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Discussione: Ossezia

  1. #61
    Bieco reazionario colonialista
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    Il Fronte Eurosiberia denuncia il tentativo di dividere l’Europa




    Il Fronte Eurosiberia denuncia e condanna il tentativo dell’intellighenzia liberal-progressista anglosassone e «russo-pirata» e degli Stati Uniti di dividere l’Europa attraverso la strategia caldeggiata dai vari agenti della destabilizzazione mondialista che si sta palesando, dopo la progressiva rimessa in discussione del Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) e del Trattato Anti Missili Balistici – grandi successi politici di Ronald Reagan snobbati da George Bush – da parte degli Stati Uniti, la guerra in Cecenia scatenata dall’oligarca Boris Berezosvskij e dallo speculatore George Soros, la guerra di Clinton contro la Serbia, e in tempi sempre più recenti il sistema coordinato da un radar istallato dagli americani nella Repubblica Ceca, la secessione del Montenegro, il sostegno di George Bush alla secessione unilaterale del Kosovo, la farsa dell’arresto di Radovan Karadžić, la crisi in Georgia provocata da Mikheil Saakašvili e la firma oggi di un «accordo» per la concessione di una base per i dieci missili intercettori, componente sul suolo europeo insieme al radar installato nella Repubblica Ceca, dello «scudo stellare» milssilistico americano, tra il Segretario di Stato americano Condoleeza Rice e i polacchi.

    Il 3 dicembre 1999 l’allora Presidente francese Jacques René Chirac dichiarava: «Dobbiamo evitare qualsiasi messa in discussione del Trattato ABM, che potrebbe portare allo sconvolgimento degli equilibri strategici ed una nuova corsa agli armamenti nucleari». Chirac ha anche affermato: «Dobbiamo stare molto attenti a non incoraggiare la creazione di nuove linee divisorie in Europa o il ritorno ad un vecchio ordine».

    L’11 settembre del 2001 ha mostrato al mondo i fallimenti e i pericoli della dottrina russofoba Brzezinski, che ieri ha incoraggiato il mondo a foraggiare ed armare gli integralisti islamici in Afghanistan e oggi vorrebbe trascinarlo in una guerra contro la sovranità e l’integrità della Federazione Russa.

    La NATO, oltre ad aver dimostrato di ignorare le nuove evenienze dell’era dello scontro tra le civiltà e la geopolitica del terrorismo internazionale, è sempre più, come ha dichiarato il Presidente russo Medvedev, una fonte di divisione dell’Europa, la quale deve essere sostituita da una alleanza pan-Europea per la sicurezza che non sia fonte di divisioni.

    Il Fronte Eurosiberia sostiene l’idea-forma in chiave geopolitica dell’«Euro-Siberia» fondata sulla saldatura di Civiltà tra il mondo identitario europeo e la «Geopolitica dell’Ortodossia» (Thual François 1995) e dall’Europa (fino agli Urali) con il suo potenziale scientifico-tecnologico con la Siberia e le sue risorse naturali, per la realizzazione dell’Impero su cui «non tramonta mai il sole» preconizzato da Carlo V, l’Impero che riunisca finalmentre le «Tre Rome» della Cristianità (Roma, Costantinopoli e Mosca), l’Impero dei Popoli bianchi preconizzato da Spengler contro il «Tramonto dell’Occidente» e la riscossa mondiale dei popoli di colore e il «pericolo giallo».

    Anche la Russia è minacciata dai popoli turco-mongoli guidati dall’Islam nella marcia verso il cuore della Grande Madre Russia bianca e cristiana (jihad nel Caucaso) e dal «pericolo giallo» (le intese sino-russe sono effimere: i cinesi stanno mandando gruppi scelti di "coloni" imbevuti di maoismo in Siberia. Questi "coloni" non sarebbero altro che delle quinte colonne il cui scopo è indottrinare le popolazioni locali e spiegare loro quanto è bella la Cina e quanto sono cattivi i Russi, giocano anche sull’identità razziale di quelle popolazioni, di origine turco-mongola, che per tratti fisici sono molto simili ai cinesi, quindi l’idea è quella di farli sentire a "casa" unendosi alla «grande Cina»).

    L’atlantismo anti-russo dietro cui si celano i disordini provocati da Soros e da Berezovskij è un pericolo per il futuro dell’Europa, che deve essere forte, libera e sovrana, contro la Turchia e l’«Eurabia», non certo contro una Russia identitaria, nazionalista, cristiana e forte.

    Da parte nostra non c’è nessuno sterile anti-americanismo, d’altronde lo stesso Guillaume Faye nel suo Archeofuturismo non esclude una alleanza strategica con gli Stati Uniti contro la riscossa terzomondiale, ma un super-scudo missilistico stellare dovrebbe essere costituito in piena collaborazione e intesa con la Federazione Russa e i Paesi europei per difendere il «Settentrione» mondiale dal disordine dell’Islam e dall’ascesa della Cina e non nel quadro del progetto americano di «divide et impera» in Europa in coopetizione (cooperazione-competizione) con le élite traditrici (cechi e polacchi dicono niente?) e gli islamici per la sua balcanizzazione.

    FRONTE EUROSIBERIA
    21/08/08


    carlomartello

  2. #62
    Obama for president
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    hahaha blondet

  3. #63
    Bieco reazionario colonialista
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    Hahaha Obama.




    carlomartello

  4. #64
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    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    Hahaha Obama.




    carlomartello
    mitico carlomartello!!! se continui così mi fai diventare "obamiano"!!!

    grandissimo 'sto Geremia Wright!!!

    (Hillary Clinton has never been called "a nigger" )

  5. #65
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    Tbilisi: «Anche Israele ci ha tradito»
    Maurizio Blondet
    17 agosto 2008



    Temur Yakobashvili è il cittadino israeliano che in Georgia è diventato ministro per la reintegrazione territoriale, ossia con il compito di riprendere le provincie separatiste filo-russe. E’ quello che il giorno dell’attacco georgiano, parlando alla radio dell’armata israeliana, disse che «Israele deve essere fiero della preparazione che ha dato alle nostre truppe».

    Ora che Saakashvili è stato costretto a firmare il cessate-il fuoco dettato da Sarkozy (i media avevano detto che l’aveva firmato per primo, ma non era vero), Yakobashvili ha cambiato registro: «Israele ci ha tradito come gli europei e gli Stati Uniti». Secondo lui, «le truppe NATO dovevano difendere le infrastrutture vitali georgiane»; invece persino Israele «ha fatto come volevano i russi. Ha aiutato i terroristi. Non so cosa abbia ottenuto in cambio, io vedo che Hezbollah continua a ricevere armi russe, e tante» (1).

    «Israele deve proteggere gli interessi che ha qui», ha continuato Yakob: «Ci sono molti uomini d’affari israeliani che hanno investito denaro, e un Paese deve proteggere gli investimenti dei suoi cittadini». Ha aggiunto che loro, i georgiani, avevano avvertito Washington che i russi si preparavano a contrattaccare, «ma ci hanno detto che i georgiani stavano di nuovo esagerando».

    La tendenza ad esagerare perdura, percjhé Yakobashvili ha proclamato che le truppe di Tbilisi avevano «distrutto la 58ma armata russa» e abbattuto 17 aerei e tre elicotteri. Ma poi la meravigliosa armata georgiana ha dovuto ritirarsi, «perchè la Russia ha dispiegato 30 mila uomini e migliaia di carri armati. il nostro non è un popolo suicida».

