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  1. #1
    TERZO FASCISMO
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    Etnonazionalismi e imperi, Stati nazionali e “moltitudini”

    Etnonazionalismi e imperi, Stati nazionali e “moltitudini”



    Un’unità etnonazionalista è l’espressione politica del fatto etnico; un’etnia essendo un insieme umano culturalmente e geneticamente omogeneo. E solo un insieme politico etnonazionale - cioè uno stato che coincida con un’etnia - può avere la speranza di avere una durata indefinita e può essere in grado di offrire ai suoi abitanti uno stile di vita in sintonia con quella che è la loro natura, determinata da fatti storici e biologici che, molto spesso, si perdono nella notte dei millenni.




    Dovrebbe essere chiaro che l’etnonazionalismo non implica l’isolamento: ma lavorare insieme in modo proficuo è possibile soltanto fra unità etniche che però geneticamente siano analoghe e culturalmente non inconciliabili. Una collaborazione fra etnie diverse che non andasse a scapito delle loro specifiche identità era, nel passato, garantita da quel sistema politico, adesso demonizzato dagli imbonitori di cervelli, che era l’Impero. Ultimo fulgido esempio di questo sistema politico fu la doppia monarchia sul Danubio, l’Impero Asburgico. È poco risaputo, perché occultato, che già nella prima metà dell’Ottocento ci si preparava a rendere tripla questa doppia monarchia, della quale la terza capitale, dopo Vienna e Budapest, sarebbe divenuta Venezia. Questa soluzione, troncata dalla guerra del 1866, avrebbe garantito alle Popolazioni Padano-Alpine e, in generale, centro-europee, un futuro di benessere, sviluppo, pienezza, quasi inimmaginabili. Ancora meno di un secolo fa un altro splendido esempio d’impero fu la Russia; e prima ancora la Cina: alla Cina imperiale poterono sottostare la Mongolia, il Turchestan fino all’Ural e il Tibet, senza oppressioni di sorta e senza tentativi di snaturamento da parte del governo centrale. Caratteristiche d’impero (sia pure, entro certi limiti, problematiche) ebbe anche la Germania di Bismarck.




    Contro l’impero - sintonia naturale d’unità etnonazionali - si erse, negli ultimi due secoli, il nazionalismo di stampo giacobino e massonico. Ci si riferisce agli stati-nazione, vere prigioni (altro che l’Impero Asburgico!) nelle quali venivano (e vengono) compressi i più disparati raggruppamenti etnici in modo del tutto innaturale: si pensi - caso limite - alla spaventosa condizione del Tibet odierno. Mettendo mano al lavaggio cerebrale mediatico e alla repressione poliziesca, lo stato nazionale ha sempre cercato di massificare e meticciare la propria popolazione, costringendola ad una lingua unica, qualche volta fabbricata a tavolino, e obbligandola a vedere se stessa come appartenente ad un qualche agglomerato umano/disumano, anche quello fabbricato all’uopo spesso anch’esso inventato a tavolino (vedi la “Jugoslavia”, la “Cecoslovacchia” e anche “l’Italia”). Si pompava così in testa alle popolazioni una certe infatuazione (”immortale principio”) per renderla carne da cannone servizievole per le imprese commerciali degli oligarchi della finanza internazionale che, dietro le quinte, stettero sempre dietro alle imprese “nazionalistiche”dei tempi moderni. Così, milioni su milioni di persone d’eccellente qualità genetica furono mandate al macello perché determinati contorti figuri potessero fare soldi.




