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Discussione: Fannulloni in....

  1. #11
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    CONSIDERATE le immagini viste piu' volte di camera e senato semideserte durante le sedute, penso che i primi fannulloni dovrebbero risiedere da quelle parti..
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  2. #12
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Rifondazione Comunista (20 milioni e 731.171 euro), i Comunisti italiani (3 milioni e 565.470), i Verdi (3 milioni e 164.920).
    E sarebbe più facile, questo «ponte verso il Paese», se fosse stato cambiato un dettaglio del primo decreto economico del Prodi bis, che aggiungeva altri soldi ai partiti per gli elettori all'estero, decreto contestatissimo dal centrodestra salvo appunto quel dettaglio, che distribuiva 3 milioni e 691.960 euro all'Unione, a Forza Italia, all'Italia dei valori, al movimento Per l'Italia nel mondo di Mirko Tremaglia...
    E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi per le Regionali (anche quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando non ci sono: quest'anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un'enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali.
    Contributi che, spiega uno studio del 2007 della Camera, ammontano a 61 milioni in Spagna, 133 in Germania e 73 milioni in Francia. Per non parlare degli Stati Uniti, dove «il finanziamento pubblico della politica è limitato alla campagna presidenziale». O del Regno Unito dove l'accredito, «se si escludono alcuni servizi messi a disposizione dallo Stato nel corso delle campagne elettorali, è limitato ai contributi concessi ai partiti di opposizione in Parlamento». Totale britannico nel 2006: 7 milioni e 374.000 euro».

    FAVOLOSI ANNI CINQUANTA
    L'errore, a questo punto, sarebbe pensare che sia sempre andata così. Non è vero. Basta ripercorrere quanto è successo dagli anni Cinquanta in poi. «In quel 1951 in cui viene varata l'Inchiesta parlamentare sulla miseria - ricordano Stella e Rizzo -, Guglielmo Tagliacarne, che darà vita all'omonimo istituto di studi economici, delinea un quadro dei principali Paesi europei impressionante: nonostante l'accele razione, i 47 milioni di italiani hanno un reddito complessivo di 12,393 miliardi di dollari. La Germania Ovest, con una popolazione più o meno analoga, sta a 21,450. La Francia, con 5 milioni di cittadini in meno, svetta a 25,952. Per non dire della Gran Bretagna, che con 3 milioni di persone in più ha il triplo (34,080) del reddito nostro. È lì che comincia la grande rimonta italiana. Negli anni Cinquanta.
    Con un'accelerata nei primi anni Sessanta. Un decennio e mezzo in cui il prodotto interno lordo sale a una media del 6% l'anno, senza mai scendere sotto il +4,5 e toccando il 7. L'aumento di produttività oraria nei settori tessile e alimentare, spiega Necco, è del 45% ma «in quello chimico, automobilistico e siderurgico varia tra 8,5% e 11%. Tra il 1953 e il 1962 il margine di profitto nel settore tessile-alimentare aumenta dello 0-10%, nel settore dinamico del 28-55%». Nel 1958 gli italiani con un televisore sono 1 su 6, sette anni dopo quasi 5 su 10. Una corsa a perdifiato». Il cui emblema, in senso positivo, è rappresentato dalla «costruzione di quello che è stato uno dei gioielli della rete stradale planetaria: l'Autostrada del Sole.
    Le date, rilette oggi, fanno girar la testa: la prima pietra viene posata il 19 maggio del 1956; il primo tronco da Milano a Parma è aperto il 7 dicembre del 1958; quello da Bologna a Firenze il 3 dicembre del 1960; quello da Roma a Napoli il 22 settembre del 1962. E il 4 ottobre del 1964, completati certi tratti qua e là, l'Autosole è finita. A questo punto, facciamo un passo indietro. E rileggiamo cosa aveva scritto il «Corriere della Sera» il giorno dopo l'apertura dei cantieri: «L'atto di nascita dell'Autostrada del Sole ha avuto ieri nelle campagne di San Donato Milanese una consacrazione solenne. Quella che in meno di 8 anni sarà l'ar teria modernissima di grande e celere comunicazione fra Nord e Sud, attraverso l'Appennino». L'inaugurazione in realtà, spiega nel libro L'Autostrada del Sole Enrico Menduni, fu una bufala propagandistica. Il 27 maggio erano fissate le elezioni amministrative, il governo di Antonio Segni voleva far bella figura e visto che il capo dello Stato, Giovanni Gronchi, era di passaggio a Milano per far visita a sua sorella, presero un terreno di proprietà dell'Eni, gli diedero una passata d'asfalto e fecero scolpire un «cippo marmoreo sistemato in mezzo allo spartitraffico dell'autostrada-fantasma, adorna dei gonfaloni delle città che avrebbe in futuro attraversato». [...] Otto anni avevano previsto, però, e otto anni ci misero.
    Per 755 chilometri. Novantaquattro chilometri l'anno. Con le tecnologie di allora. Con 15 milioni di giornate lavorative, 54 milioni di metri cubi scavati, 16 milioni di metri quadrati di asfalto, 113 ponti e viadotti di gran luce, 740 opere minori, 572 cavalcavia, 38 gallerie, 57 raccordi alla viabilità ordinaria e perfino 5 «cappelle per servizio religioso». Con una spesa complessiva di 272 miliardi dell'epoca. Pari a 4 milioni di euro di oggi a chilometro». E questo nonostante, ricordano Stella e Rizzo, non siano mancate risse tra i notabili, manifestazioni di piazza di comitati, addirittura rivolte popolari.

