La spaccatura sciita
Per molti anni l’Occidente ha guardato il mondo attraverso la ristretta lente del confronto fra sunniti e sciiti. Da un certo punto degli anni ’70 in poi, ha parlato del confronto fra musulmani e cristiani. Oggi, sembra che il confronto sia tra sciiti e sciiti. Questo gruppo musulmano non può più essere visto come un’unica grande famiglia – grazie alle preferenze dell’Iran ed all’esistenza di persone come Muqtada.
Un anno fa, gli iraniani cominciarono a trattare i sadristi in maniera più favorevole. Essi temevano che i loro tradizionali alleati nel mondo arabo, Hezbollah e le brigate “Badr” del SIIC, stessero andando incontro ad un futuro incerto. Hezbollah era prigioniero di una dura faida all’interno del sistema politico libanese, e le forze dell’ONU al confine gli impedivano di portare avanti il suo tradizionale compito di resistenza contro Israele.
Si facevano molte congetture sull’eventualità che Hezbollah potesse uscire di scena – quantomeno come protagonista di primo piano – a causa delle difficoltà interne, di una possibile nuova guerra con Israele, o di una nuova guerra civile libanese. Sull’altro fronte, le brigate “Badr” erano semplicemente incapaci – malgrado tutto il denaro che ricevevano da Teheran – di competere con la struttura di al-Sadr.
Muqtada aveva studiato il modello di Hezbollah in Libano, ed aveva creato un sistema di assistenza caritatevole, di protezioni, e di clientele fra gli sciiti comuni, al cui confronto gli uomini di al-Hakim sembravano dei principianti. Egli distribuiva denaro generosamente, inviava doni personali agli sciiti bisognosi, li proteggeva, li mandava a scuola, e dava un impiego a tutti i giovani in grado di lavorare.
Anche al-Hakim aveva denaro, in grande quantità, ma lo usava per arricchire se stesso e la sua ristretta cerchia di sostenitori, mai le persone comuni (sebbene i comandanti delle brigate “Badr” siano ben pagati). Muqtada divenne il re incontrastato in distretti come la città di Bassora e Sadr City, imponendo la sua versione dell’Islam a chiunque ed a qualsiasi cosa, e ricevendo grande appoggio da parte della popolazione locale.
Egli impose un codice di abbigliamento islamico, proibì la vendita di alcolici, e puntò sullo “spirito iracheno” più che sullo “spirito sciita”. Egli criticò duramente le brigate “Badr” per il fatto di “non essere sufficientemente irachene”. Sbandierò a tutti il fatto che, durante la guerra Iran-Iraq negli anni ’80, esse avevano combattuto con l’esercito iraniano contro gli iracheni, affermando di essere più legate al sangue sciita che al nazionalismo iracheno.
Sebbene ciò indispettisse molto gli iraniani, essi avevano ben pochi mezzi per tenerlo a freno. Cancellarlo dalla scena politica sarebbe stato un suicidio, poiché era troppo potente – e ben protetto – per essere ucciso. Assassinarlo avrebbe semplicemente significato farne un martire. Scomparso lui, e con le brigate “Badr” in acque difficili, gli iraniani temevano che il loro braccio politico e militare nel mondo arabo sarebbe stato amputato.
Ad al-Hakim era stato recentemente diagnosticato un cancro – rendendo le cose ancora più difficili, visto che suo figlio Ammar non sarebbe stato in grado di governare il SIIC dopo di lui, soprattutto se sfidato da uno come Muqtada. Perciò, proprio come gli americani prima di loro, essi decisero di trattare con Muqtada – anche se ciò poteva turbare al-Hakim – con l’obiettivo di portarlo sotto la loro ala. Gli iraniani cominciarono ad investire nell’esercito del Mahdi – timidamente, in un primo momento – nella speranza di creare o delle nuove brigate “Badr” o un nuovo Hezbollah. Mentre la situazione diventava più tesa in Libano, essi moltiplicarono i loro sforzi, fornendogli denaro, armi, ed ordini. Muqtada congelò l’attività dell’esercito del Mahdi con l’obiettivo di riorganizzarlo e di allontanare i membri indisciplinati.
