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Discussione: Relativismo

  1. #21
    Britney National Party
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    la realtà non è oggettiva...siamo noi che la logicizziamo...le leggi scientifiche non sono eterne.

  2. #22
    Enten Eller
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    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Ti riferisci a tale affermazione di Spengler?

    « Ogni cultura ha il suo proprio criterio, la cui validità comincia e finisce con esso. Non vi è alcuna morale umana universale »
    Occorre però distinguere tra relativismo etico e relativismo culturale

  3. #23
    La nobiltà al bancone
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    Pochi uomini, caratterizzati da un'alta nobiltà d'animo, conoscono la verità.

  4. #24
    TERZO FASCISMO
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    Sì, sono relativista. Sono d'accordo con Spengler qui:

    « Ogni cultura ha il suo proprio criterio, la cui validità comincia e finisce con esso. Non vi è alcuna morale umana universale »
    E con de Benoist qui:
    Citazione Originariamente Scritto da Alain de Benoist
    Ogni teoria nominalista postula che le idee non sono vere se non in quanto incarnate, cioè vissute. Non è questa solo una questione di etica (mettere d'accordo le proprie idee e i propri atti), ma una affermazione di portata molto più generale: non c'è verità al di fuori di ciò che è incarnato; il che, per noi, equivale a dire che non c'è realtà al di fuori del reale. Il nostro "anti-intellettualismo" deriva da questa convinzione che la vita vale sempre più dell'idea che ce ne si fa; che c'è preminenza dell'anima sullo spirito, del carattere sull'intelligenza, della sensibilità sull'intelletto, dell'immagine sul concetto, del mito sulla dottrina.

    Parimenti, è impossibile dimostrare in astratto che un comportamento è preferibile ad un altro. Qualsiasi comportamento può essere preferibile secondo il sistema di valori e i criteri di apprezzamento ai quali ci si riferisce, coscientemente o incoscientemente (se la morte è giudicata peggio di qualsiasi cosa, val meglio disertare che andare a battersi; se invece il disonore è giudicato peggio che la morte, è vero il contrario). Non si può mai dimostrare in assoluto la verità dei postulati sui quali si costruisce un sistema di valori. La si dimostra soltanto a partire da quei postulati, ed a favore esclusivamente di coloro che li ammettono

  5. #25
    Enten Eller
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    Citazione Originariamente Scritto da TifoSelvaggio Visualizza Messaggio
    Pochi uomini, caratterizzati da un'alta nobiltà d'animo, conoscono la verità.
    .

  6. #26
    Nazione e Popolo
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    Elogio del relativismo
    Di Stefano Vaj - Numero 65 del 01/03/2008





    Metafisica e universalismo etico-politico - La scelta nominalista, volontarista e relativista - Le appartenenze, l'identità e la sovranità ridefinite da un progetto epocale.

    Elogio del relativismo




    I relativisti sono alle porte! Non si tratta dei nipotini di Einstein – che del resto relativista in senso filosofico non lo era affatto – ma di quelli che paiono ossessionare gli adepti della political correctness di tutte le sfumature.




    Ora, non vi è nulla di più naturale che qualsiasi tentazione relativista sia sempre stata denunciata da Ratzinger, prima come teologo, ora come pontefice di una chiesa non solo ovviamente monoteista ma dichiaratamente “cattolica”, e cioè universale, il cui avvento ha esattamente significato l’affermazione di una Verità unica, assoluta e metafisicamente fondata rispetto alle molteplici tradizioni preesistenti. Questa idea resta certo inestricabilmente connessa a tutta l’eredità cristiana in senso stretto; ma anche coloro, tra i suoi eredi in senso ampio, che accettano il fatto che “Dio è morto”, se trovano ormai difficile difendere apriorismi teoretici (religiosi o materialistici non importa), continuano tuttavia a credere kantianamente nella universalità della “ragion pratica”, data una volta per tutte, indagabile razionalmente e valevole in ogni tempo per l’intera umanità.




    Ne consegue che chi si situa al di fuori di tale ordine di idee, che trova la sua consacrazione pratica nel modello occidentale, nella religione dei diritti dell’uomo e nell’ordine internazionale della globalizzazione mondialista, può essere solo un barbaro, un pazzo o un criminale – oggi più probabilmente tutte e tre le cose insieme.




    La cultura e la propaganda del Sistema hanno d’altronde difficoltà a conciliare tale immagine “terroristica” con la pretesa secondo cui il relativismo spingerebbe verso un atteggiamento indifferentista, agnostico, nichilista, passivo (1). Questo è un secondo anatema, tanto ricorrente che persino un autore come Giovanni Damiano sente il bisogno, in un libro eccellente pur intitolato Elogio delle differenze (2) di schermirsi dalla possibile accusa appunto di “relativismo”.




