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  1. #1
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    Predefinito Non sbragate per favore

    Ci vorrebbe, per alcuni politici italiani, un corso di galateo istituzionale.
    L’idea mi è venuta - lo scrivo con rammarico - dopo le recenti sortite di due protagonisti della ribalta pubblica. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, ha definito il Consiglio superiore della magistratura «una cloaca». Umberto Bossi, leader della Lega, ha contrapposto il gesto di scherno dell’indice medio alzato all’inno nazionale.
    Lo so, le cronache parlamentari e comiziesche della Repubblica sono fitte di insulti, villanie, all’occorrenza anche minacce.
    Il turpiloquio di palazzo è tutt’altro che una novità.
    So egualmente che la sinistra si è distinta nella delegittimazione degli avversari facendo uso indecente dell’invettiva «fascista!».
    E poi, suggeriscono saggiamente gli esperti di anticamere ministeriali, Bossi è un leader che va accettato a scatola chiusa, con le sue intemperanze verbali e con la sua straordinaria capacità di interpretare i sentimenti della mitica «base».

    Tutto vero.
    Ma non basta, secondo me, per far passare inosservati i sintomi d’intolleranza che - non in un periodo di violente contrapposizioni ideologiche nazionali e internazionali, ma nel colmo di una crisi economica mondiale - percorrono il palazzo.
    Non è obbligatorio, e forse nemmeno troppo utile, insistere sul tanto invocato dialogo. Ma proprio perché la leggenda del Cavaliere nero è finita, proprio perché la stagione dell’instabilità è alle nostre spalle, proprio perché l’Italia ha un governo, e il governo un programma, i toni beceri sono fuori luogo: pur se seguiti dalla rituale attenuazione o rettifica che serve soltanto a sottolineare il primo impatto mediatico.
    Le critiche alle deviazioni della magistratura sono ovvie al punto che le ha fatte sue il presidente Napolitano, deplorando il gusto di certe toghe per la spettacolarizzazione dei processi.
    Ma la fogna è un’altra e una brutta cosa.
    L’allergia padana di Bossi al greve centralismo romano può essere condivisa, purché non trascenda nell’oltraggio ai simboli dell’unità nazionale. Sembra a volte che esponenti della maggioranza dimentichino di esserlo: ossia di avere il diritto e il dovere di gestire il Paese.
    Bossi ha giurato, come ministro, fedeltà alla Repubblica, non può essere contro lo Stato chi è lo Stato.
    I notabili democristiani d’antan hanno avuto molte colpe e qualche merito. Forse una lezioncina di galateo istituzionale Giulio Andreotti potrebbe ancora darla, gratis, ai suoi colleghi più giovani.

    Mario Cervi www.ilgiornale.it 22 07 08

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Però la sinistra....

    ....lo corteggiava

    Non so se bisogna essere più sorpresi di Bossi o delle reazioni a Bossi.
    Il leader leghista quel ditino e quelle parole poteva tranquillamente risparmiarseli. I «legologhi» ci diranno che quando parla alla sua base e propone alleanze strane (come l’ammucchiata sul federalismo), Bossi concede parole forti alla platea.
    Altri «legologhi» diranno che proprio all’alleato del momento che Bossi dedica le parole forti per far capire che un conto è la convergenza su temi cruciali un altro conto è l’alleanza che offusca l’identità.
    Mettetela come volete, Bossi è quello lì. Non da oggi o da domenica sera, da sempre. Eppure Bossi sollecita nella sinistra reazioni schizofreniche.
    C’è il tempo in cui il leader leghista viene presentato come voce autentica, anche se sguaiata, del Nord, l’uomo lungimirante che ha visto prima di tutto il disagio delle popolazioni padane, persino la «costola della sinistra», come ebbe a dire anni fa Massimo D'Alema.
    E poi c’è il tempo in cui verso Bossi bisogna applicare una nuova «conventio ad excludendum», l’uomo nero che vuole epurare i rom e dividere l’Italia.

