Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
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    Predefinito Il fine giustifica i mezzi ?

    apro questa discussione come spazio di dialogo relativo all'annoso problema del metodo per il raggiungimento di obiettivi politici, sociali e culturali.
    Mi è venuto in mente di dare rilievo specifico ad un tema filosofico e pratico a me molto caro prendendo spunto dalla discussione "crisi sudamericana" qui presente in cui ponevo il dubbio della legittimità e utilità del metodo del secuestro di civili nell'azione di guerriglia insurrezionale delle farc ( movimento rivoluzionario il cui fine di fondo e la cui generale lotta armata ritengo assolutamete legittime).
    Da qui, senza appesantire la discussione specifica sulla crisi sudamericana, vorrei far partire una riflessione più generale sull'importanza del legame etico tra mezzo e fine.
    Per me è un riflessione decisiva, utilissima a non precipitare nel nichilismo del giudizio o nell'identificazione empatica cieca.
    Adesso non ho tempo di impostare correttamente la problematica, ma invito chi abbia voglia ad anticiparmi esprimento pareri nel merito.
    Per capire le fondamenta del discorso si leggano le ultime battute, a mo di esempio, di discussione tra me e sandinista nella discussione "crisi sudamericana".

  2. #2
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    Discussione che mi trova assolutamente concorde con Terraeamore riguardo la sua importanza etica e quindi politica. In qualche maniera come già terraeamore ha detto io e lui abbiamo iniziato una discussione a riguardo su un caso particolare ma sarebbe interessante riuscire a creare un abbozzo di teorizzazione generale. Prima di intervnire aspetto di avere maggior tempo e soprattutto degli interventi che non siano miei o di terraemore a riguardo per cominciare un eventuale dibattito.

  3. #3
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    Scusate, fatemi capire...dovremmo discutere della "legittimità e utilità del metodo del sequestro di civili"?

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Scusate, fatemi capire...dovremmo discutere della "legittimità e utilità del metodo del sequestro di civili"?

    quello è solo un esempio.
    La discussione dovrebbe vertere su una riflessione etica dei mezzi adeguati ai contesti ed ai fini ultimi.
    A me sembra una riflessione centrale utilissima per porsi di fronte alla realtà, avere giudizi ponderati, non opportunistici nè spensierati.

  5. #5
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    aspettando interventi che non siano solo miei o di sandinista, intanto propogno le direttrici fondamentali per l'impostazione di un criterio:

    le variabili a mio avviso sono:

    1- il valore in sè di una causa
    2- la popolarità di una causa
    3- necessità materiale e-o esistenziale della causa.
    4- il livello di esercizio della violenza che deve essere utilizzato per far valere la causa


    il tutto premettendo che è infinitamente meglio, ovvio e banale a dirsi, una situazione in cui di violenza non c' è alcun bisogno perchè l'istanza in cui si crede può essere portata avanti liberamente tramite il lavorio culturale e democratico. Dunque d'ora in poi mi riferirà ai casi in cui è strutturalmente impossibile, per repressione oggettiva, l'azione civile, politica entro i parametri della legge e del lavorio culturale.

    La prima variabile concerne un giudizio assoluto sulla causa che si sta affrontando, che è diverso dalla sua popolarità. Ad esempio io ritengo che una società solidale fondata su un'economia solidale e sul principio comunitario dei frutti del lavoro condivisi, è un valore assoluto altissimo, pur se tale causa per cui lotto culturalemente non è sentita nel contesto in cui vivo ( L'Italia dalla stragrande maggioranza della popolazione).
    O viceversa una causa ultrapopolare può invece essere negativa e pericolosa per l'uomo in termini assoluti: ad esempio l'ideologia liberale che si tramuta in leggi ( liberalizzazione, distruzione dello stato sociale, privatizzazione etc etc )e viene applaudita dalle masse. Oppure deliri nazionalistici, razzistici, bellicistici, anche laddove un intero popolo vi aderisca per ignoranza, spinta emotiva, massificazione etc etc

