Rifondazione Comunista (20 milioni e 731.171 euro), i Comunisti italiani (3 milioni e 565.470), i Verdi (3 milioni e 164.920).
E sarebbe più facile, questo «ponte verso il Paese», se fosse stato cambiato un dettaglio del primo decreto economico del Prodi bis, che aggiungeva altri soldi ai partiti per gli elettori all'estero, decreto contestatissimo dal centrodestra salvo appunto quel dettaglio, che distribuiva 3 milioni e 691.960 euro all'Unione, a Forza Italia, all'Italia dei valori, al movimento Per l'Italia nel mondo di Mirko Tremaglia...
E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi per le Regionali (anche quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando non ci sono: quest'anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un'enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali.
Contributi che, spiega uno studio del 2007 della Camera, ammontano a 61 milioni in Spagna, 133 in Germania e 73 milioni in Francia. Per non parlare degli Stati Uniti, dove «il finanziamento pubblico della politica è limitato alla campagna presidenziale». O del Regno Unito dove l'accredito, «se si escludono alcuni servizi messi a disposizione dallo Stato nel corso delle campagne elettorali, è limitato ai contributi concessi ai partiti di opposizione in Parlamento». Totale britannico nel 2006: 7 milioni e 374.000 euro».
FAVOLOSI ANNI CINQUANTA
L'errore, a questo punto, sarebbe pensare che sia sempre andata così. Non è vero. Basta ripercorrere quanto è successo dagli anni Cinquanta in poi. «In quel 1951 in cui viene varata l'Inchiesta parlamentare sulla miseria - ricordano Stella e Rizzo -, Guglielmo Tagliacarne, che darà vita all'omonimo istituto di studi economici, delinea un quadro dei principali Paesi europei impressionante: nonostante l'accele razione, i 47 milioni di italiani hanno un reddito complessivo di 12,393 miliardi di dollari. La Germania Ovest, con una popolazione più o meno analoga, sta a 21,450. La Francia, con 5 milioni di cittadini in meno, svetta a 25,952. Per non dire della Gran Bretagna, che con 3 milioni di persone in più ha il triplo (34,080) del reddito nostro. È lì che comincia la grande rimonta italiana. Negli anni Cinquanta.
Con un'accelerata nei primi anni Sessanta. Un decennio e mezzo in cui il prodotto interno lordo sale a una media del 6% l'anno, senza mai scendere sotto il +4,5 e toccando il 7. L'aumento di produttività oraria nei settori tessile e alimentare, spiega Necco, è del 45% ma «in quello chimico, automobilistico e siderurgico varia tra 8,5% e 11%. Tra il 1953 e il 1962 il margine di profitto nel settore tessile-alimentare aumenta dello 0-10%, nel settore dinamico del 28-55%». Nel 1958 gli italiani con un televisore sono 1 su 6, sette anni dopo quasi 5 su 10. Una corsa a perdifiato». Il cui emblema, in senso positivo, è rappresentato dalla «costruzione di quello che è stato uno dei gioielli della rete stradale planetaria: l'Autostrada del Sole.
Le date, rilette oggi, fanno girar la testa: la prima pietra viene posata il 19 maggio del 1956; il primo tronco da Milano a Parma è aperto il 7 dicembre del 1958; quello da Bologna a Firenze il 3 dicembre del 1960; quello da Roma a Napoli il 22 settembre del 1962. E il 4 ottobre del 1964, completati certi tratti qua e là, l'Autosole è finita. A questo punto, facciamo un passo indietro. E rileggiamo cosa aveva scritto il «Corriere della Sera» il giorno dopo l'apertura dei cantieri: «L'atto di nascita dell'Autostrada del Sole ha avuto ieri nelle campagne di San Donato Milanese una consacrazione solenne. Quella che in meno di 8 anni sarà l'ar teria modernissima di grande e celere comunicazione fra Nord e Sud, attraverso l'Appennino». L'inaugurazione in realtà, spiega nel libro L'Autostrada del Sole Enrico Menduni, fu una bufala propagandistica. Il 27 maggio erano fissate le elezioni amministrative, il governo di Antonio Segni voleva far bella figura e visto che il capo dello Stato, Giovanni Gronchi, era di passaggio a Milano per far visita a sua sorella, presero un terreno di proprietà dell'Eni, gli diedero una passata d'asfalto e fecero scolpire un «cippo marmoreo sistemato in mezzo allo spartitraffico dell'autostrada-fantasma, adorna dei gonfaloni delle città che avrebbe in futuro attraversato». [...] Otto anni avevano previsto, però, e otto anni ci misero.