    TEMPI BIBLICI Otto anni, dunque, «per collegare Milano a Napoli. Contro i 22 anni già impiegati a partire dal 1986 per fare 23 chilometri della Pordenone-Conegliano, quasi inutilizzabili finché non sarà costruito l'ultimo lotto di 3 chilometri e 717 metri, al costo folle di oltre 22 milioni di euro al chilometro. Il quintuplo abbondante di quanto costò l'Autoso le. E parliamo di una delle aree di punta di quel Nordest che ama dipingersi come una terra di efficienza e spacciarsi per «la locomotiva d'Italia». Al Sud va ancora peggio. Basti dire che l'autostrada Siracusa-Gela di 140 chilometri, progettata nel 1974, è stata inaugurata a metà marzo del 2008, dopo 34 anni e solo per un tratto di 14 chilometri». Com'è possibile che dal punto di vista infrastrutturale l'Italia sia rimasta così indietro? Ecco che Stella e Rizzo ne raccontano un'altra. Partendo da un paragone impietoso: «Per costruire vicino a Shanghai il fantastico ponte di Donghai, che con i suoi 32 chilometri e passa e le sue 8 corsie è il ponte in mezzo al mare più lungo del pianeta, i cinesi hanno impiegato 1263 giorni. Tre anni e sei mesi scarsi. Per costruire a Venezia il ponte di Calatrava, che dovrebbe scavalcare il Canal Grande davanti a piazzale Roma per un totale di 81 metri, di anni ne hanno già spesi una dozzina. Quando, per dimostrare che la città serenissima non era solo un museo, nacque l'idea di affidare l'opera al celebre architetto di Valencia creatore di ponti famossimi, dall'East London sul Tamigi all'Oberbaum di Berlino, era il 1995». Una vicenda anche questa davvero simbolica. «Quando il geniale professionista regalò il suo progetto a Venezia (anche se si sarebbe fatto pagare l'«esecutivo» e una consulenza successiva: totale 336.000 euro) era la primavera del '96. Quando il Comune accettò la donazione, alla fine di giugno dello stesso anno, Massimo Cacciari esultò: «Il progetto è in pratica un esecutivo che già domani potrebbe essere realizzato». Spiegò anzi che le Sovrintendenze avevano «già detto un sì entusiastico» ed era stato già «fatto anche il piano finanziario per una spesa di 4 miliardi», cioè 2 milioni di euro. Quando il ponte passò la Commissione di Salvaguardia, che si lagnava del «contesto lacunoso dell'intervento a cui mancano immagini, disegni, simulazioni», era la fine del 1996. Quando finalmente fu approvato il progetto vero e proprio, nel maggio del 1999, il costo era raddoppiato: 7 miliardi e 440 milioni di lire. Cioè 3.842.439 euro. [...] Da allora è stato un calvario di promesse e rinvii, promesse e rinvii. [...] Insomma, ha spiegato sulla «Nuova Venezia» Alberto Vitucci, si è sviluppato un «groviglio di perizie, varianti, consulenze, aumenti di spesa» che ha incasinato tutto. Tanto che ai primi di febbraio del 2008, quando il procuratore aggiunto Carlo Mastelloni decise di aprire un'inchiesta facendosi consegnare tutte le carte, nessuno sapeva più «quando» sarebbe arrivata questa benedetta apertura: «Forse ad agosto, forse in autunno, forse più in là ancora». Boh... [...] Nel frattempo, nonostante la Corte dei Conti fosse già intervenuta a censurare l'andazzo, i costi dell'opera sono lievitati ancora. E c'è il rischio concreto che questo «quarto ponte» sul Canal Grande, dopo quelli di Rialto, degli Scalzi e dell'Accademia, possa venire a costare oltre 16 milioni di euro. Otto volte più del primo preventivo. Quasi 200.000 euro per ciascuno degli 81 metri. Plastica dimostrazione di quanto le difficoltà tecniche, gli intoppi burocratici, gli stop, i rilanci, le minacce legali e le grane di ogni genere, anche al di là delle responsabilità individuali, abbiano fatto di questo monumento alla lentezza (che dovrebbe poi chiamarsi, in omaggio all'area in cui sorgerà, ponte de'a Zirada, ponte della svolta) il simbolo stesso di quanto sia complicato, oggi, fare un'opera pubblica in Italia». Peraltro, l'amministrazione veneziana ha adesso annunciato che l'opera dovrebbe essere finalmente inaugurata nella prima metà del prossimo giugno, ma senza l'ovovia prevista per il passaggio dei disabili. Come dire: inaugurata dopo 12 anni dalla presentazione del progetto, e nemmeno completa. I confronti con l'estero citati ne "La deriva" sono imbarazzanti. Ne riportiamo uno: «Per costruire il Vasco da Gama, che con i suoi 18 chilometri a sei corsie è il più lungo d'Europa e scavalca l'estuario del fiume Tago unendo Lisbona alle regioni meridionali del Paese, con un'arcata centrale poggiata su piloni di 150 metri (21 più del grattacielo Pirelli, il più alto d'Italia) per consentire il passaggio di navi gigantesche, i portoghesi impiegarono 3 anni: dai primi di febbraio del 1995 al 29 marzo del 1998».