Una teoria sostiene che Imad Mughniyeh, il comandante di Hezbollah assassinato a Damasco nel febbraio scorso, era stato incaricato dall’Iran di ristrutturare l’esercito del Mahdi. Egli era stato uno degli artefici di Hezbollah nel 1982, e gli era stato chiesto di fare lo stesso per rendere più professionale il movimento sadrista. Mentre veniva fatto tutto questo, a Muqtada era stato chiesto di ritornare ai suoi studi religiosi in modo da poter ascendere al rango di ayatollah, acquisendo così un ruolo molto più importante sul fronte sciita interno. A quel punto egli avrebbe avuto l’autorità per emettere decreti religiosi e rispondere a questioni religiose legate alla politica – proprio come al-Hakim.
Poi, improvvisamente qualcosa andò storto, e la scorsa settimana al-Maliki (che è attualmente ugualmente vicino agli iraniani) lanciò la guerra contro i sadristi. Alcuni addirittura sostengono che nel mese di marzo un accordo dietro le quinte sarebbe stato raggiunto a Baghdad fra gli americani, al-Maliki, ed il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Il leader iraniano avrebbe lasciato che gli americani distruggessero i sadristi in cambio di una riduzione delle pressioni nei confronti del regime iraniano. Come contropartita, Ahmadinejad li avrebbe aiutati ad imporre una maggiore sicurezza in Iraq, attraverso la collaborazione con l’Iran.
Ciò avrebbe soddisfatto gli americani, al-Maliki, e gli iraniani, che in cambio della testa di Muqtada avrebbero aperto una nuova fase nei rapporti con gli americani. Questo potrebbe spiegare perché gli unici che hanno esercitato pesanti pressioni su al-Maliki, affinché fermasse la guerra contro al-Sadr, siano stati coloro che si oppongono all’ingerenza iraniana negli affari iracheni – principalmente le tribù sunnite, l’ex primo ministro Ibrahim al-Jaafari (che rifiutò di rifugiarsi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq), ed il presidente del parlamento, il sunnita Mahmoud Mashhadani.
Altri importanti protagonisti sciiti all’interno del mondo arabo, come Hassan Nasrallah di Hezbollah, e come il presidente del parlamento libanese Nabih Berri, che sono entrambi molto vicini all’Iran, sono stati relativamente silenziosi in questo difficile frangente. La Siria, che è un tradizionale alleato dell’Iran ed ha buoni rapporti con Muqtada, ha anch’essa rifiutato di commentare. E’ ancora vero che tutti gli sciiti rappresentano le due facce di una stessa moneta, o questa vecchia credenza è stata ormai spazzata via dalla guerra – e dagli ammutinamenti – di Bassora?
Sami Moubayed è un analista politico siriano; risiede a Damasco
PS Negli stessi quartieri sotto comando di Muqtada e del Mahdi durante la visista del presidente persiano a Bagdad comparivano foto con il suo volto con scritto "NEMICO DELL'IRAQ"
Perché Hezbollah e Hamas non prendono posizione rispetto a quanto sta avvenendo ?16/04/2008
Malgrado il tentativo americano di dipingere il crescente conflitto interno iracheno come un conflitto che è sempre esistito, e che è basato sugli odi confessionali ed etnici – e malgrado il tentativo di affermare che le forze di occupazione si trovano in Iraq per proteggere ora i curdi dagli arabi, ora gli sciiti dai sunniti, ora i sunniti dagli sciiti – gli ultimi avvenimenti di Bassora hanno dimostrato che le vere cause che stanno dietro il conflitto interno in Iraq sono politiche ed economiche, non religiose o confessionali. Questo conflitto politico ed economico divampa da anni nei corridoi del governo iracheno. Vi sono infatti forze sunnite, sciite, laiche e cristiane che hanno il controllo del potere legislativo democraticamente eletto, ed altre forze, sunnite, sciite e curde, che controllano il potere esecutivo non eletto.