    La seconda variabile è l'appoggio popolare: La causa può anche essere nobile e in assoluto profondamente umana, ma se non è sentita da un numero cospicuo di persone, lottare per essa è possibile esclusivamente sul piano culturale, anche laddove regni la mancanza di libertà di espressione. Ad esempio alcune dittature storiche hanno goduto oggettivamente dell'appoggio popolare massiccio dei popoli, dunque pur ritenendole pericolose e degne di essere combattute, il loro sovvertimento tamite la violenza avrebbe solo aggiunto violenza a violenza.
    Per non parlare del sistema capitalistico oggi in occidente: è chiaro che il suo superamento è un nobile ideale, ma visto e considerato che viene accettato e coccolato dalla stragrande maggioranza delle popolazioni, sarebbe semplicemente assurdo ed impositivo lottare con la forza contro le sue istituzioni, se non come legittima difesa dell'oppressione diretta ( soprusi, violenze etc etc )

    La terza variabile è altrettanto importante, poichè si lega direttamente alla legittimità o giustificabilità della violenza. Se un popolo vive una vita tranquilla in termini materiale, non subisce oppressione, gode di libertà che permettono il libero sviluppo personale degli individidui, anche laddove la causa che esprime per rovesciare un potere che lo sovrasta sia buona in sè e popolare, probabilmente l'uso della violenza diverrà autoreferenziale nel momento in cui dovrà portare a sacrifici sproporzionati umanamente rispetto alle condizioni presenti, accettabilissime, in cui il popolo stesso sta vivendo.


    La terza variabile è il livello della violenza: qui il discorso si fa molto complesso e a mio avviso i criteri cui qualsiasi lotta deve fare appello sono l'efficacia rispetto al fine, la necessità e la proporzionalità.
    Ciò significa che ogni gesto violento deve essere soppesato in base ai suoi risultati sortibili reali ( efficacia), reale necessità dello stesso rispetto al fine ( cioè non sostituibilità con un criterio non violento ) e proporzionalità umana rispetto alle contingenze.
    In linea generale riguardo alla violenza, direi che il suo utilizzo naturalmente è strettamente legato alle prime due variabili ( valore assoluto della causa, e popolarità della stessa), ma esse da sole non sono sufficienti.
    Immaginiamo una causa molto popolare nonchè buona in assoluto: Qualora per ragoni contingenti di repressione sia necessario il ricorso alla violenza per far valere tale causa, ritengo doveroso che si valutino le conseguenze realistiche di uno scontro, e non si proceda con foga senza considerare le implicazioni che ciò può avere. Ad esempio se la lotta nella contingenza suddetta dovesse costare immani sacrifici umani, bisogna razionalmente considerare se allora ne vale la pena. E il cerchio qui si chiude perchè la valutazione del "vale la pena o non vale la pena umanamente"si deve commisurare alle prime tre variabili: bontà assoluta di una causa, popolarità di una causa, necessità materiale ed esistenziale di una causa.


    Questo è solo un abbozzo generale cui più tardi proverò ad affiancare esempi del reale descritti secondo il riferimento a queste quattro variabili esemplificativi.
    Il tutto ben sapendo che la realtà non è riducibile ad un minitrattato teorico, perchè è bn più complessa, ma con la convinzione che sia sempre utile avere dei riferimenti etici pesati.

  6. #6
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    Ricordate questa vecchia discussione? La vorrei riprendere per mostrare come a mio avviso etica e politica siano due dimensione inscindibili, e come la loro unione sia non solo possibile,ma necessaria, senza che ciò scada in opportunismo o ipocrisie di sorta. Mi è rivenuto in mente questo messaggio rispetto a due commenti di sandinista recenti, in cui da un lato parlava di critiche a ETA e non di condanna, e dall'altro di critica politica e non etica alla strategia dell BR (se non erro).
    Ora, al di là dei due esempi, che è inutile stare a ripetere mille volte (ogniuno potrebbe dire la sua sui contesti, ma il succo del discorso rischia di deviare), vorrei sapere da sandinista, ma anche da tutti gli altri:
    Non credete che in linea di massima sia possibile valutare il senso etico di un'azione in rapporto ai contesti, dunque un'etica di tipo eteronomo e non certo un'etica teorica avulsa dal reale ?
    Non ritenete che sia assolutamente etico oltre che politico il modo di agire di un gruppo politico in relazione al proprio contesto storico e di necessità?

    Lo dico perché a mio avviso è errato separare le due dimensioni. O meglio ci sono casi in cui un errore politico può non essere una sbaglio anche etico, ma ve ne sono molti in cui le due dimensioni si toccano.

