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Risultati da 1 a 10 di 26

Discussione: Ben trovati!

  1. #1
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    Predefinito Ben trovati!





    Enclave per sempre!
    Oggi più di ieri.
    Durare!
    CsFc-Enclave ITALIANA
    Sbandati Neri
    http://www.francocolombo.ilcannocchiale.it/
    http://enclaveitaliana.forumitalian.com/

  2. #2
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    Comunicato ufficiale dell'Enclave Italiana Centro studi Franco Colombo

    Precisiamo che ENCLAVE ITALIANA, Opera Nazionale Pegadagogica formativa e Associazione Spirituale in Mistica, e il CsFranco Colombo non hanno nulla a che vedere con l'associazione "Enclave mediterranea" e messaggi ad essa riferenti si intendono: non mediterranea, ma ITALIANA.


    Diffidiamo dunque dall'unire anche per eventuali termini di responsabilità giuridica il CsFranco Colombo Enclave ITALIANA e l'Enclave Mediterranea.

  3. #3
    Adoro i piani ben riusciti!!
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    <A href="http://i42.servimg.com/u/f42/12/12/55/23/0bis11.jpg" target=_blank>

    Bentornato Impresentabile!

  4. #4
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    Grazie Sedizione

  5. #5
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    Tutto ciò mentre la Finanza globale ride e il ns popolo (diviso ormai fra pochi ricchi e tanti poveri) piange lacrime di sangue.

    Contro le ipocrisie democratiche. Solidarietà ai lavoratori italiani in lotta per la difesa del proprio lavoro, del proprio stipendio, della propria esistenza !


    Solidarietà E Anziani
    La solidarietà più autentica e meritevole è quella che scaturisce dalla libera scelta. In molte circostanze storiche, la solidarietà forzata ha negato la libertà responsabile e si è rivelata essa stessa un'offesa alla dignità umana. Nessuno può forzare, attraverso lo strumento della politica, l'accettazione della nostra comune e reciproca responsabilità ad amare, anche se la sfera della politica e della società ha la responsabilità di creare le condizioni, attraverso leggi giuste, che promuovano la solidarietà. “Nella solidarietà vissuta con gli anziani si può aiutare questi a vivere serenamente il tempo della vecchiaia.

    Gli anziani, oggi più di ieri, con il peso numerico che vanno assumendo nella società contemporanea, possono contribuire a determinare dei cambiamenti nel modo corrente di concepire la vita, di pensare e di affrontare la vecchiaia. La terza età non dovrebbe essere vissuta come un peso sia per chi la vive e sia per chi vive accanto a coloro che sono in questa fase del ciclo vitale. Gli anziani sentono l’esigenza di vivere e ricevere una solidarietà autentica, ma anche di donarsi agli altri con le energie di persone libere capaci di offrire quanto è nelle proprie possibilità o opportunità. Possono aiutare il nostro tempo a scoprire e valorizzare il dono della longevità.

    Stare vicino agli anziani, sostenerli, aiutarli, fa maturare in tutti un gusto della vita che è anche non sprecare la propria esistenza. E' investire piuttosto in umanità e solidarietà. Gli anziani ricevono aiuto da chi, più giovane, li sostiene, ma anche danno molto in affetto, amicizia, senso della vita.

    La famiglia che oggi appare allargata a più generazioni gioca un ruolo fondamentale come istituzione di riferimento anche per il perseguimento della solidarietà intergenerazionale, ma come si può affiancare la famiglia al fine di sostenerla nella conciliazione di tempi da dedicare ai vari componenti che in essa sono presenti (bambini, anziani)? Spesso è un beneficio avere in una famiglia un anziano, dovuto alla ricchezza di beni relazionali che egli rappresenta, al ruolo assunto e all'utilità di cui si sentono portatori, alla sicurezza di assistenza che questi garantiscono ad un nucleo famigliare allargato, nel quale l'anziano vive e che si traduce in vicinanza ai minori, dialogo, aiuto domestico, sostegno economico. È una mutua vicinanza e solidarietà che può alleviare l’esistenza umana da tante difficoltà reali e contestuali.

    Incentivare l'azione di solidarietà ed aiuto nei confronti degli anziani,
    Salvaguardia degli anziani-Salvaguardia della propria identità e del proprio popolo!




    LUIGI LIBERO!-LIBERI TUTTI!


    CON GLI ULTIMI DI OGGI, FRA I PRIMI DI DOMANI!

    Salutiamo tutti i popoli del Mediterraneo, in particolare quelli che - pur vivendo in lager a cielo aperto come nei territori palestinesi occupati - non hanno perso ancora la speranza.
    Salutiamo tutti gli Italiani, di nobili sentimenti e che hanno ancora un sogno nel cuore, consapevoli di appartenere ad una Enclave ITALIANA, non Occidentale, non Atlantica.
    Salutiamo gli uomini e le donne Mediterranee che valorizzano in tal senso la loro naturale creatività spiritualizzandola.
    Salutiamo tutti i Detenuti che non hanno commesso reati di sangue verso donne e bambini; tutti coloro che stanno soffrendo nelle stanze di ospedali, compresi coloro che sono vittime degli esperimenti dei famigerati OPG.
    Salutiamo tutti i lavoratori italiani che resistono.
    Salutiamo la Campanie e Napoli che resistono.
    Ad Amici e Nemici:...... Saluti!



    CsFC-Enclave ITALIANA

  6. #6
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    Salvaguardia degli anziani-Salvaguardia della propria identità e del proprio popolo!