    Che il relativismo conduca all’assunzione di un atteggiamento passivo ed indifferentista non ha invece proprio nulla di necessario. Riconoscere che la “cultura” o i “valori” o le “verità” di un altro possano (per lui) essere validi quanto i miei (e che in ogni modo non esiste modo per convincerlo di essere “in errore”), non significa affatto considerarli intercambiabili. Il relativo ben può funzionare come assoluto per le persone cui appunto si riferisce - o meglio che ad esso si riferiscono. I valori ed interessi del gruppo cui appartengo, la mia cultura, la mia identità, per "arbitrari" che siano, restano infatti nondimeno i miei. E questa per tutta la storia dell’umanità ha costituito una ragione sufficiente per combattere per essi, sino al sacrificio personale, senza bisogno di alcuna garanzia metafisica o "scientifica" di essere dalla parte del Bene e del Progresso, consolazioni necessarie unicamente ad un’epoca intrisa di decadenza come la nostra (3).




    Viceversa, l’idea - del tutto moderna - di una Tradizione unica, con l’iniziale maiuscola, di cui le tradizioni concrete e radicate in popoli e culture specifici non rappresenterebbero che epifenomeni contingenti e secondari, resta invece totalmente rinchiusa nell’universalismo che di tale decadenza è la matrice ultima. Tale idea confonde tra l’altro la somiglianza tra fenomeni analoghi, ovvero che assumono lo stesso significato e ruolo in civiltà diverse (ad esempio, i rispettivi “eroi fondatori” di culture del tutto diverse), e fenomeni omologhi, ovvero che appartengono alla irriducibile specificità della medesima cultura - pur essendo magari rispettivamente marcati da una fase espansiva e da una fase recessiva, dalla “salute” e dalla “decrepitudine”, dalla gioia e dall’orgoglio della creazione da un lato e dalla vigliaccheria della rinuncia dall'altro.




    Su questa linea, Guénon (che non a caso finì per convertirsi al monoteismo, in variante islamica), si è spinto a scrivere: «L’origine della Tradizione è ‘non-umana’ come la metafisica stessa. [...] Le dottrine di quest’ordine non apparvero in questo o quel momento della storia dell’umanità. [...] La verità metafisica è eterna: proprio per questa ragione vi sono sono sempre stati degli esseri che hanno potuto realmente e totalmente conoscerla. Solamente le forme esteriori e i mezzi contingenti possono cambiare [...] e questo cambiamento non è che un semplice adattamento a tali o tal’altre circostanze particolari, quali le condizioni speciali di una razza o di una determinata epoca [corsivo nostro]. Da ciò procede la molteplicità delle forme; ma da questa molteplicità il fondo della dottrina non viene per nulla modificato o affetto, così come l’unità o l’identità essenziali dell’essere non vengono alterate dalla molteplicità degli stati di manifestazione» (4).


    Per chi si ponga al di fuori ed al di là della dialettica “conservazione-progresso” che queste posizioni presuppongono, non sembra difficile riconoscere come esse non solo condannino ad una posizione genericamente e puramente reazionaria, ma non rappresentino altro che un avatar “a segno invertito” dello stesso spirito che nutre l’illuminismo, l’hegelismo, il marxismo, fino alla scuola di Francoforte ed ai cosiddetti “nouveaux philosophes” come André Glucksmann o Bernard-Henri Lévy. Sino che si resta in tale ambito non si esce infatti dalla prospettiva secondo cui i popoli, le identità, le specificità si ridurrebbero a “sovrastrutture” marxiane, a “semplici” contingenze, insignificanti, ed in fondo mistificanti rispetto all’“essenziale”.




    Non più la vera ricchezza del genere umano, non l’orgoglio di un’appartenenza, ma al meglio una prosaica declinazione occasionale di principi assoluti, le differenze e il principio agonale che ne deriva sono guardati con sospetto. Nello stesso spirito, una sola lingua, una sola religione (o la tolleranza per mille confessioni irrilevanti su un substrato fondamentalmente agnostico...) ben possono comunque essere chiamate a presiedere ad una nuova Età dell’Oro, in cui finalmente la maledizione della Torre di Babele avrà fine, e trionferà una qualche idea di giustizia cosmica, progressiva o recessiva che sia, ma in ogni caso di matrice essenzialmente biblica e neoplatonica.