    Come stadio successivo, il processo di massificazione non si è fermato allo stadio nazionale ma adesso lo trascende. Lo stato nazionale di stampo giacobino, una volta espletato il suo servizio verso gli usurocrati internazionali, ha preso la via dell’immondezzaio. E questo è un processo lungo il quale, al solito, marxismo e capitalismo finanziocratico vanno a braccetto. Marx, ai tempi suoi, aveva pontificato che sarebbe stata la rivoluzione industriale (pilotata dagli “odiatissimi” borghesi) a rendere possibile il raggiungimento dell’utopia edonistica - la “fine della storia” - cioè il paese dei balocchi, dove tutte le strade sarebbero state sempre in discesa. I neomarxisti dei centri sociali e i “new global” dei tempi nostri (fra i quali Antonio Negri e Michael Hardt, autori di un libro di vasta risonanza in quegli ambienti, titolato non a caso Impero) pronosticano che il raggiungimento del paese dei balocchi passerà attraverso l’uniformizzazione assoluta, attraverso la scomparsa dell’umano per fare posto alla “moltitudine”; e non a caso il neomarxismo new global gode dei finanziamenti dei grandi usurocrati, come George Soros, perché la formazione dell’universale “moltitudine” è e sarà pilotata dall’attività globalizzante delle multinazionali.




    Un tipo pseudo-umano senza razza, senza tradizione, senza cultura, senza religione, senza personalità definita, mosso solo da stomaco e intestino e armato di un infinito risentimento, si dedicherà poi ad un sabotaggio/partigianismo pandemico dal quale scaturirà il paese dei balocchi (in base a quali meccanismi, non è chiaro). Questo è lo stadio finale, auspicato da marxisti e usurocrati, che dovrà essere raggiunto dopo la liquidazione di tutti gli etnonazionalismi. E’ contro questo tentativo, attuato dalla massoneria e dalla Alta Finanza apolide, di cancellare, di distruggere la Tradizione e l’Identità etnica, culturale, linguistica, storica, civile d’ogni comunità etno-nazionale d’Europa che noi dobbiamo combattere!




    Per questo noi etnonazionalisti ci battiamo per la costituzione di un’Europa delle comunità etno-nazionali etnicamente e culturalmente omogenee. Comunità tra loro con-federate sul modello del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica o sul modello dell’Impero Asburgico.

    http://www.centrostudilaruna.it/etno...mieimperi.html

  2. #2
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    Romæ Urbis ResPublica - Descendit ex Patribus Romanorum - Roma non avrebbe potuto assurgere a tanta potenza se non avesse avuto, in qualche modo, origine divina, tale da offrire agli occhi degli uomini, qualcosa di grande e di inesplicabile.
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    L'Impero è un sogno, una missione, unire razze e culture diverse sotto un unico vessillo, molti popoli una sola lotta, una sola grande Civiltà che si opponga al buio dell'ignoranza e regredismo barbaro.
    Non si può vivere nelle riverse, ghettizzati come ebrei, il mondo è grande e va conosciuto per arricchire anche noi.
    La nostra Civiltà è il frutto del suo Impero, dei suoi scambi con il resto del mondo, importazione ed esportazione di idee e scoperte.

    Questo è l'Impero Universale che Roma riusci a creare, una meta che dobbiamo riconquistare.
    Se poi mi nomini "imperi" barbari che schiacciano e distuggono le altre culture il discorso è diverso, ma quelli non sono imperi: possiamo chiamare quello di Attila un Impero? Così vale per regno del terrore degli u$a.

    L'Impero è un progetto che noi abbiamo creato, che solo alla nostra gente appartiene, fu la grande realizizzazione di un sogno, di una visione... non lo dimentichiamo.

  3. #3
    Cacciaguida
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    Citazione Originariamente Scritto da Ungern Khan Visualizza Messaggio
    Per questo noi etnonazionalisti ci battiamo per la costituzione di un’Europa delle comunità etno-nazionali etnicamente e culturalmente omogenee. Comunità tra loro con-federate sul modello del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica o sul modello dell’Impero Asburgico.
    http://www.centrostudilaruna.it/etno...mieimperi.html
    Al di là di qualche difetto e di qualche eccesso il nocciolo dell'impostazione è corretto ma soprattutto dal punto di vista pratico.