    OSPIZI PER ANZIANI.
    GALERE DI STATO PER I PIU' DEBOLI COLPEVOLI DI ESSERE TALI .
    COLPEVOLIZZAZIONE DEI LEGAMI GENERAZIONALI.
    CONDANNA DELLA MEMORIA STORICA E DEI LEGAMI UMANI PIU'GENUINI.
    SACRIFICIO UMANO -DI CHI NON PUO' PIU'DIFENDERSI- SUGLI ALTARI DEL CONSUMISMO DEMOCRATICO OCCIDENTALE.

    LIBERI TUTTI!

  7. #7
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    Predefinito Prigionieri di coscienza

    Nessuno riuscirà mai a sbarrare la strada alla verità e io sono disposto a morire perché essa avanzi”.
    Solzenicyn



    Oggi, chiunque s’opponga seriamente a questo sistema, anche con valide e serie motivazioni, è ipso facto un “prigioniero di coscienza”.

    Questo sistema è talmente repressivo e dittatoriale quanto nessun sistema lo è mai stato, probabilmente, nella storia dell’umanità. Tranne rari ma sempre notevoli casi, la repressione non è fisica, non è giuridica, di norma. E’ una repressione più forte, più radicale. Questa penetra nelle coscienze. Nel mondo chiamato Occidente, in particolare, l’ossessione assegnata alla dimensione meramente economica e terrena del vivere s’è accompagnata, di riflesso, alla fallace, astratta, certezza che qualsiasi altra dimensione sia falsa. Un sognatore, nel migliore dei casi, sarà considerato chi ponga valori spirituali sopra la dimensione economica come prassi legittima di vita e di morte. Un “folle” pericoloso, un terrorista, è invece bollato nel peggiore dei casi.

    La vita, in Occidente, è una prigione nella coscienza.

    Non solo per coloro che avrebbero delle prospettive rivoluzionarie, ma anche per quanti credono di condurre una vita normale (e si vede sempre di più che normale non è: la follia generale è ormai ovunque trionfante…), la libertà non esiste. Si crede di essere liberi, ma l’invasione della coscienza è tale che quando agiamo molto spesso siamo il riflesso condizionato di agenti esterni di qualsivoglia tipo. Quello che oggi si compie verso la nostra coscienza va chiamato con il suo vero nome: assassinio spirituale.

    La nostra situazione è ben peggiore di quei popoli che sono sottoposti a bombardamenti quotidiani, o sono sotto occupazione militare.

    Tutto ciò ci venne già riservato fino al 1945. Poi, dopo la sconfitta della nostra Nazione e la perdita della libertà, siamo entrati sotto una forma, per certi versi, ancora più violenta e radicale, più perniciosa di occupazione: un’occupazione spirituale.

    L’Occidente, il modello globale di radice angloamericana che si è affermato, propone come valori degni di vita quelli di un universalismo (opposto alla vera universalità…) razionalista e meccanico sorretto da una logica sotterranea, che lascia ben poco scampo all’uomo attuale, inebetito dai continui bombardamenti psichici richiedenti una sempre maggiore “felicità” di taglio utilitaristico o edonistico.

    E’ una “felicità” però che non viene mai raggiunta: è dunque una felicità illusoria. Impossibile trovare fuori di noi, ciò che in potenza avremmo dentro. Impossibile certamente che la deificazione dell’oggetto (sia anche l’ultima innovazione tecnologica) possa condurre alla vera felicità interiore.

    Felicità, piacere, comodità, successo, accumulazione di beni materiali: questi in sostanza i valori secolarizzati che ad ognuno questo modello si sente in dovere di fornire. Il modello è: rifiutare il sacrificio, rifiutare la “passione”, rifiutare la morte. Questo modello è forse il più radicalmente anti-cristiano comparso nella storia.

    Tanto l’esempio del Redentore (così poco recuperato dalla stessa Chiesa romana, peraltro…capace di mobilitare, come avviene in questi giorni a Loreto, migliaia di persone per usarle poi politicamente, ma incapace di fornire un serio indirizzo spirituale che superi il tragico materialismo contemporaneo) era fondato sulla volontà assoluta, totale di affrontare il sacrificio più alto, la Morte stessa, per avere ragione su questa, per annientarla, tanto il modello attuale celebra in qualsiasi modo la negazione della bellezza divina del sacrificio. Questo modello celebra un culto demoniaco del piacere che abbatte la forza umana.

    La medicina, la scienza, l’intellettualità possono dirci varie cose sulla vita e la morte, ma la vera spiritualità ancor più; essa infatti conosce anche l’esperienza della Resurrezione, come trionfo sulla morte. A tutti noi, alla vita di ogni popolo, potrebbero essere applicate le parole di Paolo (I, Cor, 15, 21):

    Poiché la morte venne per opera di un uomo,

    anche la resurrezione dei morti avviene per opera di un uomo?

    Oggi, oggi che l’ala devastante della morte è quotidianamente subita senza che né i politici riescano a fermarla, nemmeno un concorso universale di forze mondiali politiche e/o religiose unificate vi riuscirebbe…, un uomo spiritualmente formato potrebbe riuscire nell’impresa disperata. O più individui separatamente presi che uniscano i loro sforzi ascetici….