I due poteri perseguono programmi ed obiettivi differenti e contrapposti. Il potere legislativo si oppone alla spartizione dell’Iraq su base etnica e confessionale, mentre invece i partiti che fanno parte del potere esecutivo appoggiano la legge sulle regioni e la proposta Biden-Brownback (proposta non vincolante che fu approvata dal senato americano nel settembre 2007, e che prevede la suddivisione dell’Iraq in tre regioni, una curda, una sunnita, ed una sciita; in proposito si può consultare la rassegna stampa ‘Iraq: federalismo o spartizione?’ del 10 ottobre 2007 (N.d.T.) ). Analogamente, il potere esecutivo appoggia la legge sul petrolio e sul gas che privatizza le risorse petrolifere irachene per un periodo di 37 anni, e permette alle regioni ed alle province di vendere le proprie risorse energetiche senza dover richiedere l’approvazione del governo centrale, aprendo così le porte alla spartizione economica dell’Iraq. A ciò si oppone con forza il potere legislativo, che considera questa legge una minaccia alla sovranità dell’Iraq ed alla sua unità territoriale. Infine, il potere esecutivo si oppone a qualsiasi piano che preveda il ritiro delle forze straniere di occupazione o che metta in questione l’addestramento delle forze armate irachene per mano delle forze straniere. Il potere legislativo considera invece il completo ritiro delle forze di occupazione una richiesta popolare legittima, ed una necessità urgente per dare inizio alla ricostruzione ed alla riconciliazione, e per costruire uno stato e delle forze armate non confessionali.
Da numerosi sondaggi di opinione compiuti in Iraq negli anni passati è emerso che il potere legislativo è il più vicino alle richieste della maggioranza del popolo iracheno. Senonché la politica americana in Iraq è incentrata sul pieno sostegno ai cinque partiti che controllano il potere esecutivo. Gli ultimi episodi di Bassora sono stati la dimostrazione pratica della frattura politica esistente fra gli iracheni, e del ruolo fazioso e di parte che gli americani giocano in questo contesto. Le previste elezioni dei consigli provinciali sono il fattore principale che ha spinto i partiti sciiti che fanno parte del potere esecutivo, il SIIC (ex SCIRI) ed il “Da’wa”, ad attaccare le roccaforti della corrente di Muqtada al-Sadr e del partito “Fadila” (che fanno parte del potere legislativo). E’ stata infatti approvata una legge sulle province, il 19 marzo scorso, dopo i numerosi tentativi del potere esecutivo, negli anni passati, di rinviare questa legge o di cancellarla.
Numerosi osservatori e leader politici iracheni ritengono che questa legge può decidere i destini dell’Iraq. Infatti, se le forze nazionaliste irachene vinceranno le elezioni provinciali nel sud, ad esempio, ciascuna di queste province deciderà di rimanere dipendente dal governo centrale di Baghdad, politicamente, economicamente e militarmente. Se invece le forze separatiste sciite riuscissero a vincere nelle tre province del sud, ed anche altrove, avranno l’opportunità giuridica di costituire uno “Sciistan”, ovvero una regione meridionale che avrebbe un proprio governo, proprie forze di sicurezza, ed una propria indipendenza politica, allo stesso modo in cui la regione del Kurdistan iracheno gode di una quasi piena indipendenza dal governo di Baghdad.
Subito dopo l’approvazione della legge sui consigli provinciali, il timore di perdere la maggior parte delle province del sud ha spinto il SIIC ed il partito “Da’wa” ad affrettarsi a prepararsi per le elezioni. Ma invece di cercare di guadagnarsi il favore degli elettori migliorando la drammatica situazione dei servizi in queste province, o ponendo manifesti nelle strade, i due partiti sciiti di governo hanno deciso, con il sostegno americano e britannico, di inviare 50.000 soldati a Bassora nei giorni che hanno seguito l’approvazione della legge provinciale. Il 24 marzo, queste forze hanno sferrato un attacco a Bassora per uccidere i loro avversari politici appartenenti ai partiti sciiti nazionalisti che si oppongono alla spartizione.