Per 755 chilometri. Novantaquattro chilometri l'anno. Con le tecnologie di allora. Con 15 milioni di giornate lavorative, 54 milioni di metri cubi scavati, 16 milioni di metri quadrati di asfalto, 113 ponti e viadotti di gran luce, 740 opere minori, 572 cavalcavia, 38 gallerie, 57 raccordi alla viabilità ordinaria e perfino 5 «cappelle per servizio religioso». Con una spesa complessiva di 272 miliardi dell'epoca. Pari a 4 milioni di euro di oggi a chilometro». E questo nonostante, ricordano Stella e Rizzo, non siano mancate risse tra i notabili, manifestazioni di piazza di comitati, addirittura rivolte popolari.
TEMPI BIBLICI Otto anni, dunque, «per collegare Milano a Napoli. Contro i 22 anni già impiegati a partire dal 1986 per fare 23 chilometri della Pordenone-Conegliano, quasi inutilizzabili finché non sarà costruito l'ultimo lotto di 3 chilometri e 717 metri, al costo folle di oltre 22 milioni di euro al chilometro. Il quintuplo abbondante di quanto costò l'Autoso le. E parliamo di una delle aree di punta di quel Nordest che ama dipingersi come una terra di efficienza e spacciarsi per «la locomotiva d'Italia». Al Sud va ancora peggio. Basti dire che l'autostrada Siracusa-Gela di 140 chilometri, progettata nel 1974, è stata inaugurata a metà marzo del 2008, dopo 34 anni e solo per un tratto di 14 chilometri». Com'è possibile che dal punto di vista infrastrutturale l'Italia sia rimasta così indietro? Ecco che Stella e Rizzo ne raccontano un'altra. Partendo da un paragone impietoso: «Per costruire vicino a Shanghai il fantastico ponte di Donghai, che con i suoi 32 chilometri e passa e le sue 8 corsie è il ponte in mezzo al mare più lungo del pianeta, i cinesi hanno impiegato 1263 giorni. Tre anni e sei mesi scarsi. Per costruire a Venezia il ponte di Calatrava, che dovrebbe scavalcare il Canal Grande davanti a piazzale Roma per un totale di 81 metri, di anni ne hanno già spesi una dozzina. Quando, per dimostrare che la città serenissima non era solo un museo, nacque l'idea di affidare l'opera al celebre architetto di Valencia creatore di ponti famossimi, dall'East London sul Tamigi all'Oberbaum di Berlino, era il 1995». Una vicenda anche questa davvero simbolica. «Quando il geniale professionista regalò il suo progetto a Venezia (anche se si sarebbe fatto pagare l'«esecutivo» e una consulenza successiva: totale 336.000 euro) era la primavera del '96. Quando il Comune accettò la donazione, alla fine di giugno dello stesso anno, Massimo Cacciari esultò: «Il progetto è in pratica un esecutivo che già domani potrebbe essere realizzato». Spiegò anzi che le Sovrintendenze avevano «già detto un sì entusiastico» ed era stato già «fatto anche il piano finanziario per una spesa di 4 miliardi», cioè 2 milioni di euro. Quando il ponte passò la Commissione di Salvaguardia, che si lagnava del «contesto lacunoso dell'intervento a cui mancano immagini, disegni, simulazioni», era la fine del 1996. Quando finalmente fu approvato il progetto vero e proprio, nel maggio del 1999, il costo era raddoppiato: 7 miliardi e 440 milioni di lire. Cioè 3.842.439 euro. [...] Da allora è stato un calvario di promesse e rinvii, promesse e rinvii. [...] Insomma, ha spiegato sulla «Nuova Venezia» Alberto Vitucci, si è sviluppato un «groviglio di perizie, varianti, consulenze, aumenti di spesa» che ha incasinato tutto. Tanto che ai primi di febbraio del 2008, quando il procuratore aggiunto Carlo Mastelloni decise di aprire un'inchiesta facendosi consegnare tutte le carte, nessuno sapeva più «quando» sarebbe arrivata questa benedetta apertura: «Forse ad agosto, forse in autunno, forse più in là ancora». Boh... [...] Nel frattempo, nonostante la Corte dei Conti fosse già intervenuta a censurare l'andazzo, i costi dell'opera sono lievitati ancora. E c'è il rischio concreto che questo «quarto ponte» sul Canal Grande, dopo quelli di Rialto, degli Scalzi e dell'Accademia, possa venire a costare oltre 16 milioni di euro. Otto volte più del primo preventivo. Quasi 200.000 euro per ciascuno degli 81 metri. Plastica dimostrazione di quanto le difficoltà tecniche, gli intoppi burocratici, gli stop, i rilanci, le minacce legali e le grane di ogni genere, anche al di là delle responsabilità individuali, abbiano fatto di questo monumento alla lentezza (che dovrebbe poi chiamarsi, in omaggio all'area in cui sorgerà, ponte de'a Zirada, ponte della svolta) il simbolo stesso di quanto sia complicato, oggi, fare un'opera pubblica in Italia». Peraltro, l'amministrazione veneziana ha adesso annunciato che l'opera dovrebbe essere finalmente inaugurata nella prima metà del prossimo giugno, ma senza l'ovovia prevista per il passaggio dei disabili. Come dire: inaugurata dopo 12 anni dalla presentazione del progetto, e nemmeno completa. I confronti con l'estero citati ne "La deriva" sono imbarazzanti. Ne riportiamo uno: «Per costruire il Vasco da Gama, che con i suoi 18 chilometri a sei corsie è il più lungo d'Europa e scavalca l'estuario del fiume Tago unendo Lisbona alle regioni meridionali del Paese, con un'arcata centrale poggiata su piloni di 150 metri (21 più del grattacielo Pirelli, il più alto d'Italia) per consentire il passaggio di navi gigantesche, i portoghesi impiegarono 3 anni: dai primi di febbraio del 1995 al 29 marzo del 1998».
