



Alby, lo troveresti così scandaloso o improbabile? Ammesso che sia successo, chiaro.
"Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"
IL DISPUTATOR CORTESE
Possono tenersi il loro paradiso.
Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.


no sto dicendo che la secessione di Fini è incomprensibile anche da parte di chi dovrebbe essere da decenni suo amico, anche da chi nel 1999 lo tenne a galla malgrado la sconfitta di AN alle europee.
La prova che si tratta di poco piu' che una crisi isterica da parte di Fini, una crisi di gelosia, un tentativo di non farsi cancellare e non di veri motivi politici
Ultima modifica di FrancoAntonio; 21-04-10 alle 10:33


IL COMMENTO
La stagione della diaspora
di MASSIMO GIANNINI
LA diaspora finiana si è dunque compiuta. Non è una rottura che prelude a una scissione, ma neanche un'abiura che prepara una capitolazione. La nascita formale di una componente di minoranza guidata da Gianfranco Fini dentro il Pdl rappresenta comunque una svolta politica importante. Segna la fine del Popolo della Libertà come lo abbiamo conosciuto finora.
Lo "spirito del Predellino", nell'ottica del co-fondatore, non c'è più. Il partito personale si trasforma in un partito (quasi) normale.
Nella logica finiana, questa svolta sancisce l'avvio di un lunghissimo e complicatissimo processo di autonomizzazione. Personale, nei confronti dell'uomo che lo ha sdoganato nel lontano 1993. Politico, nei confronti di un centrodestra ormai a esclusiva trazione forzaleghista. Bisogna dare atto al presidente della Camera di non aver ceduto, e di aver difeso con coerenza la sua posizione, difficile e a tratti quasi insostenibile. Dentro un Pdl forgiato nel freddo di Piazza San Babila dall'"unico fondatore" (Berlusconi) e poi modellato nel fuoco della vandea nordista sui bisogni dell'"unico alleato" (Bossi), per Fini non era semplice far valere e far vivere un'idea radicalmente diversa. Un altro modo di intendere la politica in nome del bene comune. Di rappresentare la cultura di una moderna destra europea. Di convivere dentro un partito autenticamente libero, plurale, democratico.
Con la sua "corrente del Presidente", almeno Fini ci prova. Citando Ezra Pound, cioè rischiando l'osso del collo in nome di quell'"idea diversa". Qui ed ora l'operazione appare quasi temeraria. A giustificare la diaspora manca una vera pietra d'inciampo politico. Manca un "casus belli" chiaro, riconosciuto e riconoscibile (a meno di voler considerare tale, e così non è, la presenza di una poltrona in più nell'organigramma o la mancanza di una politica per il Sud). I suoi ex colonnelli, nella stragrande maggioranza, non lo seguono. E forse i suoi elettori, nella stragrande maggioranza, non lo capiscono.
Ma quella di Fini non è e non può essere una guerra lampo. Sarà piuttosto una guerra di logoramento. Come annunciano nei corridoi i cinquanta "fedelissimi" del presidente, si consumerà nei rapporti istituzionali, nelle aule parlamentari, negli organismi del partito. E questo la dice lunga su cosa sta diventando il glorioso Partito del popolo della Libertà. E su cosa diventeranno i prossimi tre anni di legislatura. Altro che le verdi vallate delle riforme. Piuttosto il Vietnam delle imboscate.
Nella logica berlusconiana, tutto questo è sufficiente per comprendere la portata "eversiva" della metamorfosi in atto. Il battesimo di una "corrente del Presidente" dentro il Pdl, nella visione cesarista del premier, è intollerabile perché incomprensibile. Lo scriveva ieri "Il Foglio" di Giuliano Ferrara (che sa di cosa parla) citando il commento di Wellington, capo di governo di Sua Maestà britannica, alla fine della sua prima riunione del gabinetto: "Non capisco. Ho dato un ordine, e tutti si sono messi a discutere". Questo deve essere lo stato d'animo del Cavaliere, di fronte alle "discussioni" alle quali vuole inchiodarlo il co-fondatore. Lui ha dato e dà i suoi ordini: che bisogno c'è di discutere?
E infatti Berlusconi non vuole discutere. Né con Fini, né con chiunque altro. Il solo interlocutore con il quale accetta il dialogo alla pari è e continuerà ad essere il Senatur, che gli porta in dote la Padania ormai nata. Per questo non farà sconti al presidente della Camera. Ignorerà le sue richieste e le sue proteste. E continuerà a indicargli il ritorno alla "casa del padre" (la vecchia Alleanza nazionale) se della nuova casa non condivide le regole e le gerarchie. Ma è proprio per questo che la diaspora che si è aperta nella coalizione, anche se non sfocerà in una scissione, non potrà mai finire. La "coabitazione" si tradurrà in un equilibrio destabilizzante. La maggioranza sarà costretta a una mediazione estenuante. Il governo sarà condannato a un galleggiamento paralizzante. I danni per il Paese saranno incalcolabili.
Fini sta chiedendo a Berlusconi di non essere più Berlusconi. Questa è la sfida impossibile del co-fondatore. Sta proponendo al fondatore del Pdl di fare il "segretario", mentre lui è sicuro di esserne il "proprietario". Il presidente della Camera affronta questa battaglia quasi a mani nude: ha molte idee, ma pochi soldati. La sua vera arma è l'anagrafe. Ma non è detto che gli basti, contro quello che i giornali di famiglia ormai definiscono "Cav. Il Sung".
La stagione della diaspora - Repubblica.it
SADNESS IS REBELLION


