OMNIA SUNT COMMUNIA
Ricevo e pubblico
Quando i romeni fanno il Made in Italy
MARCHIO DI ORIGINE IL FASHION DEL DOMINIOdi Ferruccio GambinoIn un saggio la crescente colonizzazione della Romania da parte del «made in Italy».
Le frontiere mobili dei brand tra superlavoro e salari in picchiata per difendere uno status symbol minacciato dalle contraffazioni
Quali sono i guai dell'Italia che si scaricano sui romeni? A séguito del recente e perdurante ciclo di paranoia antiromena, i pochi commentatori meglio intenzionati hanno abbozzato un elenco dei disagi e delle frustrazioni che si esprimono nell'avversione all'immigrazione dall'Europa sud-orientale. Pochissimi sono andati a osservare le
attività degli italiani in Romania e le conseguenze sociali delle loro operazioni.
Il nuovo libro di Veronica Redini affronta la questione e va oltre, aprendo nuove prospettive sull'invisibilità sociale e sui rapporti sociali che l'Occidente impone o contratta nei suoi traffici (Frontiere del made in Italy, ombre corte, euro 15).
L'autrice rende conto «di un percorso etnografico che si è svolto a varie riprese tra il 1999 e il 2007 in due città romene, quella di Cluj-Napoca prima e di Timisoara poi» tra camici blu romeni, affaristi italiani, fungaie di capannoni in aperta campagna, voli aerei durante i quali si mutano non soltanto vestiti ma anche immagini di sé e visioni del mondo.
Leggendo il volume si è continuamente sollecitati a fare i conti con l'Italia fuori dall'Italia e in particolare con i rapporti di lavoro che negli scorsi vent'anni il capitalismo italiano ha in parte negoziato e in parte imposto sia in Italia sia nei paesi euro-orientali, dove il comando euro-occidentale sperimenta una certa espansione.
La peculiarità del comando italiano in Romania non consiste tanto nel «made in Italy» e nell'aura che lo avvolge quanto nella penetrazione diffusa e nell'accaparramento di manodopera e beni locali da parte di imprenditori, esperti, tecnici di produzione di provenienza italiana.
Mentre gli imprenditori di altri paesi, quali la Francia e la Germania muovono verso l'Europa sud-orientale con gli ingenti investimenti diretti di grandi aziende, sono ben 16.000 circa le ditte attive a capitale italiano in Romania, addensate perlopiù nell'ovest del paese.
Il cronometro al collo
La varia umanità italiana in Romania, dove primeggiano i veneti, ha stabilito una sua presenza capillare. Per gran parte degli espatriati e dei pendolari è diventata irresistibile la tentazione di far soldi e di condurre una vita più agevole spremendo le cosiddette risorse sociali, economiche ed emotive locali senza dover avventurarsi oltre i 700-800 chilometri. Come organizzare la spremitura non è facile: occorre che i ritmi di lavoro imposti in Romania siano occidentali, ossia stretti, e che il prodotto risulti «made in Italy» agli occhi del consumatore, che i salari rimangano assolutamente «romeni» e che si tenga alla larga lo spettro delle rivendicazioni di chi lavora.
Questa sommaria architettura sociale presenta alcuni effetti di spaesamento e molti attriti. L'autrice mette a fuoco gli uni e gli altri ponendo sotto osservazione il
settore delle calzature. Il clima sociale risulta carico di tensioni, soprattutto in concomitanza con l'espansione economica che la Romania va sperimentando. Le tensioni più
acute riguardano tre campi: i ritmi di lavoro, la distanza messa tra le maestranze romene e le merci che producono e infine la difesa di un «made in Italy» che viene prodotto lontano dallo Stivale.
Sui ritmi di lavoro questo libro contiene pagine memorabili, tali da diradare come nebbia al sole le storie della fine del lavoro seriale.
Secondo un navigato esperto «noi abbiamo ancora il cronometro attaccato al collo!»; e a parere di un altro: «c'è questo impiego di tecnici italiani, perché è il tecnico italiano che deve imprimere il ritmo».
