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L’aumento siderale del prezzo del grano e delle altre granaglie, del latte e di altri beni di consumo di prima necessità ha provocato una serie di disordini in quasi tutti i paesi del continente africano. La miccia è stata accesa nel settembre del 2007 in Marocco (dove da allora si sono succedute molte altre manifestazioni di protesta contro il caro-vita) ed in Guinea; in novembre ci sono stati poi dei morti in Mauritania. Nel nuovo anno, i disordini sono incominciati in gennaio in Kenya, seguiti a febbraio in Mozambico, tallonati da una serie ininterrotta di tumulti in Burkina Faso ed in Camerun, specialmente a Douala, la capitale economica del paese, dove i morti secondo le autorità sono stati una quarantina (secondo alcune ONG sarebbero invece più di cento). In marzo è stata la volta della Costa d’Avorio e poi ancora in Burkina Faso e in Senegal. Tra gli ultimi disordini vanno segnalati quelli dello scorso aprile in Egitto, dove sul terreno sono rimasti nuovamente dei morti, molti feriti ed ingenti danni.
Nulla di strano che i paesi africani più di ogni altro siano stati i primi ad essere confrontati dalla crisi alimentare e dal conseguente caro-vita essendo tra le popolazioni che, avendo i redditi più bassi, dedicano la maggior parte di esso ai beni della sopravvivenza (la spesa alimentare in Africa tocca tra il 60 e l’80% del borsellino, spesa che nei paesi ricchi oscilla tra il 10 ed il 30%), a ciò si aggiunge il fatto che i paesi africani sono tra i principali importatori di granaglie e che queste provengono soprattutto da altri continenti ed il loro prezzo, a parte le speculazioni e altri strozzinaggi, sono gravati dai trasporti, i cui costi sono anch’essi decuplicati dovuti alla fiammata del prezzo del greggio che ha superato la barriera di 120 dollari al barile, fiammata che però non riesce a frenare i consumi (ad esempio solo la Cina consuma ben 4 milioni di barili al giorno, con un aumento del 26% rispetto allo scorso anno). I paesi più arretrati del continente si fondano su economie rurali arretrate (con l’eccezione di pochi paesi baciati dal petrolio) che non sono più in grado di sfamare le loro popolazioni.
L’esempio può essere dato dalla Nigeria che fino alla scoperta dell’oro nero nel delta del Niger – avvenuta esattamente cinquant’anni fa, nel 1958 – era un paese autosufficiente dal punto di vista dell’agricoltura. La scoperta del petrolio e la ricchezza che il paese ne ha tratto in royalties ha via via permesso l’inurbamento e l’abbandono delle campagne (e di alcune coltivazioni redditizie come la palma da olio, il cacao, la cassava ecc.), e questo perché lo Stato poteva contare su un surplus di denaro per comprare i beni di prima necessità altrove senza dovere investire in agricoltura. Oggi la Nigeria si vede costretta ad importare centinaia di migliaia di tonnellate di derrate, specie di riso. Ma il riso è proprio un bene su cui scaltri e abili speculatori hanno puntato per fare guadagni esorbitanti. Il mercato del riso è, a paragone di quello di altri cereali, alquanto ristretto, esso gestisce appena un 6/7% della produzione mondiale perché il resto è consumato dai paesi produttori. Una articolata osservazione dell’andamento del mercato da parte di alcuni grandi speculatori ha registrato che la domanda mondiale di riso cresceva di circa l’un percento all’anno, mentre il fenomeno dell’urbanizzazione – legato all’aumento della popolazione – ha fatto registrare una lenta erosione delle aree coltivate a risaia. Di conseguenza è stato naturale per gli speculatori acquistare a termine ingenti quantità di riso per far fronte alla futura scarsezza di riso sul mercato dell’esportazione, penuria che puntualmente si è verificata nel 2007.
Quanto alla scarsità di beni alimentari specie agricoli (quelli che servono a nutrire uomini e animali) e la conseguente speculazione che ne è derivata, è oggi giustificata da molti con i problemi legati all’esplosione demografica [ma sono scemi?] al costo dei trasporti, al ruzzolone del dollaro (valuta con il quale si paga anche il petrolio), alle fluttuazioni del tasso di cambio, al clima, ai biocarburanti (che sottraggono cereali per la produzione dell’etanolo), e ovviamente alla speculazione, ecc... Certamente tutti questi elementi, ma anche altri, hanno la loro parte nella crisi alimentare che tocca oggi il pianeta, ma non sono solo questi i fattori imponderabili che affliggono il mercato e la produzione.
A guardar bene, la crisi ha radici lontane: siamo noi che non siamo stati capaci di vederla e di prendere le misure per contrastarla in tempo. A provocarla non sono state neanche estranee le istituzioni di Bretton Woods, vale a dire la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), istituzioni che ora sembrano aver cambiato registro. Tali organizzazioni hanno suggerito, ispirato e indottrinato nell’ultimo ventennio i paesi emergenti ed in via di sviluppo in una sola direzione, quella dello sviluppo delle industrie, dello sfruttamento delle materie prime e del terziario, trascurando completamente l’agricoltura, a meno che non si trattasse di colture dedicate a ottenere valuta, vale a dire «colture per l’esportazione» quali caffé, cacao, cotone, arachidi e simili. In questa strategia volta a smantellare a fin di bene il ciclo della povertà si sono ignorate ovviamente le colture di sussistenza che un tempo (appena cinquant’anni fa) coprivano in grandissima parte il fabbisogno interno del continente.
Dall’inizio di quest’anno la fattura alimentare africana è già aumentata del 55% rispetto al 2006/7 (periodo nel quale si era già registrato un aumento del 35%) e se le proiezioni sono esatte dovrebbe salire fino al 75%!. Di questo andamento si è finalmente reso conto Robert Zoellick, Presidente della Banca Mondiale, che nell’aprile scorso, nella sua proposta di «New Deal» agricolo per l’Africa (continente dove la produttività agricola è la più bassa al mondo) ha tratteggiato alcune soluzioni di lungo termine per una «rivoluzione verde» simile a quella che è stata realizzata in Asia. Del problema si sta occupando l’ex-Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan, in un convegno internazionale che si tiene in questi giorni in Austria, a Salzburg.
05/06/2008
CdT
http://www.cdt.ch/interna.asp?idarticolo=136841




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