrazioni, si sono lanciati alla riconquista di Catania: prima lo scippo, il furto, il borseggio, poi la rapina al passante, alla ricevitoria del lotto, alla banca, infine l'estorsione.
    Qualunque cosa si dica o si neghi, il novanta per cento delle iniziative economiche o degli esercizi commerciali, da anni pagano una tangente criminale. Ogni tanto la città si insanguinava per uno scontro fra gruppi che si contendevano la supremazia su un quartiere. Centinaia di omicidi. Fra gli assassini e le vittime mai un forestiero, sempre catanesi. Finché i gruppi hanno cominciato ad integrarsi per gestire interessi criminali sempre più vasti, gli scontri sono diventati più feroci, autentiche battaglie con mitra e bombe a mano. La mafia è nata così, quando i clan vincenti sono stati fatalmente chiamati a soccorrere il traffico di droga, decine e centinaia di miliardi che sono costretti a sfiorare Catania.
    Una genesi criminale folgorante. Questa è una città nella quale, in pochi anni, un piccolo politico di paese può diventare governatore di un territorio, e un oscuro appaltatore di provincia può trasformarsi in cavaliere del lavoro che fa diventare oro tutto quello che tocca, e un amabile imprenditore, amico dei buoni salotti borghesi, che fino a qualche mese fa stringeva la mano a prefetti e deputati, essere accusato di aver ucciso Dalla Chiesa. Sindrome Catania.
    La sindrome sta nella diversità. Quasi un modo diverso di intendere la vita, anzi il piacere della vita, il rapporto fra l'uomo e gli altri uomini. Per esempio a Catania non ci sono mendicanti. Anche questo, in una Italia dove l'accattonaggio è una tradizione quasi popolare (l'accattone, con la prostituta e il ladro appartengono a tutta una letteratura italiana romantica) è un fatto straordinario. Ogni grande città italiana ha i suoi mendicanti, anzi il suo genere di mendicanti: Milano l'accattone ubriaco e fastidioso, che ti segue in mezzo alla folla e ti sta dietro per un chilometro, cerca di salire anche sul tuo tassì; Roma pullula di mendicanti che hanno carattere residenziale, ogni strada ha il suo, come Londra ha il policeman di quartiere, passeggiano lentamente, alla lunga gli abitanti della zona provano anche soddisfazione a essere riconosciuti e salutati con rispettivo titolo accademico; a Napoli in piazza Garibaldi c'è un mendicante che fa il giro di tutti i ristoranti tre volte al giorno travestendosi in tre guise diverse, da ammalato grave, fino a mezzogiorno, da frate cappuccino con la cassetta degli oboli nel pomeriggio, e da disoccupato ebete la sera; a Palermo nel viale Ruggero di Lauria c'è un uomo di mezza età, triste, untuoso, cadente, che chiede l'elemosina fino alle sei del pomeriggio, poi accende una sigaretta, si mette in testa un berrettino militare e fa il guardamacchine, tratta con tristezza ma con maestosa arroganza (il palermitano ha sempre la maestà del suo stato), lo stesso che un'ora prima gli ha fatto l'elemosina. A Catania gli ultimi tre mendicanti famosi scomparvero negli anni Sessanta, forse uccisi da una totale mancanza di elemosine, forse sopraffatti dalla vergogna di essere i soli accattoni in una città che ormai provava solo disprezzo per la povertà. Uno era cieco, autenticamente cieco poiché gli mancavano tutti e due gli occhi, il quale andava adagio adagio per via Umberto, con un pastrano militare, un mandolino e un cane. Il cane andò sotto un autobus, il mandolino glielo rubarono, il cieco scomparve. Un altro era un uomo che si diceva fosse stato un ex cocchiere, impazzito per la morte della sua vecchia giumenta. Si diceva che ne fosse innamorato. Chiedeva l'elemosina per via Etnea, era piccolino, cadente, con un lungo naso come Jimmy Durante, ogni tanto però faceva un terribile nitrito, s'impennava a mo' di cavallo e cominciava a galoppare fra la folla. Gli correvano tutti appresso. Il terzo era un grande vecchio sordomuto, con un'immensa barba bianca e un violino, camminava da una chiesa all'altra suonando il violino, ma poiché lo strumento non aveva corde egli cercava, con un suono stridulo di gola, di imitare la musica. Essendo sordo non si capiva dove mai avesse ascoltato musica e quindi come potesse eseguirla, e infatti emetteva solo un terribile lamento. Lo ritennero tutti sempre un imbroglione (in dialetto si direbbe un tragediatore) e in una città come Catania, dove ognuno si ritiene d'essere il massimo dei recitanti, era un difetto imperdonabile. La sua uscita di scena fu memorabile, salì sui gradini della Collegiata e volgendosi alla folla della messa domenicale gridò: «Tutti stronzi!».