    Ma quel che è uscito in Occidente, è di contro, un tipo umano “debole”: debole spiritualmente, moralmente. Non fisicamente, poiché la forza fisica vi può essere ma privata della sua sorgente spirituale è monca, è deficiente. Un tipo umano timoroso. Verso l’Alto, verso il divino. Un tipo umano che non osserva quotidianamente la morte. Anzi che la rifugge, la allontana. Un uomo, o una sembianza di uomo, che si preoccupa solo della comodità più placida, del sesso nelle sue devianti manifestazioni alla ricerca di piaceri che anche qui mai, seguendo la via meramente fisiopsichica, si potranno esaurire, della serenità quotidiana assicurata dal lavoro fisso e dal posto caldo cui riposare una volta concluso l’orario lavorativo: e così via… Un tipo umano il quale, allora, inevitabilmente è impreparato a dominare tali forze. Queste forze – quando si presentano – danno spazio frequente, ormai, a quei tristi capitoli di cui la televisione ed i mezzi di comunicazione, con un sottile compiacimento, ci parlano quotidianamente. Sono forze che il razionalismo meccanico dell’Occidente credeva di aver espulso dalla storia umana, almeno il razionalismo dei primi ingenui razionalisti. In realtà, non è così. L’uomo vissuto a diretto contatto con la morte, in una civiltà caratterizzata da valori eroici o spirituali, non avrebbe ceduto a tali forze. In altro modo le avrebbe dominate o placate. Il guerriero, l’eroe, il mistico non è violento. Il contrario, è l’opposto. Il violento dei nostri giorni, viceversa, è il prodotto di queste forze oscure e sotterranee. E’ colui che è dominato e ossessionato da tali forze, non è colui che le domina.

    Oggi, viceversa, siamo tutti potenziali vittime di questa “danza degli orrori” che ha evocato il materialismo primitivo (ogni materialismo è una forma di primitivismo, che non è chiaramente l' arcaicità primordiale….). Siamo già morti, ancor prima di morire fisicamente. Siamo stati assassinati spiritualmente.



    Liberazione. Dall’Occidente

    “Ecco, tutta la mia vita è qui: la terra patria, ascolto soltanto il suo dolore, scrivo soltanto di lei”
    Solzenicyn



    In questo campo di concentramento spirituale nel quale viviamo, o meglio crediamo di vivere, al fondo della vita, in punto di morte solitamente, vediamo quello che dovremmo vedere in vita: la morte, o il Dio incarnato, crocifisso, vincitore della morte.

    Coloro per cui la vita non ha altro scopo che la felicità o il piacere che respinge il divino e la morte, questi sprofonderanno alla prima tempesta. La decadenza ha raggiunto delle proporzioni sconvolgenti, mai raggiunte prima di ora, perché il materialismo e la secolarizzazione hanno stravolto le coscienze a tal punto da renderle segretamente felici solo nella sottomissione sotterranea ed incosciente alle forze della notte. Il rifiuto del mistero della morte conduce l’umanità attuale ad un vero e proprio cancro spirituale. Ad un mondo chiuso, ad un ingenuo istantaneismo; il nulla ci attanaglia di continuo, anche se per assurdo la scienza riuscisse a darci un giorno una specie di “a-mortalità”, la morte rimarrebbe tra noi e con noi come uno stato di scissione e di fallimento: il fallimento di raggiungere la vera eternità. Ecco perché le società occidentali, per dimenticare il mistero della morte, si sbarazzano con grande rapidità dei morti.

    Negli USA, in Inghilterra, in Germania, nel Nord-Europa, appena spirato, il cadavere è portato via, non lo si scorgerà più che un’ultima volta, in una breve cerimonia mondana, dopo che sarà truccato, preparato in una maniera tale che non si noterà che si tratta di un morto. Come fa dire Solzenicyn ad un suo personaggio in “Divisione Cancro”:

    L’uomo moderno è impotente di fronte alla morte, non ha armi per affrontarla.

    Ma il mistero della morte è strettamente connesso alla forza spirituale cosmica dell’Amore, che etimologicamente indica proprio la vittoria sulla morte.

    L’Occidente ha inteso il modello della famiglia come luogo di frustrazione e negazione dell’Amore.

    E d’altronde, l’uomo della nostra società non è capace di amare. Ama in modo egoistico, materialistico, finalizzato al mero rapporto corporeo o avendo sempre il soddisfacimento psichico o fisiologico, nelle loro molteplici manifestazioni, al centro della sua relazione.

    Liberazione, dunque.

    Oggi, è evidente: liberazione significa anzitutto liberazione spirituale. Riproporre modelli politici o economici credendo che il segreto sia nel programma esatto è completamente illusorio.

    Uno dei motivi per cui tutti i movimenti neofascisti del dopoguerra in fondo hanno fallito ed in quasi tutti i casi senza nemmeno l’onore delle armi (c'è un'unica parentesi...nota e chiara per chi vuol vedere...), è che non vi erano più quegli Uomini che hanno condotto o che hanno militato durante l’esperienza fascista. Non vi sono più. Quel tipo umano non c’è più. E nella “Dottrina del Fascismo” è scritto chiaramente che lo spiritualismo fascista, profondamente antimaterialista, antideterminista, antifatalista e per molti versi anche antipolitico, mette l’Uomo al centro di tutto. Mette la volontà. Come forza eroica e spirituale veramente umana. I fascisti, sempre dal medesimo testo, si riconobbero all’inizio poiché sapevano morire. Deve far riflettere! Non programmi. L’ideale era che sapevano morire. Più una società mistico-religiosa che un gruppuscolo politico. Il fascismo, nei suoi migliori esponenti, portò come esempio storico un Uomo che affondava la sua dimensione nell’eternità del mito, nell’educazione alla morte, nel culto quotidianamente sperimentato e vissuto della mistica e della spiritualità. Nettamente opposto, il suo modello fu quindi al tipo umano del razionalismo meccanico occidentale. Più Uomini, migliaia di Uomini furono in tal senso orientati. Fu la Vittoria rivoluzionaria, a parte la sconfitta storica.

