



Cara nonna, manchi ormai da tanto tanto tempo, eppure anche adesso spesso mi torni in mente. Mi hai cresciuto, regalando alla mia infanzia tante immagini splendide che nessuna macchina fotografica avrebbe mai potuto fermare.
Eri una donna minuta e forte, e hai vissuto una vita che nella sua semplicità è stata lo specchio di quasi un secolo di storia, racconti che emergono a tratti. Tu e la terra che giravate con lo stesso ritmo scandito dal sole e dalle stagioni, e dalla pendola che caricavi ogni sera, quella che ora è qui in casa mia, unica cosa che ho portato via dalla vecchia casa col tetto di lose di ardesia. Andavamo insieme tra rive e prati, e controllavi le pietre di confine, e raccoglievamo castagne rompendo i ricci con i piedi, quelle castagne di montagna, scure e lucide che mettevi nel grembiule sempre allacciato in vita. Salivamo al “Crest” per comprare il pane, tagliando la strada asfaltata con le “scurse”, le scorciatoie, l’unico negozio del paese, duecento anime, che profumava del latte in polvere venduto sfuso nei sacchi. Il ritorno sempre fermandosi nel piccolo cimitero, e mi raccontavi di tua madre, morta che tu eri solo una bambina, che eri l’ultima di tredici figli, dei tuoi fratelli che ti portavano la cioccolata e che poi sono andati via, in America, e che non hai più visto, andati a lavorare in miniera a tredici anni. Del nonno che non ho mai conosciuto, il “mè Minetto”. Mi raccontavi di mamma quando era piccola come me, e delle sere nelle stalle, dove vi trovavate a parlare, pregare, scaldandovi col calore delle mucche. La festa di San Rocco, nella chiesetta a venti metri da casa, quella di cui si sono venduti perfino le porte, di cui hanno cancellato gli affreschi, che si apriva solo in quell’occasione, e tu che entravi e rimanevi in fondo, tu che pregavi ogni sera coricandoti, le semplici parole del Padre Nostro.
Ancora lampi nella memoria, i racconti di quando riempivi i bossoli di polvere nera, e mi dicevi che ti erano diventati i capelli rossi, e con orgoglio, pensando agli anni della guerra, dicevi che grazie ad una capretta e ad un pugno di terra non avevate avuto fame, tu già vedova e con due figlie, che hai nascosto sotto il fieno chiunque scappasse, senza mai guardarne la divisa. E di tua figlia, mia zia, che vennero a prendere i nazisti e portarono alle Nuove, quella figlia che volevano deportare nei campi di concentramento, di come non lo fecero per il buon cuore delle suore che l’avevano protetta,……e per te Natale era il 25, si, Aprile, quando vennero a dirti che era libera…Ogni anno in quel giorno mettevi il vestito buono, sempre uno tra quei due, da che io ho memoria, quello marrone o quello blu.
Vorrei, ora che sono grande, potermi sedere ancora con te sul vecchio divano della cucina che riempivi di fumo accendendo la stufa, e farmi raccontare adesso quelle storie che non voglio dimenticare, con quella voce dolcissima che non hai mai alzato, con le carezze delle tue mani nodose che ancora rimpiango, guardano i tuoi bellissimi occhi celesti e risentendo il tuo profumo di viole e menta.
Ciao nonna.


Ho conosciuto bene solo mia nonna materna, morta a 93 anni quando ne avevo 20.
Donna fortissima, dominante, comandava lei in casa, anche nella Calabria degli anni '50. Sposatasi a ben 36 anni, tardissimo per l'epoca, era abituata ad essere autonoma. Infatti grazie al fascismo aveva viaggiato molto, soprattutto a Roma, come istruttrice delle Giovani Italiane, conoscendo anche il Duce.
Le era rimasta una fede nel fascismo che la portava a rifiutarsi di insegnare il 25 aprile agli alunni (era maestra).
Gli ultimi anni è diventata dolce e accondiscendente.
Against all odds