    Ed è importante, soprattutto, portare ogni situazione al suo preciso contesto, a partire da principi di base che si adattano poi alle concrete situazioni.

    Ad esempio posso dire:
    Uccidere un altro uomo è un gesto in sé non etico, ma non avrei detto nulla se non lo avessi contestualizzato.
    Un palestinese che spara sul soldato occupante mentre costui saccheggia la sua casa e i suoi beni e innalza un muro sui propri ulivi non è un assassino, ma un resistente armato.

    Ma il punto è che la dichiarazione di un fine apparentemente buono, NON BASTA affinchè qualunque gesto correlato sia visto come un mezzo insindacabile eticamente. Non basta dire che si sta agendo per una causa rivoluzionaria perché la propria azione sia giusta in sé. E soprattutto non è sufficiente dire che l'errore è solo politico e che invece eticamente si è legittimati ad agire perché il mondo che ti circonda è comunque una merda e se lotti per il bene puoi fare ciò che ti passa per la testa. A mio avviso si rischia di cadere nel relativismo. Dunque in molti casi non basta la critica,ma serve la condanna (non moralistica, ma razionale e umana).

    Ad esempio se dico che voglio il comunismo ed inizio a uccidere tutti gli imprenditori che vedo per strada, il mio non è un errore SOLO POLITICO, ma è anzitutto un delirio disumanizzato, dunque alla base uno sbaglio etico.

    A mio avviso è un discorso fondamentale da non confondere assolutamente con l'ipocrisia. Ad esempio se critico i metodi BR anche da un punto di vista etico e non solo politico, a mio avviso non cado nell'ipocrisia, ma mi muovo entro la critica razionale del comportamente umano.
    DIvento ipocrita se nego il diritto morale degli iracheni a prendere le armi per resistere all'occupante assassino....e gli esempi come purtroppo sappiamo sono infiniti.

    Che ne pensate?

    Ricordo in proposito ciò che dissi all'epoca sulle fondamentali variabili utili per leggere gli eventi e non temere il giudizio.

    le variabili a mio avviso sono:

    1- il valore in sè di una causa
    2- la popolarità di una causa
    3- necessità materiale e-o esistenziale della causa.
    4- il livello di esercizio della violenza che deve essere utilizzato per far valere la causa


    A voi la sentenza.

  7. #7
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    Etica e politica nascono legate e sono inevitabilmente legate: anche una scelta esclusivamente politica è una scelta, in ultima analisi, etica. In altri termini direi che anche la separazione tra etica e politica, come pure il giudicare le situazioni soltanto in ottica politica, è una scelta etica.
    Per stabilire i reciproci rapporti tra etica e politica, innanzitutto, bisognerebbe definire entrambi i termini. Nel discorso di Terraeamore riesco a capire cosa significhi etica; meno cosa significhi politica, poiché mi sembra parta da un'idea di politica apriori staccata dall'etica, una politica in senso moderno (al di là di come vorrebbe egli stesso), per poi dire che sono strettamente intrecciate. Mi pare che questa impostazione teorica sia piuttosto problematica: riporta, infatti, ad una divisione agente-azione, laddove il discorso dovrebbe andare nella direzione di ampliare il concetto di azione.
    Non si tratta di un'alternativa tra morale eteronoma e morale avulsa dal contesto. Già “morale eteronoma” mi sembra un concetto non proprio calzante in questo contesto. L'eteronomia è contrapposta all'autonomia e, sebbene sia chiaro che ogni autonomia abbia una buona dose di eteronomia (filosofia contemporanea docet), non penso si voglia qui eliminare tout court l'autonomia. Bisogna ampliare il concetto di azione, non limitandolo soltanto all'agire soggettivo, ma unendolo al “contesto”, di cui l'agente pure è parte: si tratta, a mio avviso, di visualizzare il “campo” di “gioco” e capire che l'azione è il “campo”. Nel giudizio, si resta comunque nell'autonomia e, in aggiunta, con una buona dose di autoreferenzialità.
    Tutti i criteri che indichi hanno un confine sottilissimo (se pure ce l'hanno) con l'ideologia. Il problema, infatti, sta nel fatto che anche il tuo (nostro) giudizio etico è parte dell'azione. Una critica razionale deve tenerne conto. Mi sembrerebbe dunque più utile una discussione sull'ideologia e sulle condizioni di una sua possibile critica. In proposito non è sufficiente enunciare la parola “razionale” per fare critica dell'ideologia. Anche l'ideologia è razionale.