    Ma scivoloni nella medesima direzione avvengono dalle direzioni più impensate. Alain de Benoist, già apologeta proprio di quello che qui chiamiamo “relativismo” in un famoso articolo della fine degli anni settanta (5), scrive oggi, in un libro pur volto alla critica del giusnaturalismo (6): «Ci si domanda talora ciò che l’Europa ha apportato al mondo, ciò che la specifica in proprio. La migliore risposta è forse questa: la nozione di obbiettività. Tutto il resto ne discende: l’idea di persona e della libertà della persona, il bene comune in quanto distinto dalle utilità particolari, la giustizia come ricerca dell’equità (ovvero il contrario della vendetta), l’etica della scienza e il rispetto dei dati empirici, il pensiero filosofico in quanto si emancipa dalla credenza e consacra il potere del pensatore a pensare il mondo e ad interrogare la verità tramite se stesso, lo spirito di distanza e la capacità autocritica, la capacità dialogica, la nozione stessa di verità».




    Vi sarebbe invero da discutere su vari di tali elementi, sia quanto al fatto che costituiscano un apporto positivo ed insuperabile, sia quanto al fatto che costituiscano una caratteristica identificante di tutta e solo la specificità europea - era ad esempio proprio Alain de Benoist a sottolineare come un’idea di “persona” astratta dalle appartenenze concrete dell’individuo sia un’idea la cui matrice ultima è biblica, e per nulla affatto europea (7). Ma soprattutto, ammesso e non concesso che tale discorso sia descrittivamente valido, emerge comunque una sua contraddittorietà intrinseca: come può essere “obbiettiva” ed “universale” un’“obbiettività” che si sostiene essere appunto il portato di una civiltà specifica, quella europea? Perché mai tale pretesa “obbiettività” dovrebbe essere riconosciuta come tale o generalmente accettata al di fuori della sua (supposta) sfera culturale di provenienza? Cosa troviamo del resto di “obbiettivo” in Occidente, al di fuori della velleità contemporanea delle ideologie egualitarie di ricomporre i loro conflitti nella sintesi post-ideologica, “scientifica” profetizzata da Giorgio Locchi e che celebra oggi i suoi fasti appunto nella religione dei diritti dell'uomo (?




    In realtà, dopo Nietzsche e Spengler, è difficile non riconoscere che questi vecchi miti, dalla finzione di una Ragione universale sino alla certezza kantiana del «cielo stellato sopra di me e della legge morale dentro di me», sono usurati sino all’osso, e possono essere mantenuti unicamente mediante una repressione costante verso l’interno, e mediante l’imposizione verso l’esterno di un progetto di omogeneizzazione planetaria da condurre sino alla definitiva uscita dell’umanità dalla storia (9). Sempre Nietzsche ci insegna che il nichilismo “passivo” che abbiamo visto addebitato al relativismo non può certo essere superato attraverso ritorni al passato, o attardandosi nelle sue fasi meno radicali; ma solo mediante l’assunzione volontaristica e deliberata di una eredità, di un’identità e di un progetto collettivo che possano restituire un futuro alla propria comunità di appartenenza ed un senso alle nostre vite. Non a caso, un sinonimo, forse filosoficamente più corretto, di relativismo, è appunto quello di volontarismo; e, come diceva Guglielmo d'Orange, "ove vi è una volontà, là vi è una via".




    Ancora pochi decenni fa, si usava dire: “Right or wrong, my country”. Resta naturalmente da vedere quale sia il proprio “paese” - nulla impone di offrire i propri servigi ad una cricca di traditori mantenuti al potere da una potenza straniera, ad esempio; e altre comunità, di stampo ideale, etnico o religioso ben possono competere con Stati-nazione un po’ sfiatati del tipo che abbiamo conosciuto negli ultimi quattro o cinque secoli (nella mitteleuropa, del resto, da molto meno tempo). Ma la formula non vuole affatto dire, come ha preteso qualcuno, che in fin dei conti esista un criterio di “giusto” o “sbagliato” che trascende gli interessi e gli ideali della propria comunità di appartenenza, per cui in fondo "anche il mio paese potrebbe essere nel torto". Indica piuttosto l'oscura consapevolezza che la politica, il livello cui avviene schmittianamente la definizione di “amico” e “nemico”, finisce appunto per relativizzare tutti gli altri criteri di giudizio. Riconoscimento in cui si iscrive, tra l’altro, anche il preteso “machiavellismo” fascista - che non ha avuto bisogno se non in via del tutto secondaria di ricorrere, per giustificare la propria azione, agli stilemi della propaganda liberale e comunista in termini di "beneficio per l’umanità" o di "conformità al senso della storia" (10).