    Oggi a Gori, ha aggiunto, «è in corso un progrom cosacco contro la popolazione locale (i giornalisti sul posto smentiscono, ndr). Come ebreo, questo mi dà i brividi».

    Se non altro, queste recriminazioni dimostrano che il regime georgiano sta cominciando a sentirsi in difficoltà, e teme di pagare per i suoi errori. «Abbandonato» dal cosiddetto Occidente e «tradito» persino da Israele, Saakashvili teme di non sopravvivere politicamente. Probabilmente, giorno dopo giorno, anche gli altri Paesi dell’Est che hanno fidato negli Stati Uniti, mettendosi al loro servizio per regolare i loro vecchi conti con Mosca, trarranno le conseguenze di questi «tradimenti».

    Se il potente Occidente non è intervenuto a salvare la Georgia, interverrà per salvare Polonia e Ucraina? Un generale russo ha appena comunicato alla Polonia, corsa ad accettare i missili antimissile americani sul suo territorio, che è diventata un bersaglio atomico. Conviene? Gli americani si batteranno nella guerra nucleare per salvare Varsavia, loro che non hanno salvato Tbilisi?

    Questi ripensamenti indeboliranno fortemente le ambizioni espansionistiche geopolitiche di Washington nell’ex area di influenza sovietica.

    Un primo segno di questo indebolimento è già in atto: mentre gli USA si sono ritirati dall’esercitazione navale «Furkus 2008», programmata prima del conflitto georgiano, perchè vi partecipava anche la Russia, la Francia vi sta prendendo parte (l’esercitazione è cominciata il 15 agosto e durerà fino al 23; qui la notizia). Un’esercitazione russo-francese senza gli USA! Interessante precedente.

    Qualche ripensamento su questo nuovo smacco dell’espansionismo di Bush sta avvenendo anche in USA. Patrick Buchanan, il giornalista che è stato candidato presidenziale conservatore, ha giudicato in questo modo l’accusa di Bush, secondo cui la risposta russa è stata «sproporzionata»: «Ma noi non abbiamo autorizzato Israele a bombardare il Libano per 35 giorni in risposta ad una scaramuccia di frontiera in cui erano stati catturati due soldati israeliani? Questo non è stato molto più ‘sproporzionato’? La Russia ha invaso un Paese sovrano, ha lamentato Bush. Ma gli USA non hanno bombardato la Serbia per 78 giorni e non l’hanno invasa per obbligarla a cedere il Kossovo, su cui la Serbia aveva pretese storiche più giustificate di quelle della Georgia sull’Abkhazia e il Sud-Ossezia, popoli etnicamente separati dai georgiani? Non è stupefacente l’ipocrisia dell’Occidente?» (2).

    Mosca, scrive Buchanan, «ha ritirato l’Armata Rossa dall’Europa, ha chiuso le sue basi a Cuba, ha disciolto ‘l’impero del male’ e lasciato che l’Unione Sovietica si frazionasse in 15 Stati, ed ha cercato l’alleanza e l’amicizia degli Stati Uniti. E noi, cosa abbiamo fatto? Trafficanti americani in combutta con mascalzoni moscoviti hanno saccheggiato la nazione russa. Rompendo una promessa fatta a Gorbaciov, abbiamo esteso la nostra alleanza militare in Est Europa, fino alla porta della Russia. Sei Paesi del Patto di Varsavia e tre ex-repubbliche dell’URSS sono oggi membri della NATO».

    Bush e Cheney spingono per portare nella NATO anche Ucraina e Georgia, rincara Buchanan. Ciò significa che «saremo obbligati ad entrare in guerra con la Russia per difendere la città di nascita di Stalin (Gori) e la sovranità (ucraina) sulla Crimea e Sebastopoli, tradizionale sede della flotta russa del Mar Nero».

    Immaginate se fosse accaduto l’inverso, suggerisce ai suoi lettori. Se fosse stata Mosca a inglobare l’Europa occidentale nel Patto di Varsavia. Se, per di più «avesse stabilito basi in Messico e Panama, piazzato missili e radar a Cuba, e si fosse unita alla Cina a costruire oleodotti per trasferire il greggio venezuelano e messicano nel Pacifico per imbarcarlo verso i porti asiatici. Se ci fossero consiglieri russi e cinesi ad addestrare gli eserciti latino-americani, come noi facciamo nelle repubbliche ex-sovietiche: Come avremmo reagito?».

    Una lezione di geopolitica molto ragionevole. E le voci critiche contro la politica russo-asiatica di Bush si infittiscono, naturalmernte non sui media italiani, ma su quelli del fidato alleato britannico (3). Mentre le truppe russe restano ancora sul territorio «sovrano» della Georgia (con calma, stanno meticolosamente distruggendo o impadronendosi di tutto l’armamento), le vociferazioni minacciose della Casa Bianca e dei suoi neocon non fanno che antagonizzare Mosca, senza alcuna efficacia nella realtà.

    «La Russia sta perdendo la guerra di propaganda», si consola la BBC: ma appunto, tutto ciò che si dice e si dirà nei prosismi giorni (l’UNHCR, che sta soccorrendo solo i profughi georgiani e non ha mandato uno spillo ai sud-osseti, sta già raccogliendo le accuse di «atrocità» russe, come oro colato, dalla bocca dei georgiani fuggiti) non è altro che propaganda.

    L’espansionismo americano ha subito una battuta d’arresto nel mondo reale. La stessa BBC deve ammettere che «c’è una certa simpatia per la posizione russa in Europa».

    Una frattura intra-europea: ecco un altro risultato dell’avventurismo e unilateralismo di Bush. Salvo una catastrofica «october surprise» che mantenga al potere Bush indefinitamente, il prossimo presidente dovrà riparare molti e gravissimi danni, nel mondo reale.



    1) Anshel Pfeffer, «Georgia minister: Israel has sold us out», Haaretz, 15 agosto 2008.
    2) Pat Buchanan, «Blowback from bear-baiting». AntiWar.com, 15 agosto 2008. [l'ho postato al post 70 di questo 3d]
    3) Si veda per esempio Andrew Alexander, il più autorevole columnist del Daily Mail « Nato is pushing Russia into a new Cold War», 14 agosto 2008. Fatto significativo, questo giudizio appare sull’edizione on-line, non su quella stampata del giornale britannico. William Pfaff ha echeggiato le stesse critiche. Si veda anche, sulla stessa linea critica degli USA, Richard Bennet, analista strategico dell’AFI Research britannico (AFI sta per «American and Foreign Intelligence»), su Asia Times: «The bear is back», l’orso russo è tornato, su Asia Times del 16 agosto.


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  6. #66
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    In mano russa segreti militari israeliani
    Maurizio Blondet
    18 agosto 2008



    Sgradevole conseguenza dell’avventurismo di Sion in Georgia: materiale segretissimo dell’IDF (il glorioso Tshal) è caduto in mani «straniere» (1). Lo rivela Haaretz; ha intervistato un soldato di un gruppo di elite sionista, andato a fare il mercenario in Georgia per una ditta privata, «Defensive Shield», allestita dall’ex generale di brigata Gal Hirsh - israeliano ovviamente - per «aiutare» i georgiani. Il milite del commando - soprannominato «Tomer» - è tornato molto preoccupato.

