Ian Smith, primo ministro della Rhodesia (attuale Zimbabwe) dal 1965 al 1979. Meno conosciuto dei suoi alleati sudafricani, Smith fu uno dei principali sostenitori dell'apartheid. Capace di staccarsi unilateralmente dalla madrepatria britannica pur di non rinunciare al dominio bianco sulla Rhodesia, di subire le sanzioni economiche dell'Onu (le prime nella storia dell'organizzazione) e di far fronte alla guerriglia nera guidata da John Nkomo e Robert Mugabe prima di cedere il potere, nel 1980. E di non pentirsi mai delle sue scelte, neanche sul letto di morte.
“Non credo al governo della maggioranza nera... neanche tra mille anni”, era una delle massime convinzioni di Smith, che gli permisero di bruciare le tappe della carriera politica: nel 1964, Smith rovesciava l'allora primo ministro della Rhodesia, Winston Field, colpevole di essere troppo soft nei confronti di Londra, che chiedeva aperture politiche verso la maggioranza nera in vista dell'indipendenza. Per tutta risposta, l'11 novembre 1965 Smith firmava una dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Gran Bretagna, mai riconosciuta da nessun governo, neanche dal Sudafrica bianco che tanta parte avrà nel sostenere economicamente il regime di Smith per far fronte alle sanzioni delle Nazioni Unite.
Il primo ministro non cederà neanche quando, qualche anno dopo, suo figlio Alec diserterà dall'esercito fuggendo in Europa, e pronunciandosi per la concessione dei diritti politici ai neri. Abbandonato anche dalla famiglia, Smith accetterà di cedere il potere solo nel 1980, al termine di una guerra civile costata la vita a 40.000 persone, senza però partecipare alla celebrazioni per la “nascita” dello Zimbabwe. “Il pensiero di dovermi confrontare con dei politici britannici che si sfregano le mani felici accanto a un'accozzaglia di terroristi comunisti neri mi dava il voltastomaco”, scriverà Smith nella sua autobiografia, The Great Betrayal (Il grande tradimento).
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