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Discussione: Yoga

  1. #1
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    Predefinito Yoga

    Il termine Yoga deriva dalla radice "yug" che significa unione. Il fine ultimo dei sentieri yogici è difatti l'unione del Sè individuale con il Sè universale, o meglio il fine è la reale comprensione di questa unione che di fatto...già c'è. Il maestro Patanjali affermava: "Yoga chitta vritti nirodha" (Lo Yoga è neutralizzazione delle emozioni dell'ego) difatti quando uno Yoghi pone del tutto fine ad ogni genere di sentimento mosso dal proprio ego raggiunge la reale consapevolezza di essere (e di essere sempre stato) una sola cosa con l'Assoluto. Per giungere a tale condizione esistono diversi sentieri yogici, i principali li possiamo dividere in: Bhakti Yoga (lo Yoga della Devozione); Karma Yoga (lo Yoga dell'Azione); Jnana Yoga (lo Yoga della Conoscenza); Raja Yoga (lo Yoga Regale).

    Bhakti Yoga

    La Bhakti è molto importante, specialmente per l'uomo che vive in questa attuale epoca. Con la pura Devozione possiamo riuscire giorno per giorno a sottrarre all'ego un po' delle nostre sensazioni per farle confluire tutte verso il Divino rappresentato dall'oggetto della nostra venerazione e del nostro Amore. Nel Bhakti Yoga non è importante ciò che amiamo, ma come lo amiamo; non è importante in quale forma vediamo Dio, ma come ci avviciniamo a Lui. La devozione deve essere pura, totale, disinteressata, e sarà un magifico strumento per sviluppare calma, equilibrio interiore e concentrazione, per alimentare il nostro serbatoio energetico (Ojas) e per prepararci pian piano alla rinuncia dell'ego, difatti la Bhakti è un elemento molto utile in un cammino di ricerca interiore . Il Bhakti Yoga non è "semplice idolatria" come qualcuno erroneamente crede, il Bhakti Yoga è puro Amore, Amore che, proiettato verso l'immagine divina, si trasforma poco a poco, giorno per giorno, in Amore assoluto, totale ed incondizionato.

    Karma Yoga

    Azione senza identificazione, azione disinteressata, azione con distacco dal frutto dell'azione stessa, è questa l'essenza del Karma Yoga. Chi pratica il Karma Yoga agisce, lavora, anche fisicamente ma con consapevolezza, serenità e distacco. Tale cammino puo' essere un valido strumento per tenersi lontani da ogni forma di desiderio, attaccamento e schiavitù dovuti all'ignoranza di "io" e "mio" (ego). Chi pratica Karma Yoga aderisce senza attaccamento e senza avversione, al proprio Dharma, non si identifica con le proprie azioni nè le compie in vista dei frutti o dei risultati, egli agisce con la mente rivolta solo al divino, "lavora in meditazione". Il Karma-Yoghi non penserà mai "io ho pulito il pavimento", egli piuttosto penserà "il pavimento è stato pulito". Il Karma-Yoghi non penserà mai "io ho falciato il prato", egli penserà piuttosto "il prato è stato falciato". Pian piano giungerà a non identificarsi più nè con le sue azioni, nè con il suo corpo, nè con la sua mente, per lui esisterà soltanto l'Assoluto.

    Jnana Yoga

    Chi pratica Jnana Yoga cerca la Conoscenza, la Conoscenza dell'Assoluto, della vera realtà. La Conoscenza giunge praticando la discriminazione (Viveka), cercando il punto centrale della realtà in ogni cosa, cercando la differenza tra ciò che è eterno e ciò che è impermanente. La conoscenza giunge con il distacco (Vairagya), il distacco dalle illusioni degli effimeri piaceri che creano attaccamento, bramosia e quindi sofferenza. La Conoscenza giunge con la calma (Sama) che pone un freno alle agitazioni mentali; con il controllo degli organi sensoriali (Dama); con la rinuncia alle attività che esulano dal proprio Dharma (Uparati); con l'equanimità (Titikisha) la fermezza interiore dinnanzi a piacere e dolore; con la fiducia negli insegnamenti dei maestri (Shradda) e con la perfetta concentrazione (Samadhana).

    Raja Yoga

    Gli antichi rishi vedici conscevano molto bene l'immenso potere che può avere il pensiero umano, difatti affermavano...

    "Chi semina un pensiero raccoglie un'azione, chi semina un'azione raccoglie un'abitudine, chi semina un'abitudine raccoglie un carattere, chi semina un carattere raccoglie un destino".