All’interno del governo iracheno ci si attendeva questa situazione: i cinque partiti (sunniti, sciiti, e curdi) che compongono il potere esecutivo hanno sostenuto l’attacco, con l’appoggio di alcuni capi clan sunniti e sciiti. Ad esso si è invece opposta la maggior parte dei partiti sunniti e sciiti, insieme ad altri partiti all’interno della commissione legislativa, ad altri capi clan, e addirittura ad alcuni raggruppamenti che non fanno parte del processo politico, come il Comitato degli ulema (sunniti), il Consiglio turkmeno sciita, ed altri.
La dichiarazione del primo ministro Nuri al-Maliki da Bassora – che ha affermato che la corrente di Muqtada al-Sadr e l’esercito del Mahdi sono peggiori di al-Qaeda – è stata una sorpresa per alcuni, poiché un primo ministro sciita ha definito Muqtada al-Sadr, anch’egli sciita, più pericoloso di al-Qaeda, un’organizzazione sunnita. Ma queste dichiarazioni non sono sembrate una novità a coloro che comprendono la paure di al-Maliki. Al-Qaeda è infatti un’organizzazione sunnita che lavora per la costituzione di un “Sunnistan”, uno stato separatista sunnita al centro dell’Iraq, che i combattenti dell’organizzazione hanno chiamato “Stato Islamico dell’Iraq”.
Al-Qaeda e le milizie sunnite separatiste non rappresentano alcuna minaccia per lo “Sciistan” di al-Maliki e di al-Hakim (il leader del SIIC). Muqtada al-Sadr ed il partito “Fadila” rappresentano invece un pericolo reale per l’agenda separatista del sud. Dunque, non è strano che al-Maliki consideri i sadristi di Bassora più pericolosi di al-Qaeda.
Perfino i partiti nazionalisti che si oppongono all’intervento straniero negli affari della regione, come Hezbollah e Hamas, sembrano persi nelle loro intricate questioni interne e nei loro calcoli privati, di fronte alla situazione irachena. Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina hanno mantenuto il riserbo di fronte a tale situazione. Mentre ascoltiamo alcune dichiarazioni di opposizione all’occupazione militare americana e britannica – dichiarazioni positive ed importanti –, fino a questo momento nessuno dei due movimenti ha preso una posizione politica chiara rispetto al conflitto interno iracheno, o rispetto all’ingerenza iraniana negli affari interni dell’Iraq.
Se la ragione di questo silenzio è una mancanza di informazioni, si tratta certamente di una cosa grave, poiché i giornali ed i siti di notizie iracheni su internet, o i canali satellitari, hanno informato sulla situazione irachena, e gli episodi di Bassora e di Sadr City hanno confermato la realtà dei fatti. Se, invece, il silenzio di Hamas e di Hezbollah è legato ad un problema di rapporti con l’Iran, la cosa è ancora più grave.
Il ruolo iraniano in Iraq è diverso rispetto a quello che Teheran ha nel resto della regione. Mentre gli interessi geopolitici hanno spinto il governo iraniano a sostenere i movimenti della resistenza in Siria, Libano e Palestina, lo scenario iracheno si è dimostrato differente. Durante la guerra di 8 anni fra Iran e Iraq, il governo iraniano aveva ospitato il partito islamico “Da’wa”, dopo che il governo iracheno lo aveva messo fuori legge a seguito di un fallito tentativo di rovesciare il regime di Baghdad. Teheran aveva anche fondato il Supremo Consiglio per la Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI) affinché governasse l’Iraq qualora fosse caduto il regime iracheno (per la stessa ragione, il governo americano aveva fondato il Congresso Nazionale Iracheno guidato da Ahmed Chalabi).