    Ecco, bisogna a questo punto capire quanto e come il carattere di un catanese possa essere diverso da ogni altro. La misura della sindrome. Affacciandosi da un balcone straniero, su una grande piazza per la quale passeggiano centinaia di sconosciuti d'ogni regione europea, dopo un quarto d'ora, solo a sentirli parlare e vederli muoversi, si può essere in condizione di dire: Quello è catanese! Infatti sta recitando. Parlando del catanese balza sempre il confronto con il palermitano. Il regno delle due Sicilie. Fra tutti gli italiani, infatti, catanesi e napoletani sono ritenuti i più recitanti. E' vero, ma la differenza è profonda: due arti diverse. Il napoletano imbroglia, truffa, inganna per bisogno, e perciò con civiltà, educazione, bonomia, quasi che la vittima dovesse già sapere di essere ingannata e dovere prestarsi amabilmente al gioco: «Dovete scusare, grazie tante!». E il catanese invece per spavalderia, con la convinzione di essere più astuto, intelligente, fantasioso e perciò con una punta di disprezzo per la vittima: «Ma quanto sei coglione!»
    In entrambi i casi c'è comunque alla base una ineguagliabile capacità teatrale. Fatto è che fra tutte le popolazioni italiane e probabilmente europee, catanesi e napoletani, per vocazione, per divertimento, per capacità psicofisica sono anche i più portati alla recitazione, cioè alla interpretazione di personaggi diversi da quelli che sono, e non a caso sono dunque le due popolazioni più teatrali. Gli piace, si divertono, ci riescono; pensate che formidabile teatro, ineguagliabile, sarebbe stato quello che avesse posto accanto Angelo Musco e Raffaele Viviani o sarebbe quello che riuscisse a porre, l'uno con l'altro, l'uno contro l'altro, sullo stesso palcoscenico Turi Ferro e Eduardo De Filippo.
    C'è sempre una differenza sostanziale. Il napoletano fa teatro (e quindi nella vita imbroglia, finge, recita, ricamuffa) con sentimento, il catanese con ironia, il napoletano in fondo crede al personaggio che interpreta sulla scena o rappresenta nella vita, sia esso camorrista o mendicante, comandante di flotta come Lauro e malvivente come Michele o' pazzo, collera, pietà, dolore, invocazione, devozione sono sentite e autentiche.
    Il catanese invece sta dentro il personaggio con distacco, beninteso tecnicamente in modo perfetto, in modo che nessuno mai capisca come egli sia in realtà un altro, ma in verità se ne fotte, la sua volontà, anzi il suo più intimo piacere non è quello di commuovere gli altri, ma come volgarmente si suol dire, prenderli per il culo e quanto più tutto questo è perfetto, tanto più il catanese si diverte, e si ritiene effettivamente migliore. Lui individuo naturalmente. Poiché c'è anche questo. Che il napoletano, uomo solo, si sente partecipe di quella cosa segreta, fantastica che è l'essere napoletano, la napoletanità, il mondo straordinario di musiche, dolori, invenzioni, miseria, poesia, speranze, bellezza che è Napoli nel suo insieme, case, gente, mare, colori, violenza, mentre il catanese, pur essendo catanese perfettamente anche nello scheletro, ritiene di essere esclusivo cioè unico esemplare vivente con idee, pensieri, sogni, violenze, desideri, capacità evocatrici, potenza sessuale, fantasia erotica, istrioneria, genio di recitazione: sono impareggiabilmente suoi e di nessun altro. Tutti così, da Giovanni Verga allo spazzino, il genio e l'analfabeta. Sicché Catania è fatta da un milione di catanesi, tutti con la stessa anima ed ognuno convinto di avere un'anima propria, singola e ineguagliabile. C'è qualcosa di filosofico in tutto questo. Di positivo e negativo. Di attivo e passivo. La sindrome. Emanuele Kant ci si sarebbe rotto la testa.
    Catania dunque integralmente siciliana tuttavia profondamente diversa da qualsiasi altra cosa o luogo, o popolazione, o difetto, o virtù dei siciliani. Il siciliano silenzioso, triste, duro, antico, maestoso come i palermitani, amaro come i nisseni, mite come i ragusani, sognante come i siracusani, e invece il catanese che parla sempre, ride, grida, sfotte, il catanese allegro, senza amore che non sia anzitutto per se stesso, senza sogni che non siano i suoi personali e inconfessabili, il catanese che nel profondo ritiene probabilmente perfezione erotica nutrire desiderio solo per se stesso. Questo catanese che per essere tale, certamente ha in dispregio la violenza e l'assassinio: essendo già il migliore, l'unico, che bisogno ha della violenza per dimostrarlo, basta l'ironia, ecco l'ironia dà veramente un senso compiuto e definitivo di perfezione all'individuo, homo katanensis, ironia per tutto, anche per la morte che è una cosa dovuta, trappola, scherzo, infamia, beffa organizzata da qualcuno che non si sa chi e non si sa perché, astuto e sfottente che si sente ancora più fantasioso, briccone, astuto e sfottente di un catanese e al quale va apposta altrettanta ironia, e se possibile anche uno sberleffo.
    Il mese scorso è morto un amico mio, il medico diceva: ma no, stia sereno, roba da niente, una piccola nevralgia, ma lui aveva capito perfettamente che aveva solo due settimane, convocò gli amici, comunicò loro l'imminenza della morte, gli amici sapevano che era vero, ma finsero che fosse uno scherzo; ma smettila, ma vaffanculo! recitarono tutta la sera, si abbuffarono, andarono insieme a puttane.
    La sindrome. Una città che ritiene di non aver bisogno della violenza, poiché gli basta l'ironia, che si inventa, e realmente diventa la prima città mafiosa.