  4. #4
    Torre d'Avorio
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    Concordo con l'articolo, aggiungendoci l'esempio romano (spero che il filo-leghismo in polemica con roma ladrona la finisca di traslare tale polemica sull'Impero Romano) e traendone la conclusione che la soluzione politica non sta nello sbriciolamento delle piccole patrie (che in realtà sono "matrie") ma nell'unità imperiale, che non vuol certo dire un giacobinismo continentale come tenta d'essere oggi l'UE ma tantomeno vuol dire un'Europa di tante piccole padanie con rispettivi stati, dovendo lo stato essere Uno.
    E' per questo che non amo molto il termine "etnonazionalismo", il quale non sembra semplicemente sottendere l'auspicata equivalenza fra ethnos e nazione, ma auspicarsi (per via del termine "nazionalismo") che ad ogni nazione corrisponda uno Stato, il che ci riporta esattamente allo stato-nazione, al limite modificando i confini di qualche stato più etnicamente variegato degli altri, che è esattamente il deleterio processo accaduto dopo la distruzione degli imperi.

    Riporto qui il mio intervento di giorni fa in merito:
    ________________________________________

    Il punto sta tutto nell'annosa divergenza interpretativa (e attitudinale) che si è solitamente espressa, prima al tempo dei fascismi su grande scala e poi confinata in ambienti minori, sul giudizio riguardo Roma.
    Roma può spesso fungere da pietra di paragone per il concetto di impero, e viene individuata da chi ha un approccio tribale (nel senso descrittivo, niente di polemico) e differenzialista (non nel senso antiegualitario verticale, ma in quello identitario orizzontale) come il germe della globalizzazione e della cancellazione delle identità.
    L'impero, semplicemente, non è uno stato-nazione "più grosso", ma è un'altra cosa. Un impero è un Ordine che contiene una compagine pluri-nazionale e organica (divisa nelle varie componenti ognuna con la propria identità e il proprio suolo, da lì divide et impera) che esso equilibra e guida.
    In contesti tribali pre-imperiali e in contesti stato-nazionali post-imperiali si ingenera, per via della loro sovrapposizione e congruenza, una seria confusione sulla differenza e la complementarità di Stato e Nazione.

    La Nazione è il bios, l'ethnos, il völk, l'elemento naturale, la tribù, ciò che proviene dalla spontaneità della natura generatrice. La nazione è uomini, donne, vecchi, bambini, tutti quanti in quanto esseri viventi e biologici nella loro dimensione individuale (e non sovraindividuale) e di gruppo dal punto di vista della vita, della perpetuazione della vita e da tutto ciò che è ad essa attinente, come la sopravvivenza fisica, il sostentamento, le usanze umane che vi si generano (tutto ciò che è folklore, völk-lore). E' simbolicamente la parte lunare e femminile della compagine umana.

    Lo Stato è la missione, "la chiamata a fare qualcosa di grande insieme", come dice spesso Blondet citando Ortega y Gasset. Mentre la nazione è naturale, lo stato è politico. E' l'elemento solare e maschile. Lo stato rappresenta un Ordine col suo proprio senso distinto da quello della nazione, è una struttura verticale e gerarchica attiva che si occupa della visione del mondo, del sapere e della guerra, come fa l'uomo, laddove la nazione pensa alla praticità e al nutrimento, come fa la donna. La nazione è sostanza, lo stato è essenza (o forma). Lo Stato è il principio attivo che feconda e imprime forma alla nazione (pur senza invaderne ogni campo, il che non sarebbe più organicismo ma totalitarismo).