    «Appena arrivato nella sala operativa», racconta Tomer, «ho visto un manuale di istruzioni di sicurezza dell’IDF che non avrebbe dovuto essere lì. C’erano anche CD del nostro esercito con la scritta ‘Confidential’, che documentavano le attività della nostra armata, gli organigrammi delle nostre unità speciali, e le generalità degli ufficiali».

    La sala operativa non era sorvegliata, rendendo queste informazioni alla portata di chiunque. Di fatto, ai georgiani sono state regalate informazioni top secret che ora, probabilmente sono nelle mani dei russi. Ciò, secondo «Tomer», è dovuto alla mentalità da mercenari assunta dagli istruttori militari israeliani.

    «Le ditte responsabili dell’addestramento avevano fretta di finire il contratto, onde cominciarne un altro e fare altri soldi». Inoltre, «si sapeva che il lavoro di addestramento doveva essere finito in fretta perchè i soldati (georgiani) dovevano essere presto impiegati nelle azioni reali». Una conferma aggiuntiva, se ce n’era bisogno, che era la Georgia a prepararsi all’attacco di sorpresa.

    Tomer aggiunge: gli ufficiali georgiani dicevano ai loro soldati che l’addestramento serviva ad «aiutare la NATO in Iraq» (sic), mentre «l’obbiettivo reale erano l’Abkhazia e il Sud Ossezia».

    Il generale Hirsh, responsabile israeliano dell’addestramento, si è fatto vedere molto poco, rincara Tomer. E secondo lui, i georgiani non sono stati preparati a dovere.

    «Secondo gli standard nostri, i soldati avevano capacità qausi-zero e gli ufficiali erano mediocri, era chiaro che gettare questo esercito in un conflitto era assurdo». Molti dei suoi allievi, dice Tomer, sono morti negli scontri coi russi. «E’ dura: molti erano diventati amici, mi avevano invitato a casa loro...».

    Il pensiero inespresso è: vuoi vedere che ora Mosca, per ritorsione, passerà le informazioni top secret, i nomi degli ufficiali, gli organigrammi e le metodologie dei corpi speciali ebraici, ad Hezbollah, o agli iraniani?

    Ma la vera domanda è piuttosto come mai la Georgia abbia potuto diventare un vero e proprio protettorato israeliano. Non solo due ministri importanti nel govero di Saakashvili, come abbiamo già rivelato, sono israeliani di nascita (David Kezerashvili alla Difesa, Yakobashvili al ministero della Reintegrazione dei territori separatisti); ma, come rivela il Jerusalem Post, persino il primo ministro è un ebreo israeliano.

    Si tratta di Vladimir «Lado» Gurgenidze, il quale, capo del governo di una nazione cristiano-ortodossa, alla vigilia dell’attacco «ha chiamato al telefono Israele per chiedere una benedizione speciale al più importante rabbino e leader spirituale della comunità haredi (i fondamentalisti ebraici più feroci), rabbi Aharon Leib Steinman»; così parlò il Jerusalem Post.

    Non basta. Decine di generali israeliani, una volta in pensione, hanno fatto della Georgia la loro patria-di-vacanza; decine di migliaia di israeliani sono andati in ferie in Georgia, meta apparentemente privilegiata del turismo ebraico.

    Lasha Zhvania, già ambasciatore della Georgia in Israele e poi eletto al parlamento georgiano, va ogni anno in Israele a trovare i parenti sparsi ad Haifa e Nethanya. E’ evidente che i legami d’affetto uniscono i due Paesi al disopra della convenienza politica. Perchè?

    Facile, in fondo. La maggior parte degli «ebrei» (gli askhenazi, il 75% della comunità, che domina i sefarditi) vengono da lì; non dalla Palestina, ma dalle sponde del Mar Nero. Sono i discendenti dei khazari, che si convertirono in massa al giudaismo nell’ottavo secolo dopo Cristo. Il nome stesso del ministro della Difesa israeliano-georgiano, Kezerashvili, significa «figlio di khazaro».

    Per un secolo e mezzo almeno, un vero impero dei khazari ha controllato le coste del Mar Nero, con centro ad Odessa, arricchendosi coi pedaggi e le esazioni estratte dalle carovane che percorrevano la Via della Seta. Grossi affari, che probabilmente entrano per qualcosa nell’acquisita identità «ebraica» di questi turco-mongoli (2).
    Nel 965 il principe della Rus’, Sviatoslav di Kiev, condusse diverse azioni militari contro questo regno del taglieggio, il che portò al declino e alla scomparsa dell’impero khazaro; da qui, probabilmente, l’odio inestinguibile degli «ebrei» per i russi, che i veri ebrei (i sefarditi) manco potevano conoscere.

    Il poeta persiano Khakani (1106-1190), che fu funzionario dell’impero persiano e svolse gran parte della sua carriera nel Caucaso, racconta dei «Devent Khazari», questa popolazione che aveva fatto della città di Darband la via di passaggio obbligata tra il Caucaso e il Mar Nero, una via attraverso cui, nei vecchi tempi, i khazari andavano in Georgia per saccheggiarla, e che alla fine usarono per rifugiarsi in Georgia contro gli imperi che li stringevano da ogni lato: musulmani, bizantini e russi.

    Si sa che gli «ebrei» finiscono per affezionarsi ai Paesi che saccheggiano. Forse molti sono tornati nella loro vera patria (casa, dolce casa), e l’hanno armata fino ai denti per prendersi l’antica vendetta che covano contro Mosca.

    Si sa che gli «ebrei» - insomma i khazari - non dimenticano mai niente, e non perdonano mai niente.



    1) Nava Tzuriel, «Souce: secret IDF material went unguarded in Georgia», Haaretz, 16 agosto 2008.
    2) Hesham Thillawi, phd: «Georgia: Israel’s home, sweet home». thethruthseeker.co.uk, 16 agosto 2008.


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  7. #67
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    Quem vult perdere
    Maurizio Blondet
    20 agosto 2008



    La NATO rimprovera la Russia per la Georgia e minaccia misure. «Niente sarà più come prima tra NATO e Russia», dicono i nostri, tracotanti. Mosca risponde: se la NATO punirà la Russia, la Russia punirà la NATO. Visto che i nostri «governanti» europei ci hanno messo come cittadini su questa rotta (di collisione) sarà il caso i vedere i rapporti di forze in campo, la potenza militare e lo spirito combattivo della frazione europea del cosidetto atlantismo.

    Dieci soldati francesi in Afghanistan sono stati uccisi in un attentato, ed è una tragedia nazionale. La Francia, nella prima guerra mondiale sprecò, se non erro, 1,6 milioni di francesi per battere la Germania: evidentemente era una guerra che le interessava; come sempre, solo le guerre civili europee scaldano noi europei. Adesso per dieci soldati morti e 22 feriti, tutti i giornali francesi ripetono che la guerra in Afghanistan è perduta sul piano militare, e che la sola cosa da fare è giungere a un accordo coi talebani, ossia farli partecipare ad un governo di coalizione con Karzai.

    Tutto ciò è vero e giusto, e magari era il caso di spiegarlo prima ai cittadini, molto prima. Ma allora perché noi europei restiamo in Afghanistan? Perché lo ordina Washington, che sta perdendo anche quella guerra come ha già perso in Vietnam; e quando avrà definitivamente perso in Afghanistan, gli USA - come fecero dopo il Vietnam - si ritireranno nei loro confini per qualche decennio, a leccarsi le ferite e a farsi il bidet all’anima, obbligando noi, gli alleati, a bere l’acqua sporca, come diceva Churchill.