    Liberazione dunque oggi è rifondare l’Uomo. E’ far risorgere l’Uomo.

    Inutile proporre programmi.

    Inutile fondare movimenti.

    Inutile vedere nella risoluzione politica la possibilità di vittoria.


    Un esiguo, pur minuscolo numero di Uomini formati effettivamente nei valori sacrificali cui sopra si faceva riferimento potrebbe trasformare la situazione drammatica in cui versiamo.

    Bisogna ricordare che ad ogni svolta della storia, quale che fosse la meta proposta all’umanità, la vittoria della cristianità o la Marcia su Roma – le decisioni sono state sempre nelle mani degli uomini e sono dipese dalla loro volontà.

    Oggi si potrebbe essere vicini ad una svolta storica, ma mancano gli uomini. Ci sarà tempo per i programmi, per i proclami, per le pubbliche manifestazioni. Ma il tempo stringe per l’adunata fondamentale, prioritaria ed irrinunciabile per creare i presupposti di una liberazione nazionale e spirituale dall’Occidente. Ci servono Uomini. Formati in senso mistico e sacrificale. Uomini pazienti, rigorosi, che sappiano agire senza fretta ma senza tregua. Che siano pronti alla rinuncia, alla continua sconfitta. E’ lo spirito eterno della nostra patria ad attenderli. Uomini. Pronti al sacrificio appunto. Solo a questo.

    CsFC

  8. #8
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    Predefinito

    Con questa discussione Enclave ITALIANA intende invitare tutti i cittadini a valutare l'ipotesi di effettuare donazioni all'Avis, in favore quindi di tutti gli Italiani bisognosi. Per questo motivo invitiamo tutti a prendere visione del


    Sito ufficiale Nazionale: www.avis.it

    dove si spiega quanto la vostra donazione può essere importante per salvare la vita ad altre persone, familiari, amici, conoscenti e sconsosciuti.


    "Donare sangue: una scelta per gli altri, una sfida per se stessi"

  9. #9
    Anton Hanga
    Ospite

    Smile

    Ben ritrovato!

  10. #10
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    Predefinito Il Fascismo: l'arma totale per la liberazione dei popoli (1997)

    Speranza, Utopia o Concreta Possibilità?


    Ho letto e riletto la definizione ideologica e politica del Fascismo, contenuta nell'Enciclopedia Italiana.

    Sembra incredibile, eppure, nella totalità dei loro aspetti generali, le idee fondamentali del Fascismo di Mussolini restano, ancora oggi, moderne ed estremamente attuali.

    Esse, in ogni caso, continuano ad apparirmi come un lucido e veggente monumento ideologico, politico, economico e sociale, senza precedenti nella storia. Come un'indistruttibile visione globale dell'uomo, della società, dello Stato e del mondo, incomparabilmente rivoluzionaria ed universalmente applicabile ed estensibile a tutti i popoli ed a tutte le nazioni della Terra. Senza distinzione di sesso, di razza, di cultura, di tradizioni o di religione. Questo, nonostante la lunga e forzata - ma sotto certi aspetti, anche complice e colpevole - ibernazione ideologica e politica che quelle idee hanno subito nell’ultimo mezzo secolo, all'interno ed all'esterno del nostro ambiente umano.

    Inutile attardarsi ad analizzare e discutere quello che l'antifascismo ha raccontato e detto sul Fascismo, negli ultimi cinquant'anni.

    Nei confronti, infatti, di quello che il Fascismo ha avuto il coraggio e la lungimiranza di affermare attraverso il suo comportamento e le idee che ha sviluppato, la "critica" antifascista nei suoi confronti, al massimo potrebbe ambire al servile rango di bassa calunnia o di distorta e riduttiva percezione o cognizione partigiana dello stesso fenomeno.

    Eppure, direte voi: tenendo conto dell'immagine che l'uomo della strada ha dello stesso fenomeno, si ha piuttosto l'impressione che la validità e l'attualità delle nostre idee, sia soltanto un abbaglio psicologico, derivante soprattutto dalla nostra incorreggibile faziosità politica o, come direbbe Sigmund Freud (1856-1939), da una specie di inconscio psicodramma che continuiamo a vivere nel contesto della nostra fede.

    Vediamo, dunque, il perché di questa così lampante discordanza di percezioni.

    Il "peccato originale" del Fascismo


    Per noi Fascisti di vecchia data che siamo da anni "malati" di quest'idea, il problema, naturalmente, non si pone.

    Per noi, infatti, tanto per fare un esempio, quando parliamo di popoli o di nazioni, ci viene spontaneo immaginarli e figurativamente rappresentarli come dei « Popoli-Nazione » e non come degli « Stati-Nazione », all'interno dei quali vengono, molto spesso, confusamente raggruppati o indistintamente amministrati, brulicanti cocktail di popolazioni di origine e di cultura diversa, quasi sempre, contraddittori ed antagonisti ed, in ogni caso, ogni volta, origine e causa primaria di patenti o latenti conflittualità multirazziali o multiculturali.