    Si parla di “legittimità”. Ma la legittimità dovrebbe esser diversa dal essere con-cordi con una causa e, dunque, anche con l'uso della violenza per questa causa.


    Ma passiamo all'analisi dei quattro punti.
    Valore in sé di una causa: “giudizio assoluto sulla causa”-“io ritengo”: questa contraddizione è indicativa della difficoltà del discorso. Non capisco se qui si vuol fare una teoria per giudicare “eticamente” i comportamenti degli altri o i nostri. Da una lato è ovvio che noi usiamo la violenza per una causa che condividiamo; dall'altra è problematico sostenere che l'uso della violenza per una causa che non “riteniamo” giusta sia “illegittimo”. Certo possiamo sostenere che la causa è tout court illegittima, ma allora l'idea della contestualità dell'azione va a farsi benedire. Con un'iperbole (me ne rendo conto, essendo io totalmente dis-corde con questa causa), seguendo questa linea di pensiero, potremmo dire che la causa di coloro che rimasero fascisti dopo l'8 settembre era legittima sotto tutti i punti di vista contestuali, ma illegittima sotto il mio punto di vista particolare: questo invera del tutto la legittimità dell'azione (percepita per sé come resistenza).
    Diciamo che questo criterio, volendo stabilire un in sé, ricade nel soggettivismo più unilaterale (magie della dialettica). E dunque ristabilisce l'evidenza che in ultima analisi sono io a giudicare, che mi prendo la responsabilità dell'analisi, che ogni analisi, pur contestuale, affonda le radici su uno sfondo olistico pre-giudiziale.
    Una prima risposta alla domanda se si può valutare eticamente l'agire sta qui: ovviamente sì, visto che lo facciamo ogniqualvolta diciamo se siamo d'accordo o no. Razionalmente? Diciamo, più che razionalmente, in maniera funzionale a ciò che riteniamo razionale (anche la definizione di razionale è, in certa misura, “ideologica”). E questo semplicemente perché anche la valutazione fa parte del contesto.


    L'appoggio popolare. Qui le cose si fanno meno complicate teoreticamente. Solo un paio di rilievi: come giudicare politicamente se si ha sostegno popolare (ad esempio durante una dittatura?). E ancora: come fare “lavoro culturale” in modo da favorire una larga egemonia alla nostra causa in una dittatura che tradizionalmente (anche senza averne una concezione ai limiti del ridicolo, stile Orwell) tende a sorvegliare proprio il lato culturale?


    Necessità materiale e/o esistenziale della causa. Qui il gioco si fa duro... Si parla di “necessità” in maniera abbastanza problematica. La necessità di una reazione, ad esempio, dipende dalla capacità di adattamento. Chi ha più capacità di adattamento ad una nuova situazione (pur di soprusi) non ha necessità di ricorrere alla violenza della resistenza. Per adattamento penso l'adeguamento a nuove “regole”, tipo l'abrogazione della libertà di parola (regimi autoritari), ovvero il furto di risorse economiche (occupazioni militari). Non vorrei accodarmi (perché non sono affatto d'accordo con questi) con coloro che alle prime avvisaglie dell'aggressione all'Iraq, speravano, per fermare la violenza, che non ci fosse resistenza e che gli iracheni si adattassero al nuovo ordine. Però anche questo è un argomento.
    Qui c'è “necessità” solo e soltanto se postuliamo la possibilità del giusnaturalismo. Ma allora non chiamiamola etica eteronoma, chiamiamola morale naturale.
    Eppure, ecco, anche la morale naturale deve fare i conti con il contesto, se no come distinguere il morto iracheno resistente, dal morto della X mas? Ma allora si può parlare di “necessità”?
    Se poi andiamo sulla “necessità esistenziale” raggiungiamo vette inaspettate di arbitrarietà. Come giudicare il “libero sviluppo personale”, se non postulando un progresso ontogenetico e filogenetico naturale? (E i fantasmi? E le frustrazioni di massa?)
    Tralascio qui tutte le mie perplessità sulla nozione di “popolo” unita alla frase “vive una vita tranquilla in termini materiali” (a mio avviso si può utilizzare la nozione di popolo, ma non certo in un contesto di analisi “materiale” (come si diceva una volta) di condizioni di vita).