    Da www.claudiofava.it

  10. #10
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,727
    Mentioned
    38 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Sciascia Alien

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", maggio 1983

    I siciliani più famosi degli ultimi trenta-quarant'anni sono stati il bandito Giuliano, l'onorevole Mario Scelba, il principe Tomasi di Lampedusa, il premio Nobel Quasimodo, l'arbitro Lo Bello, lo scrittore Leonardo Sciascia e Pippo Baudo. Non mettiamo nel conto Elio Vittorini e Vitaliano Brancati, i quali furono grandi ma non certo altrettanto famosi. A seconda dei punti di vista abbiamo dato molto, o molto poco, alla civiltà italiana.
    Nel momento storico attuale i siciliani sono in crisi. Il bandito Giuliano è oramai soltanto un riferimento antologico della storia mafiosa, il senatore Mario Scelba (l'uomo il quale esemplificò come la democrazia si possa difendere con metodi tirannici) forse il vero fondatore del regime democristiano, affonda nelle brume della lontananza con tutti i suoi ricordi, compresa l'ultima notte di Salvatore Giuliano. Il principe Tomasi di Lampedusa viene soltanto citato per il film di Luchino Visconti e per il famoso dialogo fra il Gattopardo e il piemontese Chevalley sul mortale privilegio d'essere siciliani. Salvatore Quasimodo nessuno lo conobbe veramente mai in Sicilia, è sui libri di testo, requiescat! L'arbitro Lo Bello amministra in Parlamento il suo onorevole tramonto, non diventerà mai sottosegretario o ministro, è ingrassato, non rassomiglia più a Clark Gable, è certamente uno dei democristiani più preparati e garbati e forse per questo, un giorno o l'altro, il suo partito gli farà improvvisamente le scarpe. Sic transit.
    Restano Pippo Baudo e Leonardo Sciascia, l'uno delegato ad ammansire ogni domenica pomeriggio disperazioni, malumori e ribellioni degli italiani; l'altro che continua gelidamente a spiegare la necessità di una grande rivoluzione e la contemporanea impossibilità di realizzarla.
    Probabilmente non è esistito mai, almeno nella cultura, un siciliano che fosse così profondamente siciliano come Sciascia, nella antichissima saggezza, tremila anni di dolori, paure, violenze patite o inferte, solitudine, e quindi il genio che nasce appunto dalla storia e dalla solitudine, e questo genio unito alla saggezza, alla pazienza, a un costante onore della morte. E tuttavia nella cultura siciliana non esiste un siciliano capace di guardare ai fatti umani con altrettanto distacco intellettuale, con un cuore così gelido, il rifiuto definitivo delle passioni umane (che non siano avidità e potenza) quali cause degli eventi. Sciascia siciliano come nessun altro, e tuttavia completamente diverso da ogni altro siciliano. Alien Sciascia.
    Dieci pensieri, dieci riflessioni per capire chi è veramente, e perché, questo alien Sciascia.


    1) In compagnia dei morti

    Sciascia è il più grande scrittore italiano, certamente l'unico a livello europeo. Una ideale graduatoria dei grandi narratori italiani potrebbe essere la seguente: Verga, Pirandello, Manzoni, Sciascia, Moravia, Tomasi di Lampedusa, Italo Svevo, Brancati, Vittorini, Marotta. Certo una graduatoria siffatta può essere infinitamente discussa: mancano quasi del tutto gli autori moderni, come se la cultura del nostro tempo fosse scaduta definitivamente a livelli miserabili; e i siciliani sono davvero tanti e sicuramente troppi, come se l'ispirazione poetica, e dunque politica e sociale, da cento anni divampasse solamente al Sud. Ma in verità chi sono i narratori italiani moderni che, al di fuori della retorica politica, o della esasperazione commerciale, cioè senza l'avallo dei grandi partiti o l'amicizia dei grandi editori, ma semplicemente per privilegio del loro talento, possano essere considerati oggi, in Italia, grandi narratori? Non a caso, in quei primi dieci, fatta esclusione di Moravia e Sciascia, tutti gli altri sono morti, cioè protagonisti di una cultura che non ci appartiene più.