    Per noi, il popolo, nel senso di « Popolo-Nazione » - qualunque sia la sua origine, il suo posizionamento territoriale o il tipo di Stato che lo lo rappresenta e/o lo amministra - è quello che ha in comune alcuni elementi essenziali di aggregazione civile e naturale, come la lingua, la cultura, l'origine etnica o storica, i costumi, le tradizioni ed, eventualmente, la religione (intesa, naturalmente, come compendio di credenze comuni).

    La prova della nostra sincera percezione del concetto di popolo o di nazione, è data dai fremiti che risentiamo nel nostro cuore, ogni qualvolta apprendiamo che un popolo o una nazione abbia tentato, in un certo contesto, di insorgere contro l'ingiustizia o la sopraffazione che subiva o che stava subendo, all'interno o dall'esterno del suo Stato.

    Con la stessa facilità con cui, nella storia, i nostri padri e i nostri fratelli presero le difese dei Tedeschi dei Sudeti o di quelli di Danzica, degli Italiani di Malta o di quelli del Dedocanneso (e persino di Sacco e Vanzetti, due anarchici italiani condannati a morte negli Stati Uniti negli anni trenta), dei Croati di Ante Pavelic, degli Spagnoli di Franco, degli Yemeniti dell'Imam Yahia contro i Sauditi, del Gran Mufti di Gerusalemme Hagi Amine Al-Husseini e dell'iracheno Rachid Ali Al-Khilani contro gli Inglesi, del Tunisino Habib Bourguiba, dello Sceicco algerino Ben Badis, del Druzo Shekib Arslan e del Greco Ortodosso Antun Saadé contro i Francesi, ecc.; anche oggi, ci viene spontaneo di essere idealmente e spiritualmente a fianco, di tutti quei popoli e gruppi umani che, per una ragione o per un'altra, sono vittime del sopruso e dell'ingiustizia, scaturiti o generati dall'applicazione letterale del concetto di « Stato-Nazione ».

    E' per questo motivo che, di volta in volta e per ragioni diverse, ci siamo schierati rispettivamente, anima e corpo, dalla parte dell'Egitto di Nasser, dei Palestinesi di Arafat o di Ahmed Yasin, dell'Iran di Khomeiny, dell'Iraq di Saddam Hussein, dei Tibetani del Dalai Lama, degli Zapatisti messicani del Comandante Zero, dei Ceceni di Giokhar Dudaiev, degli indipendentisti dell'Ulster, degli Indiani d'America e così via.

    Questo, anche al rischio di essere ogni volta delusi ed amareggiati dalla realtà. Dalla semplice constatazione, cioè, che quelle genti, molto spesso, o ignoravano completamente le similitudini che esistono o esistevano tra le loro lotte e la nostra battaglia ideale, o tendevano ideologicamente a prendere le loro distanze dal Fascismo o a condannarlo politicamente per il semplice fatto che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, dichiararsi «antifascista» è diventato una specie di partito preso o, peggio ancora, una specie di inspiegabile ed incomprensibile riflesso condizionato.

    Il «Fascismo» visto dagli altri


    E' vero che il «Fascismo», per ragioni contingenziali, fu costretto, dal 1922 al 1943, ad accettare formalmente il concetto di «Stato-Nazione» e ad operare praticamente nel contesto di un "involucro" preesistente alla sua nascita che era lo «Stato monarchico».

    E' vero che la propaganda denigratrice e le pesanti menzogne che i nostri nemici hanno fino ad oggi diffuso sul «Fascismo», sorpassa ogni limite ed ogni dimensione umanamente immaginabile. Ma è pure vero che il «Fascismo», da un punto di vista strettamente dottrinale, non ha per niente facilitato il compito dei suoi apologeti, né tanto meno levato politicamente un qualunque dito, per chiarire definitivamente la pesante ambiguità che dalle sue origini ha regnato e continua a regnare su certe sue posizioni ideologiche.

    E' la ragione per la quale, agli occhi dell'uomo della strada dei diversi paesi del mondo, alcuni concetti fondamentali della stessa ideologia - come i concetti di popolo di nazione o di Stato - sembrano completamente sorpassati o incapaci di rispondere degnamente alle attese o alle sfide del mondo del XXI secolo.

    Questa distorta percezione del «Fascismo», tende ingiustamente ad inquadrare quest'ideologia come un'idea antiquata o antistorica e, nel migliore dei casi, come una specie di idea a parte, forse meravigliosa... ma, cristallizzata nel tempo e nello spazio e, per quella ragione, incapace di rappresentare una qualunque dinamica aggregatrice, nel contesto del presente o del futuro dell'umanità.

    Nei due casi, però, si ha l'impressione che il «Fascismo» - per coloro che lo percepiscono dall'esterno - rappresenti una specie di reperto archeologico, imballato sotto vuoto spinto ed ermeticamente confinato, all'interno di uno degli scaffali blindati del dimenticatoio della storia.

    Questo, come vedremo, non perché il «Fascismo» non sia stato capace, ideologicamente e dottrinalmente, nel corso della sua esperienza, di imprimere a quei concetti una sostanzialità dinamica ed atemporale, ma perché "l'imballaggio" che li conteneva (o che Mussolini si rassegnò allora ad adottare), era e resta estremamente costrittivo ed impacciante, non solo per l'attuale sensibilità politica di qualunque osservatore esterno, ma addirittura per la grandezza e l'incommensurabilità del suo stesso messaggio ideologico. Tanto più che quell'involucro, non era affatto "farina del sacco" fascista.

    Il «Fascismo» visto da dentro


    Come sappiamo, nulla nasce dal nulla e nessuno "inventa" niente che venga dal nulla.