    Per sapere quanto conviene farsi servi degli Stati Uniti, chiedete al generale Musharraf: dieci anni di «alleanza», 70 mila soldati pakistani impegnati in operazioni sanguinosissime contro i pashtun delle aree tribali, migliaia di morti, ed ora i padroni gli danno il benservito, forse nemmeno gli concederanno asilo in America.

    Vediamo ora l’altra parte. L’armata russa, in una sola settimana di combattimenti in Georgia, ha perso sicuramente piu di 200 uomini, diverse decine di carri armai, un certo numero di aerei da caccia. E tuttavia, la popolazione russa è tutta a favore della reazione russa contro Saakashvili e il suo regime khazaro, l’armata russa è ancora intatta e ben decisa a non cedere. In una parola, per la Russia, quel conflitto risponde ad un chiaro ed evidente interesse nazionale, profondamente sentito, per cui sa che val la pena di spendere giovane sangue russo.

    Per noi europei, la difesa della Georgia configura un interesse nazionale altrettanto chiaro e sentito? Più che mantenere la presa occidentale sull’Afghanistan? Siamo disposti a spendere più di dieci soldati che ci paiono troppi per Kabul? Proviamo a risponderci.

    L’occupazione dell’Afghanistan ha un carattere estremamente ambiguo: come opinione pubblica, non sappiamo nemmeno perché siamo lì coi nostri soldati. Non è colpa nostra: i «governanti» non ce l’hanno mai detto, salvo che non accettiamo come spiegazione che siamo andati là a liberare le donne dal chador.

    La verità, è che il motivo è inconfessabile: siamo andati là, ormai sette anni fa, per garantire il posizionamento di un oleodotto destinato a portare il greggio del Caspio ai mari caldi, senza passare per l’Iran e per gli oleodotti russi.

    Per la Georgia, il motivo è analogo: la Georgia democratica è stata creata ex-nihilo per farvi passare i tubi del Baku-Tbilisi-Ceyhan, che porta il gas e petrolio alla Turchia, e da lì in Israle. Ci interessa come europei? No. Noi, un quarto del nostro petrolio e gas lo riceviamo dalla Russia, con cui abbiamo linee di rifornimento fisse e stabili.

    Ci sentiamo replicare: appunto, noi dipendiamo «troppo» dalla Russia, l’Europa deve diversificare le sue fonti. Dipendere un po' meno dalla Russia e un po' più dai khazari e dai loro protettorati: cosa ci guadagniamo? La necessità di diversificare le fonti, del resto, non si pone se non assumiamo atteggiamenti ostili verso la Russia; atteggiamenti che, come europei, non abbiamo nessun motivo ragionevole di assumere.

    Ma come membri della NATO, noi ci inimichiamo Mosca. La Merkel ha minacciato a nome nostro di accelerare l’entrata della Georgia e dellUcraina nell’Alleanza Atlantica. Qui, bisogna esser chiari.

    Nella NATO abbiamo già la Polonia, che è un Paese militarmente indifendibile: nella storia, la Polonia - priva di difese naturali, senza mai un vero esercito adeguato - è stata sempre invasa ad libitum, da Est e da Ovest, e non ha mai potuto resistere. L’Ucraina, con le sue immense pianure, è parimenti indifendibile; la Georgia, così lontana, lo è ancor meno.

    Con questi Paesi nella NATO, guidati per di più da fantocci arroganti e avventuristi, saremo chiamati a difendere tre Paesi indifendibili in un’area vastissima, su linee di comunicazione a noi sfavorevoli, contro il nostro fornitore energetico principale.

    I luoghi si prestano a splendide battaglie di cingolati, come quelle combattute fra tedeschi e sovietici negli anni '40. Le dovremo combattere senza carburante, perché quello, oggi, lo riceviamo dalla Russia. Sarà un problema. Ma è nulla, se siamo animati dalla voglia di vittoria, da un alto spirito combattivo.

    Quante divsioni Folgore, quanti corpi d’armata siamo disposti a gettare nel carnaio? Quanti dei nostri figli con telefonino, doccia quotidiana, e necessità di discoteca, merendine e cocaina. Mourir pour Tbilisi? Mourir pour Kiev?

    Ci stanno mettendo su questa strada, e non ce dicono il perché. Le guerre di cui non si possono confessare i motivi sono perse in anticipo.

    Se non scendiamo in piazza, noi italiani, a milioni contro l’entrata di Kartulia e di Kiev nella NATO, vuol dire che ci si applica il detto romano: «Quem vult perdere, deus amentat». A chi vuol mandare in rovina, Dio toglie prima la ragione.


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  8. #68
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    Discorso alla Conferenza di Monaco di Baviera sulla Politica di Sicurezza
    Vladimir Putin
    20 agosto 2008



    Riteniamo utile ripubblicare la traduzione del testo integrale del discorso tenuto da Vladimir Putin alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco l'11 febbraio 2007. La prima volta, nel vecchio sito, era stato pubblicato in una traduzione dal tedesco; questa volta in una traduzione
    dall' inglese. Vale la pena leggerlo con la massima attenzione. In nessun altro precedente intervento del presidente russo era stato affrontato con tanta esplicita chiarezza il problema dei rapporti con gli Stati Uniti, a testimonianza del livello di tensione che ha raggiunto la competizione tra le due principali potenze nucleari del pianeta.


    MONACO, 11 febbraio, 2007: Molte grazie cara signora cancellierafederale, signor Teltschik, signore e signori!

    Sono veramente grato per essere stato invitato a una così significativa conferenza che riunisce statisti, ufficiali militari, imprenditori ed esperti da più di 40 nazioni.

    La struttura di questa conferenza mi permette di evitare l’eccessivo formalismo e la necessità di parlare nei tortuosi termini diplomatici, compiacenti ma vuoti. La configurazione di questa conferenza mi consentirà di dire quello che penso realmente sui problemi della sicurezza internazionale. E se i miei commenti sembrassero indebitamente polemici, aspri o inesatti ai nostri colleghi, vorrei chiedere loro di non aversene con me. Dopo tutto, questa è solamente una conferenza. E spero che il signor Teltschik non vorrà accendere il segnale rosso dopo i primi due o tre minuti del mio discorso.

    Perciò. Si sa bene che la sicurezza internazionale va molto più in là delle questioni relative alla stabilità militare e politica. Comprende la stabilità dell'economia globale, il superamento della povertà, la sicurezza economica e lo sviluppo di un dialogo tra civiltà.

    Questo indivisibile carattere della sicurezza, universale, è espresso con il fondamentale principio che “la sicurezza di ciascuno è la sicurezza per tutti”. Come disse Franklin D. Roosevelt pochi giorni dopo lo scoppio della II Guerra Mondiale: “Quando la pace è stata rotta da qualche parte, la pace di tutti i Paesi è ovunque in pericolo”.

    Oggi queste parole rimangono attuali. Incidentalmente, il tema della nostra conferenza - crisi globali, responsabilità globale - esemplifica questo.