    La quarta variabile, sul livello di violenza, è un discorso molto importante. Mi sembra sia ben impostato da Terraeamore. Nonostante questo, si incorre in un'aporia: noi stiamo ragionando sul giudizio di legittimità, dunque su un giudizio dato aposteriori, laddove la maggior parte delle variabili come efficacia, necessità rispetto al fine e proporzionalità sono una valutazione contingente. Penso sia insanabile la scissione tra la riflessione in fieri e la riflessione post factum (torno anche dopo su questo).




    Inoltre, non capisco se queste variabili debbano essere gerarchizzate (se ce ne sono di più importanti di altre), e se un'azione che fuoriesca da una di queste variabili sia illegittima. Potremmo porre il caso di un'azione che rispetti tre di queste variabili (salvo incorrere nell'aporia riscontrata nell'analisi della prima variabile). Come giudicarla? E come interagiscono queste variabili tra loro?
    Forse anche la dicotomia legittimo-illegittimo è un po' troppo rigida.


    Do un giudizio, comunque, parzialmente positivo di questo discorso. Da un lato lascia spazio a larghi tratti di arbitrarietà e, a mio avviso, non ci fa procedere di un solo passo nel lavoro teorico. Dall'altro, questa arbitrarietà è imprescindibile, come il giudizio etico. Parlerei, in questo senso, di un'etica ragionevole e non di un'etica razionale. E il “ragionevole” presenta tutte le ambiguità e le incertezze dell'essere-in-situazione e non può essere in nessuna maniera assolutizzato.
    Però... però c'è qualcosa che non convince proprio, ed è appunto il giudizio di illegittimità post-factum. Se prendiamo un esempio classico, la rivoluzione d'ottobre, questa non rispetta una delle quattro variabili, forse quella fondamentale: la “necessità” materiale o esistenziale. Perché, infatti, non “accontentarsi” della rivoluzione di febbraio che aveva rovesciato il regime zarista? Probabilmente sarebbe bastato per vivere in maniera accettabile. Invece Lenin compie una forzatura (e a mio avviso fa benissimo) e spinge perché l'evento si ripeta (violentemente) nella rivoluzione d'ottobre, esponendo il “popolo” ad una sanguinosa guerra civile. Mi chiedo: non è che una mappa di criteri limiti il “colpo d'occhio” di chi agisce?


    So che Terraeamore non ha utilizzato costantemente il termine “legittimazione” e io ho fatto come se invece l'avesse usato. E' un espediente per cercare di provare le fondamenta del discorso e per capire dove voglia andare a parare. Mi pare che uno schema di questo tipo sia di difficile utilizzo, ma mi sembra che anche Terraeamore ne sia consapevole.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Garrulus Visualizza Messaggio
    Etica e politica nascono legate e sono inevitabilmente legate: anche una scelta esclusivamente politica è una scelta, in ultima analisi, etica. In altri termini direi che anche la separazione tra etica e politica, come pure il giudicare le situazioni soltanto in ottica politica, è una scelta etica.
    Per stabilire i reciproci rapporti tra etica e politica, innanzitutto, bisognerebbe definire entrambi i termini. Nel discorso di Terraeamore riesco a capire cosa significhi etica; meno cosa significhi politica, poiché mi sembra parta da un'idea di politica apriori staccata dall'etica, una politica in senso moderno (al di là di come vorrebbe egli stesso), per poi dire che sono strettamente intrecciate. Mi pare che questa impostazione teorica sia piuttosto problematica: riporta, infatti, ad una divisione agente-azione, laddove il discorso dovrebbe andare nella direzione di ampliare il concetto di azione.
    Non si tratta di un'alternativa tra morale eteronoma e morale avulsa dal contesto. Già “morale eteronoma” mi sembra un concetto non proprio calzante in questo contesto. L'eteronomia è contrapposta all'autonomia e, sebbene sia chiaro che ogni autonomia abbia una buona dose di eteronomia (filosofia contemporanea docet), non penso si voglia qui eliminare tout court l'autonomia. Bisogna ampliare il concetto di azione, non limitandolo soltanto all'agire soggettivo, ma unendolo al “contesto”, di cui l'agente pure è parte: si tratta, a mio avviso, di visualizzare il “campo” di “gioco” e capire che l'azione è il “campo”. Nel giudizio, si resta comunque nell'autonomia e, in aggiunta, con una buona dose di autoreferenzialità.
    Tutti i criteri che indichi hanno un confine sottilissimo (se pure ce l'hanno) con l'ideologia. Il problema, infatti, sta nel fatto che anche il tuo (nostro) giudizio etico è parte dell'azione. Una critica razionale deve tenerne conto. Mi sembrerebbe dunque più utile una discussione sull'ideologia e sulle condizioni di una sua possibile critica. In proposito non è sufficiente enunciare la parola “razionale” per fare critica dell'ideologia. Anche l'ideologia è razionale.