    L'Impero, con la sua forma in cui non si fa più coincidere lo Stato con la Nazione, chiarifica maggiormente la differenza fra le due cose. Un Impero è uno stato che contiene (o regna su) nazioni. Guardiamo Roma. Roma non imponeva, alle nazioni conquistate su cui regnava, la propria cultura, i propri dèi, o niente di simile. Non disturbava le tradizioni locali né vi si intrometteva, e quando agì diversamente (con i druidi, coi cristiani delle origini -non ancora romanizzati-, ecc) fu per ragioni politiche, per i loro atti sediziosi di tentata sovversione politica. Il "culto pubblico", cioè dello Stato e della componente imperiale vista nel suo legittimo ruolo rivestito di una missione trascendente, ordinatrice e in accordo con l'ordine superiore, altro non era che il riconoscimento di questa sua natura diversa da quella nazionale. Il Pantheon in cui a Roma venivano inseriti e omaggiati gli dèi di tutte le nazioni dell'impero non era che un altro esempio di questa stessa logica, mostrando come essi, se da un lato erano particolari e nazionali, dall'altro erano manifestazioni locali di quel principio divino unico le cui tracce e le cui comuni strutture si ritrovavano nei vari culti locali. Questo era l'enoteismo, la consapevolezza di quel principio divino perenne.

    L'Impero non era un globalismo o un americanismo ante litteram per la semplice ragione che la sua visione era organica, e non aveva alcuna intenzione di sradicare, mischiare e togliere identità alle varie compagini nazionali e tribali. Per intendersi, il federalismo imperiale non è un giacobinismo centralista e invasivo, tipicamente stato-nazionale. Il non accettare il ruolo imperiale, ed il voler far corrispondere gli apparati del dominio e della forza alla dimensione e alla logica tribale, significava e significa far prevalere nella politica gli istinti più bassi e animali (che oggi si traducono in autoreferenzialità, ottusità e campanilismo) elevandoli a dignità statale, e facendo così una parodia dello Stato vero e proprio.

    Quello che Blondet in "Etnicismi e imperi" fa notare e che infiniti osservatori e storici hanno rilevato per quanto fosse già palese, è che ogni volta che un impero cade, iniziano una serie di campanilismi, secessionismi e sciovinismi centrifughi in perpetua lotta gli uni contro gli altri, ed una interminabile serie di pulizie etniche perché laddove nell'organismo imperiale esistevano zone d'intersezione popolativa-nazionale che non si configuravano come perfette "faglie" di netta spaccatura, nella visione nazionalista e tribale tutto ciò non è accettabile e il minimamente diverso, quand'anche sia minoranza e vicino di casa fino a ieri, diventa un turpe animale da far fuori per rifugiarsi nell'illusoria omogeneità della propria piccola patria.
    Il problema non è l'elemento völkisch in sé, ma il fatto che esso, come logica, coincida col principio politico e lo guidi (cosa assolutamente inevitabile se i confini dello stato e della nazione sono congruenti).
    La componente della nazione e quella dell'impero (stato) si occupano di temi così diversi e complementari che se tutto viene applicato correttamente, non esiste alcun terreno di scontro. Lo Stato controlla gli apparati della forza estera e interna, l'ordine, come oggi sono l'esercito e la polizia (ovviamente in versione funzionante ed efficiente, non come da noi). Controlla i settori strategici (energia, materie prime, industria pesante), le grandi reti viarie, l'amministrazione governativa riguardante gli ambiti generali che vanno oltre le singole nazioni, le comunicazioni, e il livello statale della rete televisiva (mentre quello locale resta appannaggio delle singole località). La Nazione, con larghe autonomie decisionali, si occupa dell'economia locale, della sua gestione ed organizzazione, delle decisioni riguardanti i regolamenti e le leggi da adottarsi su scala locale, le cose da costruire e tutto quanto riguarda la vita delle comunità locali ed il modo in cui vogliono organizzarsela. Sempre appannaggio della nazione sono le iniziative culturali, artistiche e tutto ciò che può rifarsi al folklore, alle tradizioni locali e all'identità in generale. In questo proposito, nel campo dell'istruzione la cosa è congiunta: Ci sono materie e cose specifiche ed identitarie che variano da nazione a nazione, mentre altre che sono comuni in quanto necessarie a tutti.