Quando il 9 aprile 2003 era caduta Baghdad, Chalabi, al-Hakim, al-Maliki, ed altri erano tornati in Iraq dall’Iran, dall’Europa e dagli Stati Uniti, avendo sposato le agende di politica estera di questi paesi. L’agenda dichiarata del partito iraniano (lo SCIRI, poi divenuto SIIC) e del partito sostenuto dall’Iran (il “Da’wa”) era – ed è tuttora – la spartizione dell’Iraq e la creazione di uno stato confederato confessionale semi-indipendente nel sud. Il paradosso sta nel fatto che entrambi questi partiti, provenienti da un paese al di là dei confini orientali dell’Iraq, sono giunti col pieno accordo delle forze americane di occupazione. La prima apparizione pubblica dei due partiti iraniani, insieme ai loro alleati americani e britannici, ebbe luogo nel 2002 alla Conferenza di Londra, dove fu aperta la strada alla guerra ed all’occupazione dell’Iraq. Questo coordinamento con le forze di occupazione è proseguito in tutti questi anni; anzi, i due partiti sciiti sostenuti dall’Iran sono divenuti alleati ufficiali del governo degli Stati Uniti in Iraq.
Se la ragione del silenzio di Hezbollah in Libano e di Hamas in Palestina deriva dall’esigenza di non criticare l’ingerenza iraniana in Iraq, si tratta di una sciagura che ispira vergogna. Gli iracheni non muoveranno rimproveri ai partiti filo-americani e filo-sionisti per il loro silenzio di fronte ai crimini dell’occupazione, e per il loro sostegno all’aperta ingerenza straniera negli affari interni iracheni. Il rimprovero va invece ai patrioti, nel momento in cui esitano a pronunciare una parola di verità nell’epoca della rovina e dell’occupazione. Il rimprovero va ai nostri leader politici, che mantengono il silenzio invece di prendere posizioni chiare che illuminino la strada ed aiutino i popoli ad opporsi ai piani stranieri di spartizione.
L’Iraq ha bisogno di una riconciliazione nazionale che ponga fine alla violenza ed al conflitto interno iracheno. Ma una riconciliazione di questo genere è diventata impossibile a causa delle ingerenze internazionali – soprattutto americane, britanniche e iraniane – a sostegno della minoranza che mantiene il potere a scapito della maggioranza oppressa del paese. La riconciliazione fra le correnti separatiste all’interno del potere esecutivo da un lato, e le forze nazionaliste all’interno del potere legislativo dall’altro, è possibile. Pervenire a soluzioni di compromesso sulle questioni controverse è possibile. Ad esempio, entrambe le parti (i separatisti ed i nazionalisti) potrebbero accordarsi su una nuova forma di federalismo che garantisca l’indipendenza amministrativa e presevi l’unità politica ed economica dell’Iraq, senza fare a pezzi il tessuto sociale del paese. Ma il raggiungimento di un simile accordo è impossibile a causa delle ingerenze straniere, che fanno sì che le correnti politiche interne al paese, sostenute dall’estero, non abbiano alcuna ragione per negoziare e per giungere ad una soluzione.
L’Iraq ha bisogno di aiuto, o quanto meno di una parola di verità. L’aiuto più grande non è sostenere gli sciiti, i sunniti, i curdi, o i cristiani; non è indire conferenze di riconciliazione religiosa, e neanche sostenere i nazionalisti o i separatisti. L’aiuto più grande consiste nel chiedere che sia posta fine all’occupazione ed al sostegno straniero ai cinque partiti del potere esecutivo a spese del resto del popolo iracheno. L’aiuto più grande consiste nel riporre fiducia nella capacità degli iracheni, di tutti gli iracheni, di dare inizio alla ricostruzione ed alla riconciliazione interna, non appena il paese sarà restituito al suo popolo.
Raed Jarrar è un attivista e blogger iracheno residente a Washington; scrive sul blog Raed in the Middle
17:48Baath: "Colpite senza pietà Iran e Usa"
"Oggi è il nostro grande giorno: colpite senza pietà Stati Uniti e Iran". E' la chiamata alla vendetta per l'esecuzione di Saddam Hussein che gli esponenti del disciolto partito Baath hanno diffuso sul sito web www.albasrah.net. Nella dichiarazione, i baathisti fedeli all'ex dittatore hanno invocato "una jihad contro le forze di occupazione e l'Iran", ma senza "colpire gli iracheni, perchè quello che vogliono l'Iran e l'America è trasformare la nostra guerra santa contro di loro in una guerra civile".