    2) Amante di Medea

    Sciascia sarebbe stato il più grande giornalista vivente poiché, come nessun altro, possiede quella che dovrebbe essere la qualità essenziale del giornalista: la capacità di sintesi. Egli osserva l'evento da ogni parte, Sciascia sempre fermo con i piccoli occhi aguzzi puntati, e l'evento che si muove, corre, torna, si capovolge, rigira, appiattisce, s'aguzza, modifica, rinsecchisce, esplode, e Sciascia sempre fermo, lo vede da ogni parte, alla fine è in condizione di descriverlo perfettamente. Essendo rimasto immobile al suo posto egli ha potuto misurarne la velocità di evoluzione e, a mano a mano che esso si spostava, osservarlo nelle sue diverse esposizioni, e quindi perfettamente conoscerlo a differenza di coloro che, per passione o umano interesse, viaggiano insieme all'avvenimento o dentro l'evento stesso, e quindi conoscono soltanto e sempre un aspetto. Il loro. Laddove gli altri bruciano, Sciascia rimane gelido: né dolore, pietà, commozione possono spostare di un'unghia il suo pensiero sull'evento umano. Nell'eterna lotta fra la ragione e il sentimento egli è stato immobile sempre dalla parte della prima. La sua grandezza è anche il suo limite. Sciascia è il gelido, immobile cervello elettronico: dall'altra parte una ingannevole gozzoviglia di lacrime, sudore, sangue, Amleto, Ecuba, Otello, Giulietta, Odisseus, Karamazoff, Bovary... Un'idea bizzarra, fantastica: immaginare Sciascia amante di Medea!

    3) Prolegomeni sulla mafia

    Sciascia è un genio e viene definito mafiologo.
    Sciascia ha scritto libri di filosofia politica che hanno anticipato di anni le tragedie della politica italiana e i melensi speaker televisivi continuano a dire: «E' qui con noi il mafiologo Sciascia!». E Sciascia allarga la sua strana faccia da batrace in un sorriso di ironica condiscendenza. In effetti Sciascia sa tutto della mafia, ma come Kant sapeva tutto dei prolegomeni. Lui non ha fatto mai racconto della mafia, né interpretazione, ma semplicemente la filosofia della mafia. Le ha dato una patente di dignità intellettuale, ha costretto statisti, politologi, governanti a trattare di mafia come uno degli argomenti fondamentali del nostro tempo.
    Sciascia, se non fosse stato, per avventura umana e scelta civile, il più spietato e lucido avversario della mafia, sarebbe stato il piú geniale dei mafiosi. La ipotetica repubblica mafiosa di domani avrebbe, in tutte le sue piazze, statue di Sciascia come la becera repubblica di oggi ostenta indegnamente quelle di Garibaldi. La vita può fare di questi giochi per i quali naturalmente non esiste la prova del contrario. Dipende dal luogo dove si nasce, dal padre che ti genera, dall'ambiente che ti alleva, dai dolori e dalle speranze che accumuli. Qualsiasi essere vivente instrada le sue capacità intellettuali nella direzione in cui il suo personale contesto lo conduce. L'uomo Cutolo, se fosse nato da una famiglia di contadini rivoluzionari del Sudamerica, sarebbe stato probabilmente Simon Bolivar. Naturalmente non è una regola assoluta. Naturalmente esiste per ogni vivente uno spazio di libertà dentro il quale l'anima può riuscire a sopraffare tutte le condizioni, gli adescamenti, le necessità dell'ambiente. Ma accade forse solo ai santi.

    4) A ciascuno il suo ruolo

    Sciascia è convinto che la mafia sia un sottile gioco di cervello. La condizione umana non è influente: la povertà, l'ignoranza, il dolore non entrano nel gioco. Il mafioso è tale per composizione storica di elementi: psicologia, tradizioni, contrapposizioni d'interesse. In tutti i libri di Sciascia la violenza degli uomini è mossa soltanto dal fatto di essere già all'inizio personaggi definiti. In nessuno di tali personaggi, dietro la violenza, ci sono mai la sofferenza sociale dell'uomo, il dolore dell'individuo, la sua disperazione di potere altrimenti modificare il destino, e cioè gli antichi ed immutati dolori del Sud: miseria, solitudine, ignoranza.
    I personaggi entrano in scena e sono già disegnati, con tutti i loro abiti indosso, ognuno deve recitare la sua parte già scritta, senza mai spiegare il perché, essi sono il buono, il cattivo, l'uccisore, il testimone, la vittima, senza mai dare spiegazione, com'è accaduto: per quale dolore, ribellione o inganno quel tale sia nel ruolo di assassino e l'altro in quello della vittima. Può accadere che ci sia thrilling, poiché Sciascia ha anche questa geniale perfidia letteraria di utilizzare il mistero, per cui tu non capisci ancora chi sia il giusto o l'ingiusto, l'assassino o la vittima, ma al momento in cui il thrilling si risolve, tu ti rendi conto che quel giusto era giusto fin dall'inizio, e così anche l'ingiusto, l'assassino e la vittima, sei tu mediocre a non averlo capito prima.
    E' come se Sciascia entrasse nel teatro in cui si recita l'essere siciliani a spettacolo già cominciato e volesse interpretare i protagonisti solo per quello che dicono. Il resto, il passato, il già detto e già avvenuto non influisce. E' ombra. L'intuizione diventa più difficile. Il gioco intellettuale più affascinante.