    Tutto parte dal pensiero, tutto ciò che proviamo, tutto ciò che percepiamo, tutto ciò che facciamo nella nostra vita di tutti i giorni, è dovuto alla nostra condizione mentale. Il Raja Yoga va quindi a lavorare sul piano mentale per purificarlo mediante un percorso che prevede determinate tappe: regole comportamentali quali astinenze e autodisciplina (Yama e Nyama); determinate posture fisiche (Asana); controllo della respirazione (Pranayama); ritiro dai sensi (Pratayara); concentrazione (Dharana); meditazione (Dhyana); ed infine l'Unione (Samadhi).

    La forma di Yoga più conosciuta in Occidente è l'Hata Yoga che in realtà non è una scienza a sè, bensì una disciplina che è parte integrante del Raja Yoga e prevede l'utilizzo di determinati esercizi basati su Asana e Pranayama. Nonostante sia stato fortemente banalizzato da molti occidentali (basti vedere come al giorno d'oggi "lezioni" di Hata Yoga vengano impartite praticamente da cani e porci) si tratta in realtà di una disciplina molto importante, le cui origini risalgono alla notte dei tempi (vi sono ritrovamenti archeologici rinvenuti nella valle dell'Indo che rappresentano esseri umani in varie posizioni yogiche che risalgono ad oltre 5000 anni fa). La pratica costante delle techiche dell' Hata Yoga puo' produrre notevoli benefici in un individuo, donando stabilità emotiva, armonia ed equilibrio tra i vari piani, quello fisico, quello mentale, quello spirituale. In seguito, quando avrò più tempo a disposizione, scriverò qualcosa di più approfondito sulle Asana.

    Jai Mata Kali
    Jai Mata Durge

  2. #2
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    Predefinito

    La mia intenzione era quella di continuare scrivendo specificamente sull'Hata Yoga, e quindi entrare nel dettaglio per quanto riguarda Asana, Pranayama ecc. Tuttavia, ritengo sia opportuno approfondire prima alcuni elementi fondamentali del Raja Yoga (Yama, Niyama). Per motivi di tempo, dedicherò questo post soltanto allo Yama, il prossimo sarà per il Niyama, il prossimo ancora, credo, lo dedicherò più specificamente ad alcune tecniche pratiche di Hata Yoga.

    Il maestro Patanjali (vissuto probabilmente nel 400 a.C.), nella celebre raccolta degli "Yoga Sutra" ha esposto quelli che sono i principi morali di fondamentale importanza per le pratiche yogiche. Nel post precedente (se pur in maniera stringatissima e superficiale) abbiamo accennato a Yama (le resrizioni) e Niyama (i precetti), che rappresentano dei veri e propri "codici di condotta" fondamentali per un vero Yoghi. Per poter progredire in un cammino di ricerca interiore bisogna imparare a conoscere le Leggi che governano la nostra natura, soltanto conoscendo il funzionamento del nostro corpo ed agendo in armonia con esso potremo iniziare ad essere in armonia con il resto dell'esistenza. Per conoscere sè stessi è necessario imparare ad ascoltarsi, per imparare ascoltarsi è necessario seguire i principi dello Yama.

    Lo Yama è composto da cinque regole.

    "Queste cinque regole sono talmente universali per la perfezione spirituale che senza distinzione di razza, di nazione o di tempo, questi voti devono essere osservati strettamente dagli aspiranti" (Yoga Sutra, II, 31).

    Esse sono:

    - Ahimsa (non violenza)
    - Satya (non mentire)
    - Asteya (non rubare)
    - Brahmacharya (non perdersi nella sensualità)
    - Aparigraha (non cupidigia)

    Cerchiamo adesso di analizzare una ad una queste regole nella loro reale essenza.

    Ahimsa è la regola del rispetto, rispetto per il proprio corpo, rispetto per la natura, rispetto per gli uomini e gli animali, rispetto per tutto ciò che ci circonda. L'uomo liberato, il Jivanmukta,l'illuminato, è consapevole della vita che gli scorre nelle vene, è consapevole del fatto che tale unica vita fluisce in egual modo per l'intero universo, egli dunque prova soltanto Amore puro, incondizionato, vero, verso tutto (e tutti). Lo scopo dello Yoga è quello di raggiungere tale condizione, e quindi percepire quell'Unità di tutte le esistenze; atteggiamenti di odio, di offesa, di ira, sono contradittori per chi vuole proseguire verso questa strada. Questi atteggiamenti possono assumere varie forme: ad esempio non rispettare il proprio corpo vuol dire essere violenti con esso (dell'alimentazione e degli intossicanti parleremo in seguito). La rabbia che ci offusca la mente e che ci fa arrossare il viso e tremare gli arti è anch'essa una forma di violenza anche quando non si traduce in azioni fisiche, è violenza limitata al piano mentale, il che non è assolutamente privo di effetti e ripercussioni, anzi, Patanjali nei suoi scritti faceva principalmente riferimento all'atteggiamento mentale piuttosto che alle azioni compiute. Per praticare Ahimsa bisogna quindi imparare a conoscere l'importanza dell'equilibrio, dell'equanimità, della tolleranza, della calma. Sul piano sottile, Ahimsa aiuta ad alimentare Ojas, il Dosha sottile dell'elemento Acqua, il serbatoio di Energia fluida del nostro essere psicofisico.