    Tutto ciò del resto non è particolarmente “spietato” o “cattivo”. Una visione relativista e nominalista non soffre ad esempio di xenofobia patologica, e può permettersi di essere curiosa dei punti di vista altrui, e rispettare od ammirare gli Altri, che non sono in quanto tali né infedeli, né reazionari, né peccatori. Viceversa, il relativismo non impone affatto né di arrendersi alle loro ragioni, certo non migliori delle nostre; né di tollerare a casa nostra ciò che dal nostro punto di vista è intollerabile; né tanto meno di annullare la nostra identità in un “abbraccio ecumenico” con essi. In particolare, il relativismo, pur riconoscendo che la Storia è la storia di una trama di conflitti, e che i popoli come le civiltà nascono e muoiono (e nel frattempo competono tra loro), non implica affatto un’esigenza metafisica che gli Altri, tutti gli altri, vengano al più presto distrutti o convertiti.




    Contro chi sostiene che tutti gli uomini siano uguali, ma che alcuni uomini siano “più uguali degli altri”, e che perciò la loro razza e civilizzazione abbiano un diritto-dovere di assorbire ed omologare il resto dell’umanità, essere relativisti significa ritenere che le razze e le culture non siano affatto uguali, ma siano tutte superiori ad ogni altra – ciascuna dalla propria irriducibile prospettiva, che non può certo aspettarsi di veder universalmente condivisa. L'idea che si insinua anche nel Faye di La colonisation de l'Europe (11) secondo cui esisterebbero criteri e scale generali di confronto tra civiltà (foss'anche avanzata come puro escamotage tattico per restituire agli europei coscienza ed orgoglio di sé) appare invece pericolosa, perché suscettibile di sfociare facilmente nell'idea che esista un unico modello da imitare, e che la medesima scala... vada salita da tutti. Ora, una visione relativista è viceversa consapevole che qualsiasi progetto “umanitario” di assimilazione, integrazione e conversione comporta non solo come è ovvio la distruzione dell’identità altrui, ma l’annacquamento e l’adulterazione della propria – cosa che del resto l’universalista vede di solito con favore, come una sorta di “purificazione” o "arricchimento".




    Parimenti, l’etnocentrismo relativista non ha alcuna difficoltà ad accettare il fatto che altri popoli possano darsi gli ordinamenti che credono – per tanto che non rendano necessario difendere contro di essi la nostra capacità pratica di fare altrettanto. Il diritto, in particolare, viene ricondotto non ad una notarizzazione, magari tramite gli stanchi riti di una “democrazia parlamentare” da operetta, di preesistenti ed intoccabili principi giusnaturalisti (la “libertà della persona umana”, etc.); ma riconosciuto - sulla falsariga di von Savigny - come specifico prodotto del Volkgeist, dello spirito creativo di una data comunità storica culturalmente individuata e politicamente organizzata.




    Ancora, per quanto una soggettività collettiva non abbia evidentemente altro senso se non quello di volersi mantenere ed affermare rispetto a tutte le altre, la molteplicità e le differenze ne vengono in questa prospettiva “ontologicamente” garantite, dal momento stesso che non avrebbe significato parlare di relatività delle prospettive se non in rapporto ad una pluralità di osservatori e ad una contrapposizione polemica tra di essi. Il senso del tragico che caratterizza le posizioni identitarie, almeno in Europa, si potrebbe anzi dire che richieda l’Altro-da-sé, come sfida ed elemento estraneo con cui confrontarsi e scontrarsi, ed anche – perché no? - reciprocamente fecondarsi. Senza tale alterità, non esiste come è ovvio neppure identità collettiva, che è ciò che rende uno Tizio e Caio, sulla base di ciò che essi hanno in comune rispetto a Sempronio, e che inevitabilmente esclude quest'ultimo in quanto per definizione estraneo all'identità suddetta.




    Non saremo certo noi a negare che anche tale aspetto di “comunanza” presenta un elemento irriducibile di arbitrarietà, legato appunto alla prospettiva “relativa” ed heisenberghiana di qualsiasi soggetto storico (come nota Locchi, il fatto di essere eredi di Noè e di Abramo, oppure di Enea, Licurgo e Sigfrido è frutto di prospettive che diventano “vere” solo nella loro concreta attuazione storica): radici comuni vengono innanzitutto definite da un destino comune; ed il passato, la "storia", il lignaggio cui si sceglie di appartenere non è in fondo che l’immagine di sé che un movimento, un popolo, una civiltà si danno in funzione dell’avvenire che si vogliono creare.