    In pratica l'unico modo per avere un corpo (a scala ad esempio europea) forte, unitario e sovrano che possa competere a livello internazionale non è avere una rete di repubblichette che devono mettersi d'accordo ed essere in comodo e sperare di trovare ogni volta un punto comune che non danneggi i loro interessi provinciali e le loro visioni miopi accentuate dal senso di differenza e di estraneità agli altri. La soluzione è un sistema equilibrato in cui l'impero e gli organi nazionali stiano in un giusto equilibrio e non invadano ognuno il campo dell'altro, solo così si può conciliare una vera efficienza sia nella politica estera (decisionismo compatto, pronto, conscio del proprio compito unitario e del proprio grande ruolo internazionale, e capace di formare delle classi dirigenti specializzate dalle grandi visioni, competenze e saperi) che in quella interna (conoscenza del proprio territorio, del proprio modo d'essere, di quelle che sono le soluzioni per la propria terra senza che dei commissari che non ne sanno niente vengano dalla capitale ad adottare le loro logiche che a livello locale sono completamente fuori posto).

    ***
    La realtà che chiamiamo Stato, lo ripeto ancora una volta, non è una spontanea convivenza di uomini che la consanguineità ha unito. Lo Stato nasce quando gruppi originariamente separati e distinti si costringono a convivere tra loro. Questo obbligo non è nuda violenza, ma presuppone un progetto attivo, un compito comune che si propone ai gruppi dispersi. Lo Stato è, innanzi tutto, un progetto d’azione, un programma di collaborazione. Si fa appello alle genti affinché nell’unione realizzino un’impresa. Lo Stato non è consanguineità, né unità linguistica, né unità territoriale, né contiguità d’abitazione. Non è nulla di materiale, d’inerte, di prestabilito, di limitato. E’ un puro dinamismo – la volontà di compiere qualcosa in comune –, in virtù del quale l’idea statale non è circoscritta da nessun confine fisico.”

    José Ortega y Gasset, “La Ribellione delle Masse” (p.184-185)

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da DharmaRaja Visualizza Messaggio
    Concordo con l'articolo, aggiungendoci l'esempio romano (spero che il filo-leghismo in polemica con roma ladrona la finisca di traslare tale polemica sull'Impero Romano) e traendone la conclusione che la soluzione politica non sta nello sbriciolamento delle piccole patrie (che in realtà sono "matrie") ma nell'unità imperiale, che non vuol certo dire un giacobinismo continentale come tenta d'essere oggi l'UE ma tantomeno vuol dire un'Europa di tante piccole padanie con rispettivi stati, dovendo lo stato essere Uno.
    E' per questo che non amo molto il termine "etnonazionalismo", il quale non sembra semplicemente sottendere l'auspicata equivalenza fra ethnos e nazione, ma auspicarsi (per via del termine "nazionalismo") che ad ogni nazione corrisponda uno Stato, il che ci riporta esattamente allo stato-nazione, al limite modificando i confini di qualche stato più etnicamente variegato degli altri, che è esattamente il deleterio processo accaduto dopo la distruzione degli imperi.

    Riporto qui il mio intervento di giorni fa in merito:
    ________________________________________

    Il punto sta tutto nell'annosa divergenza interpretativa (e attitudinale) che si è solitamente espressa, prima al tempo dei fascismi su grande scala e poi confinata in ambienti minori, sul giudizio riguardo Roma.
    Roma può spesso fungere da pietra di paragone per il concetto di impero, e viene individuata da chi ha un approccio tribale (nel senso descrittivo, niente di polemico) e differenzialista (non nel senso antiegualitario verticale, ma in quello identitario orizzontale) come il germe della globalizzazione e della cancellazione delle identità.
    L'impero, semplicemente, non è uno stato-nazione "più grosso", ma è un'altra cosa. Un impero è un Ordine che contiene una compagine pluri-nazionale e organica (divisa nelle varie componenti ognuna con la propria identità e il proprio suolo, da lì divide et impera) che esso equilibra e guida.
    In contesti tribali pre-imperiali e in contesti stato-nazionali post-imperiali si ingenera, per via della loro sovrapposizione e congruenza, una seria confusione sulla differenza e la complementarità di Stato e Nazione.