    Satya è la regola della verità, la menzogna (in ogni sua forma) offusca la conoscenza ed il "non mentire" va inteso nel suo significato più profondo. L'essere sinceri non deve essere limitato soltanto a "non dire il falso" o "non raccontare bugie al prossimo", la prima forma di sincerità deve essere innanzitutto nell' atteggiamento verso se stessi, poichè questo determinerà l'atteggiamento verso la vita, verso il mondo e verso Dio. Soltanto constatando ed accettando con assoluta schiettezza i propri limiti è possibile superarli, se non vi è sincerità non potrà mai esservi quella padronanza di sè che è fondamentale in un cammino yogico, allo stesso tempo, se vi è sincerità non vi è posto per l'orgoglio e per l'esaltazione del proprio ego. "Allorché lo yogin è fermamente stabile nella verità, egli consegue i frutti dell'azione senza agire". (Yoga Sutra, II, 36) Una totale dedizione alla Verità conduce l'individuo sempre più lontano dall'attaccamento alle più comuni illusioni umane e bramosie egoistiche.

    Asteya è la regola del non rubare, il che non vuol dire soltanto "non impadronirsi illecitamente dei beni altrui" ma vuol dire anche cercare di tenersi il più distante possibile dalla dannosa mania del "voler possedere". Chi desidera ardentemente i beni che non possiede e li invidia al prossimo, resta intrappolato nell'inutilità del suo effimero oggetto del desiderio, il che non fa altro che produrre sofferenza ed alimentare l'ignoranza. Il voler possedere a tutti i costi è una patologia della mente che nella nostra epoca rappresenta il fulcro di un vero e proprio sistema di cui (quasi) tutti siamo schiavi: vivere per poter possedere "questo" o "quello", a seconda di ciò che ci offre il grande mercato dell'inutilità. Swami Kriyananda affermò: "Perchè voler possedere l'universo, dal momento che voi siete l'universo?". Se è duque vero che l'universo già ci appartiene, perchè mai pretendere con egoismo "la nostra parte"? L'egoismo è la via opposta alla realizzazione del Sè e rubare rappresenta l'apoteosi dell'egoismo. Noi non ce ne accorgiamo ma l'ego ci porta spesso a rubare anche con le parole e con i pensieri, questo accade quando pretendiamo di possedere l'esclusiva su questa o su quella conoscenza, su questa o su quella virtù, quando invece tali conscenze e tali virtù, molto spesso, non ci appartengono affatto. A tal proposito Patanjali affermò: "Quando il non rubare sarà fermemente radicato nelle nostre coscienze, allora la ricchezza giungerà a noi quando ne avremo bisogno".

    Brahmacharya è la regola della castità, e per quanto riguarda tale argomento è opportuno fare chiarezza al fine di evitare equivoci. Ognuno di noi custodisce dentro di sè una particolare riserva energetica dotata di una potenza formidabile: l'Energia Sessuale. Per poter progredire spiritualmente sono necessarie due operazioni fondamentali: la prima consiste nel preservare tale Energia (e quindi evitare che essa venga inutilmente dissipata), la seconda nel dirigerla "verso l'alto" (e quindi incanalarla correttamente senza farla scendere "in basso" come accade invece per soddisfare il piacere fisico). Le tecniche dell'Hata Yoga basate su Asana e Pranayama e la corretta pratica della Meditazione rendono possibile la trasmutazione dell'Energia Sessuale che verrà poi impiegata ad un altro livello. Le pratiche meditative più evolute richiedono difatti un controllo perfetto di questa energia, lo Yoghi che giunge a Praticare Brahmacharya non reprime da un giorno all'altro i suoi impulsi sessuali, ma giunge gradualmente alla condizione in cui è possibile trascendere la sessualità comunemente intesa. Lo Yoga non incita mai alla repressione, difatti i grandi Maestri concordano nell'affermare che privarsi della sessualità senza l'ausilio di tecniche yogiche adeguate ad utilizzarne le energie, non è altro che una dannosa e pericolosa forma di repressione. Si raccomanda quindi inizialmente la "castità" intesa come vita sessuale vissuta con moderazione e con amore, fino a quando non si è davvero pronti ad "andare oltre".