    D’altronde, la negazione o la disenfatizzazione dell’elemento propriamente identitario finisce sempre per condurre in quelle che vanno a nostro avviso considerate come ambiguità pericolose. Scrive ad esempio Tiberio Graziani: «Se nel campo della ricerca inerente le esperienze religiose si è potuto parlare della "unità trascendente delle religioni", come magistralmente investigato da F. Schuon, al fine di individuare e meglio comprendere i diversi processi o vie, per l’appunto "religiosi", che, riflettendo e facendo perno sulle singole specificità (spirituali, culturali, etniche, psicoantropologiche dei differenti popoli e delle singole persone), permettono agli individui una maggiore integrazione con l’universo e conducono inoltre ad un maggior grado di comprensione di quelle che siamo usi definire, con approssimazione, verità metafisiche, parimenti ed analogamente, nel dominio della ricerca politica ed a suo fondamento, in particolare quando è rivolta ad indagare i rapporti fra popolazioni differenti per cultura ed etnia, è utile riflettere sulla "unità spirituale delle culture" al fine di definire i criteri e le opportune prassi da adottare per la realizzazione di una autentica ed armonica convivenza tra i vari popoli, basata sulla salvaguardia delle loro molteplici identità e, soprattutto – dal particolare punto di vista della geopolitica - sulla loro appartenenza ad un comune destino, forgiatosi, nelle varie epoche storiche, a partire dalle loro specifiche posizioni geografiche e dalle singole volontà che, nello stesso spazio, si sono politicamente espresse, sovente più conflittualmente che pacificamente” (12).




    Questa citazione è estratta dal contesto di un saggio in cui viene certo variamente qualificata e ridimensionata, in particolare introducendo argomenti che paiono militare in senso opposto, ma il suo significato letterale resta. E, a parere di chi scrive, l’esistenza di una fondamentale “unità spirituale delle culture” (nonché del resto di una “unità trascendentale delle religioni”, magari religioni materialiste comprese!), così come di un loro “comune destino”, è esattamente il presupposto su cui si fonda l’ordine mondialista che oggi ci opprime.




    L’idea che i conflitti possano e debbano risolti sulla base di un ordinamento sovraordinato che ignori le sovranità popolari a vantaggio di principi pretesamente razionali ed universali; che le tradizioni e comunità locali siano solo provvisori supporti nell’avvicinamento degli individui (e loro tramite dell’umanità) a Verità metafisiche e convergenti; e che infine solo in tale contesto ne sia giustificata l’eventuale sopravvivenza, rende la menzione della “salvaguardia delle diversità” poco più di un lip service, un omaggio puramente verbale, alle reazioni oggi in atto contro la globalizzazione. Non solo. Tutto ciò consente naturalmente di “definire criteri” e stabilire gerarchie in funzione del grado di “vicinanza” a tale “unità”, o della “consapevolezza” di tale unità stessa, rispetto a cui si ripropone il problema dei “primitivi” o degli “infedeli” da “convertire” ad un Verbo universale, così da poter instaurare l'era della "autentica ed armonica convivenza".




    In effetti, tale approccio rischia di sostituire unicamente la dialettica della posizione geografica alla dialettica degli interessi economici (che è l'unica oggi riconosciuta ed accettata dalla corrente dominante del Sistema), ma con un'identica funzione di meccanismo pseudo-concorrenziale, in sé conchiuso, che ignora la libertà storica dell’uomo e che è chiamato a cooperare nella restituzione del paradiso terrestre della “autentica ed armonica convivenza tra i popoli” – per tanto che agli stessi sia “folcloristicamente” consentito di sopravvivere, pur nella loro fondamentale “unità spirituale”, e sempre che essi accettino debitamente di “riconoscerla”.




    Come è stato notato, anche nella migliore delle ipotesi, ciò porta ad un’eccessiva ed astratta disinvoltura nel soppesamento della prossimità etnica (culturale, linguistica e razziale) come elemento nella costituzione pratica di grandi identità collettive: e in effetti, se esistesse davvero una “unità spirituale” di tutte le culture e di tutti i popoli, quale criterio mai dovrebbe esservi sovraordinato se non i dati “obbiettivi” dell’interesse economico, della posizione spaziale o della configurazione degli oceani e delle terre emerse?




    In realtà, di “grandi identità collettive” non si può a nostro avviso affatto parlare ove tali identità non si pongano come progetto anche quello di costituirsi in (o, se si preferisce, far rinascere) civiltà originali, che siano misura a se stesse, e che osino opporre alla visione di un’umanità unitaria ed ugualizzata la volontà di destino e la prospettiva dei popoli chiamati ad esprimerle. In altri termini, che, come i nostri antenati più lontani, sappiano affermare la propria verità con forza sufficiente ad imprimere nella storia l’orgoglio titanico di una specificità irripetibile.