    5) Universo senza donne

    Sciascia non narra mai di grandi passioni sentimentali. Nel suo universo la donna, come costante essenziale di tutte le altre vicende umane, non esiste.
    Protagonisti sono i capipopolo e gli assassini, i cardinali, i ruffiani, i colonnelli dei carabinieri, i ministri, i confidenti di polizia, i teologi, i viceré, gli accattoni: la donna mai!
    In quello che probabilmente resta il suo libro esemplare, per perfezione narrativa e nitidezza di significati morali, "Il giorno della civetta", unico personaggio femminile presente in tutto l'arco del racconto è la vedova Nicolosi, che praticamente costituisce il perno dialettico dell'intera vicenda: il marito è stato assassinato per un delitto di mafia, e tuttavia qualcuno vuole dimostrare com'egli sia stato semplicemente trucidato da un misterioso amante della donna. C'è, per un attimo, un presentimento da tragedia greca. Ma appena la vedova Nicolosi fa un passo avanti (che diamine, l'uomo che hanno ucciso era il suo uomo, tutto dovrebbe gridare vendetta, violenza, passione in lei) Sciascia la ricaccia subito gelidamente indietro. E' gelido anche nel descriverla, quasi con l'involontaria ironia di un verbale di carabinieri:
    «Era bellina la vedova; castana di capelli e nerissimi gli occhi, il volto delicato e sereno ma nelle labbra il vagare di un sorriso malizioso. Non era timida. Parlava un dialetto comprensibile. Qualche volta riusciva a trovare la parola italiana, o con una frase in dialetto spiegava il termine dialettale!».
    Tutta la storia d'amore di questa donna, giovane, bella, alla quale hanno letteralmente strappato il marito per farne pupo da zucchero (un dolce tipico siciliano che si regala ai bambini nel giorno dei Morti), tutta la passione, i fremiti, il desiderio tradito, il dolore, la violenza sensuale, i sogni spezzati, l'essere donna di questa vedova, tutto il suo grido di femminilità violentata, si racchiude in questo placido periodo, allorché ella racconta il suo rapporto con l'ucciso:
    «Egli ha conosciuto me ad un matrimonio: un mio parente sposava una del suo paese, io sono andata al matrimonio con mio fratello. Lui mi ha vista e quando quel mio parente è tornato dal viaggio di nozze, lui gli ha dato incarico di venire da mio padre per chiedermi in moglie. Dice "è un buon giovane, ha un mestiere d'oro", e io dico che non so che faccia ha, che prima voglio conoscerlo. E' venuto una domenica, ha parlato poco, per tutto il tempo mi ha guardata come fosse in incantamento. Come gli avessi fatto una fattura, diceva quel mio parente. Per scherzare, si capisce. Cosi mi sono persuasa a sposarlo!». Nelle donne di Sciascia non ci sono proiezioni d'ombre e trasalimenti di Ecuba, Fedra, Medea, nessuna femminilità tragica e furente, nessuna donna come madre della vita. Il rapporto sentimentale fra uomo e donna è sempre grigio, usuale, senza misteri. Sciascia probabilmente non ritiene la donna pari all'uomo, né come individuo, né dentro la storia. Una aggregazione, una appendice, un elemento di spettacolo. Le donne: mogli, amanti, duchesse e puttane, vengono sulla scena a recitare la loro parte e basta. Sono ininfluenti, emettono suoni, non comunicano sentimenti. Comparse che servono semmai alla battuta del maschio, alla sua riflessione; al più sono comprimarie utili al dialogo, in cui tuttavia gli uomini protagonisti formulano infine il pensiero essenziale, l'unico degno di rispetto.

