
Originariamente Scritto da
Garrulus
Etica e politica nascono legate e sono inevitabilmente legate: anche una scelta esclusivamente politica è una scelta, in ultima analisi, etica. In altri termini direi che anche la separazione tra etica e politica, come pure il giudicare le situazioni soltanto in ottica politica, è una scelta etica.
Per stabilire i reciproci rapporti tra etica e politica, innanzitutto, bisognerebbe definire entrambi i termini. Nel discorso di Terraeamore riesco a capire cosa significhi etica; meno cosa significhi politica, poiché mi sembra parta da un'idea di politica apriori staccata dall'etica, una politica in senso moderno (al di là di come vorrebbe egli stesso), per poi dire che sono strettamente intrecciate. Mi pare che questa impostazione teorica sia piuttosto problematica: riporta, infatti, ad una divisione agente-azione, laddove il discorso dovrebbe andare nella direzione di ampliare il concetto di azione.
Non si tratta di un'alternativa tra morale eteronoma e morale avulsa dal contesto. Già “morale eteronoma” mi sembra un concetto non proprio calzante in questo contesto. L'eteronomia è contrapposta all'autonomia e, sebbene sia chiaro che ogni autonomia abbia una buona dose di eteronomia (filosofia contemporanea docet), non penso si voglia qui eliminare tout court l'autonomia. Bisogna ampliare il concetto di azione, non limitandolo soltanto all'agire soggettivo, ma unendolo al “contesto”, di cui l'agente pure è parte: si tratta, a mio avviso, di visualizzare il “campo” di “gioco” e capire che l'azione è il “campo”. Nel giudizio, si resta comunque nell'autonomia e, in aggiunta, con una buona dose di autoreferenzialità.
Tutti i criteri che indichi hanno un confine sottilissimo (se pure ce l'hanno) con l'ideologia. Il problema, infatti, sta nel fatto che anche il tuo (nostro) giudizio etico è parte dell'azione. Una critica razionale deve tenerne conto. Mi sembrerebbe dunque più utile una discussione sull'ideologia e sulle condizioni di una sua possibile critica. In proposito non è sufficiente enunciare la parola “razionale” per fare critica dell'ideologia. Anche l'ideologia è razionale.
Si parla di “legittimità”. Ma la legittimità dovrebbe esser diversa dal essere con-cordi con una causa e, dunque, anche con l'uso della violenza per questa causa.
Ma passiamo all'analisi dei quattro punti.
Valore in sé di una causa: “giudizio assoluto sulla causa”-“io ritengo”: questa contraddizione è indicativa della difficoltà del discorso. Non capisco se qui si vuol fare una teoria per giudicare “eticamente” i comportamenti degli altri o i nostri. Da una lato è ovvio che noi usiamo la violenza per una causa che condividiamo; dall'altra è problematico sostenere che l'uso della violenza per una causa che non “riteniamo” giusta sia “illegittimo”. Certo possiamo sostenere che la causa è tout court illegittima, ma allora l'idea della contestualità dell'azione va a farsi benedire. Con un'iperbole (me ne rendo conto, essendo io totalmente dis-corde con questa causa), seguendo questa linea di pensiero, potremmo dire che la causa di coloro che rimasero fascisti dopo l'8 settembre era legittima sotto tutti i punti di vista contestuali, ma illegittima sotto il mio punto di vista particolare: questo invera del tutto la legittimità dell'azione (percepita per sé come resistenza).
Diciamo che questo criterio, volendo stabilire un in sé, ricade nel soggettivismo più unilaterale (magie della dialettica). E dunque ristabilisce l'evidenza che in ultima analisi sono io a giudicare, che mi prendo la responsabilità dell'analisi, che ogni analisi, pur contestuale, affonda le radici su uno sfondo olistico pre-giudiziale.
Una prima risposta alla domanda se si può valutare eticamente l'agire sta qui: ovviamente sì, visto che lo facciamo ogniqualvolta diciamo se siamo d'accordo o no. Razionalmente? Diciamo, più che razionalmente, in maniera funzionale a ciò che riteniamo razionale (anche la definizione di razionale è, in certa misura, “ideologica”). E questo semplicemente perché anche la valutazione fa parte del contesto.
L'appoggio popolare. Qui le cose si fanno meno complicate teoreticamente. Solo un paio di rilievi: come giudicare politicamente se si ha sostegno popolare (ad esempio durante una dittatura?). E ancora: come fare “lavoro culturale” in modo da favorire una larga egemonia alla nostra causa in una dittatura che tradizionalmente (anche senza averne una concezione ai limiti del ridicolo, stile Orwell) tende a sorvegliare proprio il lato culturale?