    Aparigraha è la regola della non cupidigia; essa, se perfettamente e quotidianamente praticata, conduce al totale non-attaccamento, questo significa quindi non attaccamento per i propri averi, non attaccamento per il proprio corpo, non attaccamento persino per la propria mente, tutto ciò ha come risultato la disintegrazione dell'ego, che è la vera causa dell'illusione, e quindi del desiderio, dell' avversione e inevitabilmente della sofferenza. La cupidigia invece alimenta l'ego, l'illusione e la sofferenza, alimenta l'idea che "siamo questo corpo", offuscando quindi la verità, poichè il corpo umano, per quanto sia un meraviglioso strumento, per noi molto utile, non rappresenta il nostro vero Sè. Il corpo deve dunque essere utilizzato e non "viziato", la cupidigia non fa altro che rafforzare le nostre illusioni ed i nostri vizi, mentre lo scopo di un vero Yoghi deve essere quello di trascendere i limiti dell'ego...

    Jai Maa Kali

  3. #3
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    Come abbiamo visto nel post precedente, lo Yama è composto da cinque regole che riguardano ciò che non bisogna assolutamente compiere. Il Niyama, anch'esso costituito da cinque regole (che possono essere definite anche come cinque virtù) riguarda invece ciò che dobbiamo necessariamente compiere affinchè il nostro cammino yogico possa condurci verso validi traguardi. Le cinque regole/virtù del Niyama sono:

    - Saucha (pulizia)
    - Santosha (appagamento)
    - Tapas (austerità)
    - Swadhyaya (auto-analisi)
    - Ishwara Pranidhana (devozione al divino)

    Come per lo Yama, anche le regole del Niyama devono essere analizzate a fondo nel loro significato più sottile.

    Saucha è la regola della pulizia, il che va ben oltre la semplice pulizia del corpo (che per uno Yoghi riveste comunque un ruolo molto importante); Saucha vuole che vadano di pari passo la purezza nel corpo e la purezza nella mente, così come il corpo va tenuto lontano dalle impurità, dalle infezioni, e dalle insidie di ogni forma di sudiciume, così anche la mente deve essere tenuta lontana dalle impurità dei cattivi pensieri, dalle infezioni della mondanità e dalle insidie di ogni forma di egoismo. Il corpo umano è un tempio sacro ed un vero Yoghi è perfettamente consapevole di questa realtà, pertanto egli lo cura come se curasse il luogo di culto a cui più e' devoto. Un corpo perfettamente e regolarmente lavato e mondato dalle impurità esteriori è indice di una buona capacità di autocontrollo. La pulizia del corpo riguarda tanto l'esterno quanto l'interno di esso, l'interno va tenuto limpido e puro con una sana alimentazione, ed una sana alimentazione contribuisce inevitabilmente a mantenere puliti e sani anche i nostri pensieri.

    Santosha è la regola dell'appagamento, del vero appagamento. Spesso aspettiamo soddisfazioni dall'esterno senza renderci conto che la piu' grande completezza possiamo trovarla soltanto in noi stessi. Di ciò che puo'provenire a noi da agenti esterni non ci basterà mai nulla, non saremo mai soddisfatti fino a quando non avremo raggiunto l'equilibrio interiore, ma con il vero equilibrio interiore, presto ci renderemo conto che infondo per sentirci realmente appagati, non ci serve assolutamente nulla al di fuori del nostro essere. E' per tale motivo che i più grandi Yoghi hanno sempre affermato che "l'appagamento è virtù suprema". Chi, lungi da brame e bisogni fittizi, oppone un deliberato senso di appagamento ai bisogni effimeri e illusori della vita di tutti i giorni, troverà sempre la vera, infinita, gioia divina nel divino vivere.