    Stefano Vaj

    1A proposito della critica nietzschana del concetto di una Verità, morale o epistemologica, di portata universale, critica che non porta certo ad un indifferentismo passivo, bensì a conclusioni per definizione sovrumaniste, cfr. Francesco Boco, "Nietzsche e la critica della verità", in Letteratura-Tradizione n. 39 del luglio 2006.

    2Giovanni Damiano, Elogio delle differenze, Edizioni di Ar, Padova 1999.

    3Mentre ad esempio il "nazionalismo" o l'"etnoregionalismo" tendono a vedere la comunità di riferimento come portatrice anche di un qualche messaggio speciale rispetto al resto del mondo, nessuno in tali prospettive pensa veramente che chi a tale comunità è esterno dovrebbe "convertirsi", sforzarsi di scimmiottarla, o tradire la propria; e sino al trionfo moderno dell'universalismo era implicitamente ammesso ed accettato anche dal più feroce nazionalista che analoghi sentimenti potessero essere da altri nutriti nei confronti della loro comunità di riferimento.

    4Rivista di studi tradizionali, n. 44, pag. 20.

    5Alain de Benoist, "L’idea nominalista", in italiano pubblicato per la prima volta in l'Uomo libero n. 7 del luglio 1981, e poi ripreso in Le idee a posto, LEdE-Akropolis 1983.

    6Alain de Benoist, Al di là dei diritti dell’uomo, Settimo Sigillo, Roma 2004.

    7Alain de Benoist, Come si può essere pagani, Basaia Editore, Roma 1984.

    8Vedi più estesamente sull'argomento quanto già scritto in Stefano Vaj, Indagine sui diritti dell'uomo. Genealogia di una morale, LEdE, Roma 1985, oggi online a http://www.dirittidelluomo.com

    9Cfr. Giorgio Locchi, "Il senso della storia", in l'Uomo libero n. 11 del luglio 1982.

    10La cosa non è del resto estranea alla fondazione apertamente relativista, nel senso del termine qui adottato, dal fascismo europeo della prima metà del novecento, come ha messo in luce in particolare per la rivoluzione italiana Adriano Tilgher in Relativisti contemporanei, Firenze 1944, largamente citato a questo proposito da Emilio Gentile in Le origini dell'ideologia fascista, Laterza, Bari 1975, pagg. 229 e segg. Gli stessi concetti, apertamente machiavellici, fatti propri da Mussolini nell'intervista a Emil Ludwig (Colloqui con Mussolini, ult. ed. Mondadori, Milano 2001) al di là di ogni opportunismo "benpensante", sono ripresi in modo ancora più radicale nel libro di Hermann Rauschning Gespräche mit Hitler (Colloqui con Hitler, ult. ed. italiana Tre Editori, Roma 1996), che attribuisce al capo della Germania nazionalista le seguenti affermazioni: "Non esiste la Verità, né in senso scientifico né in senso morale... Sta sorgendo una nuova era di interpretazione magica del mondo, un'interpretazione che scaturisce dalla volontà e non dal sapere".

    11 Guillaume Faye, La colonisation de l'Europe. Discours vrai sur l'immigration et l'Islam, L'Aencre, Parigi 2000.

    12 Tiberio Graziani, "L'unità, salvaguardia delle diversità", in Eurasia del 4 Aprile 2005

    link http://www.italiasociale.org/cultura...a310108-1.html

  7. #27
    SMF
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    Citazione Originariamente Scritto da Perseo Visualizza Messaggio
    La realtà è oggettiva, le leggi scientifiche sono oggettive. Come dire che la gravità, la termodinamica e altre cose del genere funzionano allo stesso modo per tutti.
    Quindi dall'oggettività della realtà deriva anche quella della verità.
    Il relativismo è una cosa priva di fondamento, inventata dai massoni per distaccarci dai nostri doveri e farci credere di avere dei diritti, ben sapendo che gli uomini intossicati da questa dottrina si sarebbero rivolti solo ai loro comodi e avrebbero smesso di fare figli.
    Il relativismo insomma è il primo passo verso l'estinzione della razza bianca, da sempre uno degli scopi della massoneria.
    In realtà il relativismo esiste dai tempi degli Antichi Greci, quando ancora la massoneria non era stata neanche concepita.
    Il punto è che col relativismo s'è destinati a finire in un vicolo cieco: dicendo che non esiste alcuna verità assoluta e che pertanto l'uomo, o chi per esso, è misura di tutte le cose si afferma a sua volta una verità assoluta.
    La verità è che non esiste alcuna verità? Questo è un dogma tanto quanto quello della Santissima Trinità.
    Platone giustamente diceva che non era l'uomo a dover misurare la verità. E' la verità che misura l'uomo.

