Festa di libertà
Furio Colombo
Un fatto nuovo e unico sta verificandosi nel nostro Paese: il tentativo, apertamente sostenuto dai leader della nuova maggioranza che sarà il nuovo governo, di cancellare la Festa della Liberazione che si celebra (si celebrava, temo che dovremo dire fra poco) il 25 Aprile.
Si tratta della più importante festa della Repubblica italiana, la sola che veramente riguarda tutti gli italiani.La ragione è semplice. Un giorno del 1945 è finito per sempre il regime detto nazi-fascismo, ovvero il legame fra fascismo italiano e nazismo tedesco che per cinque anni aveva terrorizzato tutta l’Europa, distrutto la maggior parte delle città, deportato e decimato a decine di milioni le popolazioni europee. Aveva, attraverso la stretta subordinazione del fascismo italiano al nazismo tedesco, realizzato il più grande genocidio della Storia: il tentato sterminio del Popolo ebreo, raggiunto, catturato e rinchiuso in apposite istituzioni di morte fino a raggiungere i 6 milioni di donne, bambini e uomini uccisi a uno a uno durante anni di metodica organizzazione.
Il 25 Aprile è diventato la Festa degli italiani perché quel giorno
tutti gli italiani, compresi coloro che avevano preso parte al fascismo, sono tornati
liberi, normali, uguali, non più divisi fra persecutori e vittime.
Se il 25 Aprile non ci fosse stato, una parte degli italiani avrebbe dovuto continuare a combattere in clandestinità, fino ad essere eliminata, spesso con la tortura o il trasferimento nei campi di sterminio. E un’ altra parte di italiani avrebbe continuato a servire i tedeschi con la missione di catturare, torturare e uccidere dentro una meticolosa organizzazione di morte.
Tutti gli aguzzini avrebbero continuato a cercare tutti gli ebrei, anche nella famiglia o nella porta accanto, tutti i vecchi e i bambini dei gruppi destinati a morire, tutti gli zingari, tutti gli omosessuali, tutti gli avversari politici.
Dubito che si possa smentire questa descrizione. Se è vera,
il 25 Aprile ha liberato soprattutto i fascisti dal loro tragico destino di aguzzini e di cacciatori di ebrei (per i quali ricevevano un compenso di lire cinquemila per ogni essere umano consegnato).
Allo stesso tempo è il giorno della liberazione di coloro che per dignità, decenza, amor di patria e di libertà, si sono rifiutati di piegarsi a un mondo di carceri e di campi di sterminio e hanno dato e rischiato la vita perché l’Italia tornasse a essere un Paese civile, normale, senza più teschi sui gagliardetti.
Di colpo le città italiane si sono riempite di bandiere tricolori ed è stata la festa di tutti.
* * *
Perché allora adesso ti dicono senza imbarazzo e senza arrossire che “è una Festa che divide gli italiani”?
Come può dividere una Festa in cui tutti (tutti) sono diventati liberi ed è cominciata la democrazia nel nostro Paese?
Poiché è una affermazione palesemente falsa, le stesse persone ti danno, di volta in volta, risposte diverse.
Una è che alcune formazioni partigiane erano “bianche” (cattoliche) e volevano la libertà e altre erano comuniste e hanno combattuto sognando di passare da una dittatura fascista a una dittatura sovietica. Poniamo che sia vero. Era vero anche in Francia dove la parte comunista della Resistenza è stata la più combattiva (e - in seguito - molto più “sovietica” dei comunisti italiani).
Eppure un presidente di destra come Sarkozy, appena eletto, è andato a rendere omaggio ai caduti (dunque a molti comunisti) della Resistenza francese.
Un’altra risposta, un po’ sarcastica e un po’ con l’aria di chi sa meglio di noi la storia, è che «non ci hanno liberato i partigiani, ci hanno liberato gli americani». Chi, come me, c’era nella notte tra il 24 e il 25 Aprile, e con altri bambini che quella notte non hanno mai dormito, spiava la strada a curve che portava al luogo in cui eravamo nascosti, non ha mai dimenticato il rombo dei carri armati americani che abbiamo sentito per ore prima di vedere un carro comparire sulla collina, prima di vedere la bandierina a stelle e strisce, che voleva dire “siete liberi”, sopra la lunga asticella (allora non sapevo che era l’antenna radio).
Ma intorno a noi e dietro di noi, e lungo i percorsi che scendevano verso la pianura c’erano i partigiani. A loro si erano arresi i tedeschi (anche grandi reparti, ne vedevamo a centinaia seduti nell’erba senza l’elmetto che era stato per anni il primo segnale del terrore, senza la corta mitraglietta, con cui li avevamo visti abbattere giovani appena catturati, in mezzo alla strada). I partigiani portavano giù interi reparti di fascisti che avevano avuto come unico compito non “l’onore dell’Italia” ma la caccia agli italiani antifascisti, agli italiani ebrei. E al fronte non erano mai andati.
Nei due lunghi anni di occupazione di tedeschi e fascisti nelle città e nelle campagne italiane (mai stato così freddo l’inverno come in quei due anni) di chi erano i corpi dei giovani abbandonati, dopo la fucilazione, nelle strade italiane (cinque cadaveri di giovani sui vent’anni, lungo il percorso tra la chiesa e la scuola la mattina presto del due febbraio 1944)? Chi erano gli impiccati, uno per lampione, in via Cernaia, a Torino, sul lato sinistro per chi viene da Porta Susa? Se erano così inutili, così irrilevanti da non meritare nemmeno una Festa, perché ne hanno uccisi tanti?
Non sarà che quei fucilati, quegli impiccati erano stati in grado, con i loro tanti compagni “bianchi” e “rossi” più vecchi e più giovani, più “conservatori” e più “sovietici” di tenere inchiodati tedeschi e fascisti, costringendo una parte di loro a non combattere contro gli americani, costringendo una parte di loro a non poter dedicare tutto il tempo alla tortura degli antifascisti e alla deportazione degli ebrei?
Oggi, 25 Aprile, vorrei ricordare uno solo di coloro che - con ben due pagine fitte di scherno e denigrazione -
Il Giornale di casa Berlusconi (22 aprile) ci intima di smettere di ricordare. È Franco Cesana, un ragazzino ebreo di 13 anni, di Modena, che ha voluto seguire “in montagna” (così si diceva allora) il fratello diciassettenne e con lui è stato fucilato sull’Appennino. È stata la storica americana Susan Zuccotti a raccontare la sua storia nel testo “The Italian Holocaust” (Nebraska University Press), a esibire la lapide del cimitero di Bologna su cui c’è scritto: «Al più giovane partigiano d’Italia». Ci ricorda che con lui è nata giovane, la nostra Repubblica che ha reso liberi tutti. Lo ricorda nel capitolo fitto di nomi e di eventi «Gli Ebrei e la Resistenza italiana». Qualcuno dice che dovremmo dimenticarci di loro, perché questa data divide?
Mai sentito che la libertà divida un popolo. Quello è il mestiere, anzi la missione delle dittature.
Lo prova il fatto che
nessun Paese, mai, ha abiurato o respinto o negato il giorno della Liberazione.
Vi immaginate un americano che rinunci alla Festa di Indipendenza del 4 di luglio?
Solo persone strane e vanesie o di debole identità si ostinano a cambiarsi la data di nascita. La nostra è il 25 Aprile 1945. E siamo sicuri che ci unisce.
Furio Colombo