    Nella storia della sinistra italiana Bossi è stato tutte e due le cose, spesso contemporaneamente.
    Il problema di Bossi, per la sinistra, non è mai stato Bossi, in verità.
    È stato Berlusconi.
    Quando Bossi sembra prendere le distanze da Berlusconi, tutti pronti a fargli attraversare il red carpet, cioè il tappeto rosso destinato alle celebrità. Quando Bossi, già avviato sul red carpet, parla a modo suo diventa un pericoloso anti-italiano.
    La storia di questi anni è stata ricca di queste clamorose oscillazioni.
    C’è Bossi che lascia Berlusconi nel ’95 e non si allea con il centrodestra che viene osannato malgrado in quegli stessi anni agitasse il tema della secessione.
    E poi c’è il Bossi alleato fedele di Berlusconi che invece viene indicato come la prova della deriva xenofoba del centrodestra.
    In questi ultimi giorni, diciamo prima di domenica, è stato tutto un suonare di violini per il concertone in onore della Lega.
    Lega affidabile, Lega riformista, Lega agognato alleato, magari per il tramite di Tremonti, anche lui osannato dopo tanti vituperi. La crisi del berlusconismo è agitata con la stessa frequenza e tenacia pedagogica con cui l’Internazionale comunista negli anni ’30 proclamava il prossimo crollo del capitalismo.
    È finita come sappiamo.
    Da Veltroni a D’Alema, agli ex popolari, alla Finocchiaro è stato tutto un rincorrere la sirena leghista.
    Tutto ciò che il voto elettorale non è riuscito a dare, cioè la maggioranza al centrosinistra, lo poteva dare la manovra politica sottraendo al centrodestra la sua costola più preziosa. Tuttavia ogni volta che la «moral suasion» verso Bossi diventa più assillante, il contrordine successivo - causato dal linguaggio del capo leghista - costringe i leader della sinistra a drammatiche marce indietro.
    A Roma si dice che in questo modo si finisce per «capottare in parcheggio», con riferimento a un autoveicolo che si predispone a manovre azzardate stando rigorosamente fermo.
    È quello che sta accadendo in queste ore. Quel dialogo che non si può più fare con Berlusconi e che si può fare con Bossi improvvisamente diventa indigesto. Finisce che il centrosinistra non vuole dialogare più con alcuno.
    Un noto editorialista di Repubblica, una settimana fa, ha addirittura inventato un neologismo, il «dialoghismo», per condannare questa breve stagione veltroniana.

    Questo tira-e-molla sul leghismo non indebolisce Bossi, ma lo «schieramento a lui avverso». In primo luogo perché in molte parti del Nord alcuni segmenti elettorali della sinistra si sono trasferiti sotto la bandiera padana, in secondo luogo perché non si possono invocare azzardate alleanze e poi ritrarsi indignati dopo un comiziaccio.
    C’è una morale in tutto questo. La politica è una cosa seria, malgrado l’opinione corrente. Se la sinistra pensa che Bossi sia un anti-italiano metta una croce sopra l’idea di allearsi con lui. Sennò si prenda Bossi tutto intero.
    La seconda morale è più stringente. Non può la sinistra cercare disperatamente il dialogo con tutti e sfuggire a quello con il vincitore delle elezioni. Sarebbe più saggio dire che lo scontro è senza sconti, magari civile, ma senza abboccamenti.
    Staccare Bossi da Berlusconi è un’alchimia da strateghi di farmacia.

    Peppino Caldarola www.ilgiornale.it 22 07 08

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Ma io sto dalla....

    ....sua parte

    No. No. Ha ragione Bossi.
    La presa di distanza degli alleati, almeno sul piano formale, e l’indignazione degli avversari si basano sopra le prevedibili considerazioni sul rispetto dello Stato, altrimenti denominato patria (da padre), e dei suoi simboli. Naturalmente si capisce che la più forte irritazione, prima che degli avversari, è degli alleati, di Alleanza nazionale in particolare che, dal presidente della Camera al ministro della Difesa, possono pienamente esprimere le loro funzioni istituzionali super partes. Così Fini può condannare affermazioni e critiche, e insulti, che «offendono quello che è il sentimento nazionale».
    Formule un po’ banali e di circostanza.