    Il redattore ufficiale delle idee fondamentali del «Fascismo» che è cosciente di quella realtà, lo ammette chiaramente ed immediatamente, senza ambiguità, già nel preambolo stesso della sua medesima definizione di quell’idea: «Come ogni salda concezione politica, il Fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina, e dottrina che sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal di dentro. Ha quindi una forma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero».

    Il «dato sistema di forze storiche», naturalmente, era quello dell'Europa del suo tempo. Ed in quell'Europa, nell'epoca in cui il «Fascismo» si manifestò e si affermò, i concetti di popolo, di nazione e di Stato erano purtroppo quelli che risultavano dall'idea astratta di « Etat-Nation », scaturita a sua volta dalla Rivoluzione francese e da una delle utopie che quell'esperienza aveva direttamente o indirettamente partorito.

    Quella visione delle cose e quella prassi istituzionale, inoltre, apparivano ai più, in quell'epoca, come verità acquisite o situazioni di fatto irreversibili ed indiscutibili.

    Era naturale, quindi, che lo stesso «Fascismo», pur non condividendo fondamentalmente la sostanzialità di quei concetti, si riducesse ad accettare di adeguarsi formalmente a quelle nozioni, preferendo inserirsi in quel contesto, per meglio operarvi dall'interno, piuttosto che opporvisi.

    La prova che il «Fascismo» non avesse accettato altro che gli "involucri" di quei concetti, la troviamo all'interno della medesima definizione delle sue idee fondamentali: « (...) il Fascismo - si legge testualmente - é contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo sec. XVIII°; ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine». E più lontano: «(Il Fascismo) non ha niente in comune con gli Stati assolutistici di prima o dopo l' '89 ».

    E' chiaro, quindi, che il «Fascismo», già in quell'epoca, non solo prendeva le sue distanze dall' «Ancien Régime», ma da un punto di vista ideologico, tendeva categoricamente a rifiutare, sia il concetto di « Etat-Nation alla francese » che quello inglese di « Dominion » .

    « L'Etat-Nation »: una piccola Idea malsana...

    Cerchiamo, dunque, di decifrare e di definire la natura e l’effetto di questi concetti, prima di capire e comprendere il perché della profonda opposizione ideologica che il «Fascismo» nutriva e nutre nei confronti di quelle nozioni.

    Che sia nel sua accezione anglosassone o nella sua formula francese, possiamo dire, per riassumere, che lo « Stato-Nazione » é un sistema di valori ed una forma concreta di organizzazione della vita civile e politica che nulla ha a che vedere con quelli che fino ad allora erano stati tradizionalmente edificati o adottati dall'insieme dei popoli della Terra.

    Questo modello di Stato, completamente sconosciuto fino al XVIII° secolo e, fino ad allora, totalmente estraneo al retroterra culturale e politico dell'insieme dei popoli e delle società del mondo, sarà in ogni caso la base ideologica a partire dalla quale si svilupperanno le idee nazionaliste dei futuri movimenti patriottici ed indipendentisti dell'Europa, ma ugualmente delle due Americhe, del mondo arabo e del resto delle altre regioni del mondo.

    Punto di vista teorico e costruzione intellettuale per eccellenza, quel modello di Stato, si fonda su di un'idea astratta ed indefinita del cittadino e delle popolazioni che pretende rappresentare ed amministrare, e prende origine da un concetto esclusivo, inalienabile e totalitario dello spazio territoriale che occupa.

    Contrariamente alle altre forme di aggregazione civile ed umana esistenti o esistite nel mondo, lo « Stato Nazione » è stato pensato, strutturato e realizzato a partire da un semplice punto di vista. Secondo me, da una piccola idea malsana... Dalla convinzione, cioè, che non era l'omogeneità di una qualunque comunità e/o la continuità territoriale di un qualsiasi stanziamento umano tradizionale che poteva o doveva determinare la cittadinanza o la nazionalità politica di una popolazione e/o il tracciato delle frontiere esterne del suo Stato; ma che, al contrario, spettasse a qualsiasi struttura statalista del mondo - che per una ragione o per un'altra aveva la capacità militare, politica e/o amministrativa di controllare una qualunque parcella di territorio geografico - di prendersi la libertà di concedere o d'imporre manu militari la nazionalità politica alle diverse popolazioni che abitavano quello spazio, nonché di fissare e stabilire i limiti territoriali del suo potere e/o le frontiere « nazionali » e internazionali del suo paese.

    Le inevitabili contraddizioni

    Inutile, dunque, stupirsi se quella forma di Stato, all'interno delle sue frontiere, continua, ancora oggi, ad ignorare, cercare di uniformizzare o rendere priva di effetti, qualunque altra forma di aggregazione civile o di coesione umana che non sia quella proposta o imposta dallo « Stato-Nazione ». In particolare, quelle che si sono manifestate, formate e strutturate nel corso dei secoli, a partire da spontanei e tradizionali legami etnici, storici, linguistici, culturali, consuetudinari e/o religiosi. Legami che hanno dato vita, nel tempo, a quelle migliaia di »Popoli-Nazione» che popolano effettivamente il nostro Pianeta, indipendentemente dalle strutture politiche, amministrative o istituzionali che li "ospitano" o li includono, de iure o de facto, nei diversi elenchi anagrafici dei rispettivi comuni di residenza.