    Tapas è la regola dell'austerità, è la virtù di saper lottare contro le costrizioni imposte dalla propria mente, contro l'inerzia dovuta all'apatia, alla pigrizia e ai desideri malsani che intralciano il nostro cammino yogico. Tapas vuol dire combattere contro le limitazioni imposte dal nostro ego che sprofonda nel vizio, vuol dire annientare i demoni delle nostre bramosie materiali, vuol dire esercitare autocontrollo e auto-disciplina per non cadere nel baratro della dissoluzione. Praticare Tapas è tanto importante quanto difficoltoso, numerosi sacrifici possono farci fare qualche passo in avanti, ma una piccola leggerezza può proiettarci centinaia e centinia di passi indietro, è per tale motivo che bisogna lavorare sempre con attenzione, perseveranza e diligenza, bisogna credere fermamente in ciò per cui si combatte, bisogna riuscire giorno per giorno, attimo per attimo ad avere la meglio su sè stessi, anche nelle piccole cose. Chi pratica Tapas è un guerriero che combatte contro i demoni più insidiosi, non può esservi posto per leggerezze e distrazioni, altrimenti si perde la battaglia.

    Swadhyaya è la regola dello studio, lo studio del sè. La vera conoscenza non si acquisisce leggendo libri, per quanto utili e illuminanti possano essere essi non potranno mai sostituire lo studio del sè. Il vero Swadhyaya si pratica con l'introspezione, con l'analisi accurata dei pensieri, delle attitudini e dei sentimenti, cercando la realtà celata aldilà di ogni "forma-pensiero". Il Maestro Patanjali affermò: "Quando si è perfetti nella pratica del Swadhyaya, si è capaci di unirsi con gli esseri dei più alti livelli dell'esistenza, con le più alte forme di manifestazione, e si può da esse ricevere aiuto". Sensibilizzare la propria percezione per poter avvertire ciò che si cela "aldilà" del pensiero è il vero fine del Swadhyaya, la nostra mente deve essere quindi accuratamente ispezionata, studiata, osservata, giorno per giorno, con costanza e diligenza nella meditazione, per poter raggiungere i più profondi stati di coscienza, per rendere possibile quel contatto con le entità incorporee dei livelli superiori.

    Ishwara Pranidhana è la regola della devozione al Divino. Per rendere effettivamente valide tutte le altre osservanze, tutti gli altri precetti e tutte le altre azioni, bisogna offrirle devotamente alla Forza Suprema universale, al Divino. Non dobbiamo mai dimenticare che ogni nostro sforzo nella ricerca è offerto a Lui, ogni nostro gesto è compiuto per Lui, ogni nostra pratica è rivolta a Lui, poichè è Lui il vero, unico, solo obiettivo del nostro cammino. Come affermava Patanjali bisogna distogliere dalla mente ogni forma di preoccupazione e di interesse che non sia riferito alla ricerca dell'Assolto che è in ognuno di noi, altrimenti le nostre pratiche sono e resteranno prive di sostanza e di validità.

    Om Krim Kali Ma

  4. #4
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    L'Hata Yoga, come abbiamo già scritto in precedenza, è quel ramo del Raja Yoga che comprende posture fisiche ed esercizi di respirazione. Il Maestro Patanjali afferma che per giungere all'illuminazione mediante questo sentiero yogico bisogna percorrere otto tappe, le prime due le abbiamo già analizzate (Yama e Niyama), ne restano altre sei:

    - Asana
    - Pranayama
    - Pratyahara
    - Dharana
    - Dhyana
    - Samadhi

    Nelle otto tappe descritte da Patanjali, i vari termini assumono un significato più profondo di quello comunemente inteso (come abbiamo visto nei post precedenti per le regole di Yama e Niyama). Dunque nella lista delle sei restanti appena citata, il Maestro non allude alle pratiche in sè, bensì a determinati livelli di sviluppo o di raggiungimento.

    Ad esempio, nel primo caso, Asana (termine con il quale si intendono generalmente le varie posture yogiche) non sta ad intendere una determinata serie di esercizi fisici, ma rappresenta una condizione in cui l'esercizio fisico raggiunge il suo apice di perfezione, il suo risultato: la stabilità. "Asana è ciò che è saldo e piacevole" affermò Patanjali. Il corpo mantenuto in perfetta immobilità, pace e fermezza è un requisito importante per poter accedere ai più profondi stati di coscienza. Segno di perfezione dell'Asana è la capacità di non muovere un muscolo per ore intere, in qualsiasi posizione. Tale livello si raggiunge soltanto con la più totale dedizione alla pratica Yoga, lungi da brame, lungi da obiettivi, praticando senza desiderare i frutti, senza desiderare il risultato, praticando con "distacco" e con devozione per il Divino.

    Il termine Pranayama è generalmente usato per indicare una particolare tecnica di controllo del respiro. Anche in questo caso il significato va inteso più in profondità. Il Prana è Energia, è la forza vitale, essa è intimamente collegata al respiro ma il reale significato del suo nome fa riferimento all'Energia in sè. Per cui Pranayama in questo caso è da intendersi come "controllo dell'Energia", ossia il risultato delle tecniche che prevedono il controllo del respiro e non le tecniche in sè. Saper guidare l'Energia pranica rappresenta un livello importantissimo per uno Yoghi, poichè egli diviene capace di far fluire il Prana non più verso l'esterno, ma verso il Sè, verso il Divino.