    La sinistra è perfino più indulgente; e insiste con Veltroni e Di Pietro per reclamare la responsabilità del presidente del Consiglio che dovrebbe rispondere delle affermazioni di Bossi, dimenticando che Veltroni non si sogna di rispondere degli insulti al capo dello Stato e al presidente del Consiglio e a vari ministri da parte degli amici di Di Pietro.
    E fin qui astrattamente, si tratta di prese di distanza ragionevoli.
    Ma proprio dagli schizzinosi del Popolo della libertà viene la giustificazione per Bossi. Ed al senatore Grillo (da non confondere conl’omonimo Beppe) ci viene il grido di dolore perché, diversamente dalla bandiera tricolore, l’inno di Mameli non è affatto l’inno nazionale.
    Viene utilizzato per prassi consolidata, ma non è indicato né nella Costituzione, né in una legge ordinaria.
    Da tempo il senatore cerca con un disegno di legge di trasformare una troppo fortunata poesia in inno ufficiale italiano.

    Se l’Inno di Mameli non è l’inno ufficiale dello Stato, Bossi non ha fatto alcun gesto inadeguatoe indegno per un ministro della Repubblica, ma ha sempliceme nte ed eloquentemente manifestato il suo disappunto per una brutta poesia. Ha, dunque, espresso un condivisibilissimo pensiero critico. Se l’inno non fosse, per consuetudine, ripetuto e ricordato quotidianamente sarebbe stato dimenticato come tutte le poesie del suo rispettabile, ma non grande autore: Goffredo Mameli, patriota prima che poeta.
    Immaginiamo di sottoporre a un giovane lettore senza musica, anch’essa modesta (di Michele Novaro, ignoto quanto merita), il puro testo dell’inno. Alla terza riga, il primo ostacolo: «L’elmo di Scipio». Perché Scipio? E chi era? Scipione l’Africano (dico l’Africano, e a Bossi si rizzano i capelli, già ritti: dunque un extracomunitario!), il vincitore di Zama. E quanti sanno dov’è Zama? Non lo sappiamo ma - e io lo scopro adesso - probabilmente è a sud di Tunisi.

    Di quell’elmo, di un romano in Africa, l’Italia, secondo Mameli, inspiegabilmente, «s’è cinta la testa». Concetto difficile, forma ingrata. L’elmo, infatti, come il cappello, si mette, non si cinge. D’improvviso arriva la domanda fatale: «Dov’è la vittoria?». Risposta: «Le porga la chioma, ché schiava di Roma Iddio la creò». Il giovane lettore scopre così che la vittoria, inopinatamente, ha una chioma e che dovrebbe porgerla all’Italia, nonsi sa perché.
    Forse metaforicamente in quanto la chioma è «sineddoche» (figura letteraria che indica la parte per il tutto) di vittoria. Non contento della sua immaginifica invenzione, Mameli ci suggerisce che Iddio la creò (la vittoria, non l’Italia) schiava di Roma.
    E qui anche un lettore attento, e ovviamente Bossi, lettore del Nord, si incazza e, silenziosamente, esibisce il dito medio senza parole.
    Non un grande insulto. Vuol dire (da ribelle: l’avrebbe fatto anche Mameli contro l’Austria): schiava chi? Che sia la vittoria o che sia l’Italia (del Nord soprattutto), schiava di nessuno, tantomeno di Roma.


    La parola schiava, anche riferita alla vittoria (si diano pace Fini,Schifani e Casini) è inaccettabile. Per chiunque.
    Tanto più per Bossi, che vuole liberare il Nord, con la vittoria della Lega, dalla schiavitù di Roma.
    E quindi vede rosso (in tutti i sensi) e alza il dito. Che c’è di male? Dov’è l’insulto? Mameli poi non si trattiene.
    E qui nasce la questione di principio: è lecito, pur essendo italiani, aspirare al federalismo che, necessariamente,comporta di secedere per poi federare? E se senza insurrezioni di popolo e senza violenza, si persegue l’autonomia del Nord e la Costituzione della Padania con parole, comizi, anche proposte di legge, si compie un illecito?
    Se voglio cambiare la Costituzione come accadde per l’immunità parlamentare; se voglio introdurre il divorzio, come accadde rispetto al codice civile, dovrò pure prendere e dichiarare una posizione?
    Dovrò pure prendere le distanze, magari con un dito, dal testo della Carta da cui intendo dissociarmi per trasformarla?