    L'INGRESSO DELLA POLITICA
    «Eppure, dicevamo, noi italiani eravamo partiti bene con le infrastrutture. La prima autostrada del mondo, perché non ha senso considerare tale i rettilinei paralleli dell'Avus di Berlino lunghi 10 chilometri e costruiti come circuito automobilistico, l'abbiamo fatta noi. È la Milano-Varese. Due mesi per la progettazione. Quattro per fare oltre tremila espropri. Primo colpo di piccone di Benito Mussolini: 26 marzo del 1923. Inaugurazione alla presenza di Vittorio Emanuele III: 21 settembre del 1924. Cinquanta chilometri in un anno e mezzo scarso». Quando, allora? Quando la situazione si è ingarbugliata al punto da provocare una sorta di "emiparesi"? «Il punto di svolta fu la Salerno-Reggio Calabria. Per quei 443 chilometri, fortissimamente voluti dal socialista Giacomo Mancini e da tutti i meridionalisti, primo fra tutti Giovanni Russo (per il quale rappresentava un secolo dopo «il compimento dell'Unità d'Italia»), furono necessari dal 1963 al 1974 undici anni: 40 chilometri l'anno. Una marcia più che dimezzata, rispetto all'Au tosole fino a Napoli. Come mai? Colpa dei partiti, dei politici, degli interessi clientelari, risponde in una vecchia intervista al «Corriere» l'ingegner Fedele Cova, che per quindici anni aveva guidato la società Autostrade e si vanta di aver costruito arterie per 2200 chilometri: «Il segno del cambiamento si ebbe nel '64. Prima mi avevano lasciato tranquillo, forse perché non credevano nelle autostrade, forse perché non si erano neppure accorti di quello che stava accadendo. Ma, nel '64, con la fine dell'Autosole, cominciarono gli appetiti, le interferenze... Pretendevano questo e quello, ed era difficile vivere. Fino al '70, per me, è stata una difesa continua, strenua, da un interminabile assedio». «Prima» quello che contava era fare le strade, farle bene, farle in fretta. Poi contarono altre cose: l'assegnazione degli appalti, le quote da spartire, la scelta elettorale dei tracciati, i «clienti» da far assumere e sistemare. [...] Per l'Autosole erano bastati 4 milioni di euro di oggi al chilometro. Per la Salerno-Reggio ne servirono 5,6. Un terzo di più, anche a causa della scelta di fare un'uscita ogni nove chilometri scarsi. Decisione «compensata», si fa per dire, dalla determinazione di «risparmiare» rinunciando ai caselli. Cosa assai apprezzata dagli automobilisti ma anche dai delinquenti: niente caselli, niente controlli. E un Far West di rapine, sequestri di persona, morti ammazzati. Su tutti il piccolo Nicholas Green, ucciso in un agguato sull'au tostrada da una banda di briganti mentre andava in vacanza con i genitori e la sorellina. Fatto sta che, poco più di un decennio dopo l'inaugura zione, il governo Craxi doveva già stanziare mille miliardi per sistemare un mucchio di opere incompiute e correggere errori progettuali. Era solo l'ini zio di un tormentone infinito. [...] Oltre vent'anni più tardi stiamo ancora lì. Con i cantieri aperti ma spesso abbandonati perché le ditte sono fallite. Con le macchine che fanno zigzag tra i birilli. [...] E intanto il conto saliva e saliva e saliva. Dicono i progetti che nel 1987 la Salerno-Reggio Calabria poteva essere sistemata con 983 milioni di euro di oggi. Dieci anni più tardi, alla vigilia dell'apertura dei cantieri, la cifra si era già impennata fino a 4 miliardi. All'ini zio del Terzo Millennio, mentre la Fillea Cgil denunciava che di quel passo i lavori sarebbero finiti nel 2040, stavamo a quasi 7. E su, su, su fino alla stima attuale: 9 miliardi. Cioè 152 euro per ogni cittadino italiano. Fate i conti: 20 milioni abbondanti a chilometro. Vale a dire che per sistemare l'autostrada si spenderà quasi quattro volte di più che per costruirla. E cinque volte di più di quanto fu speso per fare l'Autosole fino a Napoli. [...] Ma perché tutti questi soldi? Perché, come ha confessato nell'ottobre 2004 l'ingegner Carlo Bartoli, direttore centrale dell'Anas, c'è stata «un'errata concezione dei progetti, che ha rallentato enormemente i lavori». Perché, contrariamente a quanto pensa l'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, convinto che non si possano addebitare questi ritardi storici all'«impotenza della politica», ogni centimetro della A3 odora di pesanti interferenze dei partiti. Ma soprattutto perché più l'affa re è colossale e impantanato in mille distinguo tecnici, più è esposto alle infiltrazioni degli imprenditori spregiudicati e della criminalità organizzata. [...] Fatto sta che per insipienza gestionale, ingordigia politica, egoismo delle realtà locali o infiltrazioni mafiose, la nostra rete autostradale che un tempo era la prima al mondo è paurosamente arretrata. Sia al Nord, dove per esempio non sono mai stati aperti i cantieri di un'opera per il Veneto necessaria come l'ossigeno, quella Pedemontana che nel 1998 era stata già addirittura finanziata dal governo ulivista ma fu bloccata dalla rivolta di un po' di giunte di destra e sospesa in favore di un nuovo progetto più sottile di 48 centimetri. Sia al Sud, dove solo nel dicembre 2004 arrivò l'inaugurazione in pompa magna, con Berlusconi e le fanfare e un cannolo gigante, della prima delle due carreggiate del tratto mancante della Palermo-Messina (36 anni di lavori) e dove chissà quando sarà finita la superstrada Catania-Siracusa in costruzione dai tempi delle grandi piramidi». AUTOSTRADE AL PALO Ragion per cui siamo rimasti indietro. E mica di poco. «Umiliante è il confronto rispetto alla popolazione messo a punto Dall'Ufficio studi della Cgia (Associazione degli artigiani e delle piccole imprese) di Mestre nell'otto bre 2007 su dati Eurostat: ogni milione di abitanti ci sono 114 chilometri di autostrade in Italia, 142 in Olanda, 146 in Germania, 167 in Francia, 168 in Belgio, 188 in Danimarca, 204 in Austria e 238 in Spagna. Pur essendo noi italiani passati negli ultimi quarant'anni da 5 a quasi 60 auto ogni 100 abitanti. Dati del «Sole 24 Ore»: abbiamo 5663 veicoli circolanti per chilometro di autostrade in Italia, 3483 in Francia, 3994 in Germania, 3318 in Spagna. E non si tratta solo di viaggiare con più comfort. Come ha spiegato sul «Corriere» Sergio Romano, uno studio del vicedirettore della Banca d'Italia Pier Luigi Ciocca e le stime di alcune organizzazioni internazionali hanno dimostrato che «questo deficit di opere pubbliche ha provocato nel corso degli anni Novanta una perdita valutabile in circa 13 punti percentuali del prodotto interno lordo, cioè circa 300.000 miliardi di lire». Centocinquanta miliardi di euro. Più quelli perduti dal 2000 in qua». Qual è la conclusione? Stella e Rizzo sono chiari: «Siamo fermi. A motore spento. O quasi. Sia sulle infrastrutture stradali sia sulle altre. A partire dalle metropolitane. Per carità, è vero che a non tutti capita di scavare nel sottosuolo e trovare capolavori dell'Antica Roma, come è successo a chi dal lontano 1995 non è ancora riuscito a fare partire sul serio i cantieri della linea C della metropolitana che doveva essere pronta per il Giubileo. Ma sapete quanto ci ha messo la Spagna a costruire la nuova metro di Madrid con un prolungamento di 56,23 chilometri e la nascita di 8 stazioni di interscambio e 28 stazioni ordinarie? Ce lo dice ancora l'Oice: 36 mesi. Così che oggi la rete sotterranea della capitale spagnola si estende per 309 chilometri e ha 267 stazioni. Quasi il triplo di Roma, Milano e Napoli messe insieme».

    Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella i due inviati del Corriere della Sera autori de "La deriva. Perché l'Italia rischia il naufragio". Hanno scritto anche il bestseller "La casta"

    www.Libero-news.it di oggi

    saluti
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    In pensione a 29 anni

    di ANDREA SCAGLIA www.Libero-news.it di oggi


    Lo Stato italiano non ha più nemmeno gli occhi per piangere, e questo è un fatto.
    D'altro canto, è altrettanto innegabile che sia davvero troppo il denaro che continua a sprecare, per sciatteria o disorganizzazione o futura convenienza elettorale.
    Prendiamo un argomento di grande attualità: si parla di "fannulloni", quelli che si acquattano tra le pieghe del sistema pubblico e ne approfittano, magari collezionando assenze retribuite per malattie inesistenti oppure imboscandosi più o meno palesemente, contando poi sulla quasi impossibilità di licenziamento (in questo senso il neoministro della Pubblica Amministrazione Brunetta ha dichiarato che metterà mano alla questione).
    O ancora, strappando una pensione a quarant'anni e anche meno (cosa permessa dalla legge, intendiamoci).
    E non è che si vuole generalizzare, anche perché comportamenti di questo tipo fanno imbestialire prima di tutto quelli che invece il mazzo se lo fanno davvero. Ma il problema esiste.
    E scorrendo le pagine di "La deriva" (Rizzoli, 305 pagg., 19,50 euro), l'ultimo libro firmato da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, si può ben capire il come e il perché.

    E cominciamo allora proprio dalle pensioni.
    I due inviati del Corriere della Sera, già autori de "La casta", partono da una considerazione: siamo un Paese che sta invecchiando alla velocità del lampo. «Secondo i calcoli dell'Istat nel 2016 gli ultrasessantenni saranno 17.459.984, pari a tutti gli abitanti della Liguria, della Lombardia, del Veneto, del FriuliVenezia Giulia e del Trentino-Alto Adige messi insieme.
    Gli ultrasettantenni saranno 9.549.242, come tutti gli abitanti della Lombardia.
    Gli ultraottantenni 4.080.881, come tutti gli abitanti dell'Emilia Romagna.
    Gli ultranovantenni 769.914, come tutti gli abitanti dell'Umbria». Impressionante.

    PAGANO I FIGLI
    E a fronte dei bilanci pubblici malmessi e dell'abnorme spesa previdenziale - e soprattutto considerando che, a parte i lavori davvero usuranti, chi ha sorpassato i 60 è ancora perfettamente in grado di lavorare - che cosa fa lo Stato? Il contrario di quello che tutti gli altri Paesi hanno fatto: abbassa l'età pensionabile. Col rischio concreto che prima o poi i soldi finiscano, e che le nuove generazioni si ritrovino con un pugno di mosche. Insomma, sottolineano Stella e Rizzo, pagheranno i nostri figli. «Figli che, dice il saggio ‘Contro i giovani’ di Tito Boeri e di Vincenzo Galasso, hanno oggi sul gobbo «80.000 euro di debito pubblico e 250.000 di debito pensionistico» a testa. Debito accumulato «non tanto per costruire infrastrutture, migliorare la qualità dell'istruzione o della vita nelle grandi città, ma per pagare pensioni di invalidità a volte di dubbia assegnazione, creare posti pubblici spesso inefficienti, concedere pensioni baby e generose pensioni di anzianità, cedere a pressioni di rappresentanze di interessi molto specifici e di breve respiro».
    Da aggiungere a questo ragionamento, i dati riportati nelle tabelle alla fine del libro su fonte Inps/2006: sono oltre 5 milioni gli italiani che godono di più di una pensione (oltre 220mila dalle 4 pensioni in su!), e in 438.261 incassano l'assegno previdenziale da più di 40 anni. Atteggiamento che partorisce, come scrivono i due giornalisti, «voragini di follia.
    Riassumibili nel caso della bidella friulana Ermanna Cossio, andata in pensione a 29 anni col 94% (avete letto bene: novantaquattro per cento) dell'ultimo stipendio.
    O quello della sua collega milanese Francesca Zarcone. La quale, accumulando un po' di contributi come operaia in una tappezzeria e poi facendo un po' di supplenze come «ausiliaria», riuscì a mettere insieme abbastanza versamenti per andare in pensione (era sposata e aveva figli quindi le bastavano 14 anni, 6 mesi e un giorno) meno di un anno dopo l'assunzione definitiva. Entrata in ruolo nel settembre '82, presentò la domanda di pensione (col ricongiungimento degli anni nell'artigianato) quattro mesi dopo. E smise di lavorare il 1° agosto successivo. In totale aveva pagato di contributi l'equivalente attuale di poco meno di 16.700 euro. E ne ha ricevuti, da allora, 250.000.
    Un po' di casi come il suo e andrebbe in fallimento anche il sultano del Brunei».
    E perché? Qual è il motivo?
    Stella e Rizzo spiegano: «Che le case di riposo siano elettoralmente da preferire agli asili e alle scuole, agli occhi di chi vive di politica, è fuori discussione. [...] Nessun nonnetto è stato corteggiato (sotto elezioni) quanto gli italiani d'una certa età. L'elettore medio ha 47 anni. I ragazzi dai 18 ai 24 anni che votano sono circa 4 milioni. I loro genitori o nonni sopra i 60 più o meno il triplo.
    Conclusione: i pensionati sono il terreno sul quale si vince o si perde». Resta da chiedersi, e in questo senso "La deriva" riprende le considerazioni dell'economista Francesco Giavazzi, se è giusto «che oggi si vada in pensione a 57 anni, sapendo che i nostri figli dovranno lavorare fino ai 70?».
    Anche perché nel 2050, quando i nostri figli vorranno andare in pensione, «10 persone in età di lavoro dovranno produrre abbastanza per sostenerne oltre 17. Impossibile».
    Adesso, al di là delle dichiarazioni di circostanza che mirano soprattutto a non litigare subito con sindacati e affini, pare che il nuovo governo, nella persona del nuovo ministro del Welfare Sacconi, voglia davvero provare a ridefinire l'età minima pensionabile.
    Salvo crisi che paiono improbabili, ha cinque anni per farlo. Staremo a vedere.
    E poi c'è l'altro grande carrozzone: la pubblica amministrazione. E anche qui ci vuole la precisazione politicamente corretta, che la maggior parte dei dipendenti pubblici lavora con coscienza e serietà. Ma quello resta un universo in cui si progredisce non per merito ma per anzianità di servizio. Basta metterci un piede dentro, magari come precario, per poi attendere l'immancabile sanatoria che regolarizzi la situazione a vita. E «che futuro può avere - si chiedono Stella e Rizzo uno Stato che da tempo immemorabile, salvo eccezioni, non riesce ad assumere nessuno perché è il più bravo ma è costretto a sistemare di volta in volta alla rinfusa i bravi e i mediocri, i volonterosi e i lavativi, tenendo conto solo della data in cui sono stati presi "provvisoriamente"?».

