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  1. #1
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    Predefinito L'ultimo libro di Roger Scruton


    E' appena uscito in libreria il nuovo provocatorio libro di Robert Scruton: "Gli animali hanno diritti?". L'ho comprato questa mattina e devo ancora leggerlo. Nei prossimi giorni ve ne darò conto.

    dalla quarta di copertina:

    "Il problema con i diritti degli animali è... farli rispettare dagli animali stessi. I meccanismi spietati della lotta per la vita risolvono drasticamente la faccenda, ma c'è una specie, Homo sapiens, a cui la logica della natura non basta. In passato le religioni occidentali abitualmente subordinavano le bestie agli esseri umani, oggi il trattamento che riserviamo agli animali è diventato oggetto di dibattiti etici. In questo pamphlet provocatorio Scruton fornisce ai profani occasioni di riflessione mentre non risparmia critiche feroci ai difensori a oltranza dei diritti degli animali. "



    ****

    Ho inserito una apposita pagina su Scruton nel thread "Conoscere il Conservatorismo".


  2. #2
    macht geht vor recht
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    Regno d'Italia > They challenge science to prove the existence of God. But must we really light a candle to see the sun?
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    Scruton, i tories ora hanno una nuova coscienza critica
    Riccardo Paradisi

    «Nei momenti in cui le cose cambiano troppo in fretta si pensa a conservare ciò che è essenziale». “Conservare l'essenziale” dice Alain Finkilekraut: sarà per questo che le maggioranze europee voltano le spalle alla sinistra? O che nel nostro Paese le inchieste sulle nuove generazioni fanno registrare un diffuso sentimento di ritorno all'ordine? I sociologi che interpretano ancora il reale coi vecchi schemi ereditati dalla vulgata francofortese leggono questo dato con la paura dei giovani per il mondo che cambia, paventano nuove tentazioni reazionarie, lo scacco dei valori progressisti. Ma è un'analisi miope, è l'abbaglio di chi ha perduto il principio di realtà. Perché la vera sfida che pone il presente, la partita che i tempi annunciano non è più la liberazione delle vecchie strutture della tarda modernità industriale e degli sclerotizzati centri autoritativi ormai definitivamente liquidati. In gioco oggi c'è il mantenimento dell'ecologia sociale che rischia uno stravolgimento mai conosciuto, la conservazione della forma umana come l'uomo l'ha sempre conosciuta sollecitata da una tecnica alla quale non sembrano più nemmeno essere poste le domande di senso che la cultura della crisi degli anni Trenta aveva posto con tutta la drammaticità possibile. Forze titaniche spingono la storia lungo un vettore di cui è incognito l'orizzonte. Ingegneria genetica, globalizzazione delle merci e delle cultura, trasformazione del lavoro, sconvolgimenti climatici mordono la realtà e le vite di milioni di persone. Tramontata la superstizione di un progresso indefinito milioni di uomini nell'Occidente sconvolto si chiedono se abbia un senso sacrificare la forma umana a queste spinte. Ecco la volontà diffusa di ritorno all'ordine. Ma a quale ordine tornare se il vecchio ordine non esiste più? Nel dibattito pubblico dominato dai media e dai loro ritmi sincopati, dove ogni affermazione ne chiama una contraria, non ha alcun senso e nessuna presa dirsi conservatori in nome della consuetudine e della tradizione. Tanto più che il lessico egemone avvolge ancora di magia positiva parole come futuro, progresso, emancipazione. «Gli interrogativi si moltiplicano», dice Roger Scruton, «e ai conservatori non resta che questo dilemma: evitare i dubbi o rispondervi nel lessico della comunicazione di massa». Ma non basta nemmeno una buona dialettica o qualche idea dettata dal buon senso. Il buon senso non è cultura.
    Ai conservatori serve una filosofia. Occorre una visione del mondo. Altrimenti le loro idee e il loro mondo sono destinati alla sconfitta malgrado qualche momentanea ed effimera vittoria. «I tories britannici», scrive Scruton con l'occhio sul Regno Unito, «stanno diventando famosi per l'inconsistenza della loro filosofia, l'irresolutezza della loro politica, e i loro ripetuti insuccessi nel lasciare un segno nel mondo delle idee». Un problema che non è solo inglese: che cosa direbbe Scruton delle destre italiane? Dei moderati e dei conservatori di questo Paese? Se un serio conservatorismo implica l'aver chiaro che in un'epoca di entropia dell'equilibrio tradizionale ciò che è necessario