    Anche su questo Mameli non è fatto per la Lega.
    Nella seconda strofa esprime un concetto opposto (e conseguentemente mi sembra naturale che Bossi si dissoci, sia pure irritualmente): «Noi siamo da secoli/ calpesti, derisi/ perché non siam popolo,/ perché siam divisi./ Raccolgaci un’unica/ bandiera, una speme:/ di fonderci insieme/ già l’ora suonò».
    E il dito si alzò.

    V. Sgarbi www.ilgiornale.it 22 07 08

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Quella marcetta è...

    ...proprio brutta

    Giosue Carducci lo liquidò come roba «da panche di scuola». E secondo me fu generoso. Parliamo ovviamente del «Canto nazionale» poi ribattezzato Fratelli d'Italia, parliamo dell’inno di Mameli (anche se, come vedremo, mica è detto che ne sia stato lui, il paroliere). Inno tuttora provvisorio, scelto dal governo De Gasperi (inciucione istituzionale: Dc, Pci, Psi, Pri) per sostituire la Marcia Reale che per un secolo aveva scandito i momenti solenni della nazione.
    Fu una scelta affrettata: pochi ne conoscevano l’aria e pochissimi le parole, ma aveva le stimmate risorgimentali e quindi passò, «in attesa di scegliere quello definitivo», come recita la deliberazione ministeriale dell'ottobre 1946.
    In verità, a declamarlo tutto, l'inno di Mameli, c’è da farsi venire la pelle d'oca. Prendiamo il quinto versetto: «Son giunchi che piegano/le spade vendute/già l’aquila d'Austria/le penne ha perdute/il sangue d'Italia/il sangue polacco/bevé col cosacco/ma il sen le bruciò!».
    Bella roba, ora che l'Austria è nostra sorella germana, lembo della patria comune europea.
    Non è dato poi sapere quanti italiani, intonandolo, afferrino il significato dell’elmo di Scipio o di una vittoria schiava di Roma.
    O non equivochino su quei «bimbi d'Italia» che son «tutti balilla» o non facciano gli scongiuri al «siam pronti alla morte».
    E poi la musica di Michele Novaro, quel paraponzi ponzi bandistico: niente a che vedere, tanto per fare un esempio, con la percussione della Marsigliese e del suo attacco, quell’«Allons enfants de la Patrie» (ma pure nell'inno francese c’è sangue di troppo; e truce soldataglia che mugghiando sgozza donne e bambini; e belve che senza pietà straziano il seno della propria madre. Per dire). Insomma, Fratelli d'Italia è bruttarello, anche se le alternative proposte, il coro del Nabucco (società civile) e Azzurro (il risultato di un sondaggio fra gl’italiani) risultano un «tacon» peggio del «buso». Nella prima ipotesi e a parte che «la patria sì bella e perduta» non è il Bel Paese, ma la Terra promessa, toccherebbe cantare versi di questo tenore: «Arpa d'or dei fatidici vati/perché muta dal salice pendi?». Nella seconda, quella indicata dalla maggioranza dei compatrioti, «cerco un po' d'Africa in giardino, tra l'oleandro e il baobab» e non mi pare proprio il caso.

    Per tornare a Fratelli d'Italia, non è mai stato chiarito se il testo sia di mano di Goffredo Mameli o del padre scolopio Atanasio Canata, poeta, prosatore, drammaturgo, docente nel collegio di Carcare dove nel settembre 1846 soggiornò il giovane Mameli (annoiandosi a morte: «Qui ogni momento si prega - scrisse a un amico - cosa buonissima ma che guasta la ginochia»).
    Molti sostengono che in quell'anno Canata vergò il testo del Canto Nazionale, dove, guarda caso, si esortano i «Fratelli d'Italia» con parole di pedagogo, qual era lo scolopo e quale non era Mameli: «Uniamoci, amiamoci;/l'unione e l'amore/rivelano ai popoli/le vie del Signore...». E poi, quando Canata inviò il testo a Novaro, autore della musica e grande amico di Goffredo, scrisse: «Te lo manda Mameli», non già «È di Mameli».
    La questione, dunque, è aperta, ma tutto sommato conviene chiuderla. Risultasse davvero che l'autore fu il padre scolopio, toccherebbe dire non più l’inno di Mameli, ma l'inno di Canata. «Sulle note dell'inno di Canata il Presidente della Repubblica è stato ricevuto all'Eliseo...», «Tenendosi per mano gli azzurri hanno intonato in coro l'inno di Canata»...
    No, non va.