    SCUOLA ALLA DERIVA
    Le conseguenze emergono drammaticamente, per esempio, nel mondo della scuola. Che se da una parte esibisce professionalità eccellenti, dall'altra soffre di paradossi incredibili.
    Stella e Rizzo: «È impressionante, ha scritto sulla «Repubblica» Michele Smargiassi, «scoprire che ancora oggi non solo il 46% del totale, ma perfino il 22% dei docenti delle scuole superiori non è laureato». Peggio: stando agli ultimi dati i non laureati, sul totale dei maestri e dei professori, sono addirittura il 51%. Oltre la metà. Eppure, guai a dubitare della loro professionalità. Forti di un antico e scellerato patto con lo Stato (tu mi paghi poco e mi chiedi poco), stremati da decenni di disattenzione e fiaccati dal passare degli anni, i professori italiani non vogliono saperne, nella loro stragrande maggioranza, di essere giudicati».
    E quando, nel 2000, l'allora ministro dell'Istruzione Luigi Berlinguer tentò di selezionare i più bravi per poi premiarli attraverso un mega-concorso, scesero in piazza a decine di migliaia. Con i politici di ogni colore a portar loro solidarietà.
    «Quella era, la verità: il rifiuto di una selezione dei più meritevoli. Rifiuto confermato da Piero Bernocchi, storico leader dei Cobas della scuola: «Siamo contrari a ogni gerarchizzazione della categoria».
    Soldi uguali per tutti. Bravi e somari, sgobboni e lavativi». Il risultato?
    Stella e Rizzo lo illustrano attraverso «un rapporto di TreeLLLe su dati ministeriali del 2003: «Il 57% degli insegnanti attualmente in ruolo non ha mai superato un esame di concorso, come il 52% di coloro che oggi attendono il posto nelle graduatorie permanenti».
    Per carità: magari sono in grande maggioranza bravissimi, ma è probabile o no che tra loro ci siano anche dei somari più somari ancora dei loro allievi?».
    E gli autori de "La deriva" citano ancora i numeri forniti dall'associazione TreeLLLe per sottolineare che «mentre gli scolari calavano tra il 1960 e il 1995 da 4 a 2 milioni e mezzo, i maestri elementari sono aumentati del 40% schizzando fino a 255.000. Quanto alle medie, mentre gli alunni aumentavano in quegli anni del 50%, i professori sono più che raddoppiati. Risultato: se nei Paesi Ocse ci sono mediamente 7,5 insegnanti ogni 100 allievi, in Italia 9,1».
    Senza contare le spese per la collettività che implica l'imbarcare dipendenti senza una logica: «Sapete quanto ha speso lo Stato nel 2007 per pagare presidi, maestri, professori, impiegati e bidelli? Trentanove miliardi e 188 milioni di euro. Una somma enorme. Quale azienda al mondo potrebbe fornire un servizio efficiente senza avere neppure il diritto di premiare i migliori e punire i peggiori?».

    IMBOSCATI PUBBLICI
    A fronte di ciò, poi, proprio "punire i peggiori," o anche solo i fannulloni, sembra sia impossibile. Stella e Rizzo ricordano per esempio lo «scandalo, reso notissimo da Pietro Ichino sul «Corriere», del «Professor M.», cioè Mario Fogliani, finalmente licenziato nel 2007 (in attesa di ricorso...) dopo una lunghissima e durissima battaglia nella quale l'uomo aveva accanitamente difeso il suo diritto di farsi gli affari propri: 72% di assenze nel 2002/2003 e 61% l'anno successivo. Con l'aggravante della strafottenza, che superò ogni limite quando, il giorno dopo essere arrivato nella scuola in cui era stato trasferito per assenteismo cronico, chiese al preside l'autorizzazione a «svolgere una seconda attività». Domanda che, respinta, lo fece all'istante ammalare di nuovo».
    E mica è solo esclusiva del mondo scolastico questa, diciamo così, "indulgenza" nei confronti dei dipendenti pubblici che s'imboscano a danno della collettività.
    Prendiamo la giustizia: certo, soffre di organici insufficienti e leggi che rendono troppo lunghi e macchinosi i processi, e su questo non ci piove. Ma a volte anche i magistrati ci mettono del loro.
    Stella e Rizzo fanno l'esempio di Vicenza, che nella classifica nazionale in quanto a lentezza dei procedimenti si è ritrovata nel 2005 «al quart'ultimo posto con 35 cause giudiziarie esaurite ogni 100 nuove o vecchie da smaltire, appena davanti a Enna, Matera e Bari».
    E raccontano poi «il caso del giudice Cecilia Carreri. Stando ai certificati medici (una montagna) la sua vita era un calvario per una «grave patologia lombo-sacrale con discopatie multiple da iperlordosi» che, in posizione eretta, determinavano «la rigidità del rachide cervico-dorsolombare con contrattura della muscolatura paravertebrale».
    Una via crucis che imponeva alla poveretta la «necessità di astenersi da stazione eretta ed assisa protratta » e la obbligava a chiedere «una sospensione dal lavoro non breve per evitare l'aggravarsi ulteriore della patologia». «Non breve» quanto? Novantotto giorni nel 2004 più 9 mesi e mezzo nel 2005, spezzati da un periodo di ferie. I colleghi costretti a farsi carico di lavoro supplementare e i cittadini stremati dai continui rinvii l'immaginavano nel letto di dolori quando a metà novembre del 2005, sul diario di bordo di «Mare verticale» (www.ceciliacarreri.it) usciva l'entusiastico resoconto della straziata lungodegente che raccontava una regata velistica nella quale era impegnata. Roba seria, che «Il Giornale di Vicenza» riassumeva così: «Nel giorno in cui il navigatore Soldini si ritira, prosegue la fantastica avventura di Cecilia Carreri e del francese Joe Seeten». Che emozioni, per la nostra lombo-sciatalgica!
    «È difficilissimo governare un 60 piedi che vola impazzito a fare il surf su onde oceaniche gigantesche. Sono stata molto al timone e vi assicuro che sentire la poppa sollevarsi di decine di metri e vedere la prua della barca inabissarsi dentro il mare dopo una vorticosa e velocissima planata è una delle esperienze più estreme della mia vita.»
    Era troppo perfino per l'assai bonaria Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura.
    Che rifilava alla velista estrema, colpevole di avere causato un «grave danno alla immagine del magistrato e alla credibilità della istituzione giudiziaria», una punizione «esemplare». Cioè? Trasferimento d'ufficio e perdita di un anno di anzianità.
    Una sanzione che in un Paese serio sarebbe considerata un buffetto.
    Ma che la giudice-skipper ha accolto ribellandosi manco le avessero comminato ingiustamente vent'anni di colonia penale alla Caienna, a spaccare pietre coi ferri ai piedi».
    Dunque torniamo sempre lì, a un Paese dove il merito e la capacità e la voglia di lavorare non sono considerati, e chi batte la fiacca non corre nemmeno il rischio di essere punito come dovrebbe. D'altro canto, in nome di una logica clientelare in base alla quale "se li faccio contenti poi mi votano", si accumulano migliaia e migliaia di precari, per poi assumerli alla prima occasione senza alcun ragionevole criterio. «Le sanatorie volute dai democristiani e dai socialisti, dai comunisti e dai missini, dai socialdemocratici e dai forzisti sono state decine» rimarcano Stella e Rizzo.