    La farsa del diritto dei popoli


    Quelle comunità, a dispetto del molto wilsoniano ed onusiano "diritto dei popoli a disporre del loro destino...", continuano - dalle due Americhe all'Oceania, dall'Africa all'Australia, dall'India all'Estremo Oriente, dall'Europa alla Russia trans-uralica e siberiana - ad essere sottomesse, tiranneggiate e calpestate, nonché culturalmente annichilite e politicamente proscritte... come i Baschi, i Corsi, i Bretoni, gli Alsaziani e i Kanak nella Nuova-Caledonia francese, gli Scozzesi, i Gallesi, gli Irlandesi dell'Ulster (nel Regno Unito), i Fiamminghi ed i Walloni nel Belgio, i Catalani in Spagna, gli Italiani in Slovenia, Istria e Dalmazia, i Sud Tirolesi nell'Alto Adige, ecc. . Popoli che continuano ad essere immancabilmente e abilmente "occultati" sotto i tappeti dei diversi «Stati-Nazione» o nei segreti ripostigli del perbenismo nazionalista di questi paesi.

    Potrei continuare a citare le altre centinaia e centinaia di «Popoli-Nazione» del mondo che, in questa sede, per ragioni di spazio, debbo purtroppo ignorare (e di questo, naturalmente, me ne rammarico e me ne scuso anticipatamente con il lettore), ma mi permetto comunque di concludere ricordando, en passant, tutte quelle popolazioni arabe e non arabe del Vicino Oriente che, come le altre già enumerate o citate nelle note, continuano ad essere calpestate, schernite, sottomesse ed umiliate, nel nome dell'unità, dell'inviolabilità e dell'inalienabilità delle frontiere uscite dalla colonizzazione e dall'elucubrazione mentale degli inventori del concetto astratto e criminale di « Stato-Nazione »!

    Gli effetti tangibili


    "Immortali principi"... che fino ad oggi hanno dato all'Europa (per non citare che questo solo esempio...), il «Trattato di Versailles»; lo smembramento della Germania, dell'Impero Austro-Ungarico e dell'Impero Ottomano dopo il 1918/19; l'invenzione della Iugoslavia e della Cecoslovacchia; la creazione della grande Polonia degli anni '20; nonché ben due Guerre mondiali che in totale hanno causato all'incirca 82 milioni di morti!

    Non parliamo dei conflitti che ancora oggi continuano ad insanguinare i Balcani e la maggior parte delle Repubbliche dell'ex Unione Sovietica.

    Se ci fosse ancora qualche dubbio su questo argomento, mi si spieghi allora perché, attualmente, per cercare di limitare i "danni" di quella cieca e assurda politica di un tempo, ci si è risolti, in extremis, cinquant'anni dopo, a riconoscere l’esistenza di alcuni nuovi Stati che, nella realtà, già da prima del 1918, corrispondevano ai rispettivi «Popoli-Nazione» della Cechie, della Slovacchia, della Slovenia e della Croazia.

    Costatiamo adesso le differenze...

    Dove si è realizzata la costituzione dei suddetti Stati, la pace è immediatamente tornata a regnare. Dove, invece - come nel caso della Bosnia, della Slavonia orientale o del Kossovo - gli Stati Uniti, la Francia, l'Inghilterra e la maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea continuano, con ogni mezzo, a voler per forza far calzare l'astratto e riduttivo modello dello « Stato-Nazione » a quelle diverse popolazioni, i conflitti etnici e l’instabilità politica continuano... E sono i martirizzati popoli musulmani, serbi, croati ed albanesi di quelle regioni che continuano concretamente a pagare sulla loro pelle le amare e tristi conseguenze di quell’astratta situazione istituzionale!

    Ritorniamo al «Fascismo»...

    Il doveroso e necessario ricentraggio ideologico del «Fascismo»

    Ritorniamo alla sua contingenziale e formale accettazione del concetto di « Stato-Nazione », così come imperava, nelle coscienze e nei fatti, in Europa e nel mondo, al momento della sua presa del potere in Italia.

    Pur avendo sottolineato nella definizione ufficiale delle sue idee fondamentali che «il Fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione (Ndr: intesa, naturalmente come « Popolo-Nazione », in quanto, in Italia, in quel periodo, salvo rare eccezioni, il problema dell'omogeneità della popolazione non si poneva) e nella storia a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale»..

    Nonostante che nelle stesse idee fondamentali si precisasse che «il Fascismo (...) é la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev'essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l'idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, etnicamente, (Ndr.: la prova che nell'idea del «Fascismo», la nazione era il « Popolo-Nazione » e non lo « Stato-Nazione » alla francese o all'inglese) traggono ragione di formare una nazione (...)».

    Malgrado si sottolineasse che «l'uomo del Fascismo è individuo che é nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione ed in una missione, che sopprime l'istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui l'individuo, attraverso l'abnegazione di sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell'esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo».

    Quantunque si ricordasse che «il diritto di una nazione all'indipendenza deriva non da una letteraria ed ideale coscienza del proprio essere, e tanto meno da una situazione di fatto più o meno inconsapevole e inerte, ma da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato in fieri»... Ecco che il «Fascismo», a causa di quell'indiretto "peccato originale", già dal Ventennio, cominciò ad essere travisato o interpretato (non solo dagli antifascisti, ma qualche volta, purtroppo, anche da certi fascisti!) in senso completamente restrittivo.