    6) Individui nella storia

    Sciascia non ha un'idea politica precisa. Quasi certamente è convinto che la politica sia un mezzo che la società offre all'uomo per realizzarsi come individuo, non certo uno strumento della società per risolvere i suoi problemi. A giudicare dai pensieri e dagli atteggiamenti dei suoi personaggi (quasi sempre i pensieri dei personaggi coincidono inconsciamente con quelli dell'autore) Sciascia è una specie di liberale di sinistra, politicamente fermo alla Sicilia del dopo Crispi, nella quale i grandi problemi della società potevano essere risolti dal superiore talento di alcuni uomini, mai dalla trascinante violenza o dalla ribellione e disperazione delle masse. Queste grandi forze possono essere utilizzate storicamente da alcuni individui, mai essere protagoniste. Anche la politica dunque non è uno scontro dei bisogni popolari dell'umanità, che non ha perciò cicli politici in evoluzione, l'uno diverso dall'altro e determinati da nuove, profonde necessità storiche, da un eterno gioco di poche intelligenze opposte che, di volta in volta, interpretano situazioni storiche e se ne avvalgono.
    Sciascia scruta continuamente nel passato, libri, leggende, vicende umane, nella certezza di trovare un'ineluttabile identificazione tra passato e presente, e così dimostrare come quello che accadde un tempo, continui ad accadere anche oggi e che i pugnalatori di Palermo furono come i brigatisti di oggi e viceversa. Una somiglianza siffatta non può certo essere rinvenuta nella comparazione dei grandi eventi collettivi, ma nel raffronto fra storie di individui.
    Il gioco è più sottile, esige un'infinita pazienza poiché sono personaggi minimi dai quali si vogliono trarre grandi verità, bisogna riconoscerli, provocarli, ascoltarli, interrogarli infinite volte. C'è un motivo di ambiguità e di fascino in tutto questo. Chi cerca nella storia interpreta e racconta fatti e personaggi che gli altri conoscono già e di cui si cerca semmai soltanto di offrire una diversa valutazione. Sciascia cerca esseri e vicende che solo lui sa e conosce. Non può essere smentito. Ecco perché Sciascia appare grande, poiché è quasi sempre incontrovertibile.

    7) Pirandello mente

    Sciascia non conosce quasi mai i fatti, le cose, gli uomini, direttamente, ma li apprende per infinite vie, magari semplicemente attraverso la lettura dei giornali e l'ascolto della televisione. Tuttavia ha una miracolosa facoltà, una specie di magico ordine mentale, per cui egli allinea fatti, cose, eventi, battute, personaggi sul suo tavolo e comincia con infinita pazienza a identificarli e collegarli. Senza mai avere visto alcuno, o parlato con chicchessia, né chiesto opinioni, ricostruisce la sua verità. E alla fine la ritiene l'unica possibile. Anche gli altri alla fine se ne convincono. Tutto questo è molto singolare.
    E' come se egli osservasse gli esseri umani in vitro, anni dopo anni, con l'occhio incollato a un suo microscopio, valutandone voci, gesti, sembianze, saggezza, follia. Alla fine li mette in bell'ordine sulla pagina del libro ed essi - microbi o batteri umani - si muovono, parlano, fanno, uccidono e muoiono esattamente come l'autore Sciascia ha capito o deciso che essi debbano.
    Di tutti gli scrittori moderni Sciascia è il più antipirandelliano poiché sottrae ai personaggi qualsiasi indipendenza. Non è che Pirandello li lasciasse in totale libertà: li teneva sempre per sottilissimi, invisibili fili in modo che non andassero mai oltre la scena; usava almeno questo sublime, pietoso inganno di concedere ai suoi personaggi statuto di libertà, come un monarca illuminato, tuttavia conducendoli amabilmente a fare solo quello che il monarca voleva. In sostanza gli concedeva soltanto la possibilità di essere (dentro) diversi da quello che (fuori) apparivano o erano costretti ad apparire. Un grande gioco crudele e ridente.
    Sciascia invece è tiranno, non concede ai suoi personaggi alcuna facoltà. Essi non sono mai alla ricerca di autore, né mai sono diversi da come appaiono, nemmeno diversi da come vorrebbero essere. Semplicemente sono come Sciascia ha deciso che siano. C'è tutto Sciascia in questo: egli riconosce la libertà soltanto al potere, e riconosce potere soltanto al talento. Soprattutto al suo talento. Per anni Sciascia studiò il grande mistero umano e politico dello scienziato catanese Majorana, improvvisamente scomparso dalla vita mentre viaggiava per nave da Napoli a Palermo. Nessuno, nemmeno i fratelli o gli amici più intimi, riuscirono mai veramente a capire cosa fosse veramente accaduto. Sciascia infine ritenne di sì. Con un piccolo libro cancellò di colpo quarant'anni di misteri, dubbi, angosce, ipotesi d'amore e dolore, paura e vendetta. Probabilmente, anzi certamente, non è vero che Majorana perì come Sciascia ha detto ch'egli perì. Però, quando la gente pensa o parla di Majorana, crede che sia scomparso dalla vita come Sciascia ha spiegato ch'egli scomparve.