L'INGRESSO DELLA POLITICA
«Eppure, dicevamo, noi italiani eravamo partiti bene con le infrastrutture. La prima autostrada del mondo, perché non ha senso considerare tale i rettilinei paralleli dell'Avus di Berlino lunghi 10 chilometri e costruiti come circuito automobilistico, l'abbiamo fatta noi. È la Milano-Varese. Due mesi per la progettazione. Quattro per fare oltre tremila espropri. Primo colpo di piccone di Benito Mussolini: 26 marzo del 1923. Inaugurazione alla presenza di Vittorio Emanuele III: 21 settembre del 1924. Cinquanta chilometri in un anno e mezzo scarso». Quando, allora? Quando la situazione si è ingarbugliata al punto da provocare una sorta di "emiparesi"? «Il punto di svolta fu la Salerno-Reggio Calabria. Per quei 443 chilometri, fortissimamente voluti dal socialista Giacomo Mancini e da tutti i meridionalisti, primo fra tutti Giovanni Russo (per il quale rappresentava un secolo dopo «il compimento dell'Unità d'Italia»), furono necessari dal 1963 al 1974 undici anni: 40 chilometri l'anno. Una marcia più che dimezzata, rispetto all'Au tosole fino a Napoli. Come mai? Colpa dei partiti, dei politici, degli interessi clientelari, risponde in una vecchia intervista al «Corriere» l'ingegner Fedele Cova, che per quindici anni aveva guidato la società Autostrade e si vanta di aver costruito arterie per 2200 chilometri: «Il segno del cambiamento si ebbe nel '64. Prima mi avevano lasciato tranquillo, forse perché non credevano nelle autostrade, forse perché non si erano neppure accorti di quello che stava accadendo. Ma, nel '64, con la fine dell'Autosole, cominciarono gli appetiti, le interferenze... Pretendevano questo e quello, ed era difficile vivere. Fino al '70, per me, è stata una difesa continua, strenua, da un interminabile assedio». «Prima» quello che contava era fare le strade, farle bene, farle in fretta. Poi contarono altre cose: l'assegnazione degli appalti, le quote da spartire, la scelta elettorale dei tracciati, i «clienti» da far assumere e sistemare. [...] Per l'Autosole erano bastati 4 milioni di euro di oggi al chilometro. Per la Salerno-Reggio ne servirono 5,6. Un terzo di più, anche a causa della scelta di fare un'uscita ogni nove chilometri scarsi. Decisione «compensata», si fa per dire, dalla determinazione di «risparmiare» rinunciando ai caselli. Cosa assai apprezzata dagli automobilisti ma anche dai delinquenti: niente caselli, niente controlli. E un Far West di rapine, sequestri di persona, morti ammazzati. Su tutti il piccolo Nicholas Green, ucciso in un agguato sull'au tostrada da una banda di briganti mentre andava in vacanza con i genitori e la sorellina. Fatto sta che, poco più di un decennio dopo l'inaugura zione, il governo Craxi doveva già stanziare mille miliardi per sistemare un mucchio di opere incompiute e correggere errori progettuali. Era solo l'ini zio di un tormentone infinito. [...] Oltre vent'anni più tardi stiamo ancora lì. Con i cantieri aperti ma spesso abbandonati perché le ditte sono fallite. Con le macchine che fanno zigzag tra i birilli. [...] E intanto il conto saliva e saliva e saliva. Dicono i progetti che nel 1987 la Salerno-Reggio Calabria poteva essere sistemata con 983 milioni di euro di oggi. Dieci anni più tardi, alla vigilia dell'apertura dei cantieri, la cifra si era già impennata fino a 4 miliardi. All'ini zio del Terzo Millennio, mentre la Fillea Cgil denunciava che di quel passo i lavori sarebbero finiti nel 2040, stavamo a quasi 7. E su, su, su fino alla stima attuale: 9 miliardi. Cioè 152 euro per ogni cittadino italiano. Fate i conti: 20 milioni abbondanti a chilometro. Vale a dire che per sistemare l'autostrada si spenderà quasi quattro volte di più che per costruirla. E cinque volte di più di quanto fu speso per fare l'Autosole fino a Napoli. [...] Ma perché tutti questi