
Originariamente Scritto da
akuardenti
Addirittura borghese! imoi mi parit ca ses esagerendi!!
fai a bonu mì!
ligidì custu toca, e affancùfia (comenti nant in sa bidda de Scrafìngiu) a custas chistionis
Dalla Gallura i versi della campagna
Il ricordo di cinque poeti dialettali «prodotti della loro terra»
Come può essere stato che gli "stazzi" della Gallura abbiano espresso, intorno alla metà dell'Ottocento, dei grandi poeti dialettali i cui versi sopravvivono ancora per loro forza lirica e sentenziosa? Per Giulio Cossu, il grande poeta tempiese da poco scomparso, ciò è potuto accadere perché, quando lo stazzo (azienda agricola autosufficiente, padronale o gestita da mezzadri), raggiunta una sua più sicura autonomia, ha avuto modo di relazionarsi, e spesso opporsi, a quella di Tempio, raffinata e "cittadina". Ed ecco allora che Don Gavino Pes, più noto come Don Baignu (1624-1795) poeta dialettale insigne, diventa, oltre che maestro di una schiera di poeti tempiesi, maestro "a distanza" di quelli campagnoli, già predisposti all'impegno poetico da un certo modo di comunicare tra di loro verseggiando ironicamente. Ed ecco così fiorire, dopo qualche generazione di poeti di un certo valore, almeno cinque campioni che vale la pena di citare: Pietro Orecchioni, detto "Alluttu", santateresino, (1820-1888); Michele Andrea Tortu, sacerdote aggese, noto come Préti Migal'Andria (1834-1888); Matteo Pirina, detto "Cucchéddhu", di Telti (1843-1905); Giuseppe Scanu, di Aglientu, noto come "Ghjaseppa di Scanu" ( 1850-1940); e Pietro Fiasconi, di Luogosanto, noto come "Curruléddhu". Poeta raffinato e di grande talento, Pietro Orecchioni, visse da mezzadro al servizio dei ricchi "cavalieri" tempiesi. Elegante nel vestire, fu uno dei primi a usare in campagna la camicia con il colletto alto, la cravatta e il simbréli, il cappello a larghe tese usato dagli uomini di un certo ceto.
Altrettanto eleganti erano i suoi voli lirichi dedicati alle belle donne e soprattutto a Idola la sua innamorata, figlia del capitano di un barcone che portava il carbone dalla Gallura in "Continente":
Cantu s'è beddha candu ridi e cagli / chi t'ama ch'a d'amà no ha videa. / Da la to' cara mandi li spiragli / ch'abbàgliani sireni in fundu d'ea (Quanto sei bella quando ridi e non parli / che ti ama chi d'amare non ha intenzione. Dal tuo viso mandi dei riflessi di luce che abbagliano le sirene in fondo all'acqua).
Non così raffinato, ma di grande vena satirica, Michele Andrea Tortu, sacerdote contestatario e gaudente, dotato di buona cultura umanistica. Sospeso a divinis, si recò da papa Pio IX dal quale ottenne lo sciogliemento da un interdetto vescovile. La sua spada, diceva, era la chitarra e il grido di guerra il suo canto armonioso. La dote preminente di Matteo Pirina era, invece, quella di infondere nei versi una forte carica di religiosità. È conosciuto, per questo, come "poeta cattolico". Cantò con alti accenti lirici la libera vita dei campi e la moglie Cassandra:
Casandra, la mé' mèla,/ la dì chi da lu mundu mi ni spoddhu / un abito di téla / l'ùltimu 'istiri è lu chi voddhu; in calzi e isculzu / e in capu un cappéddhu di pilulzu (Cassandra, la mia mela, il giorno in cui mi spoglierò del mondo, una abito di tela è il vestito che voglio; in calze e scalzo e in testa un cappello di feltro). Due poeti fortemente dotati di rude improntitudine espressiva furono Giuseppe Scanu, non bello e mezzadro per tutta la vita, e Pietro Fiasconi, bello forse anche troppo e ricco di famiglia. Il primo dei due usò la sua arte affilata per "mettere in riga" la gente presuntuosa e disonesta. Bastiano Scanu, un suo nipote, lo definisce "un prodotto della terra": come un suono d'acqua, un colpo di vento o una pianta. Il secondo, la sua arte al vetriolo la usò per condannare con versi di eccezionale qualità poetica, ma taglienti come coltellate, quelli che lo avevano fatto condannare con la legge a trent'anni di carcere per un delitto non commesso. Ne scontò 18 a Pianosa e a Procida. Liberato andò ramingo per l'Algeria e la Tunisia. Morì a Santa Teresa Gallura nel tempo limite tra una partenza e un ritorno.
FRANCO FRESI
L'unione sarda 16/02/2008