Almeno cinque morti e oltre 300 feriti. E' questo il bilancio ufficiale degli scontri nella capitale mongola Ulan Bator scoppiati due giorni fa a seguito della rappresaglia scatenata dal Partito Democratico dopo i trionfanti annunci del Partito popolare rivoluzionario mongolo (Pprm, ex comunista) di aver conquistato almeno 45 dei 76 seggi del parlamento mongolo, il Gran Hural nelle consultazioni dello scorso fine settimana ancora non comunicati ufficialmente.
Stato di emergenza, coprifuoco mattutino e significativi divieti di vendita di bevande alcoliche e restrizioni per la stampa sono per ora i provvedimenti adottati dal governo mongolo guidato dal premier Sanjaagiin Bayar e patrocinato dal presidente Nambaryn Enkhbayar, entrambi al vertice del Pprm che si sono dati staffetta nel premierato del Paese. Una continuità non del tutto chiara, secondo il Partito Democratico, che al vittorioso annuncio del Pprm ha invaso le piazze, dato il via a violenti scontri con la polizia e assaltato dandola alle fiamme la sede del Pprm. Nel primo piano dell'edificio si trovavano numerose bottiglie di vodka che sono state sembra bevute dagli assalitori e trasformate in molotov. Decine di soldati continuano a presidiare il palazzone in stile sovietico dove si trova la sede del Pprm. Altri soldati pattugliano le vie del centro a piedi o su veicoli militari.
Il primo ministro Sanjaagiin Bayar ha accusato i Democratici di aver fomentato le violenze lanciando accuse di brogli elettorali. Le accuse sono state rispedite al mittente dai Democratici: «la violenza non è nostra colpa. È colpa del Pprm che ha comprato le elezioni. È questo che ha mandato la gente in collera». A denunciare i brogli è stato il capo del partito democratico all'opposizione, Tsakhia Elbegdorj, sottolineando la differenza di consensi tra i sondaggi della vigilia elettorale e i risultati finali che avrebbero assegnato al suo partito solo 26 seggi.
Con una maggioranza ampia, il Partito rivoluzionario del popolo mongolo al governo potrà far passare una legge sulle miniere che garantirà interessi fino al 51% se un giacimento viene individuato con contributi statali. Un piatto molto ghiotto e centrale per il futuro sviluppo del Paese. La Mongolia è infatti ricca di minerali e metalli come rame, oro, carbone, tungsteno, ferro, stagno, zinco, molibdeno e uranio. A questa ricchezza sono pochi privilegiati vicini al governo ad avere accesso, mentre il resto della popolazione vive con meno di due dollari al giorno.
Il nuovo governo dovrà, tra l'altro, decidere sugli accordi con società estere ansiose di sfruttare queste grandi risorse, in particolare dei giacimenti di rame e oro di Oyu Tolgoi, nel deserto del Gobi, che da soli potrebbero far crescere il Pil del 34%. Una ricchezza che finora poco ha riguardato la gran parte dei quasi tre milioni di mongoli più attivi nella borsa del bestiame che in quella dei minerali che naturalmente rischiano di essere svenduti all'estero. Con quasi il 60% della popolazione con meno di trent'anni, la Mongolia si potrebbe apprestare a vivere grandi cambiamenti ed uno sconosciuto dinamismo economico che potrebbe frenare l'ondata di emigrazioni verso la Corea del Sud, o quantomeno favorire il ritorno di professionalità specializzate. Un futuro in cui l'ingerenza dell'ingombrante Cina con il suo fabbisogno di materie prime per reggere il suo sfrenato sviluppo potrebbe essere eccessivamente vincolante ed insopportabile e potrebbe riaccendere secolari dissapori.
sa. po.