    Si parla di “legittimità”. Ma la legittimità dovrebbe esser diversa dal essere con-cordi con una causa e, dunque, anche con l'uso della violenza per questa causa.


    Ma passiamo all'analisi dei quattro punti.
    Valore in sé di una causa: “giudizio assoluto sulla causa”-“io ritengo”: questa contraddizione è indicativa della difficoltà del discorso. Non capisco se qui si vuol fare una teoria per giudicare “eticamente” i comportamenti degli altri o i nostri. Da una lato è ovvio che noi usiamo la violenza per una causa che condividiamo; dall'altra è problematico sostenere che l'uso della violenza per una causa che non “riteniamo” giusta sia “illegittimo”. Certo possiamo sostenere che la causa è tout court illegittima, ma allora l'idea della contestualità dell'azione va a farsi benedire. Con un'iperbole (me ne rendo conto, essendo io totalmente dis-corde con questa causa), seguendo questa linea di pensiero, potremmo dire che la causa di coloro che rimasero fascisti dopo l'8 settembre era legittima sotto tutti i punti di vista contestuali, ma illegittima sotto il mio punto di vista particolare: questo invera del tutto la legittimità dell'azione (percepita per sé come resistenza).
    Diciamo che questo criterio, volendo stabilire un in sé, ricade nel soggettivismo più unilaterale (magie della dialettica). E dunque ristabilisce l'evidenza che in ultima analisi sono io a giudicare, che mi prendo la responsabilità dell'analisi, che ogni analisi, pur contestuale, affonda le radici su uno sfondo olistico pre-giudiziale.
    Una prima risposta alla domanda se si può valutare eticamente l'agire sta qui: ovviamente sì, visto che lo facciamo ogniqualvolta diciamo se siamo d'accordo o no. Razionalmente? Diciamo, più che razionalmente, in maniera funzionale a ciò che riteniamo razionale (anche la definizione di razionale è, in certa misura, “ideologica”). E questo semplicemente perché anche la valutazione fa parte del contesto.


    L'appoggio popolare. Qui le cose si fanno meno complicate teoreticamente. Solo un paio di rilievi: come giudicare politicamente se si ha sostegno popolare (ad esempio durante una dittatura?). E ancora: come fare “lavoro culturale” in modo da favorire una larga egemonia alla nostra causa in una dittatura che tradizionalmente (anche senza averne una concezione ai limiti del ridicolo, stile Orwell) tende a sorvegliare proprio il lato culturale?


    Necessità materiale e/o esistenziale della causa. Qui il gioco si fa duro... Si parla di “necessità” in maniera abbastanza problematica. La necessità di una reazione, ad esempio, dipende dalla capacità di adattamento. Chi ha più capacità di adattamento ad una nuova situazione (pur di soprusi) non ha necessità di ricorrere alla violenza della resistenza. Per adattamento penso l'adeguamento a nuove “regole”, tipo l'abrogazione della libertà di parola (regimi autoritari), ovvero il furto di risorse economiche (occupazioni militari). Non vorrei accodarmi (perché non sono affatto d'accordo con questi) con coloro che alle prime avvisaglie dell'aggressione all'Iraq, speravano, per fermare la violenza, che non ci fosse resistenza e che gli iracheni si adattassero al nuovo ordine. Però anche questo è un argomento.
    Qui c'è “necessità” solo e soltanto se postuliamo la possibilità del giusnaturalismo. Ma allora non chiamiamola etica eteronoma, chiamiamola morale naturale.
    Eppure, ecco, anche la morale naturale deve fare i conti con il contesto, se no come distinguere il morto iracheno resistente, dal morto della X mas? Ma allora si può parlare di “necessità”?
    Se poi andiamo sulla “necessità esistenziale” raggiungiamo vette inaspettate di arbitrarietà. Come giudicare il “libero sviluppo personale”, se non postulando un progresso ontogenetico e filogenetico naturale? (E i fantasmi? E le frustrazioni di massa?)
    Tralascio qui tutte le mie perplessità sulla nozione di “popolo” unita alla frase “vive una vita tranquilla in termini materiali” (a mio avviso si può utilizzare la nozione di popolo, ma non certo in un contesto di analisi “materiale” (come si diceva una volta) di condizioni di vita).