    Pratyahara è la fase dell'interiorizzazione mentale. "Il quinto componente dello yoga, è il ristabilire l'abilità della mente di controllare i sensi, rinunciando alle distrazioni degli oggetti esteriori" (Yoga Sutra II, 29). La nostra mente è come il più feroce degli animali selvatici, e tutti sappiamo che ammaestrare bestie feroci è un'impresa davvero ardua, complicatissima...ma non impossibile. E' necessario quindi uno sforzo affinche' la mente venga interiorizzata e fatta convergere in profondità, in modo tale i pensieri cesseranno definitivamente di vagare e di disperdersi inutilmente, come solitamente fanno, quando inseguono le futili distrazioni dovute ai blandi desideri di "appagamento" dagli agenti esteriori.

    Dharana è il mantenimento della concentrazione, o "contemplazione interiore permanente". Se nelle fasi precedenti è stato possibile acquisire la consapevolezza della Luce interiore, nella fase di Dharana è possibile concentrarsi profondamente su tale realta'. "Il dharana è la condizione in cui la mente si concentra su un solo oggetto."(Yoga Sutra III,1). La stabilità della mente sul Brahman è dunque la reale essenza del sesto livello di questa via yogica, tale livello costituisce, assieme ai successivi due, ciò che viene definito Samyama,(totale e puro Equilibrio), dalla cui padronanza deriva la più alta forma di Consapevolezza che conduce alla Liberazione.

    Dhyana è l'equivalente sanscrito dei termini "Zen" e "Chan" e letteralmente significa Meditazione; in questo caso è concepito come "assorbimento". Si tratta del penultimo stadio dello Yoga ed è ciò che induce all' ottavo ed ultimo gradino, ossia all'Unione. L'assorbimento del Dhyana si compie nei più profondi strati interiori del nostro essere, dove neppure l'intelletto può arrivare. Si tratta di un profondo ed ininterrotto stato meditativo che permette alla Coscienza di visualizzare totalmente il Brahman e di contemplarLo nella Sua purezza e nella Sua totalità. Patanjali affermava: "Il Dharana è tenere la mente fissa su un oggetto particolare, un flusso iniinterrotto di coscienza su quell'argomento è Dhyana, quando questo, rinunciando a tutte le forme, riflette solo il significato allora è Samadhi".

    Samadhi è l'ultimo passo, è l'Unione, è quindi il fine ed anche il significato stesso dello Yoga. Si giunge al Samadhi quando si giunge a dissolvere l'ego, quando si percepisce solo ed esclusivamente la Luce del Brahman, quando si scopre realmente che noi stessi siamo fusi nel Brahman, non con la mera comprensione intellettuale del concetto ma con la sperimentazione diretta, con il raggiungimento della non dualità come stato di coscienza.

    Nei successivi post cercheremo di trattare un po' per volta l'aspetto più tecnico dell'Hata Yoga.

    Krim!

  5. #5
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    Predefinito Volevate sapere la fonte del mio articolo sull'arte dello Yoga?

    L'ARTE DELLO YOGA SPIEGATA DA UN SENSEI

    Intervista ad un allievo di Swami Maheshenanda
    Alla ricerca del benessere psicofisico

    L’Hata yoga è da sempre un sinonimo di ricerca di equilibrio e benessere individuale.
    Il termine Yoga, sta a significare “Unirsi a Dio”, il concetto è assoluto aprioristico e non culturale, qualsiasi attività che eleva l’individuo e lo porta ad un maggiore contatto con il meglio che è in sé è Yoga. Da questo punto di vista sono grandi Yogi, Paramansa Yogahananda e San Francesco d’Assisi, O. Sensei Ueshiba e Madre Teresa di Calcutta, tutti coloro che distinguendosi interiormente ed esteriormente con il loro esempio hanno indicato una Via nuova e Vera a noi uomini.

    L’Hata Yoga, lo yoga delle posizioni, si inserisce in questo contesto, adattandosi per la sua particolarità al nostro modus vivendi e ha come scopo principale il benessere del corpo fisico; semplicemente, ognuno di noi sta meglio e si relaziona meglio in un corpo che funziona meglio.