è la conservazione delle risorse sociali, materiali, economiche e spirituali occorre anche che i conservatori si impegnino nella battaglia culturale. Affermino le loro idee. Il “Manifesto dei conservatori” di Roger Scruton pubblicato in Italia da Raffaello Cortina editore è una piattaforma di questa battaglia culturale. Scruton difende la nazione da un lato disprezzata come un'atavica forma di unità sociale dall'altra minacciata dalle spinte della globalizzazione incline a creare aggregazioni politico economiche sovranazionali. Ma è la nazione dice Scruton l'entità capace di fare da momento di mediazione fra l'individualismo e la massificazione, a preservare per le persone che rischiano di scadere alla funzione di consumatori e produttori globali l'idea di cittadinanza politica, a garantire l'esistenza di un diritto consuetudinario e naturale, a inserire il mercato dentro una cornice di regole e confini. «Un parlamento nazionale è responsabile nei confronti delle persone che lo hanno eletto e suo dovere è servire i loro interessi. Un assemblea transnazionale invece non deve sottostare a questi vincoli: di solito persegue un solo scopo legislativo: nel caso del Wto lo sviluppo del libero commercio e non ha alcun dovere di riconciliare questo scopo con i beni o le necessità di una reale società umana. Ecco perché le sue decisioni sono così pericolose». Ed ecco perché il conservatore difende la Nazione: perché lo Stato-Nazione è l'unica risposta che abbia dimostrato la sua validità come risposta ai problemi di un governo moderno. Il conservatore si impegna però anche per la forma comunitaria precedente la nazione: la famiglia come la nostra tradizione la conosce da più di tremila anni. Una volta che si modifichi strutturalmente la formazione di questa comunità, una volta che si elimini il matrimonio sarà lo stesso futuro ad essere compromesso: «i bambini saranno esposti al rischio di venire al mondo come estranei e di rimanere in questa condizione per il resto della loro vita». Il conservatore ha il senso della realtà: lo ha così profondo che ritiene generalmente il mito e la religione come le chiavi più capaci di sondarne il segreto e il mistero. Per questo diffida delle nuove culture che periodicamente si affacciano sul mondo con la leva in mano per poterlo sollevare così da mettergli le braghe e raddrizzarne il legno storto. Per questo pur ritenendo l'uomo una creatura perfettibile guarda con scetticismo i costruttivismi, le neolingue o le antropologie rivoluzionarie che promettono umanità nuove in realtà preparandone di peggiori. Il conservatore rispetta la natura senza idealizzarla pone al centro di tutto l'uomo pur avendo cognizione del Male che ha in sé, difende la vita e la morte naturale. I capitolo che Scruton dedica nel manifesto a questi temi sono tanto densi che vale la pena di meditarli. Come i versi della lirica di Eliot, con cui il filosofo inglese chiudendo il viaggio lascia intendere che una certa idea del mondo non ha tempo: «Noi nasciamo coi morti: / Ecco, essi tornano e ci portano con loro. / Il momento della rosa o quello del tasso / hanno uguale durata. Un popolo senza storia / è una trama di momenti senza tempo. / Così, mentre si fa buio, / un pomeriggio d'inverno, in una cappella appartata / La storia è adesso, è l'Inghilterra». Perché poi essere conservatori non significa restare legati a ciò che è passato, ma vivere in ciò che è sempre. Per questo il conservatore non è un reazionario, ma un uomo inquieto che combatte per difendere ciò che ama.



    http://www.bimestralecon.com/index.p...d=20&Itemid=34

  3. #3
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    Conservatorismo americano

    Una questione di temperamento
    Il conservatorismo non riguarda il profitto ma la perdita.

    di Roger SCRUTON


    LONDRA - Qua e là nel mondo moderno si possono trovare paesi con partiti conservatori. La Gran Bretagna è uno di questi. Ma gli Stati Uniti sono l'ultimo paese con un vero e proprio movimento conservatore.

    Questo movimento conservatore si esprime in politica, in iniziative sociali tra la gente comune, nei mass media e in riviste intellettuali con un esplicito messaggio conservatore. A onor del vero la filosofia politica negli istituti superiori americani è stata dominata dai liberals, e dal progetto a cui il defunto John Rawls ha dedicato la sua vita di produrre una teoria della giustizia che avrebbe difeso lo stato sociale. Tuttavia anche nelle università americane è possibile trovare per caso dei conservatori pronti a difendere le loro convinzioni.