    Paolo Granzotto www.ilgiornale.it 22 07 08

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Comunque i simboli....

    ....vanno rispettati

    Il gesto di Umberto Bossi - che si commenta da solo, sia sul piano del gusto sia su quello politico - ha l’effetto paradossale di aumentare la simpatia della maggior parte degli italiani verso un inno oggettivamente bolso, retorico e che sarebbe ora di cambiare.
    Del resto è il destino dei simboli: nascono per onorare ciò che rappresentano e per essere onorati, ma di conseguenza subiscono il disprezzo di chi non ama il loro significato.
    Infatti l’atteggiamento generale verso i simboli cambia con il mutare delle fasi storiche.
    Dal dopoguerra a oggi, per esempio, la percezione dell’inno nazionale è mutata almeno tre volte. Fino al ’68 faceva gonfiare i cuori di una nazione e di un popolo usciti dalla guerra - e dalla guerra civile - come simbolo di unione e fratellanza. L’inno di Mameli, per quanto antico, sembrava nuovissimo perché sostituiva la marcia reale; ovvero rappresentava una giovane Repubblica nata dalle ceneri di una monarchia che aveva deluso e anche tradito gli italiani.
    Il ’68, con la sua furia iconoclasta, internazionalista e antitradizionalista lo fece decadere, anche nella percezione dei non sessantottini, a simbolico retorico di un patriottismo che non aveva più ragione di essere.
    La terza fase, la rinascita dell’inno, viene attribuita di volta in volta a motivi di nazionalismo calcistico o alle iniziative dell’allora presidente Ciampi, ma credo che il motivo profondo si debba a due spinte contrastanti: la minaccia all’identità nazionale proveniente sia dall’esterno (invadenza sempre maggiore dell’Unione europea) sia dall’interno, ovvero certi atteggiamenti estremistici della Lega che, non soddisfatta del federalismo, a volte sembra voler minare addirittura l’unità nazionale.
    Il simbolo decade, invece, quando da segno di unione passa a rappresentare una parte.
    È il caso di Garibaldi, che fu sinonimo di unità e di passione patriottica fino a quando del suo nome e del suo volto non si impossessò una parte politica: prima con le omonime brigate partigiane, poi con il fronte popolare delle sinistre, e nel dopoguerra. La Democrazia cristiana ebbe la trovata - geniale - di rovesciare quel simbolo mostrando che nascondeva la faccia di Stalin: da allora l’eroe dei due mondi è quasi scomparso dall’iconografia patriottico-politica.

    Il tricolore ha una storia ancora diversa. Benché mondato dello stemma sabaudo, nel dopoguerra gli italiani ne avevano abbastanza della retorica patriottarda abusata dal fascismo. Tanto che la bandiera compariva solo nei simboli della destra, quello dei liberali e - sotto forma di fiamma - nello stemma del Movimento sociale italiano.
    Era significativo che il Pci, nel proprio simbolo, lasciasse spuntare appena un lembo di tricolore sotto la bandiera rossa con falce e martello: l’Internazionale comunista sovrastava le patrie e le annullava.
    Fu Berlusconi - interpretando un mutamento storico - a sdoganare il tricolore per un partito che non a caso si chiamava Forza Italia; lo sdoganò a tal punto che oggi è tricolore anche il simbolo del partito avversario, il Pd.
    Insomma, i simboli risentono dei momenti storici, come le azioni dell’andamento della Borsa.
    Ma rappresentano dei valori per gran parte della popolazione.
    E anche chi non ci crede dovrebbe, per questo, rispettarli.

    www.giordanobrunoguerri.it

    saluti

 

 

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