    Solamente due decadi fa il mondo era ideologicamente ed economicamente diviso e fu l'enorme potenziale strategico di due superpotenze che garantì la sicurezza globale. Questa situazione globale ha spostato i problemi economici e sociali più acuti ai margini dell'agenda della comunità internazionale e del mondo. E, proprio come ogni guerra, la Guerra Fredda ci lasciò con la miccia accesa, parlando figuratamente. Mi sto riferendo agli stereotipi ideologici, ai doppi standard e ad altri tipici aspetti di pensiero per blocchi della Guerra Fredda.

    Ma il mondo unipolare che era stato proposto dopo la Guerra Fredda non ebbe luogo.

    La storia dell’umanità certamente ha superato periodi di unipolarismo e ha visto aspirazioni alla supremazia mondiale. Ma cosa non è capitato nella storia del mondo? Tuttavia, che cosa è un mondo unipolare? Comunque si voglia abbellire questo termine, alla fine si riferisce ad un certo tipo di situazione, ovvero a un centro di autorità, un centro di forza, un centro decisionale.

    E' un mondo nel quale c'è un padrone, un sovrano. Ed alla fine questo non solo è pernicioso per tutti quelli compresi in questo sistema, ma anche per il sovrano stesso, perché distrugge se stesso dall’interno. E questo certamente non ha niente in comune con la democrazia. Perché, come voi sapete, la democrazia è il potere della maggioranza alla luce degli interessi e delle opinioni della minoranza.

    Incidentalmente, alla Russia- a noi- danno continuamente lezioni di democrazia. Ma per qualche ragione quelli che ci insegnano non vogliono imparare loro stessi.

    Io considero che nel mondo d’oggi il modello unipolare non solo sia inaccettabile ma che sia anche impossibile. E questo non solo perché se ci fosse una singola leadership nel mondo d’oggi - e particolarmente in quello d’oggi - le sue risorse militari, politiche ed economiche non basterebbero. E, cosa ancora più importante, il modello stesso sarebbe viziato, perché alla sua base non ci potrebbe essere alcun fondamento morale per la moderna civiltà.

    Con ciò, quello che sta accadendo nel mondo di oggi - e noi abbiamo appena incominciato a discutere di questo - è un tentativo di introdurre negli affari internazionali precisamente questo concetto, il concetto di un mondo unipolare.

    E con quali risultati?

    Azioni unilaterali, spesso illegittime, non hanno risolto alcun problema. Hanno invece provocato nuove tragedie umane e creato nuovi centri di tensione. Giudicate voi stessi: le guerre così come i conflitti locali e regionali non sono diminuiti. Il signor Teltschik ha ricordato questo molto blandamente. E non muoiono meno persone in questi conflitti - ne stanno morendo anche più di prima. Molte, significativamente molte di più!

    Oggi noi stiamo assistendo ad un uso quasi illimitato di eccesso di forza - forza militare - nelle relazioni internazionali; forza che sta sommergendo il mondo in un abisso di conflitti permanenti. Di conseguenza noi non abbiamo l’energia sufficiente per trovare una vera soluzione per nessuno di questi conflitti. Anche trovare un accomodamento politico diviene impossibile.

    Stiamo assistendo ad un disprezzo sempre più grande per i principi fondamentali della legge internazionale. E' un dato di fatto che norme legali indipendenti stiano diventando in modo crescente più legate al sistema legale di uno Stato. Primo fra tutti, gli Stati Uniti, che hanno oltrepassato i loro confini nazionali in ogni modo. Questo è visibile nelle politiche economiche, governative, culturali e dell’istruzione che impongono alle altre nazioni. Bene, a chi piace questo? Chi è felice di questo?

    Nelle relazioni internazionali noi vediamo sempre più il desiderio di risolvere i problemi che si pongono secondo pretese questioni di convenienza politica, basate sul clima politico corrente.

    E naturalmente questo è estremamente pericoloso. Come si vede dal fatto che nessuno si sente sicuro. Io voglio enfatizzare questo - nessuno si sente sicuro! Perché nessuno può percepire la legge internazionale come un solido muro che lo proteggerà. Tale politica incentiva ovviamente una corsa alle armi. Il dominio della forza incoraggia inevitabilmente diversi Paesi ad acquisire armi di distruzione di massa. Inoltre, si profilano significativamente nuove minacce - sebbene fossero ben note anche prima - ed oggi minacce come il terrorismo hanno assunto un carattere globale.

    Io sono convinto che siamo giunti a quel cruciale momento in cui dobbiamo pensare seriamente all'architettura della sicurezza globale.

    E dobbiamo procedere cercando un equilibrio ragionevole tra gli interessi di tutti i partecipanti al dialogo internazionale. Specialmente dal momento che il panorama internazionale è così mutato e muta così rapidamente - con cambiamenti alla luce dello sviluppo dinamico in diversi Paesi e in regioni intere.

    La signora cancelliera federale ha già menzionato questo. Il PIL combinato, sistema per acquisire parità di potere, di Paesi come l'India e la Cina, è già più grande di quello degli Stati Uniti. Ed un calcolo simile del PIL dei Paesi del BRIC - Brasile, Russia, India e Cina - supera quello complessivo dell'EU. E secondo esperti in futuro questo gap potrà solo aumentare.

    Non c'è nessuna ragione di dubitare che il potenziale economico dei nuovi centri della crescita economica globale andrà inevitabilmente a convertirsi in influenza politica e rafforzerà il multipolarismo.

    In relazione a ciò, il ruolo della diplomazia multilaterale sta aumentando significativamente. Il bisogno di princìpi come apertura, trasparenza e prudenza nella politica è incontestabile e l'uso della forza dovrebbe essere una misura veramente eccezionale, comparabile all’uso della pena di morte nei sistemi giudiziali di certi Stati.

    Invece oggi noi stiamo testimoniando la tendenza opposta, vale a dire una situazione nella quale Paesi che si oppongono alla pena di morte anche per assassini e altri pericolosi criminali, stanno partecipando apertamente ad operazioni militari che è difficile considerare legittime. E come dato di fatto, questi conflitti stanno uccidendo persone umane - centinaia e migliaia di civili!

    Ma allo stesso tempo sorge la domanda se noi dovremmo essere indifferenti e distaccati rispetto ai vari conflitti interni ai Paesi, ai regimi autoritari, ai tiranni ed alla proliferazione di armi di distruzione di massa. In realtà questa era anche la domanda centrale posta dal nostro caro collega signor Lieberman alla cancelliera federale. Se ho capito correttamente la sua domanda (rivolto al signor Lieberman), ne deriva chiaramente una questione seria! Possiamo restare osservatori indifferenti di fronte a quello che sta accadendo? Voglio cercare di rispondere altrettanto bene alla sua domanda: certamente no.

    Ma abbiamo i mezzi per contrastare queste minacce? Certamente li abbiamo. E' sufficiente guardare alla storia recente. Il nostro Paese non ha avuto una transizione pacifica alla democrazia? Effettivamente, noi siamo la testimonianza di una trasformazione pacifica dal regime sovietico - una trasformazione pacifica! E che regime! E con quale dovizia di armi, incluse le armi nucleari! Perché ora dovremmo metterci a bombardare e sparare in ogni occasione possibile? Come avviene quando senza la minaccia della distruzione reciproca noi non abbiamo sufficiente cultura politica e rispetto per i valori democratici e per la legge.