    In Gran Bretagna ci sono pochissimi esponenti del mondo accademico che ammetteranno pubblicamente di avere convinzioni conservatrici. E abbiamo solo due riviste conservatrici degne di nota: il settimanale Spectator e la trimestrale Salisbury Review che ho diretto (ad un costo enorme per la mia carriera intellettuale) per i suoi primi 18 anni di vita, e la cui piccola circolazione è mantenuta quasi esclusivamente da contribuzioni private. Negli Stati Uniti invece riviste conservatrici sorgono costantemente trovando un vasto e sensibile numero di lettori e spesso attirando finanziamenti da fondazioni e imprese. Ancora un’altra rivista conservatrice è apparsa di recente e l'alto profilo del suo direttore - Patrick Buchanan – darà adito a varie congetture su ciò che veramente sottende il nome della rivista: The American Conservative (Il conservatore americano). Forse un conservatore britannico può fare un po’ di luce su ciò.


    E’ una tautologia dire che un conservatore è una persona che vuole conservare qualcosa; la domanda è: che cosa? A questa credo che possiamo dare una risposta con una semplice parola, vale a dire: noi. Al centro di ogni tentativo conservatore è lo sforzo di conservare una storicamente determinata comunità. In ogni conflitto il conservatore è colui che parteggia per "noi" contro di "loro" – non per conoscenza, ma per fiducia. E’ colui che cerca il bene nelle istituzioni, negli usi e costumi che ha ereditato. E’ colui che cerca di difendere e di perpetuare un istintivo senso di lealtà e che è quindi sospettoso degli esperimenti e delle innovazioni che mettono la lealtà a rischio.

    Definito così il conservatorismo è meno una filosofia di un temperamento, ma è, credo, un temperamento che emerge naturalmente dalle esperienze della società e che è effettivamente necessario affinchè le società siano durevoli. I conservatori si sforzano di diminuire l'entropia sociale. La seconda legge della termodinamica implica che nel lungo periodo il conservatorismo deve fallire. Ma lo stesso vale per la vita stessa e il conservatorismo potrebbe ugualmente essere definito come l'organismo sociale, la volontà di vivere.

    Naturalmente ci sono persone sprovviste di un temperamento conservatore. Ci sono i radicali e gli innovatori che sono impazienti con i resti del morto; e tuttavia il loro temperamento è un ingrediente indispensabile per qualsiasi mix sociale sano. Ci sono anche i ribelli istintivi del genere di Chomsky che in ogni conflitto stanno con "loro" contro di "noi", che deridono le ordinarie lealtà della gente comune e che guardano in primo luogo a ciò che è dannoso nelle istituzioni, negli usi e costumi che definiscono le loro comunità storiche. Ancora e nel complesso il futuro di qualsiasi società dipende dal concreto residuo di sentimento conservatore che costituisce la zavorra ad ogni innovazione e il processo che equilibra e rende possibile l’innovazione.
    L’11 settembre ha sollevato la questione: chi siamo noi, perchè dovrebbero attaccarci, e cosa giustifica la nostra esistenza come un "noi"? Il Conservatorismo americano è una risposta a questa domanda. "Noi il popolo", si dice, costituiamo una nazione stabilita in un territorio comune nel quadro di un comune Stato di diritto, tenuta insieme da un’unica Costituzione e da una lingua e cultura comune. La nostra fedeltà primaria è a questa nazione e la giurisdizione laica e basata territorialmente rende possibile al nostro Paese di perdurare. La nostra fedeltà nazionale è inclusiva e può essere estesa a nuovi arrivati, ma solo se essi si assumono i doveri e le responsabilità, come pure i diritti, di cittadinanza. E si è rafforzata per mezzo di usi e costumi che hanno la loro origine nell’eredità giudaico-cristiana e che per poter durare devono essere costantemente rinfrescati da tale fonte. In un contesto moderno il conservatorismo americano è un avversario del "multiculturalismo" e del tentativo liberal di scindere la Costituzione dal retaggio religioso e culturale che in principio la creò.
    Il conservatorismo americano accoglie con favore l’impresa, la libertà e il rischio, e vede lo Stato burocratico come il grande corruttore di questi beni. Ma la sua filosofia non è fondata sulle teorie economiche. Se i conservatori favoriscono il libero mercato non è perché le soluzioni di mercato rappresentano i modi più efficienti per distribuire le risorse - anche se lo sono - ma perché costringono le persone a sostenere i costi delle loro azioni e di diventare cittadini responsabili. Le riserve conservatrici riguardo lo stato sociale rispecchiano la convinzione che il benessere generi una cultura di dipendenza, in cui le responsabilità vengono diluite nei diritti.

