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    Tutti con Israele. Per «sicurezza»...

    Tutti con Israele. Per «sicurezza»



    Un misterioso accordo per la sicurezza è stato firmato a Tel Aviv tra Stockwell Day, ministro della Pubblica Sicurezza canadese, e Avi Ditcher, ministro della Sicurezza israeliano (1). E’ stata promulgata una «dichiarazione di intenti» allo scopo di «migliorare la cooperazione nel settore della sicurezza pubblica». Perché?

    Canada e Sion non hanno frontiere in comune. Fra i due Paesi ci sono oceani e mari. Forse la vera motivazione traspare dalle dichiarazioni del ministro canadese: «Il governo del Canada è impegnato a intensificare la sicurezza dei canadesi, sia attraverso le nostre azioni all’interno sia con i nostri partner internazionali. … Diamo il benvenuto a questa aumentata cooperazione per aumentare la capacità dei nostri Paesi di proteggere i loro cittadini».

    Per proteggere i propri cittadini, uno Stato deve stipulare accordi con lo Stato capace di mettere a rischio quella sicurezza con attentati false flag. Un po’ come un negoziante siciliano compra la sua «assicurazione» contro gli incendi dolosi, dalla mafia. L’ipotesi non è campata in aria.

    Il ministro canadese si trovava a Tel Aviv, guarda caso, gli stessi giorni in cui era in visita a Sion il vicepresidente Dick Cheney. Con lui era anche il ministro della Homeland Security, la sicurezza interna USA, l’ebreo-americano con doppia cittadinanza Michael Chertoff. L’uomo che, come attorney di New York, dopo l’11 settembre, espulse per visto scaduto gli «israeliani danzanti», ossia i traslocatori visti festeggiare il crollo delle Torri, prontamente fermati dalla polizia di New York. Nulla è stato comunicato di incontri USA-Israele-Canada in precedenza: evidentemente, dice Chossudovsky, tutto è avvenuto dietro porte chiuse.

    Il ministero di Avi Ditcher ha competenza di polizia criminale e gestisce le prigioni israeliane, dove sono detenuti per lo più palestinesi. Il ministero canadese è stato creato nel 2003 come copia della Homeland Security di Chertoff, con cui intrattiene intime relazioni. Inoltre collabora strettamente con enti come l’agezia per il controllo delle frontiere canadese (CBSA), i servizi segreti (CSIS), i servizi correzionali (CSC), la celebre polizia a cavallo: tutti enti in cui Israele potrà ora avere voce in capitolo, da cui trarrà informazioni, che infiltrerà coi suoi agenti.

    I termini della dichiarazione d’intenti danno ampio spazio all’intrusione: proclamano la «collaborazione» nelle questioni di «immigrazione», «scambio d’intelligence, preparazione alle emergenze, servizi correzionali, contro-terrorismo». Evidentemente, il dato più allarmante è la possibilità data ad Israele di cooperare al controllo dell’immigrazione.

    Il Canada è stato sempre una terra d’asilo, dove ad esempio riparavano gli americani renitenti alla leva per evitare di finire in Vietnam. Gli israeliani «assisteranno» i canadesi alle frontiere, applicando le loro superiori «tecniche di profilo biometrico» (leggi: di identificazione razziale) per identificare possibili «terroristi islamici». potranno applicare i loro rinomati metodi d’interrogatorio nelle prigioni canadesi, magari - come teme Chossudovsky - provandole su cittadini canadesi di fede islamica? Potranno applicare le loro pratiche carcerarie e gli arresti arbitrari di cui Sion ha il primato? Per contro, è possibile che agenti canadesi assistano il regime sionista sulle sue frontiere con Libano, Gaza e Siria, in base ad un accordo bilaterale ossia fuori del controllo dell’ONU?

    Israele è nota per estreme violazioni dei diritti umani e atrocità, nota il professor Chossudovsky: può configurarsi una complicità in crimini di portata internazionale e contro le convenzioni di guerra. I giornali canadesi non hanno parlato di questo accordo. Inutile dire che il parlamento canadese non lo ha nemmeno discusso pubblicamente; l’opposizione lo ha accettato in silenzio.

    I lettori che mi accusano una specie di «ossessione anti-ebraica» dovrebbero riflettere: Chossudovsky è un coraggioso ebreo canadese, docente universitario, apparentemente più ossessionato di me. I lettori non sanno che le notizie sul Reich che appaiono qui, sono solo un decimo di quelle disponibili. Dovrebbero riflettere anche quello che è accaduto al vertice NATO in Romania.

    Gli europei sono riusciti a ritardare l’entrata nell’Alleanza Atlantica di Ucraina e Georgia. Ma come dice il generale Jean, uno della lobby, «non si può dire di no a Bus due volte»: così, gli europei hanno dovuto cedere sui missili che Bush vuole a tutti i costi piazzare in Polonia, con il relativo radar piazzato in Cecoslovacchia: ossia la cosa che allarma di più Mosca. I servi eurocratici hanno dunque accettato ufficialmente la scusa data da Bush per questa installazione: proteggere il territorio europeo da un lancio di missili nucleari iraniani.