e intanto i giornalisti di Repubblica si fregano le mani: non potendo battere Berlusconi in "gabina" elettorale, sperano in un implosione del PDL che porti a sviluppi (improbabili) di "grandi concentrazioni" che rimettano in gioco la sinistra


La spallata plebiscitaria è già fallita - Attenti a giudicarlo un perdente
di Caldarola Peppino
Fini ha fatto il passo indietro? E se l'ha fatto si può considerare conclusa la sua avventura? Si pu rispondere alla prima domanda con un sì e alla seconda con un no. Indubbiamente chi si aspettava che ieri il presidente della Camera lanciasse la sfida finale è rimasto deluso.
La rupture non c'è stata. Non ci saranno nuovi gruppi parlamentari, tanto meno un nuovo partito. Almeno per ora. La grande offensiva berlusconiana ha frenato Fini.
La stampa di destra ha levato un muro, la minaccia della caduta del governo con il conseguente scioglimento delle Camera ha segato il ramo su cui i finiani si erano seduti, quasi tutti i colonnelli di An, in preda a rancori del passato e a paure per il futuro, si sono schierati con il premier.
Fmi avrebbe potuto giocare la partita pi in grande lanciando subito il disegno di una nuova forza moderata che si rivolgesse a una parte della pubblica opinione, di destra e di sinistra, che guarda a lui: ma realisticamente ha rinunciato. Alcuni diranno che il suo carattere attendi- sta ha prevalso, altri elogeranno la sua prudenza. L'accelerazione nella crisi della destra non c'è stata, ma la destra esce stravolta da questa prima fase dello scontro interno. Domani alla Direzione del Pdl si consumerà la madre di tutte le battaglie. Non a caso ieri per una prima valutazione della riunione dei finiani il premier ha convocato i coordinatori azzurri e lo stato maggiore leghista.
Vediamo le cose dalla parte di Berlusconi. Il premier è visibilmente annoiato dal governo e dal suo partito. Non sa che farsene dell'uno e dell'altro. Dipendesse da lui accorcerebbe i tempi della battaglia finale per il presidenzialismo. Nella sua testa la modifica presidenziale della forma repubblicana e l'appuntamento delle prossime politiche sono gli unici appuntamenti che lo interessano. Al governo ha consegnato il compito di tirare a campare anche perché Tremonti non gli consente molto margine di manovra. Al partito ha affidato il doppio ruolo di gendarme parlamentare sui provvedimenti che gli stanno pi a cuore, dalla giustizia alle riforme, e di propagandista di una nuova e decisiva fase di opposizione a tutti i poteri costituiti. E il suo partito di lotta e di governo. In verità poco di governo e molto di lotta contro tutti. Di qui a tre anni Berlusconi o raggiunge la postazione del Quirinale, preferibilmente con un plebiscito popolare, oppure ha fallito la sua mission. Il Berlusconi politico gioca così la sua eterna partita a Risiko desideroso di sempre nuove battaglie, mai pago dei risultati raggiunti. Per far questo ha bisogno di presidiare due casematte, l'alleanza con la Lega e la disciplina di partito. Fini le assedia tutte e due.
Paradossalmente la fuoriuscita di Fini avrebbe risolto il problema e non è improbabile che il premier tenti fino all'ultimo di sospingere fuori il suo antico alleato. La mobilitazione del mondo berlusconiano è in pieno svolgimento, i giornali della casa sono stati militarizzati, l'assemblea di giovedì si prepara ad accogliere con ostilità il discorso del presidente della Camera. Tuttavia l'anomalia Fini non è gestibile con i vecchi strumenti. L'ex capo di An ha introdotto nella discussione interna al Pdl alcuni temi che sono di lungo periodo. Sono