    L'abitudine a pretendere senza meritare non è limitata solo alla macchina del welfare. Una delle più importanti cause conservatrici in America deve sicuramente essere la riforma del sistema giuridico che ha permesso ad azioni legali di classe e a rivendicazioni irrilevanti - tra cui le rivendicazioni di non cittadini - di sabotare la cultura della onesta ricompensa e di garantire che la ricchezza, per quanto onestamente e diligentemente acquisita, possa in qualsiasi momento di essere rubata dai suoi produttori per finire nelle tasche di qualcuno che nulla ha fatto per meritarlo.


    E’ uno dei grandi meriti del movimento conservatore americano l’aver sentito la necessità di definire la sua filosofia al più alto livello intellettuale. Il conservatorismo britannico è sempre stato sospettoso delle idee e il solo grande pensatore moderno conservatore nel mio paese che ha cercato di diffondere le sue idee attraverso un giornale - TS Eliot - è stato in realtà un americano. Il titolo del suo giornale (The Criterion) è stato preso in prestito da Hilton Kramer, quando ha fondato quello che di sicuro è l'unica rivista conservatrice contemporanea interamente dedicata alle idee. Sotto la direzione del Signor Kramer e di Roger Kimball The New Criterion ha tentato di spezzare il monopolio culturale dell’establishment liberal, e di conseguenza è letta nelle nostre università britanniche con stupore, rabbia e (mi piace pensare) incertezza.
    L'influenza di Eliot è stata diffusa in America dal suo discepolo, Russell Kirk, che ha chiarito a tutta una generazione che il conservatorismo non è un punto di vista economico, ma una prospettiva culturale, e che non avrebbe alcun futuro, se ridotto a una semplice filosofia di profitto. In tutta franchezza, il conservatorismo non tratta del profitto ma della perdita: esso sopravvive e prospera perché le persone sono a lutto per le perdite subite, e intende salvaguardarle da queste.

    Ciò non significa che i conservatori sono pessimisti. In America, sono gli unici veri ottimisti, poiché sono gli unici con una chiara visione del futuro e una chiara determinazione a portare quel futuro in essere.

    Per il temperamento conservatore il futuro è il passato. Quindi, come il passato, è conoscibile e amabile. Ne consegue che, studiando il passato dell'America - le sue tradizioni di impresa, di assunzione di rischi, di fermezza, pietà e di responsabile civismo - si può trarre la migliore condizione per il suo futuro: un futuro in cui la lealtà nazionale perdurerà tenendo le cose insieme e provvedendo alle speranze di tutti noi, liberals inclusi. Questo è il messaggio che è apparso vividamente nel giornale della città di New York ed è interessante confrontare i suoi articoli ottimisti sul sottoproletariato americano con la cupa visione del nostro equivalente inglese espresso nello stesso giornale da Theodore Dalrymple.
    L’11 settembre è stata una chiamata al risveglio durante la quale i liberals sono riusciti a continuare a sognare. I conservatori americani dovrebbero cogliere l'opportunità di pronunciare quelle scomode verità che sono state censurate dalla recente discussione: verità sulla lealtà nazionale, circa la cultura comune e i doveri di cittadinanza. Non si sa mai, la Middle America adesso potrebbe effettivamente riconoscersi infine, una volta arringata in questo modo.


    Mr Scruton è l'autore di "The Meaning of Conservatorism" (S. Agostino, terza edizione, 2002). Questo saggio è il primo di una serie sul conservatorismo americano.


    Traduzione di Florian.