12:49Saddam, figlie afflitte ma orgogliose
Le due figlie maggiori di Saddam Hussein, Raghad e Rana, sono profondamente afflitte per la morte del padre, ma sono anche orgogliose del coraggio con cui ha affrontato il patibolo. "Raghad e Rana Hussein si sono riunite insieme con i loro nove figli" questa notte "in attesa di notizie", ha fatto sapere uno degli ex avvocati del deposto presidente iracheno da Amman, dove le due donne vivono. A casa di Raghad, che ha ospitato la triste veglia, c'erano anche diversi legali di Saddam.
13:08Al-Rubaie: "Prima di morire ha gridato 'Allah è grande'"
"Un attimo prima di morire Saddam Hussein ha gridato 'Allah e' grandè". Lo ha rivelato Mouafiq al-Rubaie, consigliere per la sicurezza nazionale, citato dalla radio britannica Bbc, secondo cui l'ex raiss avrebbe scandito:"Allah è grande, viva la nazione islamica e la Palestina araba" . Saddam ha riufiutato di indossare un sacchetto nero che avrebbe dovuto coprirgli il volto e gli è stato invece avvolto intorno al collo.
14:11Di Stefano, salma verso lo Yemen
La salma di Saddam Hussein sarà tumulata nello Yemen dove la stanno trasportando in aereo. Lo ha riferito all'Ansa uno dei legali dell'ex rais, Giovanni Di Stefano, spiegando di averlo appreso da un sms che gli ha inviato la figlia di Saddam. "Una volta terminato il conflitto - ha aggiunto Di Stefano - la salma ritornerà in Iraq, dove è giusto che riposi".
PS la notizia diffusa da Di Stefano fu smentita poco dopo
13:10Palestinesi: "Assassinio politico"
I gruppi militanti palestinesi hanno condannato l'esecuzione dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein, che è stato un fermo sostenitore della causa palestinese. I Martiri delle Brigate di al-Aqsa, ala militare di Fatah, hanno deciso tre giorni di lutto e hanno definito "un assassinio politico" l'impiccaggione di Saddam.
IRAQ: LA RESA DEI CONTI NEL CAMPO SHIITA
la «SAHWA» che gli americani non avrebbero mai desiderato
E’ un fatto indiscutibile che la nuova battaglia scoppiata a Bassora il 25 marzo (e poi estesasi a tutto il sud e il centro del paese fin nel cuore di Baghdad -- e che sta continuando malgrado la tregua formale dichiarata il 30 marzo) l’ha voluta, col pieno appoggio americano, il governo di al-Maliki. Perché? Contenuta momentanemante la spinta della Resistenza sunnita, la coalizione al governo (di cui le due forze decisive sono il Consiglio Supremo Islamico Iracheno-CSII e il Da’wa) vuole infliggere un colpo risolutivo all’eterogeneo movimento di Moqtada, con l’obbiettivo dichiarato di farlo a pezzi e toglierlo di mezzo.
Perché il governo fantoccio ha scelto questo momento? Perché ad ottobre ci saranno decisive elezioni provinciali, elezioni che tutti gli iracheni pensano vincerà appunto Moqtada al-Sadr e che segneranno una sonora sconfitta per la coalizione al governo. Ma la posta in palio non è solo il governo, è l’assetto istituzionale del paese. Al-Maliki, col pieno sostegno non solo del suo partito (Da’wa), ma di quello del CSII di Abdul Aziz al-Hakim, dei due partiti curdi e di alcuni notabili sunniti, vuole un assetto federale che spazzerebbe via l’Iraq come stano nazionale unitario. I governatorati regionali, progettati su basi confessionali, disporranno infatti autonomamente delle riorse petrolifere, producendo la definitiva spaccatura del paese.
Moqtata si oppone fermamente a questa dissoluzione dell’Iraq e mobilita un vasto movimento di massa che si richiama al nazionalismo e denuncia non solo l’occupazione americana, ma ogni interferenza straniera, quella iraniana compresa.