    Qual è il vero significato dello yoga?
    Non voglio essere ripetitivo, come sopra dicevamo Yoga significa “Unirsi a Dio”, alla nostra essenza migliore che ognuno definisce a secondo del contesto culturale o religioso a cui appartiene in modi diversi, come è giusto che sia, un buon Cristiano è un buon Yogi, come lo può essere chiunque cerchi costantemente di migliorare ciò che lo circonda.
    Capisco che questo spesso esula dalle esigenze che una vita come la nostra impone, la cultura dell’informazione totale è un bel passo avanti per l’uomo, ma crea anche molta confusione. Il modello dell’ottenere velocemente risultati immediati non si sposa bene con tutto quello che abbiamo detto, ma, l’Hata Yoga, con il suo particolare modo di porsi verso il praticante, e il rapporto diretto che si stabilisce con il suo corpo e la sua mente è estremamente adattabile all’individuo, e a seconda di ciò che uno vuole ottenere dalla pratica ha risposte diverse e uniche, come è unico ognuno di noi.

    Come riesce ad esprimersi tutto questo?
    L’Hata Yoga (lo yoga delle posizioni) e il Pranayama (tecniche di controllo del respiro), lavorano su diversi livelli. Il primo livello è sul corpo fisico, la distensione, l’allungamento della muscolatura, l’attenzione posta sul riprendere la naturale flessibilità della colonna vertebrale, porta spesso un quasi immediato benessere al praticante. Il secondo livello che riguarda le tecniche del controllo del respiro aprono la via al terzo livello, l’acquietarsi della mente, il respiro e l’attività di pensiero molto spesso sono collegate, semplifico, chiunque può fare esperienza del fatto che un respiro lento e armonioso rallenta l’attività di pensiero.

    Negli ultimi anni, questa disciplina richiama un numero sempre maggiore di persone, come spiega tanto interesse?
    Le radici del sistema Yogico sono antichissime. Circa 3500 anni fa un grande saggio indiano Patanjali, identificò un sentiero da percorrere per elevare la condizione umana. Questo viene definito il sentiero dei sette scalini, i primi due sono Yama e Nyama, ciò che và fatto e non và fatto, ognuno di noi ha i suoi sistemi di valore e il proprio concetto di bene e di male, il terzo scalino sono le asanas le posizioni dell’Hata Yoga, il quarto il Pranayama, il controllo del respiro, tutto questo produce quello che noi chiamiamo rilassamento poi distacco e infine stati meditativi, e qui voglio precisare bene, la capacità di meditare non proviene da una tecnica ma si ottiene come conseguenza di stati di evoluzione del praticante, sono cioè stati di coscienza.
    Se tutto questo viene tramandato da migliaia di anni inalterato, significa che funziona, altrimenti sarebbe caduto nel dimenticatoio chissà da quanto! L’Hata yoga si adegua così bene all’uomo, che anche noi occidentali adattandolo al nostro stile di vita con buon senso e senza fanatismi possiamo sentirne i benefici.

    Come si è avvicinato a questo mondo?
    Il mio contatto con lo yoga e iniziato quando avevo ventuno anni, oggi ne ho trentasette, ma la mia storia di introspezione e di ricerca di altro inizia molto prima attraverso le Arti Marziali che pratico da quando avevo nove anni, insieme al mio Maestro a cui devo totalmente le conoscenze che ho rispetto a queste due meravigliose discipline.

    CI TENGO PRECISARE CHE LA SOTTOSCRITTA E' ANCHE LEI UN'ALLIEVA DI SWAMI MAHESHANANDA.

  6. #6
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    Riguardo l'hatha yoga vorrei precisare che e' distinto e separato dal raja yoga di patanjali nonostatnte abbiano in comune l'uso di asana e pranayama.Nello yoga di patanjali le asana e pranayama servono da preparazione agli stadi successivi e non vengono usati per nessun altro scopo.Nell Hatha yoga la questione e' un po differente.Il termine Hatha deriva dalle radici Ha (sole) tha (luna) Hatha e' l'unificazione dei due principi sole e luna ovvero ida e pingla.Quando ida e pingla si uniscono la shakti puo salire attraverso Sushumna.Lo scopo dell Hatha yoga e' questo ed altro non e' che la preparazione alle forme piu avanzate di Kundalini yoga.In un certo senso si puo dire che l'Hatha yoga e' la parte essoterica e Kundalini yoga e' quella esoterica.Il testo principale riguardante l'Hatha yoga e' Hatha yoga pradipka dove vengono spiegate asana(posizioni),pranayama(respirazioni),mudra(ges ti),bandha(contrazioni),kriya(tecniche purificatrici).Quindi l'hatha yoga e' da considerarsi una scienza a parte con un percorso a parte il cui scopo, comune a tutte le forme di yoga gia' citate ,e' quello di condurre alla liberazione (moksha).