questi. La subalternità del partito alla Lega, la sofferenza del Sud, il calo dei consensi, un approccio diverso alle grandi questioni civili, l'avvio di una fase nuova nel centro-destra. Ma due grandi questioni costituiscono il vero granello che rischia di inceppare la costruzione berlusconiana. Fini non crede alla riforma presidenziale così come è stata elaborata dal summit Bossi-Berlusconi e costruisce un argine al dilagare del partito carismatico-plebiscitario. L'intero impianto presidenziale di Berlusconi viene così messo in discussione. Se le cose stanno così la grande riforma berlusconiana muore prima ancora di vedere la luce.
E una reazione a catena quella che la pattuglia finiana, ancora incastonata nel Pdl, rischia di provocare. Il governo dovrà fare i conti con un dissenso endemico, le riforme istituzionali dovranno fare i conti con le obiezioni costituzionali che partiranno dall'interno della maggioranza, il partito sarà chiamato volta volta a misurarsi con una opposizione che anche se non dovesse strutturarsi in una vera e propria corrente sottoporrà a critiche costanti la leadership. Accadrà al Pdl quello che accade in tutti i partiti nel mondo, ma il Pdl è l'unico partito al mondo che non pu permettersi una continua contestazione della linea e della volontà del leader.
Fini ha indubbiamente pochi seguaci ma sono troppo frettolose le analisi che lo danno perdente di fronte al grande elettorato. a seguito e prestigio a destra. Non saranno Gasparri, La Russa o Storace a schiodarlo dall'immaginario collettivo del proprio mondo. Inoltre quello che sta accadendo in questi giorni provoca modifiche profonde nel Pdl. La componete ex-aennina che si è schierata con il premier si è così consegnata all'insignificanza politica. Non si sa quanti voti ha Fini, si sa che i suoi ex colonnelli ne portano con sé molto pochi. D'ora in poi per gli ex di An non varrà pi , sul lungo periodo, la rendita di posizione del vecchio partito. Oramai fra loro e i forzisti doc è battaglia aperta su chi conquista il cuore di Berlusconi. Costringendoli a schierarsi con il premier Fini li ha notevolmente indeboliti. D'altro canto dentro al Pdl c'è una insofferenza diffusa sul modo in cui vengono diretti il partito e i gruppi parlamentari. Se nasce una corrente, o come diavolo si chiamerà, che farà da polo di attrazione del dissenso le carte dentro la falange berlusconiana saranno destinate sempre di pi a mescolarsi. Ecco perché il Fini che resta nel partito pu rivelarsi per Berlusconi assai pi dannoso del leader che se ne va sbattendo la porta. Il cerino è tornato in mano al premier. Tocca solo a lui d'ora in poi decidere se è pi conveniente coabitare con Fini o alla prima occasione sbatterlo fuori.
PEPPINO CALDAROLA
Riformista - La spallata plebiscitaria è già fallita - Attenti a giudicarlo un perdente
SADNESS IS REBELLION




Magari!
Il fatto è che Fini, da par suo, gioca di astuzia. Si è reso conto di non avere numeri sufficienti per affrontare direttamente Berlusconi, quindi passerà con ogni probabilità al piano B: logorio ininterrotto e tentativo di remare contro fino all'esaurimento.
Speriamo che Tremonti convinca Berlusconi dell'assoluta necessità di arrivare alla resa dei conti definitiva.
“Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”


Ultima modifica di FrancoAntonio; 21-04-10 alle 11:44


Basterebbe adottare lo strumento della sfiducia costruttiva....
"Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"
IL DISPUTATOR CORTESE
Possono tenersi il loro paradiso.
Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.