    Per l'articolo originale in lingua inglese:

    http://www.opinionjournal.com/extra/?id=110002746

  4. #4
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    SCRUTON Aboliamo la rivoluzione

    di Angelo Ascoli


    Quelli che lo odiano, tutti politicamente corretti, lo definiscono uno dei maggiori reazionari e clerico-fascisti europei.
    Quelli che lo amano lo considerano uno dei pochi maestri coraggiosi del pensiero occidentale. È chiaro, quindi, che il Manifesto dei conservatori (Raffaello Cortina editore, pagg. XII-247, euro 22) è destinato a dividere, come ogni libro di questo professore inglese che lancia le sue provocazioni dalla campagna del Wiltshire dove si è ritirato a vivere.

    Professor Scruton, il suo conservatorismo, dalla difesa delle nazioni a quella del matrimonio, ha molti valori in comune con uno dei grandi nemici dell’Occidente, l’Islam. È d’accordo?

    «L’Islam non è esattamente un nemico dell’Occidente, ma porta un duro attacco al governo secolare, alla libertà religiosa, alla tolleranza e alla libertà dello stile di vita. Come i musulmani, io credo nel matrimonio, nella famiglia, nella necessità di dare spazio a uno stile religioso di vita. Ma, a differenza dei musulmani, io credo che sia lo Stato-nazione, piuttosto che Dio, la fonte dell’ordine legale».

    Lei denuncia il conflitto del tradizionale Stato-nazione contro l’Unione Europea, l’Onu e le altre organizzazioni sovrannazionali. In un mondo sempre più globale, non è una battaglia antistorica?

    «Non c’è bisogno, per uno Stato-nazione di essere contro l’Ue o l’Onu. Ma l’Ue deve riformarsi, così come deve accettare che l’opinione pubblica privilegi le nazioni e non gli altri organismi internazionali. Io non penso che la globalizzazione abbia cambiato qualcosa a questo riguardo: ha soltanto reso più urgenti certe esigenze. L’Unione Europea è popolare presso le élite, perché ha diffuso la loro libertà e il loro potere; non è popolare presso il popolo, perché ha sottratto forme preziose di supporto e ha ostacolato la vita quotidiana con assurdi regolamenti».

    Il suo conservatorismo va contro il movimento della storia: lei pensa che sia soltanto una provocazione intellettuale oppure potrebbe realmente deviare il corso della storia?

    «La storia non è una forza indipendente dalle decisioni umane che la creano. È un modo di pensare marxista vecchio e senza senso supporre che o si va con la storia oppure se ne è travolti. Non accadono simili cose nella storia, ci sono solo le nostre libere scelte. Immaginiamo cosa sarebbe successo se qualcuno avesse detto a Cristo sulla croce: tu stai andando contro il corso della storia!».

    Il conservatorismo è il contrario della rivoluzione. Ma che cosa sarebbe stata la storia senza rivoluzioni, senza strappi, anche violenti? Cosa sarebbe stata la storia senza la rivoluzione francese?

    «La storia senza la rivoluzione francese sarebbe stata una storia senza il primo genocidio europeo, quello della Vandea, senza Napoleone e senza l’invasione dell’Europa. Sarebbe stata un’Europa senza le tensioni che hanno provocato la prima guerra mondiale, e senza le due rivoluzioni, quella sovietica e quella nazista, che hanno provocato la distruzione del nostro continente. Per tutto questo io sono attratto dall’idea di una storia senza rivoluzioni».

    Lei parla di buonsenso come antidoto contro tanti mali moderni. Che cos’è il buonsenso?

    «Il buonsenso vuol dire preferire una soluzione ragionevole; significa risolvere i conflitti umani con il compromesso e il dialogo; significa sospettare degli intellettuali con le loro utopie e i loro ideali».

    Il suo conservatorismo va al di là di destra e sinistra?

    «Sinistra e destra sono parole ereditate dalla rivoluzione francese, quando il Terzo Stato sedeva alla sinistra del re, la nobiltà e il clero alla sua destra. Sarebbe potuto essere al contrario e sarebbe stato un ribaltone per il re. Ma se sono costretto a definirmi, preferirei dire che io sono di destra da quando credo nell’autorità, nell’ordine, nella legge, nella proprietà e nella tradizione».

    Ottimista o pessimista sul destino della nostra epoca?

    «La nostra epoca ha aspetti che fanno sperare. Ma certamente io cerco di essere pessimista in modo che possa essere piacevolmente sorpreso dagli eventi».

    Professore, lei è credente?

    «Io sono un cristiano, non posso accettare tutti i dogmi della Chiesa cattolica».