    Sono convinto che l'unico meccanismo che possa prendere decisioni circa l’uso della forza militare, come ultimo ricorso, sia la Carta delle Nazioni Unite. E in relazione a questo: io, o non ho capito quello che il nostro collega ministro della Difesa italiano ha detto, o quello che lui ha detto era inesatto. Cioè, ho inteso che l'uso della forza può essere solamente legittimo quando la decisione è presa dalla NATO, dall'EU, o dall'ONU. Se lui realmente pensa così, allora noi abbiamo punti di vista diversi. O io non ho sentito correttamente. L'uso della forza può solamente essere considerato legittimo se la decisione è sancita dall'ONU. E noi non abbiamo bisogno di mettere la NATO o l'EU al posto dell'ONU. Quando l'ONU unirà veramente le forze della comunità internazionale e potrà realmente rispondere agli eventi nei vari Paesi, quando noi abbandoneremo questo disprezzo per la legge internazionale, poi la situazione potrà cambiare. Altrimenti la situazione andrà semplicemente ad un punto morto; ed il numero di errori gravi sarà moltiplicato. Insieme a ciò, è necessario assicurarsi che la legge internazionale abbia un carattere universale, sia nella concezione, sia nell’applicazione delle sue norme.

    E non si deve dimenticare che le azioni politiche democratiche si costruiscono necessariamente con il dialogo, in un processo decisionale laborioso.

    Care signore e signori!

    Il pericolo potenziale di destabilizzazione nelle relazioni internazionali è connesso con l’ovvia stagnazione nella questione del disarmo.

    La Russia sostiene un rinnovato dialogo su questa importante questione.

    E' importante conservare il quadro di legalità internazionale relativo alla distruzione delle armi e perciò assicurare continuità al processo di riduzione delle armi nucleari.

    Insieme con gli Stati Uniti d'America noi ci accordammo per ridurre la nostra capacità di missili strategici nucleari al limite di 1.700-2.000 testate nucleari esplosive entro il 31 dicembre 2012. La Russia intende adempiere strettamente agli obblighi assunti. Noi speriamo che anche i nostri partner agiranno in un modo trasparente e si asterranno dall’accumulare a parte un paio di centinaia di testate nucleari esplosive eccedenti per i giorni di cattivo tempo. E se oggi il nuovo ministro della Difesa americano dichiara che gli Stati Uniti non nasconderanno queste armi eccedenti in un deposito - come si direbbe, sotto un cuscino o sotto la coperta - io allora suggerisco che tutti noi ci alziamo in piedi e salutiamo questo dichiarazione. Sarebbe una dichiarazione molto importante.

    La Russia aderisce strettamente ed intende farlo anche in futuro al Trattato di Non-proliferazione delle Armi Nucleari così come al regime di supervisione multilaterale per le tecnologie missilistiche. I princìpi insiti in questi documenti sono quelli universali.

    Relativamente a questo gradirei ricordare che negli anni ottanta l'URSS e gli Stati Uniti firmarono un accordo sulla distruzione di un’intera serie di missili a corto e medio raggio ma questi documenti non hanno un carattere universale.

    Oggi molti altri Paesi detengono questi missili, inclusa Repubblica Popolare Democratica della Corea, Repubblica della Corea, India, Iran, Pakistan e Israele. Molti Paesi stanno lavorando su questi sistemi e progettano di inserirli come parte dei loro arsenali militari. E solamente gli Stati Uniti e la Russia sono vincolati alla responsabilità di non creare tali sistemi di arma.

    E' ovvio che in queste condizioni noi dobbiamo pensare ad assicurare la nostra propria sicurezza.

    Allo stesso tempo, è impossibile approvare la comparsa di nuove, destabilizzanti armi ad alta tecnologia. Inutile dire che il riferimento è a misure per prevenire una nuova area di scontro, specialmente nello spazio. Le guerre stellari non sono più una fantasia - sono una realtà. A metà degli anni ottanta i nostri partner americani erano già in grado di intercettare i loro stessi satelliti.

    E' opinione della Russia che la militarizzazione dello spazio potrebbe avere conseguenze imprevedibili per la comunità internazionale e provocare niente meno che l'inizio di un'era nucleare. Ed abbiamo avanzato più di una volta iniziative destinate a prevenire l'uso di armi nello spazio.

    Oggi sono lieto di dirvi che abbiamo preparato un progetto per un accordo sulla prevenzione dello schieramento di armi nello spazio. E nel prossimo futuro sarà spedito ai nostri partner come una proposta ufficiale. Lavoriamo insieme su questo.

    Piani per espandere certi elementi del sistema di difesa anti-missile in Europa non possono aiutare questo ma possono disturbarci. Chi ha bisogno del prossimo passo di quella che sarebbe, in questo caso, un’inevitabile corsa alle armi? Io dubito profondamente che ne abbiano bisogno gli europei stessi.

    I missili bellici con una raggio di circa cinque/otto mila chilometri che realmente costituiscono una minaccia per l’Europa non esistono in nessuno dei cosiddetti Paesi problematici. Nel prossimo futuro ed in prospettiva, questo non accadrà e non è neanche prevedibile. E qualche ipotetico lancio, ad esempio, di un razzo nordcoreano diretto al territorio americano attraverso l'Europa occidentale, contraddice in modo palese le leggi della balistica. Come noi diciamo in Russia, sarebbe come usare la mano destra per giungere all'orecchio sinistro.

    E qui in Germania io non posso esimermi dal menzionare la condizione pietosa del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa.

    Il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa fu firmato nel 1999. Prese in considerazione una nuova realtà geopolitica, vale a dire l'eliminazione del blocco di Varsavia. Sette anni sono passati e solamente quattro Stati hanno ratificato questo documento, inclusa la Federazione Russa.

    I Paesi della NATO hanno dichiarato apertamente che loro non ratificheranno questo trattato, inclusi i provvedimenti sulle restrizioni nel ‘fianco’ (sullo schieramento di un certo numero di forze armate nelle zone del fianco), finché la Russia non rimuoverà le sue basi militari dalla Georgia e dalla Moldavia. Il nostro esercito sta lasciando la Georgia, secondo un programma anche accelerato. Abbiamo chiarito i problemi che avevamo con i nostri colleghi georgiani, come tutti sanno. Ci sono ancora 1.500 soldati in Moldavia che stanno eseguendo operazioni di peacekeeping e proteggendo i magazzini con le munizioni lasciate dai tempi dei Soviet. Noi discutiamo continuamente questa questione con il signor Solana e lui conosce la nostra posizione. Siamo pronti a lavorare ulteriormente in questa direzione.

    Ma cosa si sta concretizzando allo stesso tempo? Il cosiddetto fronte flessibile delle basi americane, con più di cinquemila uomini in ognuna. Risulta che la NATO abbia dislocato le sue forze avanzate sui nostri confini, mentre noi simultaneamente continuiamo ad adempiere strettamente agli obblighi del trattato e non reagiamo affatto a queste azioni.

    Io penso che sia chiaro che l’espansione della NATO non abbia alcuna relazione con la modernizzazione dell'Alleanza stessa o con la garanzia di sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa questa espansione? E cosa è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario Generale NATO, signor Woerner, a Bruxelles, il 17 maggio 1990. Allora lui diceva che: “il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della NATO fuori dal territorio tedesco offre all'Unione Sovietica una stabile garanzia di sicurezza.” Dove sono queste garanzie?

