la Bce alza i tassi e i salari diminuisconoAlfonso Gianni
Le argomentazioni della Bri contengono anche un elemento di verità, quello che non si possono ignorare gli incrementi dei prezzi del petrolio e degli alimentari nella valutazione dell'incremento della inflazione. L'inflazione " core ", come la chiamano gli americani, cioè quella sterilizzata dagli aumenti di queste due fondamentali voci è infatti una presa in giro, poiché la loro influenza sulla formazione dei prezzi di generi di larghissimo consumo è fin troppo evidente. In effetti il barile di petrolio è arrivato a 143 dollari, ma ciò che è più grave è che la velocità della crescita del suo prezzo ha superato tutte le previsioni. Paolo Scaroni, l'Ad dell'Eni, che del problema se ne intende, prevede già lo sfondamento dei 200 dollari a barile. Ma queste considerazioni non autorizzano una impostazione di politica monetaria ed economica così restrittiva e deflativa.
Tanto più che le reazioni a questa manifesta intenzione al rialzo dei tassi non si sono fatte attendere. Leader politici di Francia, Germania e Spagna, come si vede paesi con governi di diverso colore politico, hanno apertamente dichiarato la loro contrarietà. Più imbarazzati gli italiani che, quando si arriva al dunque, si accodano sempre alle decisioni europee. Più coraggioso è stato Marchionne che, preoccupato, e non a caso, della flessione di mercato in campo automobilistico, ha dichiarato che un aumento del costo del denaro non fa bene alla ripresa industriale. Dal canto loro i fatidici mercati non sono stati a guardare e le Borse europee, all'antivigilia della riunione della Bce, passano un altro martedì nero, bruciando circa 148 miliardi di euro, mentre invece Wall Street tiene botta.
Intanto il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ci fa sapere ciò che già ampiamente conoscevamo e cioè che «stipendi e salari perdono potere d'acquisto e la tranquillità dei risparmi è minacciata», salvo però ribadire subito che non si può criticare il rialzo dei tassi di interesse, rivelando l'esistenza di una sostanziale complicità tra i grandi poteri finanziari, ma soprattutto schierandosi apertamente dalla parte di chi ritiene l'aumento dell'inflazione il principale problema che l'Europa avrebbe di fronte. Quando Mario Draghi venne chiamato a sostituire Fazio a capo della Banca d'Italia, scrissi su questo giornale che si trattava dell'uomo sbagliato al posto giusto. Confermo. In quella posizione si potrebbe svolgere ben altro ruolo e ben diversa politica. Ma al di là delle chiacchiere ad effetto, anche la politica del governo di centrodestra e della massima istituzione bancaria non fuoriescono dalla logica deflativa che in Europa imperversa da molti anni.
Dal canto suo Giulio Tremonti considera il ruolo del Financial stability forum , l'organismo presieduto proprio da Draghi, che ha recentemente avanzato delle proposte di riforma in campo monetario, come quello di un topo messo a guardia del formaggio. Secondo il ministro dell'economia ci vorrebbero ben altre misure, cioè le sue, per battere la speculazione, da lui stesso definita la «peste del principio del secolo». Ma quando si arriva alle proposte concrete le idee si fanno molto più sfocate. La "Robin tax", cioè la tassazione sui guadagni dei petrolieri quando vendono le riserve petrolifere, appare come il topolino, tanto per stare in tema, partorito dalla montagna. Ma soprattutto rischia di scaricarsi, come è stato da più parti osservato - ieri dalla Corte dei Conti - sui prezzi dei carburanti al consumatore. L'unica tassa che sia stata pensata in modo specifico per combattere la speculazione - che, si prova da tempo a spiegare a Tremonti, non data dall'inizio di questo secolo, ma è assai più vecchiotta - è la Tobin tax, ideata più di quaranta anni fa dal premio Nobel James Tobin, che impone una aliquota minima su tutte le transazioni di capitale a scopo speculativo. Ma questo governo, e anche il precedente per la verità, di questa tassa non vuole sentire parlare. Naturalmente in sintonia con la Banca mondiale, che si pone a vestale dell'assoluta libertà dei movimenti di capitale nell'orbe terracqueo.
Si sta verificando un curioso paradosso. Mentre la società e le istituzioni europee sono assalite da un processo di americanizzazione, che mette in discussione allo stesso tempo il modello sociale e la qualità della democrazia dei paesi europei, la politica finanziaria dei due continenti appare contradditoria e finanche contrapposta, certamente in misura molto superiore di quanto non lo sia stata nel passato. Cercare di capire il perché non è di poco conto. Secondo Jean Paul Fitoussi la risposta è data dalla diversità delle modalità di comando. Secondo l'economista francese, negli Usa vi è un effettivo governo che interviene senza finte remore nelle vicende economiche e particolarmente in quelle finanziarie e dà un indirizzo netto alla politica economica. In Europa invece prevale una logica di governance , ove per essa si intende una sorta di governo allargato dell'economia, di cui fanno parte i poteri finanziari, quelli politici, gli attori dell'economia, i grandi soggetti sociali, fino alle organizzazioni sindacali. Una governance , ci dice Fitoussi, si concentra più sulle modalità che non sulle finalità. L'esito, quasi per forza d'inerzia, è quindi quello di favorire la conservazione delle politiche economiche, anziché l'innovazione.
Probabilmente questa interpretazione non spiega tutti i complessi fenomeni che stanno dietro questa rilevante diversità strategica, Serve, ed è un compito che la sinistra dovrebbe darsi, capire meglio le tendenze strutturali in atto in questo periodo di transizione del capitalismo. Non si tratta solo di uno spostamento geografico del baricentro del sistema economico mondiale, che dagli Usa va verso l'estremo oriente bypassando l'Europa, ma proprio della crisi delle dottrine e delle pratiche neoliberiste che nel mondo si sono affermate anche grazie a politiche deflative e di riduzione del valore reale dei salari. Per affossarle definitivamente e per impedire che se ne esca da destra, bisogna che la sinistra in Europa alzi contemporaneamente la bandiera dell'aumento delle retribuzioni, della critica ai vincoli di Maastricht, di una politica economica espansiva indirizzata a un nuovo tipo di sviluppo capace di rispondere a nuovi e maturi bisogni.
03/07/2008