Necessità materiale e/o esistenziale della causa. Qui il gioco si fa duro... Si parla di “necessità” in maniera abbastanza problematica. La necessità di una reazione, ad esempio, dipende dalla capacità di adattamento. Chi ha più capacità di adattamento ad una nuova situazione (pur di soprusi) non ha necessità di ricorrere alla violenza della resistenza. Per adattamento penso l'adeguamento a nuove “regole”, tipo l'abrogazione della libertà di parola (regimi autoritari), ovvero il furto di risorse economiche (occupazioni militari). Non vorrei accodarmi (perché non sono affatto d'accordo con questi) con coloro che alle prime avvisaglie dell'aggressione all'Iraq, speravano, per fermare la violenza, che non ci fosse resistenza e che gli iracheni si adattassero al nuovo ordine. Però anche questo è un argomento.
Qui c'è “necessità” solo e soltanto se postuliamo la possibilità del giusnaturalismo. Ma allora non chiamiamola etica eteronoma, chiamiamola morale naturale.
Eppure, ecco, anche la morale naturale deve fare i conti con il contesto, se no come distinguere il morto iracheno resistente, dal morto della X mas? Ma allora si può parlare di “necessità”?
Se poi andiamo sulla “necessità esistenziale” raggiungiamo vette inaspettate di arbitrarietà. Come giudicare il “libero sviluppo personale”, se non postulando un progresso ontogenetico e filogenetico naturale? (E i fantasmi? E le frustrazioni di massa?)
Tralascio qui tutte le mie perplessità sulla nozione di “popolo” unita alla frase “vive una vita tranquilla in termini materiali” (a mio avviso si può utilizzare la nozione di popolo, ma non certo in un contesto di analisi “materiale” (come si diceva una volta) di condizioni di vita).
La quarta variabile, sul livello di violenza, è un discorso molto importante. Mi sembra sia ben impostato da Terraeamore. Nonostante questo, si incorre in un'aporia: noi stiamo ragionando sul giudizio di legittimità, dunque su un giudizio dato aposteriori, laddove la maggior parte delle variabili come efficacia, necessità rispetto al fine e proporzionalità sono una valutazione contingente. Penso sia insanabile la scissione tra la riflessione in fieri e la riflessione post factum (torno anche dopo su questo).
Inoltre, non capisco se queste variabili debbano essere gerarchizzate (se ce ne sono di più importanti di altre), e se un'azione che fuoriesca da una di queste variabili sia illegittima. Potremmo porre il caso di un'azione che rispetti tre di queste variabili (salvo incorrere nell'aporia riscontrata nell'analisi della prima variabile). Come giudicarla? E come interagiscono queste variabili tra loro?
Forse anche la dicotomia legittimo-illegittimo è un po' troppo rigida.
Do un giudizio, comunque, parzialmente positivo di questo discorso. Da un lato lascia spazio a larghi tratti di arbitrarietà e, a mio avviso, non ci fa procedere di un solo passo nel lavoro teorico. Dall'altro, questa arbitrarietà è imprescindibile, come il giudizio etico. Parlerei, in questo senso, di un'etica ragionevole e non di un'etica razionale. E il “ragionevole” presenta tutte le ambiguità e le incertezze dell'essere-in-situazione e non può essere in nessuna maniera assolutizzato.
Però... però c'è qualcosa che non convince proprio, ed è appunto il giudizio di illegittimità post-factum. Se prendiamo un esempio classico, la rivoluzione d'ottobre, questa non rispetta una delle quattro variabili, forse quella fondamentale: la “necessità” materiale o esistenziale. Perché, infatti, non “accontentarsi” della rivoluzione di febbraio che aveva rovesciato il regime zarista? Probabilmente sarebbe bastato per vivere in maniera accettabile. Invece Lenin compie una forzatura (e a mio avviso fa benissimo) e spinge perché l'evento si ripeta (violentemente) nella rivoluzione d'ottobre, esponendo il “popolo” ad una sanguinosa guerra civile. Mi chiedo: non è che una mappa di criteri limiti il “colpo d'occhio” di chi agisce?
So che Terraeamore non ha utilizzato costantemente il termine “legittimazione” e io ho fatto come se invece l'avesse usato. E' un espediente per cercare di provare le fondamenta del discorso e per capire dove voglia andare a parare. Mi pare che uno schema di questo tipo sia di difficile utilizzo, ma mi sembra che anche Terraeamore ne sia consapevole.