Non soltanto vengono imposti standard dei tempi che si avvicinano sempre più a quelli italiani ma, in qualche caso, trattandosi di manodopera femminile ricattabile, la si blocca alle macchine persino durante la consumazione del pasto. Il divario salariale rispetto all'Italia permette addirittura di produrre con più cura, specialmente
nelle fasi più delicate. È ovvio che una parte degli occupati di ditte italiane in Romania punta a superare le frontiere e a cercare un posto di lavoro in Italia a ritmi analoghi ma con il vantaggio dei salari italiani, un fenomeno che si osserva anche in altre aree euro-orientali nei confronti della Germania e di altri paesi dell'euro.
Consumatori e consumi sono dappertutto evidenti, non altrettanto coloro che vengono consumati nel processo di produzione e distribuzione. Veronica Redini ne porta alla luce le testimonianze partendo dall'analisi del geroglifico sociale della merce, nella fattispecie della calzatura «made in Italy».
Racconta un'imprenditrice italiana in Romania: «Negli anni Novanta (a Vigevano) facevamo solo un lavoro specifico, con roba pregiata.
Pregiata vuol dire che lavoravamo solo rettile, pitone, coccodrillo... è un prodotto per l'America, per gli sceicchi».
Adesso in Romania l'imprenditrice comanda lavoro femminile che produce per un marchio famoso, un marchio che punta alla quantità, ai grandi numeri dei consumatori occidentali, ma soltanto grazie al margine di distinzione (e di prezzo) di una mitica innovazione di prodotto. Si tratta di un «made in Italy» che viene prodotto in Romania e che è destinato esclusivamente ai mercati occidentali.
Qui si apre un gioco di recinzioni mercantili apparentemente italiane e di passe-partout altrettanto apparentemente romeni.
In realtà si tratta di una modalità elementare della vituperata lotta tra le classi sociali che è vecchia almeno quanto il capitalismo: imprenditori che intendono vendere agli abbienti a caro prezzo le merci alle quali le operaie non dovrebbero accedere, pena la svalutazione delle merci medesime; operaie che sono decise a riappropriarsi di beni
creati dalle loro mani.
Si intravvede che le barriere di questo ridicolo doppio corso della moneta cominciano a incrinarsi, poiché, a fronte dei furti di scarpe, la direzione si acconcia a vendere a prezzo ridotto alle operaie una quota della produzione destinata al mercato locale. Sono forse questi i primi segni per le ditte straniere che è bene evitare di prendere sottogamba il consumo interno.
Questo volume, con pochi altri, mostra su quali spalle si regge l'ascesa economica romena e i suoi effetti: donne o uomini ordinari in larga parte sradicati dai territori di origine dalla vecchia nomenklatura e dalla nuova democrazia, costretti o a sottostare ai dettami e al regime salariale dei nuovi signori, oppure a emigrare - e tuttavia non rassegnati a piegare la testa sotto il peso del «made in Italy». Veronica Redini guida il lettore attraverso il campo minato di dibattiti e definizioni del «made in Italy» e lo
conduce indenne fino al luogo della demistificazione. Per molti «il vero prodotto italiano» appare connotato dalla nazionalità del produttore, da una componente «culturale» e da una traiettoria commerciale.
Lungo il Danubio
Secondo gli imprenditori e i tecnici intervistati, il displuvio tra l'elemento italiano - «il bello», «l'armonioso» - e l'elemento romeno - «il brutto», «la romenata» - segna pure la separazione tra l'autenticità e la contraffazione. Poi, come già negli anni Ottanta a Hong Kong per la moda italiana, gli esportatori italiani esaminano la merce contraffatta e sovente giungono alla stessa conclusione asiatica di allora: «Trattiamo con questi qui». Descrivendo i negozi di un noto marchio italiano a Bucarest e Timisoara, Veronica Redini scrive: «dall'Italia provengono il progetto espositivo, i mobili e gli accessori d'arredamento, solo gli elementi in qualche modo meno visibili come i vetri e la manodopera sono romeni».
Il suo libro riesce a mettere sotto la lente d'ingrandimento gli elementi meno visibili, quelli che il baccano mediatico intende seppellire sotto lo scalpitio delle ronde antiromene. Dunque, fatica coraggiosa e di lunga lena, quella dell'autrice; e pubblicazione tempestiva in una congiuntura difficile qual è certamente questa, una congiuntura che aumenta le distanze sociali e l'ostentazione mentre colpisce chi crea il «made in Italy» lungo il basso Danubio ancor più che lungo il Po.




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