    TUTTI DENTRO
    E, tra gli altri, citano il caso delle Poste. Per le quali, «sottratte da quando sono una società per azioni alle interferenze della politica clientelare di un tempo, sono arrivati a supplire all'impossibilità di una leggina con una specie di «sanatoria fai-da-te». Decine di migliaia di persone assunte qua e là negli anni con contratti a tempo anche brevissimi, magari di venti giorni, avevano infatti ammassato una valanga di ricorsi ai pretori del lavoro, i quali, si sa, ritengono non raramente di essere depositari del diritto di dispensare contratti come un ufficio di collocamento.
    Fu così che dal 2004 al 2007 vennero assunte 17.454 persone.
    Come se le Poste avessero ingoiato d'un colpo tutti i dipendenti della Banca Nazionale del Lavoro.
    Ma era solo un assaggio: se perdesse tutte le cause aperte nella primavera 2008, i precari assunti per ordine del giudice salirebbero a 57.282. Come arginare la «sanatoria giudiziaria» costata tra avvocati e spese legali nel solo 2006 la bellezza di 353 milioni, oltre metà dell'utile netto? Con l'impegno delle Poste, d'accordo col sindacato, ad assumere quanti avessero rinunciato a far causa incassando in cambio l'iscrizione in una graduatoria di aspiranti postini. Quel che dicevamo: la sanatoria fai-da-te».
    Ed emblematica è anche la storia delle ambulanze siciliane.
    Stella e Rizzo raccontano: «La Regione Sicilia affida il servizio 118 a una società appositamente costituita dalla Croce rossa, la Sise, Siciliana servizi emergenza. La quale, dovendo dotarsi di 160 ambulanze, che via via saliranno a 280 cioè 31 per ogni provincia nonostante secondo la Corte dei Conti non ce ne fosse alcuna necessità, invece che comprarle per 50.000 euro l'una preferisce prenderle in affitto per 5 anni, manutenzione compresa, a 100.000 euro ciascuna. Quindi assume i dipendenti, dicono i magistrati contabili, prendendo «personale volontario, Lsu, precari a vario titolo, senza l'esperimento di alcuna procedura selettiva».
    Quanti autisti e portantini? Ben 3009: 11 per ogni lettiga. Più altri 301 (trecentouno!) dipendenti amministrativi. Assunti anche questi «per chiamata diretta, per lo più in via d'urgenza». Totale: 3310. Il doppio, sottolinea il dossier della Corte dei Conti, del personale della Croce rossa di tutte le altre regioni italiane messe insieme».
    Continua

    saluti

  3. #13
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    Predefinito La Corte dei mantenuti

    "Con il termine burocrazia si intende l'organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità, impersonalità": così scrive Wikipedia, l'enciclopedia telematica, semplificando all'osso i concetti di Max Weber.
    Definizione che, a noi italiani, strappa un sorriso amaro.
    Già sulla "realizzazione del fine collettivo" ci sarebbe da discutere.
    Se poi ci si sofferma sui "criteri di razionalità, imparzialità, impersonalità", bè, allora certo non si parla del nostro Paese.
    Molto meglio ripiegare sul significato etimologico, cioè "potere degli uffici": ecco, già siamo più vicini.
    Perché proprio l'apparato burocratico, in Italia, è cresciuto e si è ingarbugliato fino ad assumere le sembianze di un mostro, un organismo ormai fuori controllo che ai più appare come un ostacolo alla realizzazione dei propri progetti, di lavoro e di vita.
    Ed è ancora "La deriva", il nuovo libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, ad aiutarci a capire quale paradossale dimensione abbia raggiunto il meccanismo. Con conseguenze drammatiche.
    «Dice uno studio di Confartigianato del gennaio del 2008 - scrivono i due giornalisti del Corriere - che nell'Unione Europea, tra il 1998 e il 2007, l'incidenza sul Pil della spesa per il pubblico impiego è scesa dappertutto. Noi, unici, siamo in controtendenza: più 0,2%.
    Secondo gli artigiani, "il costo per la burocrazia colpisce tutto il sistema produttivo nazionale, che ogni anno paga 15 miliardi di euro, cioè un punto di Pil, sia in costi interni (impiegati degli uffici preposti alle pratiche) sia esterni, società ad hoc pagate dalle aziende". Un delitto.
    Un sistema burocratico semplificato, in linea con gli standard europei, consentirebbe alle microimprese con meno di dieci addetti, quasi il 95% delle aziende italiane, di aumentare la produttività di almeno il 6% "recuperando così più della metà del gap che attualmente queste scontano rispetto alla media di Francia, Germania e Spagna"».