    Le pietre e i blocchi di cemento del Muro di Berlino sono stati da molto tempo distribuiti come souvenir. Ma noi non dovremmo dimenticare che la caduta del Muro di Berlino fu resa possibile grazie ad una scelta storica - scelta che è stata fatta anche dalla nostra gente, dal popolo della Russia - una scelta in favore di democrazia, libertà, apertura ed una sincera partnership con tutti i membri della grande famiglia europea.

    Ed ora loro stanno tentando di imporre a noi nuove linee divisorie e muri - questi muri possono essere virtuali ma ciononostante sono ugualmente divisori, tagliando trasversalmente il nostro continente. Ed è mai possibile che ancora una volta ci vorranno molti anni e decadi, così come molte generazioni di statisti, per dissimulare e smantellare questi muri nuovi?

    Care signore e signori!

    Noi siamo inequivocabilmente favorevoli a rafforzare il regime di non-proliferazione. Gli attuali principi legali internazionali ci permettono di sviluppare le tecnologie per fabbricare combustibile nucleare per scopi pacifici. E molti Paesi con tutte le loro buone ragioni vogliono creare la propria energia nucleare come base per la propria indipendenza energetica. Ma noi capiamo anche che queste tecnologie possono essere trasformate rapidamente in armi nucleari.

    Questo crea tensioni internazionali serie. La situazione che circonda il programma nucleare iraniano è un chiaro esempio. E se la comunità internazionale non trova una soluzione ragionevole per chiarire questo conflitto di interessi, il mondo continuerà a soffrire simili crisi destabilizzanti perché ci sono più Paesi sulla soglia, e non semplicemente l'Iran. Noi tutti sappiamo questo. Noi lotteremo con continuità contro la minaccia della proliferazione delle armi di distruzione di massa.

    Lo scorso anno la Russia ha avanzato l'iniziativa di stabilire centri internazionali per l'arricchimento dell’uranio. Siamo aperti alla possibilità che tali centri non siano creati solo in Russia ma anche in altri Paesi dove ci sia una base legittimata ad usare energia nucleare civile. I Paesi che vogliono sviluppare la loro energia nucleare potrebbero garantire che loro riceveranno il combustibile attraverso la partecipazione diretta in questi centri. Ed i centri, ovviamente, potrebbero operare sotto la stretta supervisione dell’AIEA.

    Le più recenti iniziative avanzate dal presidente americano George W. Bush sono conformi alle proposte russe. Io considero che la Russia e gli Stati Uniti siano obiettivamente ed ugualmente interessati a rafforzare il regime di non-proliferazione delle armi di distruzione di massa e del loro dispiegamento. Sono precisamente i nostri Paesi, che detengono le capacità nucleari e missilistiche, che devono comportarsi come leader nello sviluppare nuove, più severe, misure di non-proliferazione. La Russia è pronta a tale compito. Noi siamo impegnati in consultazioni con i nostri amici americani.

    In generale, noi dovremmo discutere per stabilire un intero sistema di incentivi politici e di stimoli economici, con la qual cosa non sarebbe negli interessi degli Stati stabilire loro proprie capacità nel ciclo del combustibile nucleare ma avrebbero tuttavia l'opportunità di sviluppare energia nucleare e rafforzare le loro capacità energetiche.

    Riguardo a questo, parlerò della cooperazione internazionale dell’energia più in dettaglio. La signora cancelliera federale ha accennato anche a questo: ha menzionato, sfiorato questo tema. Nel settore dell’energia la Russia intende creare princìpi di mercato uniformi e condizioni trasparenti per tutti. E' ovvio che i prezzi dell’energia devono essere determinati dal mercato invece di essere soggetti a speculazione politica, pressione economica o ricatto.

    Noi siamo aperti alla cooperazione. Società straniere partecipano a tutti i nostri principali progetti energetici. Secondo diverse stime, più del 26% dell'estrazione di petrolio in Russia - e per favore pensate a questa cifra - più del 2% dell'estrazione di petrolio in Russia è fatto da capitale straniero. Allora provate a trovarmi un esempio simile, nel quale interessi russi partecipino in modo così estensivo in settori economici chiave nei Paesi occidentali. Tali esempi non esistono! Non c’è alcun esempio similare!

    Vorrei anche ricordare il grado di corrispondenza tra gli investimenti stranieri in Russia e quelli che la Russia fa all'estero. La corrispondenza è di circa quindici ad uno. E qui avete un esempio chiaro dell’apertura e della stabilità dell'economia russa.

    La sicurezza economica è il settore nel quale tutti devono aderire ad uniformare i principi. Noi siamo pronti a competere equamente.

    Per questa ragione sempre più opportunità si stanno presentando all'economia russa. Esperti ed i nostri partner occidentali stanno valutando obiettivamente questi cambiamenti. Così come è migliorata la stima superiore OECD del credito e la Russia è passata dal quarto al terzo gruppo. Ed oggi a Monaco di Baviera gradirei usare questa occasione per ringraziare i nostri colleghi tedeschi per il loro aiuto in questa decisione.

    Inoltre. Come lei sa, il processo della Russia di entrare nel WTO è arrivato alla sua tappa finale. Vorrei sottolineare che durante lunghe, difficili, discussioni abbiamo sentito più di una volta parole sulla libertà di parola, libero mercato ed uguali possibilità ma, per qualche ragione, esclusivamente in riferimento al mercato russo.

    E c'è un tema ancora più importante che colpisce direttamente la sicurezza globale. Oggi molti parlano della lotta contro la povertà. Cosa sta accadendo davvero in questo ambito? Da un lato, sono stanziate le risorse finanziarie per programmi per aiutare i Paesi più poveri del mondo - e attualmente sono risorse finanziarie sostanziose. Ma ad essere onesti - e molti qui sanno anche questo - collegate con lo sviluppo delle società dello stesso Paese donatore. E dall’altro lato i Paesi industrializzati simultaneamente mantengono i loro sussidi agricoli e limitano ad alcuni Paesi l'accesso ai prodotti ad alta tecnologia.

    E diciamo le cose come stanno - una mano distribuisce aiuto caritatevole e l'altra mano non solo mantiene l'arretratezza economica ma miete anche i conseguenti profitti. La tensione sociale in aumento nelle regioni depresse dà luogo inevitabilmente alla crescita di radicalismo, estremismo, terrorismo e alimenta i conflitti locali. E se tutto questo accade, diciamo, in una regione come il Medio Oriente, dove c'è in modo crescente il sentimento che il mondo è ampiamente ingiusto, c'è poi il rischio di destabilizzazione globale.

    E' ovvio che i principali Paesi del mondo dovrebbero vedere questa minaccia. E che perciò dovrebbero costruire un sistema più democratico, più equo di relazioni economiche globali, un sistema che dia ad ognuno l'opportunità e la possibilità di svilupparsi.

    Care signore e signori, parlando alla Conferenza sulla Politica di Sicurezza è impossibile non menzionare le attività dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Come è noto, questa organizzazione fu creata per esaminare tutti - voglio enfatizzare questo - tutti gli aspetti della sicurezza: militare, politica, economica, umanitaria e, specialmente, le interrelazioni tra queste sfere.

    Cosa vediamo accadere oggi? Vediamo che questo equilibrio è chiaramente distrutto. Qualcuno sta tentando di trasformare l'OSCE in un volgare strumento designato a promuovere gli interessi di politica estera di uno o un gruppo di Paesi. E questo compito è portato a termine anche dall'apparato burocratico dell'OSCE, che non è assolutamente connesso in alcun modo con gli Stati fondatori. Le procedure decisionali ed il coinvolgimento delle cosiddette organizzazioni non-governative sono tagliati su misura per questo compito. Queste organizzazioni sono formalmente indipendenti ma sono finanziate in modo finalizzato, e perciò decisamente sotto controllo.

