Una centrale a Oristano e le scorie nel Sulcis: il Governo punta a creare il fatto compiuto
Nucleare, avanti in segreto
La Sardegna nel mirino, serve una mobilitazione preventiva
di Cinzia Isola
L'ufficiosità della questione non rende il nucleare meno pericoloso: la sola idea che ancora una volta la Sardegna sia stata individuata come appetibile terra di conquista da suggellare con una bella centrale atomica basta a far scattare l'allarme.
Che poi si (ri)pensi di utilizzarla anche come pattumiera per le scorie prodotte, rende la vicenda ancora più inquietante e preoccupante. Manca l'ufficialità, ma le indiscrezioni ormai, quelle si, ufficiali, bastano e avanzano a promuovere una legittima e sacrosanta opposizione preventiva. Tanto più che sul misfatto potrebbe calare il segreto di Stato: il rischio è quello di ritrovarsi, a cose fatte, delle pericolose ciminiere radioattive a fumare nell'Isola. Al momento, sono queste le uniche cose certe: poco prima delle elezioni politiche l'ex ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraio Scanio aveva dato notizia dei potenziali siti promossi per accogliere le centrali: Trino (Vercelli), Fossano (Cuneo), Chioggia, Monfalcone, Ravenna, Caorso (Piacenza), Scarlino (Grosseto), San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), Latina, Garigliano (Caserta), Mola (Bari), Scanzano Jonico (Matera), Palma (Ragusa) e Termoli (Campobasso). Tra questi è spuntata pure Oristano: piana di Cirras, per l'esattezza, tra Santa Giusta e Arborea.
All'epoca, in pieno clima preelettorale, il Popolo delle libertà nego tutto: del resto si tratta di un tema particolarmente caldo per l'Italia. Tanto da alterare il risultato elettorale. Non dimentichiamolo: nel novembre del 1987 gli italiani bocciarono il nucleare con il referendum abrogativo. Con percentuali poco opinabili, intorno all'80%. In quell'anno, dunque, di fatto è stato sancito l'abbandono, da parte dell'Italia, del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico. Quando si dice, la memoria corta.
Il ritorno in sella al governo del Cavaliere ha rimesso la volontà popolare nel cassetto: il nucleare serve a garantire l'indipendenza energetica, sostiene il centrodestra. Ma garantire a chi?
La Sardegna produce energia d'esportazione: perché mai dovrebbe concedere allo Stato l'ennesima servitù? La Sardegna, terra del vento e del sole, ha un governo impegnato nella promozione delle energie alternative.
Per quanto riguarda la produzione energetica, la regione può vantare un surplus da destinare all'esportazione.
Lo confermano i dati fornite per il 2007 da Terna (trasmissione elettricità rete nazionale):la produzione destinata al consumo è pari a 13.559,1 gwh, la richiesta si attesta invece sui 12.735gwh.
Ambientalisti sul piede di guerra, com'era prevedibile. Ma da un punto di vista strettamente politico la predisposizione “atomica” del governo Berlusconi spinge a riconsiderare la vocazione federalista di alcune sue componenti: se vale la logica del federalismo fiscale, dovrebbe valere pure quello nucleare.
Ma intanto, per ora, non arrivano né conferme ne smentite ufficiali. A far sentire la propria voce in Parlamento, recentemente, l'ex presidente della regione e ora deputato dell’Italia dei valori Federico Palomba, che ha presentato un’interrogazione al ministero per le attività produttive Claudio Scajola.
Per esprimere non solo «viva preoccupazione», ma per ricordare come la Sardegna in nome della ragion di Stato, abbia già tollerato l'80% delle basi militari esistenti in Italia. «Ha sopportato per questa situazione un carico assai pesante costituito anche da malattie collegabili con la loro presenza di uranio impoverito». Poi tutti gli elementi che di fatto sconsigliano l'Isola come candidata naturale per ospitare centrali nucleari: l'insularità, la distanza, i costi per il trasporto. Insomma: «È vero che il governo intenderebbe installare centrali nucleari in Sardegna?». In attesa di risposte certe, c'è solo da augurarsi che per il governo Berlusconi non si tratti di silenzio assenso.