    I giovani sono, per antonomasia, ribelli. Possono le nuove generazioni essere ribelli?

    «Da giovane sono stato ribelle. Mi sono ribellato al socialismo; mi sono ribellato allo Stato e al suo disprezzo per la libertà individuale. E mi sono ribellato ai giovani, alla loro stupidità e mancanza di cultura. Io penso che possano esserci altri giovani che sentano ciò che ho sentito io».
    Cosa pensa dell’educazione delle nuove generazioni? «È un problema difficile. Il futuro della civiltà non dipende più dalla cultura universale, ma da un’élite colta. Bisogna creare le condizioni per incoraggiare un’élite simile a emergere».
    Con Eliot, lei denuncia il pericolo dell’umanesimo liberale e scientifico. Perché proprio Eliot e non altri poeti o pensatori antimoderni, come Nietzsche?
    «Amo Eliot perché è sereno, moderato e non è apocalittico. Nietzsche fu un egocentrista e un pazzo, che ebbe pensieri di distruzione e fu incapace di accettare che la gente possa vivere di compromessi e possa accettare il proprio destino con rassegnazione, invece che vivere tra guerre e sofferenze».

    Quali sono stati i suoi maestri del pensiero?

    «La maggiore influenza sul mio pensiero politico l’ha avuta Hegel. Sul resto del mio pensiero, Kant, Wittgenstein e Dante».

    Quali sono i tre libri necessari per un perfetto conservatore?

    «Le riflessioni sulla rivoluzione francese di Edmund Burke; i Quattro quartetti di T.S. Eliot e i Promessi sposi di Manzoni».

    E i tre libri che un vero conservatore non deve leggere?

    «I conservatori non hanno bisogno di difendersi da libri da cui sono in disaccordo. Comunque, ci sono libri che riescono a farli arrabbiare più del necessario: includo in questa lista tutte le opere di Foucault, Deleuze, Guattari, Lacan, Derrida, ecc.».


    Il Giornale 1 giugno 2007

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=182153&START=0&2col=

  5. #5
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    VENEZIANI SU SCRUTON
    La rivoluzione s'è destra. Ecco i nuovi conservatori

    di Marcello Veneziani


    Nonostante sia inglese, professore in un mucchio di università angloamericane e con una chioma rossa indisponente, da vecchia signora con pessimo parrucchiere, mi piace Roger Scruton. Ammiro Scruton che si è cimentato a scrivere il "Manifesto dei conservatori" e ammiro ancora oggi Prezzolini e Barry Goldwater che scrissero manifesti dei conservatori negli anni settanta...

    Mi piace il suo conservatorismo pacatamente radicale, a volte tipicamente britannico, comunque mite sia nel seguire con umile condiscendenza luoghi comuni antichi e profanati, sia nello sconcertare con naturale candore i canoni dominanti. Difende le nazioni e le tradizioni, Scruton, ma vuol conservare anche la natura e difendere l'ambiente, elogia i doveri e le virtù passate di moda, critica l'eutanasia ed esorta a rispettare le generazioni assenti, ovvero i morti e i non ancora nati. Poi difende la religione dall'illuminismo, critica la neolingua e l'eurocratese e con sprezzo del pericolo si spinge ad elogiare il matrimonio, senza trombe retoriche e trombette moralistiche; arriva a rivalutare perfino l'idea più sconcertante e medievale che vi possa essere nel presente: che la sessualità sfrenata sia il cavallo di Troia in cui si nasconde Satana. Ci vuole un tale coraggio a sostenere oggi queste cose, che merita rispetto e ammiraione chi le pronuncia, a prescindere se le condividiamo o meno. Tutti invocano la nascita di un serio e sobrio conservatorismo anche da noi, a cominciare dai progressisti; ma appena appare uno come Scruton che risponde perfettamente al requisito, passa in silenzio acido ed è visto come un imbalsamatore di cadaveri.

    Scruton coglie nel segno l'essenza del conservatore nel ritenere che si debba abbracciare la modernità ma in modo critico, e comunque "noi non abbiamo il diritto di distruggere la nostra eredità ma dobbiamo sempre pazientemente sottometterci alla voce dell'ordine". Aggiungendo che il nostro compito è quello di riscoprire il mondo che ci ha dato vita e di vederci come parte di qualcosa di più grande. Magnificasemplicità di un grande progetto, felice uso di un linguaggio diretto, non ideologizzato, e dimostrazione sul campo che il buon senso nei nostri giorni rischia d'essere eversivo. In questo Scruton si fa aiutare dallo splendido pensiero di Thomas Stearns Eliot.