  8. #28
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    L'uomo dice che la verità è relativa perchè chiama verità i suoi molteplici errori

  9. #29
    TERZO FASCISMO
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    Benito Mussolini, Relativismo e fascismo



    (Da il Popolo d'Italia, n. 279, 22 novembre 1921, VIII)

    A pagina 62 del suo esauriente libretto sui "relativisti contemporanei", Adriano Tilgher così e troppo rapidamente accenna al movimento fascista:



    Sotto i nostri occhi abbiamo visto in Italia, nell'improvviso venir meno dell'autorità statale sotto l'assalto proletario, insorgere il moto fascista, proclamante che lo Stato non "è", ma di volta in volta si fa da quelli che credono in esso e lo vogliono. Il fascismo non è che l'assoluto attivismo trapiantato nel terreno della politica.


    La definizione è esattissima. Con questa affermazione, Adriano Tilgher immette il fascismo nel solco delle più grandi filosofie contemporanee: quelle della relatività. Se il Tilgher avesse seguito da vicino, quotidianamente, l'opera del fascismo, avesse notato le fasi di sviluppo del movimento e i suoi principi direttivi, dico senza immodestia ch'egli mi avrebbe collocato fra i relativisti, se non teoretici, almeno pratici.
    In Germania, il relativismo è un'audacissima e demolitrice costruzione teoretica (forse la rivincita filosofica della Germania, che potrebbe annunciare quella militare?); in Italia, è solo un fatto. Il fascismo è stato un movimento super-relativista perché non ha mai cercato di dare una veste definitiva "programmatica" ai suoi complessi e potenti stati d'animo, ma ha proceduto per intuizioni e frammenti, di cui si trovano documenti in questo giornale. Tutto ciò che io ho detto e fatto in questi ultimi tempi, è relativismo per "intuizione". Se, difatti, per relativismo deve intendersi la fine dello scientismo, il tramonto del mito "scienza", intesa come scopritrice di verità assolute, io posso vantarmi di aver applicato questo criterio nell'esame del fenomeno socialista. In un discorso da me pronunciato a Bologna il 3 aprile del 1921, io dicevo che "niente al mondo era più grottesco che chiamare scientifico il socialismo"; e più tardi, dopo aver negato ogni verità alle dottrine scure, incoerenti del socialismo, negavo ogni carattere di fatalità all'avvento del socialismo stesso.
    Che i socialisti credettero per i più svariati motivi nella verità e nella fatalità del socialismo, è affare che riguarda loro, ma bisognava opporsi a che la fede in questa verità e fatalità oltrepassasse la cerchia degli adepti a quella chiesa. Bisognava insomma creare un'antiverità e un'antifatalità rispetto al socialismo.
    Fra queste due forze, il successo è giudice ed ha giudicato. I socialisti che credono in una verità in sé del socialismo, ad una fatalità ineluttabile del socialismo, sono pochi, anche se si vergognano di confessarlo. Niente prova che il capitalismo, col tipo di civiltà che da esso prende forma, debba necessariamente sboccare nel socialismo. Questa successione, che si pretenderebbe naturale e logica, è invece puramente arbitraria: la critica relativistica ha fatto tabula rasa di questa mentalità storicista e democratica, per cui la storia sarebbe "scontata" sempre in anticipo e si saprebbe sempre dove gli uomini e le società vanno a finire.
    Si credeva, ad esempio, che la guerra dovesse sboccare nella rivoluzione. E' probabile il viceversa. I rivolgimenti politici che abbiamo vissuto, possono costituire in realtà l'inizio di una grande restaurazione. Col processo al "cittadino", si fa il processo al secolo XIX. Non è detto che sia imminente un periodo di maggiori libertà, di maggiore democrazia con relativi suffragettismi. E' possibile che i prossimi decenni vedano la fine ingloriosa di tutte le cosiddette conquiste democratiche. Dal governo dei molti e di tutti, ideale estremo delle democrazia, è probabile che si torni al governo dei pochi o di uno solo. Nell'economia, l'esperimento del governo dei molti o di tutti è già fallito. In russia si è tornati ai dittatori di fabbrica. La politica non può tardare a seguire l'economia. Non vedo chiaro circa la sorte del suffragio universale e relativi amminnicoli proporzionalistici. Fra poco sarà "vecchio gioco". Gli uomini avranno forse vaghezza di un dittatore.
    Se per relativismo deve intendersi il dispregio per le categorie fisse, per gli uomini che si credono portatori di una realtà obiettiva immortale, per gli statici che si adagiano, invece che tormentarsi a rinnovare incessantemente. Per quelli che si vantano di essere sempre uguali a se stessi, niente è più relativistico della mentalità e dell'attività fascista. Se relativismo e mobilismo universale si equivalgono, noi fascisti, che abbiamo sempre manifestato la nostra spregiudicata strafottenza davanti ai nominalismi sui quali s'inchiodano, come pipistrelli alle travi, i bigotti degli altri partiti; noi, che abbiamo avuto il coraggio di mandare in frantumi tutte le categorie politiche tradizionali e di dirci a volta a volta aristocratici e democratici, rivoluzionari e reazionari, proletari e antiproletari, pacifisti e antipacifisti, noi siamo veramente i relativisti per eccellenza e la nostra azione si richiama direttamente ai più attuali movimenti dello spirito europeo.
    La nostra ripugnanza a costringerci ad un programma, pur coll?intesa che più di un programma si tratta di semplici punti di vista di riferimento e di un orientamento, la nostra posizione di agnosticismo di fronte al regime, l'aver tolto agli altri partiti ciò che ci piace e ci giova e l'aver respinto quello che non ci garba e ci nuoce, il deridere che facciamo su tutte le ipoteche socialiste e comunistiche sul misterioso futuro, costituiscono altrettante documentazioni della nostra mentalità relativistica. Ci basta di avere, per muoverci, un punto di riferimento: la nazione. Tutto il resto cammina da sé.
    Nel relativismo "alla vita e all'azione" viene riconosciuta - dice Tilgher - una supremazia assoluta sulla intelligenza.