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da swami ketananda Visualizza Messaggio
    Riguardo l'hatha yoga vorrei precisare che e' distinto e separato dal raja yoga di patanjali nonostatnte abbiano in comune l'uso di asana e pranayama.Nello yoga di patanjali le asana e pranayama servono da preparazione agli stadi successivi e non vengono usati per nessun altro scopo.Nell Hatha yoga la questione e' un po differente.Il termine Hatha deriva dalle radici Ha (sole) tha (luna) Hatha e' l'unificazione dei due principi sole e luna ovvero ida e pingla.Quando ida e pingla si uniscono la shakti puo salire attraverso Sushumna.Lo scopo dell Hatha yoga e' questo ed altro non e' che la preparazione alle forme piu avanzate di Kundalini yoga.In un certo senso si puo dire che l'Hatha yoga e' la parte essoterica e Kundalini yoga e' quella esoterica.Il testo principale riguardante l'Hatha yoga e' Hatha yoga pradipka dove vengono spiegate asana(posizioni),pranayama(respirazioni),mudra(ges ti),bandha(contrazioni),kriya(tecniche purificatrici).Quindi l'hatha yoga e' da considerarsi una scienza a parte con un percorso a parte il cui scopo, comune a tutte le forme di yoga gia' citate ,e' quello di condurre alla liberazione (moksha).
    Mi fa molto piacere che sei intervenuto, se vuoi puoi offrire il tuo contributo anche in altre discussioni.

    Hai citato l' Hatayoga-pradipika, ma in tale testo lo yogin Svatmarama concepisce l'Hata Yoga come mezzo per consentire l'accesso al Raja Yoga...

    "Sia gloria al santo Adinatha che insegnò la scienza dello hatha yoga: essa risplende come una scala per colui che desidera salire all’eccelso raja yoga” (Svatmarama, Hata-Yoga-Pradipika, I,1)

    Questo mi lascia pensare che secondo il pensiero di Svatmarama vi sia una sorta di "rapporto gerarchico" (passami questa frase convenzionale) tra Hata-yoga e Raja-yoga, cioè egli intende il primo come mezzo propedeutico per giungere al secondo. Cosa ne pensi?

    ps

    E' vero anche ciò che hai scritto tu riguardo il Kundalini Yoga, ma anche in questo caso l'Hata Yoga in sè non è completo se non conduce ad una fase successiva.

    Jai Mata Durge

  8. #8
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    Facciamo così: eliminiamo tutta questa dottrina!

    No mente!!! ...purificarsi con ...no mente!!!
    Difficile vero? ma questa è la giusta via....
    E' molto semplice ma tanto difficile da applicare.
    Ma questa è la giusta via...

  9. #9
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    Scusa il ritardo per la risposta ma sto in Ashram e solo oggi sono venuto qui in paese.L'hata yoga e' propedeutico per kundalini yoga e per raja yoga.Ma anche kundalini yoga e' una forma di raja yoga.Il problema e'che quando si tende a dividere classificando quello che in realta' e' uno (yoga) ci si confonde.Patanjali yoga o Ashtanga yoga e' Raja yoga ma anche hata yoga +kundalini yoga e' nell'insieme Raja yoga.La differenza sostanziale e' che il primo pone molta enfasi sul fatto di incominciare con yama e niama ,mentre il secondo pone piu enfasi sul fatto di dover purificare prima il corpo(l'hata yoga si basa principalmente sui kriya purificanti come neti,dhauti,tarataka,etc.)dando per scontato il fatto che yama e niama saranno spontanei in un secondo momento.Alla fine nessun tipo di yoga e' separato dall'altro non sono percorsi differentianche se possono apparire tali .Poi volevo menzionare un'altra forma di yoga ......Mantra yoga.....che sta alla base di quasi tutte le tradizioni.Ciao

  10. #10
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    Patanjali parla, secondo me, dell'Assoluto al di là della dualità, della Via che comprende l'errore. Tutto è come deve essere, e per riconoscere la moneta buona devi prima conoscere quella falsa. Se conosci il falso, riconosci il Reale. La memoria di tutti gli errori porta alla nostra vera natura. La memoria è la nostra potenzialità per la nostra buddità. Patanjali Espone anche un concetto fondamentale preesistente in sanscrito: la coincidenza nel termine PURUSA del significato "essere umano" ed "essere supremo" (corrispondente al "fatti ad immagine e somiglianza di Dio"). Dio crea eternamente sé stesso, nel senza tempo siamo tutti uguali in Dio.

 

 
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