    La Nazione è il bios, l'ethnos, il völk, l'elemento naturale, la tribù, ciò che proviene dalla spontaneità della natura generatrice. La nazione è uomini, donne, vecchi, bambini, tutti quanti in quanto esseri viventi e biologici nella loro dimensione individuale (e non sovraindividuale) e di gruppo dal punto di vista della vita, della perpetuazione della vita e da tutto ciò che è ad essa attinente, come la sopravvivenza fisica, il sostentamento, le usanze umane che vi si generano (tutto ciò che è folklore, völk-lore). E' simbolicamente la parte lunare e femminile della compagine umana.

    Lo Stato è la missione, "la chiamata a fare qualcosa di grande insieme", come dice spesso Blondet citando Ortega y Gasset. Mentre la nazione è naturale, lo stato è politico. E' l'elemento solare e maschile. Lo stato rappresenta un Ordine col suo proprio senso distinto da quello della nazione, è una struttura verticale e gerarchica attiva che si occupa della visione del mondo, del sapere e della guerra, come fa l'uomo, laddove la nazione pensa alla praticità e al nutrimento, come fa la donna. La nazione è sostanza, lo stato è essenza (o forma). Lo Stato è il principio attivo che feconda e imprime forma alla nazione (pur senza invaderne ogni campo, il che non sarebbe più organicismo ma totalitarismo).

    L'Impero, con la sua forma in cui non si fa più coincidere lo Stato con la Nazione, chiarifica maggiormente la differenza fra le due cose. Un Impero è uno stato che contiene (o regna su) nazioni. Guardiamo Roma. Roma non imponeva, alle nazioni conquistate su cui regnava, la propria cultura, i propri dèi, o niente di simile. Non disturbava le tradizioni locali né vi si intrometteva, e quando agì diversamente (con i druidi, coi cristiani delle origini -non ancora romanizzati-, ecc) fu per ragioni politiche, per i loro atti sediziosi di tentata sovversione politica. Il "culto pubblico", cioè dello Stato e della componente imperiale vista nel suo legittimo ruolo rivestito di una missione trascendente, ordinatrice e in accordo con l'ordine superiore, altro non era che il riconoscimento di questa sua natura diversa da quella nazionale. Il Pantheon in cui a Roma venivano inseriti e omaggiati gli dèi di tutte le nazioni dell'impero non era che un altro esempio di questa stessa logica, mostrando come essi, se da un lato erano particolari e nazionali, dall'altro erano manifestazioni locali di quel principio divino unico le cui tracce e le cui comuni strutture si ritrovavano nei vari culti locali. Questo era l'enoteismo, la consapevolezza di quel principio divino perenne.

    L'Impero non era un globalismo o un americanismo ante litteram per la semplice ragione che la sua visione era organica, e non aveva alcuna intenzione di sradicare, mischiare e togliere identità alle varie compagini nazionali e tribali. Per intendersi, il federalismo imperiale non è un giacobinismo centralista e invasivo, tipicamente stato-nazionale. Il non accettare il ruolo imperiale, ed il voler far corrispondere gli apparati del dominio e della forza alla dimensione e alla logica tribale, significava e significa far prevalere nella politica gli istinti più bassi e animali (che oggi si traducono in autoreferenzialità, ottusità e campanilismo) elevandoli a dignità statale, e facendo così una parodia dello Stato vero e proprio.