soldi? Perché, come ha confessato nell'ottobre 2004 l'ingegner Carlo Bartoli, direttore centrale dell'Anas, c'è stata «un'errata concezione dei progetti, che ha rallentato enormemente i lavori». Perché, contrariamente a quanto pensa l'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, convinto che non si possano addebitare questi ritardi storici all'«impotenza della politica», ogni centimetro della A3 odora di pesanti interferenze dei partiti. Ma soprattutto perché più l'affa re è colossale e impantanato in mille distinguo tecnici, più è esposto alle infiltrazioni degli imprenditori spregiudicati e della criminalità organizzata. [...] Fatto sta che per insipienza gestionale, ingordigia politica, egoismo delle realtà locali o infiltrazioni mafiose, la nostra rete autostradale che un tempo era la prima al mondo è paurosamente arretrata. Sia al Nord, dove per esempio non sono mai stati aperti i cantieri di un'opera per il Veneto necessaria come l'ossigeno, quella Pedemontana che nel 1998 era stata già addirittura finanziata dal governo ulivista ma fu bloccata dalla rivolta di un po' di giunte di destra e sospesa in favore di un nuovo progetto più sottile di 48 centimetri. Sia al Sud, dove solo nel dicembre 2004 arrivò l'inaugurazione in pompa magna, con Berlusconi e le fanfare e un cannolo gigante, della prima delle due carreggiate del tratto mancante della Palermo-Messina (36 anni di lavori) e dove chissà quando sarà finita la superstrada Catania-Siracusa in costruzione dai tempi delle grandi piramidi». AUTOSTRADE AL PALO Ragion per cui siamo rimasti indietro. E mica di poco. «Umiliante è il confronto rispetto alla popolazione messo a punto Dall'Ufficio studi della Cgia (Associazione degli artigiani e delle piccole imprese) di Mestre nell'otto bre 2007 su dati Eurostat: ogni milione di abitanti ci sono 114 chilometri di autostrade in Italia, 142 in Olanda, 146 in Germania, 167 in Francia, 168 in Belgio, 188 in Danimarca, 204 in Austria e 238 in Spagna. Pur essendo noi italiani passati negli ultimi quarant'anni da 5 a quasi 60 auto ogni 100 abitanti. Dati del «Sole 24 Ore»: abbiamo 5663 veicoli circolanti per chilometro di autostrade in Italia, 3483 in Francia, 3994 in Germania, 3318 in Spagna. E non si tratta solo di viaggiare con più comfort. Come ha spiegato sul «Corriere» Sergio Romano, uno studio del vicedirettore della Banca d'Italia Pier Luigi Ciocca e le stime di alcune organizzazioni internazionali hanno dimostrato che «questo deficit di opere pubbliche ha provocato nel corso degli anni Novanta una perdita valutabile in circa 13 punti percentuali del prodotto interno lordo, cioè circa 300.000 miliardi di lire». Centocinquanta miliardi di euro. Più quelli perduti dal 2000 in qua». Qual è la conclusione? Stella e Rizzo sono chiari: «Siamo fermi. A motore spento. O quasi. Sia sulle infrastrutture stradali sia sulle altre. A partire dalle metropolitane. Per carità, è vero che a non tutti capita di scavare nel sottosuolo e trovare capolavori dell'Antica Roma, come è successo a chi dal lontano 1995 non è ancora riuscito a fare partire sul serio i cantieri della linea C della metropolitana che doveva essere pronta per il Giubileo. Ma sapete quanto ci ha messo la Spagna a costruire la nuova metro di Madrid con un prolungamento di 56,23 chilometri e la nascita di 8 stazioni di interscambio e 28 stazioni ordinarie? Ce lo dice ancora l'Oice: 36 mesi. Così che oggi la rete sotterranea della capitale spagnola si estende per 309 chilometri e ha 267 stazioni. Quasi il triplo di Roma, Milano e Napoli messe insieme».
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella i due inviati del Corriere della Sera autori de "La deriva. Perché l'Italia rischia il naufragio". Hanno scritto anche il bestseller "La casta"
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saluti