    La quarta variabile, sul livello di violenza, è un discorso molto importante. Mi sembra sia ben impostato da Terraeamore. Nonostante questo, si incorre in un'aporia: noi stiamo ragionando sul giudizio di legittimità, dunque su un giudizio dato aposteriori, laddove la maggior parte delle variabili come efficacia, necessità rispetto al fine e proporzionalità sono una valutazione contingente. Penso sia insanabile la scissione tra la riflessione in fieri e la riflessione post factum (torno anche dopo su questo).




    Inoltre, non capisco se queste variabili debbano essere gerarchizzate (se ce ne sono di più importanti di altre), e se un'azione che fuoriesca da una di queste variabili sia illegittima. Potremmo porre il caso di un'azione che rispetti tre di queste variabili (salvo incorrere nell'aporia riscontrata nell'analisi della prima variabile). Come giudicarla? E come interagiscono queste variabili tra loro?
    Forse anche la dicotomia legittimo-illegittimo è un po' troppo rigida.


    Do un giudizio, comunque, parzialmente positivo di questo discorso. Da un lato lascia spazio a larghi tratti di arbitrarietà e, a mio avviso, non ci fa procedere di un solo passo nel lavoro teorico. Dall'altro, questa arbitrarietà è imprescindibile, come il giudizio etico. Parlerei, in questo senso, di un'etica ragionevole e non di un'etica razionale. E il “ragionevole” presenta tutte le ambiguità e le incertezze dell'essere-in-situazione e non può essere in nessuna maniera assolutizzato.
    Però... però c'è qualcosa che non convince proprio, ed è appunto il giudizio di illegittimità post-factum. Se prendiamo un esempio classico, la rivoluzione d'ottobre, questa non rispetta una delle quattro variabili, forse quella fondamentale: la “necessità” materiale o esistenziale. Perché, infatti, non “accontentarsi” della rivoluzione di febbraio che aveva rovesciato il regime zarista? Probabilmente sarebbe bastato per vivere in maniera accettabile. Invece Lenin compie una forzatura (e a mio avviso fa benissimo) e spinge perché l'evento si ripeta (violentemente) nella rivoluzione d'ottobre, esponendo il “popolo” ad una sanguinosa guerra civile. Mi chiedo: non è che una mappa di criteri limiti il “colpo d'occhio” di chi agisce?


    So che Terraeamore non ha utilizzato costantemente il termine “legittimazione” e io ho fatto come se invece l'avesse usato. E' un espediente per cercare di provare le fondamenta del discorso e per capire dove voglia andare a parare. Mi pare che uno schema di questo tipo sia di difficile utilizzo, ma mi sembra che anche Terraeamore ne sia consapevole.

    Garrulus sono molto contento della tua articolatissima risposta.
    Mi prendo del tempo per risponderti punto per punto perché al momento non ne ho.
    Giusto un appunto molto veloce sulla rivoluzione d'ottobre. Il suo merito principale nel breve termine fu la necessaria e sacrosanta fine della carneficina della prima guerra mondiale che gli opportunisti della rivoluzione borghese di febbraio continuavano a portare avanti.
    Dunque il criterio di necessità è integralmente "rispettato", dal momento che per far cessare una guerra inutile e spaventosa doveva valere un mezzo rivoluzionario e violento come la rivoluzione d'Ottobre. Le conseguenze della guerra civile, peraltro, tremenda e mortifera, furono scatenate successivamente dalla controffensiva bianca (prevedibile forse), e non da un'azione attiva del fronte bolscevico che si limitò a difendere la rivouzione popolare.
    Su tutto il resto tornerò in seguito.

 

 

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