    Non, quindi, come un'idea universale ed incoercibile, come era nelle sue intenzioni e nelle sue volontà iniziali, ma come un'idea biecamente nazionalista, esclusivamente italiana, ottusamente imperialista e volgarmente campanilista o sciovinista. Una visione delle cose che oltre a cozzare con gli interessi degli altri popoli del mondo, era addirittura in contrasto con la natura e l’effetto storico del suo stesso messaggio rivoluzionario, nonché con lo spirito e le medesime finalità ideali che sgorgavano dalla sua stessa visione dell'uomo, della società, dello Stato e del mondo.

    Dopo l'epilogo della Seconda guerra mondiale, in fine, oltre ad essere stato militarmente sconfitto, politicamente messo all'indice e storicamente diffamato, il «Fascismo» si troverà anche ad essere ideologicamente incompreso e ghettizzato dalla quasi totalità dei popoli del mondo.

    Eppure, quegli stessi popoli, nel secondo dopoguerra, avrebbero avuto tutto da guadagnare, riferendosi alle «idee di Mussolini» ed innalzando le bandiere del «Fascismo» nelle loro lotte di liberazione, contro i loro tradizionali oppressori (che poi erano gli identici nemici politici e storici del «Fascismo»!), rappresentati, come sempre, dagli stessi strenui sostenitori dello « Stato-Nazione ». In modo particolare, se l'idea fascista, fosse stata totalmente scevra dal quel contingenziale compromesso che fu l'accettazione formale dell'involucro esterno del concetto anglo-francese di « Stato-Nazione » e/o di «Dominion».

    Invece, come sappiamo, quei popoli hanno preferito ignorare le «idee di Mussolini» o abbracciare delle idee antagoniste, per il semplice motivo che, ai loro occhi, il «Fascismo» appariva come una specie di Super difensore dello « Stato-Nazione » all'inglese o alla francese (questa, comunque, era la percezione che essi ne avevano e che risultava, a sua volta, dall'immagine che la propaganda inglese e francese aveva diffuso sul «Fascismo» tra i popoli ed i territori che allora colonizzavano e/o controllavano). Dunque, ai loro occhi, teoricamente, molto più duro e repressivo di quello che essi stessi erano già costretti a subire e/o a sopportare.

    Perché, fino ad ora, ci hanno snobbato?

    Tentiamo, ora, di fare astrazione dal fatto che siamo Italiani e Fascisti.

    Tentiamo di metterci, per un attimo, nei panni dei quattro quinti dell'umanità che da più di due secoli è costretta a sopportare il giogo dei diversi « Stati-Nazione » autoctoni o quello delle diverse potenze Occidentali che, insieme alla nuova Russia ed alla vecchia Cina, sottomettono e tiranneggiano la quasi totalità delle popolazioni del mondo intero.

    Vista la formale e contingenziale accettazione da parte del «Fascismo» dell'involucro esterno dello « Stato-Nazione », ed ammesso che le popolazioni di cui stiamo parlando avessero avuto il modo di informarsi sui contenuti ideologici delle «idee di Mussolini», quella povera gente, come avrebbe potuto o dovuto interpretare il «Fascismo»?

    Come avrebbe potuto distinguerlo ed apprezzarlo, per non confonderlo con le ideologie dei suoi stessi tradizionali oppressori?

    Come avremmo reagito, noi, nei loro panni, se avessimo letto e meditato questo paragrafo? «Non è la nazione a generare lo Stato, secondo il vieto concetto naturalistico che servì di base alla pubblicistica degli Stati nazionali del sec. XIX°. Anzi la nazione é creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza».

    Oppure, quest'altro: «(...) per il Fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato».

    O quest'altro ancora: «Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l'individuo in quanto coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale dell'uomo nella sua esistenza storica».

    Proviamo, ora, a rileggere quegli stessi paragrafi "statalisti", facendo totale astrazione dal concetto di « Stato-Nazione » e riferendoci invece esclusivamente a quello di « Popolo-Nazione », come comunità di intenti e di destino, omogenea e solidale, come la intendeva il «Fascismo» (ma che a parte i «veri Fascisti», però, nessuno conosce!) e come sempre abbiamo creduto e preteso che fosse e dovesse essere.

    Naturalmente, se ci fossero dei dubbi, potremmo sempre tener conto di quello che lo stesso redattore ufficiale delle idee fondamentali del «Fascismo» ebbe a dire nel suo tempo: «Ogni dottrina tende a indirizzare l'attività degli uomini verso un determinato obiettivo; ma l'attività degli uomini reagisce sulla dottrina, (Ndr: se necessario…) la trasforma, l'adatta alle nuove necessità o la supera».

    La Storia darà ragione a Mussolini

    In questo caso, ecco che lo stesso «Fascismo», pur rimanendo integro e puro nei suoi principi e nei suoi valori di base, potrà essere immediatamente ed automaticamente percepito e considerato, non solo - come ebbe ad affermare Mussolini nel suo ultimo discorso al Lirico di Milano - come «la più audace, la più originale, la più mediterranea ed europea delle idee», ma soprattutto come la più irresistibile, la più invincibile e la più incontenibile di tutte le idee rivoluzionarie del mondo.

    Sono tentato di dire, come il solo, l'unico e possibile ricorso per tutti quei popoli e quelle genti che, nel mondo, lottano o lotteranno, vogliono o vorranno veramente rivendicare ed ottenere la loro libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare!

    Quello che fu vero per gli Italiani, durante il «Ventennio fascista», perché non dovrebbe o non potrebbe essere vero anche per i «Popoli-Nazione» europei e mediterranei, nonché per il resto dei «Popoli-Nazione» della Terra?


    21 aprile 1997

    Alberto B. MARIANTONI

 

 
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