    In un duro articolo, l’International Relations and Security Network di Zurigo sottolinea l’assurdità di tale pretesto (2). Anzitutto, se il problema fosse l’Iran, il radar di pre-allarme dovrebbe essere piazzato in Turchia anziché nell’Europa centrale, posizionamento che tanto preoccupa la Russia. Ma soprattutto, la concreta realtà di un pericolo iraniano per l’Europa è evanescente.

    La IAEA, che per l’ONU ispeziona regolarmente gli impianti nucleari iraniani, continua a non confermare che Teheran si stia facendo un’atomica. Persino il rapporto americano NIE (US National Intelligence Estimate), stilato da 16 agenzie d’intelligence USA nel dicembre 2003, ha asserito che igli iraniani hanno smesso ogni programma atomico militare dal 2003, e anche volendo non avrebbero abbastanza materiale fissile fino al 2010-15.

    E anche se l’Iran avesse in corso un programma segreto, che sfugge alla IAEA, l’Iran non dispone di un missile a così lungo raggio, e le difficiltà tecnologiche di adattare un missile ipotetico ad una testata nucleare sono proibitive per un Paese «che non riesce a far funzionare in continuità le migliaia di centrifighe» per l’arricchimento dell’uranio.

    Ma ammettiamo che Teheran si doti del missile e risolva i probblemi tecnici di metterci in testa un’arma nucleare. «Perché dovrebbe decidere di lanciare un tale missile sull’Europa, sapendo che subirebbe un contrattacco simile e probabilmente molto più devastatore?», si chiede l’ISN di Zurigo. E’ chiaramente contro la Russia che sono installati i missili anti-missile: in posizione avanzata, sì da poter colpire i missili intercontinentali quando escono, lenti nella prima fase di decollo, dai silos.

    Che interesse ha l’Europa a mettersi in un atto di ostilità così palese contro Mosca, la sua fornitrice di energia e il suo grande cliente economico? Per obbedire a un presidente che ha solo pochi mesi di carica, è detestato dal suo popolo, ha dimostrato di sbagliare tutto? E per di più accettando, gli europei, di spendere un miliardi di euro l’anno a carico della NATO per questa difesa militarmente inutile e politicamente negativa?

    I poteri americani possono avere un tornaconto, molto particolare: i parlamentari del Congresso USA detengono, come azionisti e complessivamente, ben 196 milioni di dollari in azioni del complesso militare-industriale, la sola industria americana che stia prosperando grazie alla guerre di Bush (3). Ma gli europei, che scusa hanno?

    E’ come se obbedissero ad un programma dettato da fuori, una volta per tutte, contro i loro manifesti interessi. Senza che si levi una sola voce d’opposizione.

    La cosa è fin troppo evidente per il presidente George Bush. In tutte le situazioni non previste dal programma dettato – dall’uragano Katrina al collasso della finanza e alla grande recessione USA - egli non sa cosa fare, cosa decidere; farfuglia, mostra l’impotenza dell’alcoolizzato. Ma quando segue il canovaccio del programma bellico, egli lo segue con estrema coerenza e durezza, come se sapesse esattamente cosa fare: continua le due guerre in Afghanistan e Iraq, persegue lo smembramento dell’Iraq occupato con mezzi di estrema violenza (come a Bassora contro i nazionalisti sadristi); minaccia un attacco aereo a sorpresa contro l’Iran; impone agli alleati europei un dispiegamento strategico che li mette in collisione con la Russia.

    Evidentemente, l’incerto alcolista è assolutamente teleguidato, e molto bene, da un potere che ha interssi precisi; interessi in chiaro contrasto con quello nazionale americano. Né la cosiddetta opposizione democratica, né i candidati presidenziali democratici, osano mettere in dubbio la competenza del comprovato incompetente, che ha trascinato l’America nel baratro economico e al punto più basso del suo prestigio mondiale. Evidentemente, anche loro obbediscono al programma. Lo applicano sotto dettatura, una dittatura di un nuovo genere, che ha espropriato la superpotenza del suo cervello politico e strategico.

    Entra in questo programma anche la visita alla sinagoga di New York che Papa Benedetto XVI si accinge a rendere durante il suo viaggio ufficiale in USA a metà aprile? Si apprende che l’evento (anzi due: il Pontefice avrà un «incontro privato con leader ebraici») è stato aggiunto all’ultimo momento, con difficoltà dato il fitto calendario della visita papale, su richiesta del Vaticano (4). Come gesto di «buona volontà» ma, dicono i media americani, come forma di «damage control dato che il Papa ha suscitato critiche fra gli ebrei».

    «C’è molto allarme nella comunità ebraica da quando Benedetto è stato eletto tre anni fa», spiega il vaticanista americano John Allen alla AFP: «perché mentre sentivano che Giovanni Paolo II era un grande amico, non sono sicuri di come si posiziona questo tizio» (this guy).

