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pacatamente
Castro e la sua dittatura

Scritto da Davide Giacalone mercoledì 20 febbraio 2008
Bella la richiesta di Massimo D’Alema, nostro ministro degli esteri: adesso, a Cuba, si rilascino i detenuti politici. Allora c’erano, esistevano! E’ bello sentirlo riconoscere da un esponente della sinistra telefonica, la stessa che ci ha portato a consegnare dei soldi alla dittatura castrista pur di entrare nella telefonia cubana, quella stessa che i cubani liberi ed oppositori non possono utilizzare. E, poi, perché quei detenuti dovrebbero essere liberati adesso? Solo perché il dittatore, Fidel Castro, ha deciso di non essere più presidente? Va bene che i tropici annebbiano il cervello, ma è da beoti pensare che quella rinuncia equivale ad un’apertura al diritto ed alla democrazia.
Il caudillo spagnolesco non ha lasciato il potere, è la vita che sta lasciando lui. Con troppa lentezza, avendo troppo atteso. Il potere passa al fratello, che non è esattamente la procedura regolare nelle democrazie, bensì il costume delle dittature. I Castro, presto, lasceranno, tutti e due, una Cuba ridotta alla miseria, un gelido lager tropicale che è la sopravvivenza sanguinolenta della guerra fredda. La trovarono migliore, Cuba. Sì, lo so, l’intellettualità analfabeta continua a ripetere il contrario, sostenendo che prima di castro Cuba era l’isola della mafia e delle puttane. Poveri ignorantelli vestiti da intellettuali, non sanno e non hanno mai letto nulla. Oggi, ora, Cuba è l’isola di una mafia e tante puttane, con tanti puttani per contorno. Un tempo fu diversa, e migliore. Ma loro credono solo alle mitologie del comandante, se la fanno sotto a pronunciare, in uno spagnolo da comica, le parole della rivoluzione, sentono un brivido a pensarsi guerriglieri. Sono stati e sono, solo, nemici della libertà, e della cultura.
Leggo, ad esempio, che Claudio Magris scrive da Cuba, dove, senza vergogna, si trova per un festival letterario. Roba da pazzi. C’è gente che s’interroga se è il caso di andare a fare le Olimpiadi (quindi correre, saltare, tirare il giavellotto) a Pechino, dov’è al potere una dittatura, mentre queste coscienze alla candeggina neanche si chiedono se si può andare a festeggiare la letteratura in un Paese dove i letterati finiscono in galera e nei campi di concentramento. Avrebbero partecipato anche alla fiera del libro berlinese, nel 1939, se solo gli avessero dato un premio e l’albergo gratis. E certo avrebbero considerato con ammirazione stilistica il fatto che i governanti fossero quasi tutti in divisa. Come a Cuba, guarda tu il caso.
Castro li ha menati per il naso per decenni, e se c’è una cosa che ha dimostrato ancora una volta, se c’è una cosa che si conferma in queste ore, è che il moribondo Fidel è assai più intelligente e capace di questi quattro strimpellatori che approdano alla sua corte per sentirsi chiamar musicisti.
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