    E' vero, l'essenza del conservatore è nel ritenere che il mondo non nasca e non finisca con lui, ma sia un ordito più grande, che viene dai padri e si trasmette ai figli. Il vero conservatore non si barrica in casa a difendere una fase storica, non si arrocca in un pezzo di passato, trasformando la memoria in un fortino assediato. Ma difende la continuità, combatte l'egocentrismo delle generazioni, il culto del presente; a cui si oppone il passato e il futuro felicemente uniti. Il vero conservatore non è dunque un individualista; ritiene che non siamo individui ma eredi, anzi di più: eredi in gravidanza. La stessa osa ha in fondo sostenuto un altro neo-conservatore, Alain Finkielkraut sottolineando l'autorità dell'esperienza contro la barbara supremazia del presente: nel suo libro, "L'ingratitudine"...

    Libero 6 giugno 2007

    http://209.85.135.104/search?q=cache...lnk&cd=1&gl=it

  6. #6
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    Non uccidete la caccia

    di Felice Modica


    Bufalefi, nome arabo, territorio di Noto, cuore agricolo di Pachino. È una primavera di sessant’anni fa. Nel baglio del grande caseggiato, le galline razzolano tranquille sul pavimento di pietra. Non sospettano la presenza del nemico, che ha le spoglie di una volpe. Poco più che un gatto spelacchiato, data la stagione: sei chili di muscoli con una lunga coda, sorretti dall’imperativo categorico di sfamare i cuccioli lontani. Lontani perché la volpe, come i ladri d’altri tempi, tiene alla larga i figli dal pericolo…
    D’un tratto, quasi si sovrappongono gli schiamazzi dei polli e le urla di una donna. E subito il massaro corre in casa e ne torna fuori con in una mano la doppietta arrugginita calibro 16, e nell’altra due cartucce con gli orli mangiucchiati dalle ricariche. L’amministratore - pur nella concitazione, non rinuncia al Voi - strappa il fucile al massaro, lo carica in fretta e prende a seguire con le canne la rossa predona che, in bocca il suo fagottone chiaro, sta per squagliarsi tra i carrubi. Alla prima botta resta la gallina a dimenarsi sul campo. La seconda finisce anche la volpe, consegnandola al pantheon dei ricordi, tra quelle storie interminabili che l’amministratore, fino a tardissima età, avrebbe raccontato, non ai nipoti, ma alla famiglia dei proprietari dell’azienda, ormai da tempo la sua famiglia. Non sembra inutile ricordare che nella masseria si fece festa, perché furono cucinate a dovere una gallina ed una volpe. Con buona pace di quello schizzinoso di Oscar Wilde, per cui la volpe non sarebbe commestibile.
    La storia mostra la fotografia perfetta di una realtà scomparsa. C’è il massaro, che rimanda alla mezzadria, prima che democristiani e comunisti insieme (sempre d’accordo sulle cattive riforme), la eliminassero uccidendo l’agricoltura italiana. Troviamo la figura ormai archeologica dell’amministratore galantuomo - sempre rara avis, ricollegabile tuttavia a un reddito agricolo non simbolico…
    Vi sono poi alcuni particolari di non poco conto. La doppietta in campagna, prima che i possessori di vecchie armi da caccia venissero equiparati ai terroristi. Le galline in cortile, quando non esistevano le AUSL o come diavolo si chiamano, né l’aviaria, e neanche i mangimi bilanciati. Ancora, le basole, ovvero, come le indicano spocchiosamente le Sovrintendenze ai Beni Culturali, «gli spalti pavimentali di pietra», che conferivano una naturale eleganza alle fabbriche siciliane, un semplice decoro presente nell’androne del palazzo nobiliare come nel più modesto baglio di una masseria. C’è, in questa piccola storia vera, un flash della nostra civiltà contadina, quale la immortalò Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia.
    E poi c’è la volpe. Anche il simpatico canide non è più lo stesso. All’epoca non trovava selvaggina d’allevamento che odora di stalletto a «ripopolare» le campagne. Né poteva mettersi a tavola banchettando sulle discariche che la modernità ha generosamente distribuito nei paesi come per le campagne. Se la volpe voleva sfamare i suoi figli, doveva catturare un po’ di topi, un coniglio, piccoli di coturnice o, al massimo, un bel pollo ruspante.