    8) Il fascino crudele della ragione

    Sciascia non è simpatico. Talvolta è affascinante, ma chiunque lo sente diverso, in una sua astrazione intellettuale, dove gli altri uomini non possono penetrare, ma restare in attesa di capire. Sciascia non è mai d'accordo con alcuno. E' vero, cita verità enunciate da altri, battute, frasi, ma costoro sono morti.
    Uno dei tratti ammirabili di Sciascia è infatti la straordinaria forza mentale, l'infallibile rigore logico, con il quale anzitutto egli riesce sempre, quasi sempre, a dominare se stesso, riconducendo ogni atto, parola, pensiero, soluzione a quel perfetto personaggio morale che egli ha studiato e costruito di se stesso. Senza mai, quasi mai, una fragilità, un cedimento, per quelle forze antiche e misteriose della sua natura siciliana, per quelle violenze viste, pagate e fatalmente adottate negli anni dell'infanzia e adolescenza. La ragione, cioè la forza mentale di Sciascia è tale, ed anche tale la sua sicurezza nella sua stessa intelligenza, che egli conduce il gioco fino al limite intellettuale, basta una incrinatura e la ragione diventa delirio. Questo è genio. Talvolta (ma è un lampo, per un attimo, davvero appena un lampo) la ragione chiude gli occhi sfinita, e vien fuori don Mariano Arena de "Il giorno della civetta", abietto persecutore della povera gente e mandante di dieci assassinii, il quale spiega all'ebete capitano Bellodi la classificazione degli esseri viventi: uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quacquaracquà. E il capitano Bellodi pensa: don Mariano Arena è un uomo!
    Oppure Sciascia spiega per quale patetica vanità umana il generale Dalla Chiesa andò a morire, conducendo alla morte anche la ragazza che aveva sposato, e il discorso, senza una sola sbavatura intellettuale, ha una infallibile coerenza da teorema: ma il giovane figlio del generale Dalla Chiesa insorge, si ribella, grida, che la ragione di Sciascia è una logica da mafioso; Dalla Chiesa junior è un giovane, confuso e straziato, il quale sa di certo che il padre andò ingenuamente a cercarsela la morte, ma sa anche che qualcuno dall'imperscrutabile vertice politico lo mandò a morire in Sicilia, e non sa chi, non ha prove, non ne avrà mai. E' un giovane uomo infelice e furente al quale bisognerebbe soltanto poggiare una mano ferma sulla spalla per dirgli: ragiona con me ragazzo! Invece Sciascia (ecco quel lampo antico, quell'attimo) gli grida semplicemente che è un infame imbecille. Lo cancella, cancella tutto di lui: la sua piccola ragione, il suo dolore di figlio, la ribellione, la disperazione per una giustizia che nessuno gli renderà mai! Sciascia non ammette mai di avere torto. E al servizio di questo principio inalterabile pone la sua geniale matematica intellettuale. Per questo, non fosse stato il più implacabile nemico della mafia, sarebbe stato forse la più perfetta mente mafiosa del secolo.

    9) Gli antichi parenti

    Sciascia, pur così schivo, timido, delicato, amabile, ama la popolarità. I suoi amici sono sempre di grande censo. Quasi certamente ama molto anche il denaro, scrive su tutto e di tutto, si fa giustamente pagare in proporzione al suo eccezionale merito, e secondo la legge della domanda e dell'offerta.
    Sciascia ha questo straordinario ingegno, assolutamente raro e in Italia quasi unico, di cogliere immediatamente il senso storico di un personaggio e contemporaneamente la sua importanza consumistica e di sapere subito nobilitarlo trovando un riferimento illustre nel passato, un altro evento, o fatto, personaggio, idea, pagina scritta, da cui trarre motivo per interpretare il presente. Sciascia cerca parentele antiche ovunque sia possibile trovare una affinità sentimentale, da Voltaire del Candido a Rizzotto de "I mafiosi della Vicaria". Disprezza il presente troppo rapido, superficiale, feroce, aggressivo, continuamente scontento, troppo vorace di novità, continuamente volto al futuro, senza attenzione per le cose che ancora stiamo vivendo, e già agognando e lottando per le cose improbabili che dovremo vivere domani; il presente torvo, incerto, maligno, avvelenato, stupido, rozzo, computerizzato in cui lo spazio per l'intelligenza umana diventa sempre più ristretto. Sciascia probabilmente odia anche i protagonisti del tempo presente: ruvidi, incolti, violenti, presupponenti, avidi, incapaci di una vera riflessione: presenti che nuotano sempre nella cronaca e non hanno un attimo per capire in quale punto sono del fiume.
    Sciascia preferisce gli antichi, li sente consanguinei, simili, gli antichi che stavano dentro immense stanze oscure, dietro tavoli ingombri di carte, in mezzo a migliaia di libri di ogni epoca, e con tutto il tempo per meditare sulle cose degli uomini. Così, istintivamente, dovendo parlare del nostro tempo, egli va a cercare gli antichi parenti: la sua conclusione, certamente sbagliata, e tuttavia profondamente siciliana, è che in realtà non accade mai veramente niente di nuovo, ma ogni cosa continua ad accadere come cento o cinquecento anni fa. Nel Sud naturalmente. Tutto accade affinché misteriosamente ogni cosa continui a restare la medesima. Il siciliano Sciascia, che è l'opposto o addirittura la negazione filosofica del siciliano Pirandello, è l'identico del siciliano Tomasi di Lampedusa: la storia del Sud sempre uguale, passione, odio, amore, ambizione, tradimento, infinitamente si ripete. L'unica ipotesi di modificazione è un grande lampo atomico finale, dopo il quale finalmente tutto sarà diverso. O non sarà più!