Dare un giudizio univoco della politica di Moqata al-Sadr non è possibile. Ieri a fianco della Resistenza sunnita poi contro, coalizzato con le altre forze shiite come il Consiglio Supremo Islamico Iracheno e il Da’wa e poi avverso, prima nel governo ora a sparare addosso al regime fantoccio di al-Maliki. Un momento invoca la crociata contro l’occupante americano, quello successivo dichiara una tregua unilaterale.
Questo zig-zagare non si spiega tuttavia a causa del suo carattere bizzarro ed estroverso. Se non si giustifica, si comprende, a causa delle molteplici e contrastanti e poderose pressioni a cui egli è sottoposto in quell’inferno che è diventato l’Iraq, segnato da una lotta di tutti contro tutti per il controllo di questo o quel quartiere, di questa o quella città, di questo o quel ponte di transito. Si tratta di una battaglia che precede quella finale, quella che decide le sorti dell’Iraq come stato nazionale unitario, di chi debba avere il potere, di come debbano essere distribuite le risorse petrolifere.
Non che Moqtada non sia protetto da alcuni pezzi dell’apparato politico-militare di Tehran. Il fatto è che a Tehran, sono profondamente divisi sui futuri assetti iracheni e regionali. Il grosso, comunque, aiuta e sostiene non Moqtada, ma i suoi acerrimi avversari shiiti, ovvero i due partiti storici filo-iraniani: il CSII e il Da’wa. Che sono proprio le due forze che gli stessi americani appoggiano, non solo in generale, ma proprio in questi giorni che esse stanno cercando (senza successo per fortuna) di annientare l’esercito del Mahdi, la forza armata di Moqtada. Divisi da un dissidio che potrebbe sfociare in conflitto aperto, americani e iraniani condividono non solo il sostegno al governo di al-Maliki, ma pure lo squartamento dell’Iraq, la sua divisione in rispettive zone d’influenza, in effimeri protettorati petroliferi. L’opposizione di Moqtada a questo disegno è un fatto di grandissima importanza. Dalle sorti di questa opposizione dipendono sia le sorti del governo fantoccio sia qulle del disegno di spezzettamento dell’Iraq in zone di influenza di americani e iraniani.
L’attuale battaglia viene presentata dalla stampa occidentale come scontro tra le milizie di Moqtada e le «forze dell’esercito regolare». Si tratta in verità di scontri tra milizie shiite, poichè il cosiddetto esercito regolare è composto da miliziani del Badr (il braccio armato del CSII), del Da,wa e di Fadila, agghindati con le divise fornite loro dagli occupanti.
Come antimperialisti noi siamo dalla parte di Moqtada e del Mahdi malgrado tutto. Non dimentichiamo le nefandezze compiute da alcuni pezzi del Mahdi contro la popolazione sunnita. Col pretesto di rispondere al terrorismo «qaedista» le milizie che fanno capo a Moqtada hanno spesso compiuto atti gravissimi di ritorsione ed hanno promosso una politica di espulsione dei sunniti da varie zone miste di Baghdad come di altre importanti città. Difficile dimenticare la guerra sporca tra il febbraio 2006 (dopo il tremendo attentato antishiita a Sammarra) e la primavera del 2007. Quella fase tragica sembra essersi chiusa (per fortuna). Se ne è aperta un’altra: nella quale il movimento di Moqtada potrebbe diventare in Iraq ciò che Hezbollah è stato ed è per il Libano.
Le informazioni ch giungono oggi (4 aprile) da Bassora, Karbala, Sadr City, Hilla ecc., sono che i guerriglieri del Mahdi non solo stano resistendo, essi hanno strappato ai loro nemici il controllo di zone e intere città, e questo malgrado l’aviazione americana sia intervenuta pesantemente. Cresce dunque il consenso popolare alla Resistenza di Moqtda, soprattutto dei settori più poveri delle città e dei villaggi. Solidarietà ai guerriglieri è giunta pure dalla popolazione sunnita. A Fallujia, ad esempio, i cittadini hanno donato il loro sangue per inviarlo a Bassora.
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