    La storia - che ho sentito mille volte e che, da bambino, non mi sarei stancato di ascoltare - mi è tornata in mente a proposito del libro di Roger Scruton Sulla Caccia. Riflessioni filosofiche per un’apologia dell’ars venandi (Editoriale Olimpia, pagg. 150, euro 15, traduzione di Diana Sears Panconesi, prefazione di Mario Ricciardi). Un’appassionata, coraggiosamente reazionaria professione di antimodernismo da parte del filosofo inglese che, dopo aver criticato da posizioni conservatrici socialismo e liberalismo in The Meaning of Conservatism, si presenta come l’organizzatore della resistenza britannica alla legge che vieta la storica caccia alla volpe coi cani. Con tutto il rispetto per la fiorentina Editoriale Olimpia, specializzata in testi di caccia e pesca, Scruton, per la sua fama, le tesi sostenute e la prosa brillante, avrebbe meritato l’interesse di un grande editore nazionale.
    Ma torniamo alla storia iniziale. Essa conserva qualcosa di impalpabile, ancora non del tutto estinto: il profumo della caccia. Non è facile spiegare che cosa sia e non servono le ideologie. Ci aveva provato Ortega y Gasset col suo Sobre la caza del 1942, regalandoci pagine memorabili sul rapporto uomo-cane e spiegando che il cacciatore recupera la sua animalità sommersa, ritrovando se stesso. Scruton, senza citare lo spagnolo, ne segue le orme, quando ricorda che «chi è civilizzato ha bisogno di fare penitenza per questo suo stato». Da figlio - scontento - dei tempi, egli sa che, «diversi dalla vecchia aristocrazia, ci manca la cultura e, dunque, la pronta consapevolezza della nostra condizione». Allora è con la caccia alla volpe, montando a cavallo, che il nostro ritrova «riserve di energia che milioni di generazioni hanno immagazzinato con fatica dalla raccolta di sofferenza umana». Questa unione intima tra specie trasferisce alla nostra mente umana non solo l’eccitazione degli animali, ma anche la concretezza innocente dei loro pensieri. Scruton descrive la vecchia Inghilterra che non c’è più, e parla un linguaggio universale. La caccia non si limita all’uccisione della preda, ma è forse il solo luogo dove si realizza compiutamente l’imperativo kantiano: «agisci avendo l’uomo come fine». Essa presuppone ritualità precise, un’intesa straordinaria coi cani e col cavallo, un lavoro di squadra che è il sale della democrazia perché annulla le differenze sociali fondandosi sul merito. Come non pensare a Ciccio Tumeo che, nel Gattopardo, solo a caccia - testimoni il vento e i cani - trova il coraggio di dire al principe ciò che pensa…
    Non sparo alle volpi da vent’anni. Troppo simili ai cani, che adoro. Ma questo non vuol dire: si tratta di una fisima culturale. Ne ho anche mangiato una, una volta, cucinata secondo tradizione. Così, per sapere: non peggio dell’orso, né della balena. Ho cacciato in mezzo mondo, sempre con i miei cani. In fondo, però - ed è questo il messaggio di Scruton -, il vero profumo della caccia puoi sentirlo soltanto a casa tua. Come dicono i gesuiti, unicuique suum, a ciascuno il suo.
    È quello dei muri a secco costruiti in Sicilia ad altezze vertiginose senza filo a piombo, liberando i terreni dalle pietre e creando al tempo rifugio ai conigli. Dei covert, gli sporchi della campagna inglese sopravvissuti agli eurocrati. Delle siepi che, con fatica da Sisifo e una qualche speranza d’immortalità, ripianto nella mia azienda perché offrano riparo alla fauna e riposo all’occhio. Della dimensione umana che la solitudine modernista ha ucciso e che ancora una corsa a cavallo con i cani, ma anche una passeggiata nel bosco con il bracco possono regalarti. Inutile cercare di spiegare a chi mai capirà. In fondo, neppure ci dispiace per lui.

    il Giornale.it di sabato 12 Maggio 2007

    http://www.ilcacciatore.com/public/?p=219

 

 

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