    Secondo i documenti fondativi, nella sfera umanitaria l'OSCE è tenuto ad aiutare i Paesi membri ad osservare le norme dei diritti umanitari internazionali e le loro richieste. Questo è un compito importante. Noi sosteniamo questo. Ma questo non vuol dire interferire negli affari interni di altri Paesi, ne tantomeno imporre un regime che determina come questi Stati dovrebbero vivere e come dovrebbero svilupparsi.

    E' ovvio che tale interferenza non promuove affatto lo sviluppo di Stati democratici. Al contrario, li rende dipendenti e, di conseguenza, politicamente ed economicamente instabili.

    Noi ci aspettiamo che l'OSCE sia guidato dai suoi compiti primari e costruisca relazioni con Stati sovrani basate sul rispetto, la fiducia e la trasparenza.

    Care signore e signori!

    In conclusione vorrei far notare quanto segue. Noi molto spesso - e personalmente, io molto spesso - sentiamo appelli dai nostri partner, inclusi i nostri partner europei, sul fatto che la Russia dovrebbe giocare un ruolo sempre più attivo negli affari del mondo. Mi permetterei di fare un piccolo commento. Non è proprio necessario incitarci a questo comportamento. La Russia è un Paese con una storia che attraversa più di mille anni e ha usato praticamente sempre il diritto per perseguire una politica estera indipendente.

    Non cambieremo questa tradizione oggi. Allo stesso tempo, siamo ben consapevoli di come il mondo sia cambiato ed abbiamo un senso realistico delle nostre proprie opportunità e potenzialità. E gradiremmo chiaramente interagire con partner responsabili ed indipendenti, insieme ai quali potremmo lavorare nel costruire un ordine mondiale equo e democratico, che non garantisca sicurezza e prosperità a pochi eletti, ma a tutti.

    Grazie per la vostra attenzione.

    Vladimir Putin


    Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org di Bf


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  9. #69
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    «Immaginate se fossimo stati trascinati alla guerra a fianco della Georgia come membro della NATO, a fianco di un evidente giocatore d’azzardo come Saakashvili».

    Gerhard Schroeder, ex cancelliere tedesco, socialdemocratico, a Spiegel.

  10. #70
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    August 15, 2008
    Blowback From Bear-Baiting

    by Patrick J. Buchanan

    Mikheil Saakashvili's decision to use the opening of the Olympic Games to cover Georgia's invasion of its breakaway province of South Ossetia must rank in stupidity with Gamal Abdel-Nasser's decision to close the Straits of Tiran to Israeli ships.

    Nasser's blunder cost him the Sinai in the Six-Day War. Saakashvili's blunder probably means permanent loss of South Ossetia and Abkhazia.

    After shelling and attacking what he claims is his own country, killing scores of his own Ossetian citizens and sending tens of thousands fleeing into Russia, Saakashvili's army was whipped back into Georgia in 48 hours.

    Vladimir Putin took the opportunity to kick the Georgian army out of Abkhazia, as well, to bomb Tbilisi, and to seize Gori, birthplace of Stalin.

    Reveling in his status as an intimate of George Bush, Dick Cheney, and John McCain, and America's lone democratic ally in the Caucasus, Saakashvili thought he could get away with a lightning coup and present the world with a fait accompli.

    Mikheil did not reckon on the rage or resolve of the Bear.

    American charges of Russian aggression ring hollow. Georgia started this fight – Russia finished it. People who start wars don't get to decide how and when they end.

    Russia's response was "disproportionate" and "brutal," wailed Bush.

    True. But did we not authorize Israel to bomb Lebanon for 35 days in response to a border skirmish where several Israel soldiers were killed and two captured? Was that not many times more "disproportionate"?

    Russia has invaded a sovereign country, railed Bush. But did not the United States bomb Serbia for 78 days and invade to force it to surrender a province, Kosovo, to which Serbia had a far greater historic claim than Georgia had to Abkhazia or South Ossetia, both of which prefer Moscow to Tbilisi?

    Is not Western hypocrisy astonishing?

    When the Soviet Union broke into 15 nations, we celebrated. When Slovenia, Croatia, Macedonia, Bosnia, Montenegro, and Kosovo broke from Serbia, we rejoiced. Why, then, the indignation when two provinces, whose peoples are ethnically separate from Georgians and who fought for their independence, should succeed in breaking away?

    Are secessions and the dissolution of nations laudable only when they advance the agenda of the neocons, many of whom viscerally detest Russia?

    That Putin took the occasion of Saakashvili's provocative and stupid stunt to administer an extra dose of punishment is undeniable. But is not Russian anger understandable? For years the West has rubbed Russia's nose in her Cold War defeat and treated her like Weimar Germany.

    When Moscow pulled the Red Army out of Europe, closed its bases in Cuba, dissolved the evil empire, let the Soviet Union break up into 15 states, and sought friendship and alliance with the United States, what did we do?

    American carpetbaggers colluded with Muscovite Scalawags to loot the Russian nation. Breaking a pledge to Mikhail Gorbachev, we moved our military alliance into Eastern Europe, then onto Russia's doorstep. Six Warsaw Pact nations and three former republics of the Soviet Union are now NATO members.

    Bush, Cheney, and McCain have pushed to bring Ukraine and Georgia into NATO. This would require the United States to go to war with Russia over Stalin's birthplace and who has sovereignty over the Crimean Peninsula and Sebastopol, traditional home of Russia's Black Sea fleet.

    When did these become U.S. vital interests, justifying war with Russia?

    The United States unilaterally abrogated the Anti-Ballistic Missile treaty because our technology was superior, then planned to site anti-missile defenses in Poland and the Czech Republic to defend against Iranian missiles, though Iran has no ICBMs and no atomic bombs. A Russian counter-offer to have us together put an antimissile system in Azerbaijan was rejected out of hand.

    We built a Baku-Tbilisi-Ceyhan pipeline from Azerbaijan through Georgia to Turkey to cut Russia out. Then we helped dump over regimes friendly to Moscow with democratic "revolutions" in Ukraine and Georgia, and tried to repeat it in Belarus.

    Americans have many fine qualities. A capacity to see ourselves as others see us is not high among them.

    Imagine a world that never knew Ronald Reagan, where Europe had opted out of the Cold War after Moscow installed those SS-20 missiles east of the Elbe. And Europe had abandoned NATO, told us to go home and become subservient to Moscow.

    How would we have reacted if Moscow had brought Western Europe into the Warsaw Pact, established bases in Mexico and Panama, put missile defense radars and rockets in Cuba, and joined with China to build pipelines to transfer Mexican and Venezuelan oil to Pacific ports for shipment to Asia? And cut us out? If there were Russian and Chinese advisers training Latin American armies, the way we are in the former Soviet republics, how would we react? Would we look with bemusement on such Russian behavior?

    For a decade, some of us have warned about the folly of getting into Russia's space and getting into Russia's face. The chickens of democratic imperialism have now come home to roost – in Tbilisi.

    COPYRIGHT CREATORS SYNDICATE, INC.

    link: http://antiwar.com/pat/?articleid=13305

 

 
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