    SOLDI BUTTATI
    Capito? Quindici miliardi di euro e -6% di produttività per mantenere un apparato elefantiaco e, diciamo così, non proprio funzionale. Che troppo spesso, per usare una formula cara a chi si occupa di giudiziaria, si trasforma in una sorta di "porto delle nebbie", dove tutto s'incaglia fra montagne di carte bollate.
    «Spiega lo studio Dome Business 2004 della Banca Mondiale - continuano Stella e Rizzo - che l'apertura di un'attività economica in Italia richiede mediamente 5.012 euro (siamo quarti dopo la Grecia, l'Austria e la Svizzera che però ci stracciano sui tempi e le pratiche), 62 giorni di pastoie burocratiche (secondi dopo la Spagna e il Portogallo, dove però sono molto più bassi i costi) e 16 procedure (siamo primi assoluti).
    Tanto per dare un'idea: negli Stati Uniti servono 167 euro, quattro giorni, quattro procedure. In Gran Bretagna 381 euro, quattro giorni, cinque procedure». E uno si chiede a che cosa servano gli incentivi per le imprese da rilanciare se, ancora secondo l'ufficio studi di Confartigianato, «per aprire un ristorante bisogna fare 71 pratiche burocratiche, una bottega di generi alimentari 58, un'impresa edile 73, una lavanderia 68, un'officina meccanica
    76.. Per non dire degli uffici che occorre contattare: 20 per aprire una trattoria, 18 per una gioielleria, 19 per un negozio da estetista, 22 per un laboratorio fotografico...
    Quanto alle scadenze fiscali e amministrative che tolgono il sonno a chi ha un'attività industriale o commerciale, il Censis le ha contate una a una: in un anno sono 233. Certo, un'azienda media non deve rispettarle tutte. Ma almeno una settantina non gliele toglie nessuno».
    Un labirinto in cui nemmeno Dedalo sarebbe riuscito a orientarsi. E che provoca conseguenze, com'è comprensibile, anche sul piano degli investimenti internazionali.
    «C'è poi da stupirsi - si chiedono gli autori de "La deriva" - se gli investitori stranieri preferiscono stare alla larga?». Il risultato è che «nelle classifiche del 2007 sulla competitività per l'International Institute for Management Development siamo al 42° posto e per il World Economic Forum al 46°, dopo Paesi quali il Cile, l'Estonia, la Lettonia, la Tunisia... Appena davanti all'Ungheria, alla Giordania, alla Polonia o alla Turchia.
    Nella classifica della libertà economica della Heritage Foundation, dove conta la facilità di apertura, chiusura e gestione di un'impresa, scivoliamo ancora più in basso: nel 2000 eravamo al 32° posto e nel 2008 al 64°, dietro perfino l'Armenia, il Belize e la Mongolia. Vale a dire che abbiamo perso 32 posizioni. Risultato: nella hit parade dei Paesi che attirano investimenti dall'estero, elaborata dall'Unctad (United Nations Conference on Trade and Development) e saldamente guidata da Stati Uniti, Singapore e Regno Unito, siamo precipitati dal 18° posto del triennio 1988/1990 al 25° del triennio 1998/2000 fino al 29° del 2005.
    Il tutto con governi di sinistra e di destra». E poi dicono che c'è la crisi.

    EMERGENZE PER TUTTI
    Ma noi siamo italiani. Siamo fantasiosi, noi. "Fatta la legge, trovato l'inganno" si dice. E così, dopo aver permesso e anzi favorito l'ingigantimento della palude burocratica, la politica stessa si è accorta di esserne intrappolata. E per cercare di liberarsi, ne ha combinate anche di peggio.
    «In un Paese dove fare ogni cosa, dall'asfaltare una strada a organizzare una gara podistica, è un'impresa - annotano Stella e Rizzo -, la Protezione civile è diventata un grimaldello.
    Certo, uno Stato serio davanti alla paralisi dovuta al mostruoso traboccare di norme e cavilli, risse ideologiche e veti sindacali, cambierebbe le regole.
    Da noi no: scorciatoia all'italiana. Lo Stato che fotte le regole dello Stato. Geniale. Così l'istituto nato nel 1982 dopo il terremoto in Irpinia e la tragedia di Vermicino, quando l'Italia scoprì traumatizzata dall'agonia di Alfredino che non esisteva neppure una lista di chi aveva questo o quel mezzo di soccorso per aiutare un bambino caduto in un pozzo, ora è la chiave per fare in fretta e aprire ogni porta».
    E dunque, la parola magica è "emergenza".
    In sostanza, si individua il problema da risolvere, si dichiara lo "stato di emergenza" che permette di aggirare una marea di pratiche e trafile, si nomina un "commissario" e il gioco è fatto. «Tolta la salvaguardia dei merletti di Burano, dei torroncini messinesi e della foca monaca di Capo Carbonara - ironizzano Stella e Rizzo -, non c'è problema che non sia stato affrontato negli ultimi anni con la dichiarazione dello stato di emergenza, l'affido formale alla struttura diretta dal 2001 dal padovan-romano Guido Bertolaso e la nomina di un commissario straordinario».
    E sulla gestione delle emergenze, poi, da dirne ce n'è a frotte.
    Seguiamo Stella e Rizzo: «Ecco che si ricorre all' "emergenza" per completare i lavori all'Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma e all'ospedale Sacco di Milano.
    Per "delocalizzare" gli sfasciacarrozze nel territorio capitolino.
    Per rimuovere il relitto della nave Margaret, affondata nel golfo di La Spezia. Fino all'organizzazione dei Grandi Eventi.
    Un'idea di Berlusconi. Che appena insediato nel 2001 a Palazzo Chigi, pragmatico com'è, capì al volo le potenzialità del "grimaldello". E dopo il disastroso G8 di Genova, cancellata quella che allora si chiamava Agenzia della Protezione civile, riportò tutte le competenze a un dipartimento di Palazzo Chigi. Per averla sottomano e affidarle appunto tutti i nuovi compiti aggiuntivi, assai distanti da quelli istituzionali di aiutare la popolazione in caso di calamità naturali e rischi di varia natura.
    La visita del Papa ad Assisi? Emergenza.
    Il pellegrinaggio di Sua Santità a Loreto costato 3 milioni di euro? Emergenza. Il vertice italo-russo di Bari? Emergenza. E via così.
    Tutte "emergenze": la presidenza italiana del G8 nel 2009 per la quale la Protezione prevede anche l'assunzione degli interpreti. I Giochi del Mediterraneo.
    I Mondiali di nuoto. Quelli di ciclismo su strada a Varese. Perfino le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia, di cui si conosce l'arrivo da decenni, sembrano invece affacciarsi del tutto inaspettate come l'apparizione del marito cornuto nella camera della moglie traditrice: "Cielo, l'anniversario!". Emergenze, emergenze, emergenze».