    Quello che Blondet in "Etnicismi e imperi" fa notare e che infiniti osservatori e storici hanno rilevato per quanto fosse già palese, è che ogni volta che un impero cade, iniziano una serie di campanilismi, secessionismi e sciovinismi centrifughi in perpetua lotta gli uni contro gli altri, ed una interminabile serie di pulizie etniche perché laddove nell'organismo imperiale esistevano zone d'intersezione popolativa-nazionale che non si configuravano come perfette "faglie" di netta spaccatura, nella visione nazionalista e tribale tutto ciò non è accettabile e il minimamente diverso, quand'anche sia minoranza e vicino di casa fino a ieri, diventa un turpe animale da far fuori per rifugiarsi nell'illusoria omogeneità della propria piccola patria.
    Il problema non è l'elemento völkisch in sé, ma il fatto che esso, come logica, coincida col principio politico e lo guidi (cosa assolutamente inevitabile se i confini dello stato e della nazione sono congruenti).
    La componente della nazione e quella dell'impero (stato) si occupano di temi così diversi e complementari che se tutto viene applicato correttamente, non esiste alcun terreno di scontro. Lo Stato controlla gli apparati della forza estera e interna, l'ordine, come oggi sono l'esercito e la polizia (ovviamente in versione funzionante ed efficiente, non come da noi). Controlla i settori strategici (energia, materie prime, industria pesante), le grandi reti viarie, l'amministrazione governativa riguardante gli ambiti generali che vanno oltre le singole nazioni, le comunicazioni, e il livello statale della rete televisiva (mentre quello locale resta appannaggio delle singole località). La Nazione, con larghe autonomie decisionali, si occupa dell'economia locale, della sua gestione ed organizzazione, delle decisioni riguardanti i regolamenti e le leggi da adottarsi su scala locale, le cose da costruire e tutto quanto riguarda la vita delle comunità locali ed il modo in cui vogliono organizzarsela. Sempre appannaggio della nazione sono le iniziative culturali, artistiche e tutto ciò che può rifarsi al folklore, alle tradizioni locali e all'identità in generale. In questo proposito, nel campo dell'istruzione la cosa è congiunta: Ci sono materie e cose specifiche ed identitarie che variano da nazione a nazione, mentre altre che sono comuni in quanto necessarie a tutti.

    In pratica l'unico modo per avere un corpo (a scala ad esempio europea) forte, unitario e sovrano che possa competere a livello internazionale non è avere una rete di repubblichette che devono mettersi d'accordo ed essere in comodo e sperare di trovare ogni volta un punto comune che non danneggi i loro interessi provinciali e le loro visioni miopi accentuate dal senso di differenza e di estraneità agli altri. La soluzione è un sistema equilibrato in cui l'impero e gli organi nazionali stiano in un giusto equilibrio e non invadano ognuno il campo dell'altro, solo così si può conciliare una vera efficienza sia nella politica estera (decisionismo compatto, pronto, conscio del proprio compito unitario e del proprio grande ruolo internazionale, e capace di formare delle classi dirigenti specializzate dalle grandi visioni, competenze e saperi) che in quella interna (conoscenza del proprio territorio, del proprio modo d'essere, di quelle che sono le soluzioni per la propria terra senza che dei commissari che non ne sanno niente vengano dalla capitale ad adottare le loro logiche che a livello locale sono completamente fuori posto).

    ***
    La realtà che chiamiamo Stato, lo ripeto ancora una volta, non è una spontanea convivenza di uomini che la consanguineità ha unito. Lo Stato nasce quando gruppi originariamente separati e distinti si costringono a convivere tra loro. Questo obbligo non è nuda violenza, ma presuppone un progetto attivo, un compito comune che si propone ai gruppi dispersi. Lo Stato è, innanzi tutto, un progetto d’azione, un programma di collaborazione. Si fa appello alle genti affinché nell’unione realizzino un’impresa. Lo Stato non è consanguineità, né unità linguistica, né unità territoriale, né contiguità d’abitazione. Non è nulla di materiale, d’inerte, di prestabilito, di limitato. E’ un puro dinamismo – la volontà di compiere qualcosa in comune –, in virtù del quale l’idea statale non è circoscritta da nessun confine fisico.”

    José Ortega y Gasset, “La Ribellione delle Masse” (p.184-185)
    Magistrale, non nego che nel leggere certe cose ho sempre un orgasmo spontaneo.