    Dall'equivalersi di tutte le opinioni, lo scettico antico deduceva che, dunque, la sola cosa da fare era di rinunciare a giudicare e ad agire. Dall'equivalersi di tutte le ideologie, tutte egualmente finzioni, il relativismo moderno deduce che, dunque, ciascuna ha il diritto di crearsi la sua e di imporla con tutta l'energia di cui è capace. Il formidabile movimento odierno che dallo storicismo svolge il relativismo e lo scetticismo universale è, dunque, nient'altro che lo sforzo che le forze profonde della vita, nuove e perciò rivoluzionarie, compresse dalla ideologia storicista dominante, divinizzatrice del passato, e, in nome di esso, negatrice dell'avvenire, fanno per scrollare il ferreo giogo ed aprirsi il varco alla luce.

    Il fenomeno fascista italiano deve apparire a Tilgher come la più alta e interessante manifestazione della filosofia relativistica; e se, come il Wahinger afferma, il relativismo si riannoda a Nietzsche e al suo Willen zur Macht, il fascismo italiano è stato ed è la più formidabile creazione di una "volontà di potenza" individuale e nazionale.

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    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Al di là di un discorso di superiorità-inferiorità, ci sono dei dati di fatto che non si posso negare.
    E' nell'indole dell'uomo ariano europeo la volontà di potenza e di dominio? E' nell'indole della civiltà ariana il coniugare la bellezza esteriore con la bellezza interiore, in quanto la prima è un riflesso esterno della seconda?
    Sì, è un dato oggettivo, non astratto ma concreto.
    Si ritiene che esso sia un "valore", ossia sia un tratto distintivo, in senso positivo, dell'uomo di razza arya rispetto all'uomo di razza, esempio, camita?
    Sì.
    Ma allora così facendo si esce dalla logica "relativista" che vuole ogni "verità" uguale all'altra perchè non esiste alcuna verità: in primis perchè così facendo già si afferma una verità, in secundis perchè ritenendo una determinata visione del mondo valida si dà un giudizio che si ritiene giusto e reale, non relativo.
    I valori che tu elenchi sono propri della civiltà europea nella sua espressione più alta. Personalmente sono fiero della mia civiltà, ed avvertirò sempre come estranei a me i principi che guidano le altre civiltà. Ma possiamo ritenerli universalmente validi? Possiamo pensare di dover educare le altre civiltà ai nostri valori? Questo problema assume una rilevanza fondamentale nel momento in cui ci troviamo di fronte all'assalto mondialista, che vorrebbe estendere all'intero gloho una civiltà fondata sui principi, supposti universali, della democrazia, del mercato e dei diritti umani.

 

 
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