    PREMIO AI "TROMBATI"
    E soldi, soldi, soldi. Perché gli autori de "La deriva" sottolineano che tutto questo, naturalmente, non è gratis.
    Un esempio fra i tanti: i Mondiali di nuoto. «Operazione tanto complessa da richiedere, dice l'ordinanza, una specifica "assistenza giuridica al commissario delegato nella materia contrattualistica inerente alla corretta esecuzione dei singoli interventi". Ed ecco l'istituzione "di una Commissione di consulenza composta da un magistrato amministrativo, da un magistrato della Corte dei Conti, da un avvocato dello Stato, da un professore ordinario dell'Università degli studi di Roma Tor Vergata e dal Capo dell'Avvocatura del Comune di Roma».
    Ai quali spetta naturalmente un compenso, "commisurato al 40% del trattamento economico mensile attualmente in godimento"».
    Riassumendo: lo Stato crea un abnorme apparato burocratico, poi per aggirarlo s'inventa questa storia delle "emergenze", che a sua volta si trasforma in un abnorme apparato burocratico. Ma vi sembra intelligente? Perché poi, continuano Stella e Rizzo, «sono stati così tanti, i commissari nominati per questo e quell'obiettivo, che nessuno sa più quanti siano davvero. Anche perché oltre a quelli della Protezione civile, ci sono i commissari straordinari di governo e poi ancora gli Alti Commissari, con le maiuscole.
    Qualcuno con poteri veri, qualcuno con poteri semi-veri, qualcuno perfino senza poteri. Ma si sa, un commissariato è come l'ultima sigaretta: non si rifiuta a nessuno. Tanto più se serve a sistemare chi è rimasto trombato alle elezioni».
    E per restare proprio sui commissari straordinari, «c'è il commissario straordinario per i beni sequestrati alla mafia, abolito da Berlusconi e ripristinato da Prodi. Il commissario straordinario per la Tav Torino-Lione. Il commissario straordinario (con tanto di vice) all'emergenza ambientale della laguna di Marano, che stando al sito internet non dovrebbe essere sovraccarico di lavoro se nella primavera del 2008 il link "ultime notizie" risultava aggiornato alla vittoria di Danilo Napolitano nella Coppa Bernocchi di ciclismo del 2005. E poi il commissario straordinario per le persone scomparse, istituito nuovo di zecca dal centrosinistra e ironicamente ribattezzato "commissario chi-l'ha-vi sto?" . E il commissario per il piano pluriennale dello sviluppo del porto di Gioia Tauro, che volendo può giocare a terziglio con altri due colleghi, il commissario all'Autorità portuale Domenico Picone e il commissario per la sicurezza nel porto Mario Mori. Prendi uno, paghi tre».

    IL CASO CALABRIA
    Soprattutto, "paghi". Che poi vuol dire "paghiamo".
    «Credevano di giocare coi soldi finti del Monopoli, per esempio, al Commissariato per l'emergenza ambientale in Calabria - si racconta ne "La deriva" -. Scrivevano su un foglietto: entrate. Su un altro: uscite. Fine. Senza "un bilancio vero e proprio". Senza una "documentazione giustificativa". Senza un controllo della Ragioneria. Hanno speso così, in meno di un decennio, 864 milioni di euro.
    Lo dice nel gennaio 2007 la relazione finale, esplosiva, di un commissario che sbatte la porta e se ne va con una chiusa amarissima: "Molto altro ancora potrebbe essere illustrato, se valesse la pena di raccontare, avendo tempo e modo. E soprattutto scopo". [...]
    Dal 1998 al 2006, denuncia il dossier, il Commissariato figurava aver avuto entrate complessive per 692 milioni e mezzo di euro e uscite per quasi 645 milioni, tanto che al passaggio di consegne era stato detto al nuovo responsabile, con una "certificazione da parte della Tesoreria provinciale dello Stato" (sic) , che c'era perfino un saldo di cassa di 45 milioni di euro.
    Una bufala: neanche il tempo di metter mano ai conti e saltava fuori "una pesante situazione debitoria": oltre 223 milioni di euro.
    Che non figuravano "né nei vari passaggi di consegne né nelle precedenti rendicontazioni". [...]
    E cosa fa il governo di sinistra davanti a un rapporto esplosivo come questo: chiude finalmente quella struttura-fogna? Macché: nomina al posto di Ruggiero un nuovo commissario, Salvatore Montanaro, affiancandogli pure un sub-commissario vicario (Luigi La Sala) e un sub-commissario (Antonio Falvo). Finché finalmente, mentre il governatore Agazio Loiero sorride rassicurante che "si torna alla normalità" e che "la Calabria non farà la fine della Campania", nel dicembre 2007 Roma decide: basta con l'emergenza.
    Fatta salva, si capisce, una proroga fino a giugno del 2008.
    Emergenza finita? Per niente, salta su il presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio: "La necessità di chiudere l'esperienza del commissariamento non può indurre a considerare chiusa la condizione di emergenza che rimane inalterata ed anzi ancora più grave di prima"». E via così.

    NAPOLI SPAZZATURA
    E concludiamo naturalmente con l'emergenza delle emergenze, la spazzatura di Napoli, «che fa nausea perfino tornarci sopra». Partendo dalla considerazione che una lontana legge regionale fa retrodatare la prima emergenza spazzatura al 1973, vale a dire 35 anni fa, Stella e Rizzo notano come «Da allora, di emergenza in emergenza, si sono succeduti 5 capi dello Stato, 10 legislature e, compreso quello uscito dal voto del 13 aprile 2008, 30 governi. Ricominciando sempre da zero». E bruciando negli ultimi 14 anni, tra call-center fantasma e commissari e vicecommissari e subcommissari e sedi e consulenze e assunzioni inutili, oltre 2 miliardi di euro.
    «Ma il fetore dei rifiuti campani aggiungono Stella e Rizzo - ha coperto la puzza di altre emergenze analoghe. Accavallando negli anni 5 commissari in Puglia, 9 in Calabria, 3 in Sicilia, 3 nel Lazio.
    Totale, compresi i 9 campani: 29 commissari.
    Più un nugolo di vicecommissari e subcommissari e sub-subcommissari. Un esercito. Quasi sempre perdente.
    Il mondo intero è scandalizzato perché la Campania ha bruciato in tre lustri almeno 350 euro pro capite?
    Per ogni abitante la Calabria ne ha bruciati dal 1998 al 2005 poco meno:290.
    Come? Risponde la Corte dei Conti all'inizio del 2007.
    Appalti dati a trattativa privata, "in violazione della normativa comunitaria", commesse milionarie distribuite agli amici, gare vinte con ribassi modestissimi subito compensati da perizie di variante...».
    Una storia già sentita.

    www.Libero-news.it di oggi

    saluti

  4. #14
    Pasdar
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    Elaborare un pensiero autonomo è troppo brutto?
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

    Identità; Comunità; Partecipazione.

  5. #15
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    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    Elaborare un pensiero autonomo è troppo brutto?
    --------------------------------------
    Elabora con calma il tuo pensiero autonomo ma fai attenzione: que tuoi simboli elaborati con faticai, i saluti e le frasi secche e imperiose hanno quasi cent'anni.

 

 
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