    10) I primi dieci viventi

    Sciascia cos'è per gli europei, per gli italiani, per i siciliani? Immaginiamo di compilare una graduatoria degli scrittori italiani viventi, del nostro tempo, basandoci su tre elementi di valutazione precisi: anzitutto il reale talento, cioè l'autentica originalità e profondità di pensiero; poi l'importanza culturale, cioè la valutazione espressa dalla critica ufficiale e quindi la influenza sulla cultura contemporanea; infine la capacità di vendita sul mercato italiano e internazionale. Facciamo conto, sulla base di questi tre elementi, di assegnare ad ognuno dei personaggi in classifica, un punteggio fino a cento, in maniera da stabilire non solo la graduatoria, ma anche il reale distacco fra l'uno e l'altro. Ebbene avremo una classifica bizzarra, discutibile certo, ma che in definitiva rispecchia quelli che sono i valori reali.
    Cominciamo dal basso: a quota venti (che essendo la più depressa è naturalmente la più gremita) troviamo quattro scrittori, Carlo Cassola, Carlo Sgorlon, Giovanni Arpino e Vincenzo Consolo, i quali sia pure per motivi ed ispirazioni diversi, esprimono un certo livello medio della narrativa italiana, quella che ronza di continuo attorno ai premi letterari tradizionali. Non ci sono lampi. Mai un tentativo di digressione in altri campi letterari più sofisticati come la saggistica, la filosofia, il teatro.
    A quota trenta troviamo Piero Chiara ed Elsa Morante, anche loro profondamente dissimili, e che certo non possono vantare maggiore qualificazione culturale di quei quattro menzionati ma che sicuramente meritano una valutazione più ampia, l'uno per la incredibile fertilità (bisogna pur tenerne conto) e l'altra per il coraggio culturale, diciamo anche una certa impudenza, a passare oltre i confini della pura narrativa.
    A quota quaranta, solitario, Gesualdo Bufalino che invece ha scritto un libro solo, però una specie di bagliore, una folgorazione. Bisogna ancora cercare di capire quanto sia capace di scriverne un altro di eguale valore, oppure se tutta la sua ispirazione umana si sia bruciata in quella diceria covata, maturata, putrefatta, purificata per quarant'anni dentro.
    A quota cinquanta, anch'egli solitario, senza dubbio Enzo Biagi, che è romanziere assolutamente mediocre, incapace di far nascere e vivere storie autonome dentro di sé, e tuttavia ha questa prodigiosa capacità di interpretare il presente, con tutte le infinite astuzie del mestiere. La sua capacità di vendere e contemporaneamente emozionare, e quindi essere anche divo, gli consente di occupare certamente un posto di graduatoria più alto dei suoi reali meriti culturali.
    A quota sessanta, ed anche egli naturalmente solitario, poiché nel contesto della letteratura italiana senza eguali, Alberto Moravia, settant'anni, tutta la vita spesa a raccontare se stesso, la sua infinita noia, il suo costante disprezzo per gli altri, il suo eros, i suoi incubi. Senza dubbio un maestro, forse ormai spento, e forse invece, proprio in questo ultimo tempo della sua vita, nelle condizioni di dolore e serenità per quel capolavoro che non è riuscito mai veramente a scrivere.
    Infine a quota cento, unico, lontano da tutti gli altri, perché il più geniale, il più riverito, il più venduto, solitario e irraggiungibile, con quell'enigmatico sorriso da Giocondo, forse mistificatore, forse profeta, Leonardo Sciascia, il quale da solo rappresenta in Europa la letteratura siciliana e italiana nella narrativa, nella saggistica, nella filosofia della letteratura. Forse il più siciliano di tutti i grandi narratori di tutti i tempi, e tuttavia diverso da qualsiasi altro siciliano. ALIEN!
    E questo va detto da un siciliano che non ama Sciascia, che si ritiene identico a tutti gli altri siciliani del suo tempo, e in questo trova la bellezza della sua vita.

    Da claudiofava.it

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Due piccioni con una fava.
    Di ventunsettembre nel forum Padania!
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 21-06-12, 16:38
  2. Risposte: 37
    Ultimo Messaggio: 18-01-09, 22:01
  3. Giuseppe Fava
    Di salerno69 nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 07-01-09, 22:25
  4. Giuseppe Fava
    Di cixcix nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 05-01-08, 11:53
  5. Pippo Fava
    Di cixcix nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 05-01-08, 10:06

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226