  6. #6
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    A costo di sembrare ossessionante,ripeto che l'etnonazionalismo,che di per sè ha molti lati positivi,è rovinato da questo "mito" dello stato federale.
    NOn si possono più ricreare Stati-imperi quali furono quelli del pre-rivoluzione francese(gli esempi che rimandano a imperi del dopo 1789 sono a mio modo di vedere assurdi).
    La rivoluzione francese ha rovinato tutto,tutto quello di vitare che c'era tra Stato e nazione,quell'intimo legame che la nazione donava allo Stato,o meglio che la nazione si autoregalava,cioè una missione.
    Sebbene ci sarebbe da questionare se mai lo Stato abbia rappresentato gli interessi di un'etnia omogenea.ma nessuno nega che gli Stati di prima erano molto "meglio"(semplicisticamente) degli stati di oggi.
    Io appoggio gli etnonazionalisti,ma non capisco la loro assurda convinzione che lo Stato possa rappresentare una qualunque etnia.Lo Stato è una spa che fa profitto sulla forza collettiva dei lavoratori,e non solo li reprime,ne nega le libertà,aggrega etnie da sempre in guerrra,livella le culture,annichilisce le coscienze.
    un mezzo del genere è inutile migliorarlo,è utile solo combatterlo.

  7. #7
    SMF
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    Citazione Originariamente Scritto da DharmaRaja
    La Nazione è il bios, l'ethnos, il völk, l'elemento naturale, la tribù, ciò che proviene dalla spontaneità della natura generatrice. La nazione è uomini, donne, vecchi, bambini, tutti quanti in quanto esseri viventi e biologici nella loro dimensione individuale (e non sovraindividuale) e di gruppo dal punto di vista della vita, della perpetuazione della vita e da tutto ciò che è ad essa attinente, come la sopravvivenza fisica, il sostentamento, le usanze umane che vi si generano (tutto ciò che è folklore, völk-lore). E' simbolicamente la parte lunare e femminile della compagine umana.

    Lo Stato è la missione, "la chiamata a fare qualcosa di grande insieme", come dice spesso Blondet citando Ortega y Gasset. Mentre la nazione è naturale, lo stato è politico. E' l'elemento solare e maschile. Lo stato rappresenta un Ordine col suo proprio senso distinto da quello della nazione, è una struttura verticale e gerarchica attiva che si occupa della visione del mondo, del sapere e della guerra, come fa l'uomo, laddove la nazione pensa alla praticità e al nutrimento, come fa la donna. La nazione è sostanza, lo stato è essenza (o forma). Lo Stato è il principio attivo che feconda e imprime forma alla nazione (pur senza invaderne ogni campo, il che non sarebbe più organicismo ma totalitarismo).
    Condivido le due considerazioni su nazione e stato.
    In merito bisognerebbe leggere l'articolo "Due facce del nazionalismo" di Julius Evola, dove distingue pienamente fra il nazionalismo di origine giacobino ed un tipo di nazionalismo "gerarchico e aristocratico".

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Ungern Khan Visualizza Messaggio
    Ancora meno di un secolo fa un altro splendido esempio d’impero fu la Russia; e prima ancora la Cina: alla Cina imperiale poterono sottostare la Mongolia, il Turchestan fino all’Ural e il Tibet,
    http://www.centrostudilaruna.it/etno...mieimperi.html
    Che io sappia la Cina MAI ha espanso i suoi domini fino all'Ural nè all'Asia Centrale , attualmente ha raggiunto la sua massina estensione fatta eccezione per la Mongolia ma non arrivò mai fino agli Urali o al Caspio.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Condivido le due considerazioni su nazione e stato.
    In merito bisognerebbe leggere l'articolo "Due facce del nazionalismo" di Julius Evola, dove distingue pienamente fra il nazionalismo di origine giacobino ed un tipo di nazionalismo "gerarchico e aristocratico".
    c'è su internet da qualche parte?

  10. #10
    SMF
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    Citazione Originariamente Scritto da Ildige Visualizza Messaggio
    c'è su internet da qualche parte?
    Che io sappia no.
    Io l'ho letto come articolo in appendice in "Fascismo e Terzo Reich".

 

 
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