    Riflettano i lettori: anche il Papa deve continuamente mostrarsi «amico» di Sion, mostrare di continuo la sua devozione alla sinagoga. Un Papa che non si perita di mostrarsi assai meno amico dell’Islam, non solo non osa sfidare l’ebraismo, ma deve o vuole reiterare l’atto liturgico di sottomissione alla sola religione pubblica e obbligatoria rimasta, alla sola potenza terrena a cui nessuno osa opporsi. Una tale sottomissione non si volge ad amici, ma a chi fa paura.
    Anche lui secondo il programma? O per comprare «sicurezza»?

    Maurizio Blondet (dal sito www.effedieffe.com)

    --------------------------------------------------------------------------------

    1) Michel Chossudovsky, «The Canada-Israel ‘public security’ agreement», GlobalResearch, 2 aprile 2008.
    2) Tom Sauer, David Webb, «Missile defense: the US-Russia-Iran knot», ISN Security Watch, 2 aprile 2008.
    3) Anne Flaherty, «Report: Lawmakers have nearly $200 millions invested in companies doing defense-related work», Huffington Post, 3 aprile 2008.
    4) «Pope to visit synagogue during US visit: US officials», Agence –France Presse, 3 aprile 2008.
    Ibrahim

  2. #2
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    Con 300 testate atomiche che hanno nei silos, dobbiamo proteggere Israele?

  3. #3
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    "Il sole sorge sempre allo Zenit e tramonta sempre al Nadir." Chandogya Upanishad
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    Citazione Originariamente Scritto da canapone 59 Visualizza Messaggio
    Con 300 testate atomiche che hanno nei silos, dobbiamo proteggere Israele?
    Certo Canapone! Dobbiamo proteggere Israele soprattutto da...se stesso
    Ibrahim

  4. #4
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    I sionisti cominciano a sentirsi soli!!!, per questo stanno cercando di portare dalla loro parte più alleati possibili.
    Gli USA in forte recessione economica e con la loro decadenza politica non sono più una garanzia e l'Europa, si sa ,se dovesse cadere il gigante Americano, non è che starebbe li a prendere in consegna il ruolo di difensore di Israele e delle sue malefatte,tutt'altro!!! Russia e Cina nn ne parliamo per niente poi, non aspettano altro...
    Si ritroverebbe sola contro tutti, e questo fa si che le sue mutande comincino a pesare e non poco.

  5. #5
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    Predefinito Ma gli arabi della striscia sanno cosa fare!

    Pioggia di piombo contro i canadesi
    Un cecchino palestinese ha sparato a Dichter. Il proiettile ha centrato il suo consigliere
    È rimasto incolume per miracolo il ministro israeliano della Sicurezza interna Avi Dichter (Kadima) che ieri è entrato nel mirino di un cecchino palestinese mentre compiva un’ispezione in un kibbutz di frontiera a ridosso della Striscia di Gaza. Il proiettile del miliziano palestinese ha centrato invece il suo collaboratore Avi Ghil, che è stato ferito all’addome e trasportato subito nel vicino ospedale di Ashqelon.
    Sul luogo dell’attacco si trovavano anche alcuni canadesi. Il gruppo ebreo-canadese, che fa parte della commissione di direttori della Canada-Israel Committee, si trovava vicino a un punto d’osservazione sulla Striscia di Gaza quando il ministro Dichter è stato vittima dell’attacco durato almeno 15 minuti.
    L’attacco è stato rivendicato da Gaza prima da un gruppo sconosciuto (l’Esercito della Nazione, Jaish Al-Umma, di ispirazione islamica) e in seguito dal braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedin Al-Qassam. Abu Obeida, un portavoce di questa milizia, ha affermato che la visita di Dichter era nota ai servizi segreti della sua organizzazione, anche se non era chiaro dove esattamente dovesse svolgersi e a che ora. I tiratori sono stati egualmente dislocati sul terreno.
    Quando uno di questi ha notato un assembramento di jeep nella zona del kibbutz Nir-Am, alla base di una torre di vedetta da cui si domina il Nord della Striscia di Gaza, ha deciso di aprire il fuoco intuendo che il ministro fosse nel gruppo. Per Dichter si tratta del terzo appuntamento con la morte sfiorato nelle ultime settimane. All’inizio dell’anno un razzo katuyscia sparato da Gaza ha centrato un’abitazione di Ashqelon molto vicina alla sua residenza personale. Pochi giorni dopo, durante un sopralluogo alla vicina città di Sderot, un Qassam palestinese è esploso a breve distanza dal ministro, ferendo una guardia del corpo. Ieri Dichter ha commentato che le forze armate israeliane dovranno essere più presenti lungo il confine con Gaza per impedire che i cecchini palestinesi rendano la vita impossibile ai civili israeliani della zona, e in primo luogo ai contadini. Da parte loro fonti militari hanno rilevato che nella località scelta dal ministro per il sopralluogo sarebbe stato consigliabile un ingresso più cauto e defilato
    06.04.2008
    -------------------

    Le "povere vittime" sanno bene come portare le loro iniziative diplomatiche. Bisogna ripulire la striscia.

  6. #6
    email non funzionante
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    Anche fosse, sarebbe interessante capire cosa ci dovremmo guadagnare da una scelta simile. Vantaggi economici, oppure la santita'? Purtroppo e' vero: si vuole fare combattere agli altri le proprie guerre.

 

 

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